2129.- RIFONDERESTI LA DEMOCRAZIA, PER RIFONDARE L’EUROPA? DIALOGO:

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L’assenza di principi costituzionalizzati cui vincolare i partiti politici ha ostacolato l’attuazione della loro funzione di rappresentanti economico-sociali e di interpreti di una comunità sempre più complessa, che non legittima più il sistema politico, a partire dalle stesse sue istituzioni, con la conseguente crisi dello Stato e dell’identità nazionale.
Questa crescente difficoltà ha assunto carattere bilaterale, minando la coesione, favorendo una visione distorta e privatistica della politica, che esalta i singoli interessi, creando vaste aree di passività dalla parte dei cittadini mal rappresentati. Essa allontana dalla realtà chiunque non la tenga in conto e si ispiri o faccia appello alla partecipazione di questa Italia a organismi sovranazionali e internazionali. Al deterioramento e alla perdita di stimolo per la nostra partecipazione, contribuisce l’anomalia istituzionale europea, che, di fatto, non è espressione delle diverse identità, assolutamente, non ci rappresenta e non ha più, nemmeno, una sola moneta unica con cui giustificare l’unione dei nostri popoli.


Queste brevi considerazioni personali cercano il dialogo e vogliono rivolgersi al futuro in modo propositivo. L’obiettivo di rinnovare il sistema complessivo della rappresentanza, in Italia e in Europa, può o, comunque, dovrebbe permeare la campagna elettorale delle elezioni di maggio, per ora, solo europee. Contro gli egoismi degli interessi finanziari e nazionalistici, noi italiani dobbiamo adoperarci per creare nuovi modelli di integrazione e di confronto politico fra i popoli europei, così da ottenere la reale rappresentatività delle diverse, preziose identità, quale elemento indispensabile per una Unione che voglia essere protagonista e, costantemente, in crescita e in progresso, come noi la vogliamo.

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2128.- CORREVA IL MESE DI GIUGNO

Berlusconi: ecco “l’Altra Italia”. “Un vice e una Consulta per Fi”

Il Cavaliere annuncia la riorganizzazione del partito. L’obiettivo: selezionare la classe dirigente azzurra.

Niente partito unico, niente primarie. Il cammino de «l’Altra Italia», come la battezza Silvio Berlusconi, inizia con una lettera al Corriere della Sera del leader azzurro.

Un annuncio che prese di sorpresa anche i più stretti collaboratori, dirigenti, capigruppo e portavoce compresi, che in quelle settimane furono consultati più volte, in vari tavoli. In una domenica ad Arcore, in attesa dei risultati delle amministrative, l’ex-premier ebbe uno scatto d’orgoglio, anche un po’ di stizza, verso i troppi azzurri, governatori, giovani dirigenti, anche esponenti di secondo piano, che quotidianamente gli consigliavano come rilanciare il partito, facendo anche discorsi generazionali che poco gli piacciono. «Fi l’ho fondata io e so io come riorganizzarla», sbottò. Così, mise il timbro su un restyling del partito a livello nazionale e locale, di cui da tempo era fautore soprattutto Gianni Letta.

Prevede un vicepresidente (Antonio Tajani), un coordinatore nazionale, un comitato esecutivo (non troppo ristretto, perché in tanti vogliono entrarci, certo Mara Carfagna, Giovanni Toti, Mariastella Gelmini, Anna Maria Bernini), una Consulta anche con personalità esterne, che ha il compito di selezionare una nuova classe dirigente e giovani coordinatori che si occuperanno delle «comunità azzurre» sui social. Il capo c’è già, dice il Cav, e non servono primarie, «falsificazione di democrazia cara alla sinistra».

A 11 anni dal «predellino» che lanciò il Pdl, dopo quello del 2009 della rottura con Gianfranco Fini, il Cavaliere ha aperto una nuova stagione e ha assicurato: «Sono in campo e ci resterò». Almeno fino a quando non sarà passato il pericolo gravissimo, rappresentato da «dilettantismo, pauperismo, giustizialismo» del M5s. Il nemico è sempre quello del 4 marzo, anche se ora Luigi Di Maio è alleato di governo con il leader leghista del centrodestra. La risposta che Forza Italia vuol dare alle domande del Paese, dice Berlusconi, non è come «quelle di Salvini che usa un altro linguaggio per parlare ai suoi elettori». Non si fanno sconti all’esecutivo gialloverde, «contro natura, non votato dagli italiani, pieno di contraddizioni destinate a farlo implodere». Dopo il fallimento, che il Cav vede inevitabile, «l’Altra Italia», «che lavora, produce, non vuole distruggere, ma costruire», dovrà alzare la voce e tornare al potere. «Il nostro momento – assicura il leader azzurro -, verrà molto presto, appena le ricette economiche dei grillini avranno rivelato la loro impraticabilità e la loro pericolosità».

Ma che cosa ha inteso rifondare il Cavaliere? Un «polo aggregatore», basato su «idee liberali, liberiste, garantiste». Caratterizzato da «moderazione» e antidoto ai populismi urlati che sembrano aver preso il sopravvento. Dal chiaro profilo europeista, mentre istituzioni Ue e mercati sono agitati dai timori di uno scontro tra Roma e Bruxelles e da una ondivaga politica sull’euro. Solo con «i conti in ordine», avverte Berlusconi, il nostro Paese sarà forte di fronte ai grandi del mondo. Mentre Salvini ingaggia sui migranti e sulla manovra un braccio di ferro con l’Ue, il Cav non accetta lezioni da nessuno. «Fi è l’erede di 25 anni di un centrodestra che ha dimostrato di saper stare in Europa senza subirne i diktat e che anzi ha pagato un caro prezzo per questo, ma che non ha coltivato l’illusione che basti fare la voce grossa».

Ad Arcore e a Roma si tennero riunioni per definire l’organigrammae. L’importante, per il leader di Fi, è aver dato il segnale che c’è un’alternativa all’Italia «che è nei sogni, o negli incubi, targati 5 Stelle».

Tratto da un articolo di Anna Maria Greco di Martedì, 12 giugno 2018 

2127.- Siria, Damasco accusa: “attacco con gas ad Aleppo”. E la Russia bombarda i ribelli.

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Perché nessuno parla dell’attacco chimico al cloro ad Aleppo? «Perché sono stati i ribelli ?»

Un attacco chimico al cloro ha colpito la città di Aleppo:

Sabato 24 novembre sono stati sparati dalla provincia di Idlib, nel nord della Siria controllato dai terroristi islamici, diversi mortai da 120 mm verso la città di Aleppo, che è in pace da due anni. I missili contenevano cloro e 107 civili, tra cui donne e bambini, sono rimasti intossicati, 41 invece i contaminati, di cui due gravi. La notizia, diffusa dall’agenzia di Stato siriana e confermata dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, vicino ai ribelli, è stata pressoché ignorata da media e governi occidentali.

PERCHÉ NON FA NOTIZIA?

Micalessin: «Questa volta però nessuno si indigna e difende i civili, perché questi non sono quelli “giusti”». Perché l’attacco non ha fatto notizia come quello a Ghouta del 2013 o quello a Khan Shaykun del 2017 o quello di Douma dell’aprile 2018? Non solo perché non ci sono state vittime. Perché in questo caso nessuno si indigna né si scandalizza per l’utilizzo di armi chimiche? «Perché l’attacco è provenuto da un territorio controllato esclusivamente dai ribelli», spiega a tempi.it l’inviato di guerra Gian Micalessin. «E i ribelli sono stati alleati dell’Occidente, armati dall’Occidente e infine dimenticati. Non interessa nulla a nessuno se dei civili cadono sotto i loro colpi. Perché l’obiettivo politico dell’Occidente è sempre stato far cadere il regime di Bashar al-Assad e loro sono funzionali a questo scopo».

Europa e Stati Uniti hanno sempre tuonato contro le armi chimiche dal punto di vista dei diritti umani e della difesa dei civili. Ma quando i civili non sono quelli “giusti”, improvvisamente cala il silenzio. «Il silenzio su questo attacco è la perfetta dimostrazione che dei diritti umani e dei civili non è mai importato niente a nessuno», continua la firma del Giornale. «Sono morte in questa guerra già 400 mila persone. Se avessimo voluto portare la democrazia in Siria, avremmo trattato con Assad, non appoggiato bande estremiste e jihadisti, che poi hanno portato il terrore anche in Europa».

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Siria, ancora bombe su Aleppo. L’esplosione in diretta. La fiammata all’interno di un ospedale della zona est ripresa dalle telecamere di sicurezza di una struttura ospedaliera di Aleppo, dove i bombardamenti russo-governativi hanno messo in ginocchio i servizi sanitari dell’area ancora controllata dai ribelli anti-Assad. Le registrazione indica che la bomba ha colpito alle 10.41 del 18 novembrescorso. Oms e direzione sanitaria cittadina riferiscono di “interruzione totale dei servizi”.

 

GUERRA SIRIANA IN STALLO

La guerra siriana si trova ora in un momento di «stallo»: «Diecimila jihadisti e ribelli si trovano a Idlib. Turchia e Russia hanno raggiunto un accordo il 17 settembre per evitare una strage, ma l’accordo non funziona perché alla Turchia non interessa davvero convincere i militanti estremisti a deporre le armi. La Russia, del resto, non vuole rompere i rapporti con Recep Erdogan perché gli serve in chiave anti-Trump», spiega Micalessin. «I giornali siriani però cominciano a rilanciare l’idea di un’offensiva militare e io temo che sia inevitabile prima o poi l’uso della forza».

Tornando all’attacco ignorato di Aleppo, l’inviato di guerra punta il dito anche contro l’informazione: «I giornali si sono disinteressati della notizia perché sono sempre stati allineati politicamente con le cancellerie occidentali», conclude. «Dopo il presunto attacco chimico di Douma si è parlato di prove certe, ma nessuno le ha ancora viste e i giornali ne hanno parlato senza verificare e senza porsi il problema. Il fallimento della guerra in Siria non è solo il fallimento dell’Occidente, che ha finito per appoggiare i propri nemici, ma anche quello dell’informazione, che ha scelto di combattere a fianco dei jihadisti».

Sappiamo chi ha armato e sostiene i ribelli. La risposta di Putin.

 

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Mosca ha confermato di aver compiuto dei raid sulla periferia della città, che si trova nel nord-ovest della Siria.

Il governo di Damasco ha denunciato che lo scorso 24 novembre, “gruppi terroristici” hanno attaccato con “il gas tossico” alcune zone residenziali di Aleppo e ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e al Consiglio di Sicurezza per chiedere una condanna dell’attacco.

Il ministero degli Esteri siriano ha esortato le Nazioni Unite a prendere “misure deterrenti, immediate e punitive” contro gli Stati e regimi che finanziano il terrorismo, come si legge in una nota.

Secondo il governo siriano, ci sarebbero stati 107 casi di persone con difficoltà di respirazione ad Aleppo. Secondo l’ong Osservatorio Siriano per i Diritti umani, i casi di persone che hanno fatto ricorso a cure mediche sono stati 94.

Gran parte di queste sono state dimesse, ma 31 rimangono ancora in gravi condizioni.

 

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Alcune ore dopo la denuncia dell’attacco, l’aviazione russa ha confermato di aver compiuto dei raid sulla periferia della città, che si trova nella zona demilitarizzata negoziata tra Russia e Turchia nel nord-ovest della Siria.

 

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito che il bombardamento ha colpito il quartiere di Al Rashidin, alla periferia di Aleppo, e la località di Khan Tuman, a sud-ovest della città.

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Si tratta dei primi bombardamenti sul settore da oltre due mesi. Non è ancora chiaro se ci siano vittime civili. Lo scorso 2 novembre 2018, almeno otto persone erano morte a seguito di un nuovo bombardamento che aveva colpito la provincia di Idlib, l’ultima roccaforte ancora in mano ai ribelli. Il raid, condotto dalle forze siriane appoggiate dalla Russia, ha messo fine alla tregua che era stata raggiunta il 17 settembre per fermare un nuovo attacco armato contro la regione ed evitare così un bagno di sangue.

2126.- La sicurezza europea è ostaggio dei giochi geopolitici di Washington – Lavrov

La cecità dei burocrati europei consente agli Stati Uniti di avviare pericolose attività militari vicino ai confini russi, mettendo a repentaglio la sicurezza del continente europeo, ha affermato Sergey Lavrov, ministro degli Esteri russo.
La crisi ucraina, usata come giustificazione per le sanzioni contro Mosca, è “il risultato di giochi geopolitici, svolti dagli Stati Uniti e dai loro alleati in diversi paesi”, ha aggiunto Lavrov, in una intervista pubblica a un giornale locale durante la sua visita di sabato scorso in Portogallo, dicendo che tutto ciò dipende dalla cecità dei burocrati di Bruxelles.

© Global Look Press / Alex Cavendish

‘Spero che vogliano controllarli per la loro salute’: così reagisce la russa FM al generale del Regno Unito, che ha dichiarato ‘Mosca peggio dell’ISIS’
La leadership dell’UE “non solo ha sacrificato i suoi principi e valori chiudendo un occhio sul colpo di stato a Kiev, ma ha seguito la guida di Washington e si è unita alle sanzioni anti-russe”, ha aggiunto.

Nel febbraio 2014, il presidente ucraino, Viktor Yanukovich, è stato sollevato dall’incarico  con la violenza, nella quale hanno avuto un ruolo di primo piano i gruppi nazionalisti radicali. Pochi mesi dopo, il nuovo governo a Kiev ha lanciato la cosiddetta “operazione anti-terrorismo” nel sud-est del paese dopo che la popolazione locale aveva rifiutato di riconoscere i risultati del golpe.

Il conflitto nel Donbas, che, finora, ha causato più di 10.000 morti, è tuttora in corso dato che le autorità ucraine, non è sembra che abbiano l’intenzione di impegnarsi nella tregua con le repubbliche di Donetsk e Lugansk.

“E cosa abbiamo adesso?” Si è chiesto Lavrov. “L’architettura del dialogo tra Russia e UE è seriamente danneggiata; Perdite multimiliardarie europee [dovute a sanzioni e a contromisure da parte di Mosca]; C’è un nuovo conflitto in Europa “ (Chi può negarlo? ndr).

Nel frattempo, gli americani, che sono i diretti responsabili per questa “situazione malata” in Europa, “non hanno sofferto alcuna perdita”, ha detto.

“Inoltre, affermano che questa situazione sia pericolosa” e la usano per intraprendere attività militari pericolose vicino ai confini russi, schierando nuove armi dove voglio sperare “non vi sia spazio per una nuova Guerra Fredda”

La sicurezza dell’Europa e delle sue nazioni “sta diventando un ostaggio delle politiche distruttive esportate dall’altro lato dell’Atlantico”, ha aggiunto, alla FM, riferendosi al massiccio ammassamento della NATO nell’Europa dell’Est in questi ultimi anni.

2125. – Il giorno dopo dopo lo scontro navale fra russi e ukraini nello stretto di Kerch

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Innanzitutto, ecco un riassunto di ciò che è accaduto (inclusi i video) pubblicato da RT:

Aggiungo che al momento in cui è stato compilato questo rapporto (07:38 UTC), la nave da carico che impediva il passaggio sotto il ponte è stata rimossa, il traffico navale è ripreso e la situazione è tornata alla normalità.

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Detto questo, possiamo passare all’elemento più importante per capire cosa sta e cosa non sta accadendo: il Mar d’Azov e il Mar Nero, in un ottica militare russa sono “laghi russi”. Ciò significa che la Russia ritiene di dover eliminare qualunque e tutte le navi (o aeroplani) in questi due mari: sul Mar Nero l’aspettativa di sopravvivenza di ogni intruso dovrebbe misurarsi in termini di minuti, sul Mar d’Azov in pochi secondi. Permettetemi di ripetere, anche qui, che qualunque e tutte le navi che vengono dislocate nel Mar Nero e nel mare di Azov vengono rilevate e tracciate dalla Russia e che tutte queste possono essere facilmente distrutte in pochi secondi. I russi questo lo sanno, gli ucraini lo sanno e, naturalmente, l’”Impero” lo sa. Ancora una volta, teniamo presente questo dato quando cerchiamo di dare un senso a quello che è successo.

Terzo punto, il fatto che le acque in cui si è verificato l’incidente appartengano o no alla Russia è del tutto irrilevante. Tutti sanno che la Russia considera come proprie queste acque e che quanti non intendono riconoscerlo hanno a loro disposizione una infinità di possibilità per contestare la legalità della posizione russa. Cercare di violare con le navi da guerra questi due mari che la Russia considera propria area vitale è semplicemente irresponsabile e francamente, semplicemente stupido (specialmente considerando il punto precedente). Questo è semplicemente ciò che non ci si dovrebbe aspettare da nazioni civili (e ci sono molti esempi di acque contestate sul nostro pianeta).

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Considerando i sondaggi a una singola cifra sull’attuale popolarità di Poroshenko e il fatto che non ha probabilità di essere rieletto (almeno non in elezioni minimamente credibili) il fatto che il regime di Ukronazi a Kiev abbia deciso di scatenare ancora un’altra crisi, per, poi, incolpare di questo la Russia, è un fatto negativo. L’ultimo cosa, veramente, di cui ha bisogno la Russia è un’altra crisi, specialmente, prima dell’incontro fra Putin e Trump, al vertice del G20 di Buenos Aires, che aprirà domani. Infatti, i blogger ucraini hanno immediatamente visto questa ultima provocazione come un tentativo di evitare le prossime elezioni.

Allora, cosa accadrà dopo?

 

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Il G20 del 2018 si terrà domani 30 novembre e il 1º dicembre 2018 nella città di Buenos Aires, in Argentina. Sarà la tredicesima riuniune del Gruppo dei Venti (G20). Sarà la più rovente, più di quella del 2009 che vide le maggiori potenze economiche mondiali affrontare la più grave crisi finanziaria del dopoguerra. Oggi, in cima alle preoccupazioni dei leader politici, degli economisti e degli osservatori internazionali c’è lo scontro sino-americano sul commercio: una tenzone cui il resto del mondo assiste con inquietudine viste le ripercussioni che può avere sulla crescita economica globale.

 

Bene, le opzioni più probabili sono solo un altro Ukie che borbotta “l’aggressione russa” con la speranza che questo:

a) aumenti il ​​valore del regime di Poroshenko agli occhi dell’Impero e

b) mandi all’aria la prevista riunione di Trump-Putin.

Non sono sicuro che a Poroshenko venga data la possibilità di annullare semplicemente le elezioni. Sì, non può vincere, ma l’Impero può sostituirlo. Non solo, ma l’annullamento definitivo delle elezioni sarebbe un disastro PR (a volte, viene scelto dai “figli di buona donna” dell’Impero come, ad esempio, Mahmoud Abbas). C’è ancora una buona possibilità che la dieta degli Ukronazis sentendosi come se non avesse niente da perdere, possa fare questo passo senza precedenti.

Da un punto di vista militare, qualunque sorta di operazione militare, ancorché limitata, dell’Ukronazi contro Russia, Novorussia, Crimea o contro il ponte di Kerch costituirebbe  un suicidio, ma, dal punto di vista della politica sarebbe molto vantaggiosa poiché  consentirebbe a Poroshenko di:
a) addebitare alla Russia tutti i problemi dell’Ucraina;
b) richiedere ancora più sostegno per poter “resistere all’aggressione russa “.
Il problema di questa opzione è che, da numerosi segnali, risulta che molti militari ucraini non se la sentono di combattere i russi in questo momento  (per esempio: si guardi a come tutti i soldati dell’Ukie hanno dato forfait in Crimea; anche i rapporti del blog del “Colonnello” Cassad “, dicono che delle tre navi che tentarono di violare la linea di demarcazione russa, almeno una era comandata da un ufficiale disposto a consegnare, volontariamente, ai russi la sua nave; e, infine, sembra che un marinaio ukraino sia stato fucilato perché si era rifiutato di aprire il fuoco contro i russi).
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È uno degli eventi più recenti nella storia della Federazione Russa o dei russi in quanto russi. Vale la pena di ricordare che domenica gli Ukronazis hanno mandato alcune altre navi, ovviamente perché dessero appoggio alle unità intercettate dai russi, ma non appena i russi hanno interdetto il passaggio e i Su-25 e Ka-52 russi sono apparsi nei cieli, si sono arrestate immediatamente e alla fine hanno lasciato la scena. Lo hanno fatto eseguendo un ordine o perché non erano disposti a morire? Non lo scopriremo mai.

Tirando le somme, c’è una possibilità molto reale di una guerra su vasta scala contro la Russia. Sì, gli Ukronazis sarebbero durati un paio di giorni, ma tenete presente che il loro obiettivo non sarebbe vincere, ma forzare la Russia in un’operazione militare aperta che l’intero “Occidente alleato” dovrebbe condannare come è accaduto per l’attacco alla Georgia l’08.08.08. (sapete bene come si sono comportati , in nome della “solidarietà”, durante la sceneggiata di Skripal). Per quanto riguarda i leader dell’impero anglo-sionista, essi sarebbero ben lieti di combattere la Russia, fino all’ultimo soldato ukraino, questo lo capiamo tutti.

Infine, lasciate che mi rivolga a quanti potrebbero pensare che la Russia in qualche modo abbia reagito in modo eccessivo o non avrebbe dovuto usare la forza. Innanzitutto, vorrei ricordare che stiamo parlando di navi armate e militari, non di barche da pesca. In secondo luogo, gli Ukronazis hanno, letteralmente, sognato ad occhi aperti di abbattere questo ponte ancor prima che fosse costruito. Allora, in che modo i russi avrebbero potuto sapere che quelle navi non erano piene di esplosivi?  In terzo luogo, vorrei ricordare che alcuni mesi fa gli Ukronazis inviarono alcune piccole navi militari a passare sotto il ponte. In quella prima occasione, chiesero il permesso e imbarcarono un pilota russo che li guidasse nell’attraversamento dello stretto. Eppure il regime di Kiev presentò l’evento come una grande “vittoria” contro i Moskal. Questa volta stava cercando di sgattaiolare senza chiedere. Se i russi li avessero lasciati, cosa pensate che avrebbero osato la prossima volta?

La verità è che il regime ucraino sostiene da anni di essere in guerra contro la Russia, che la Russia ha invaso l’Ukraina, che tutti coloro che si oppongono al regime o prendono la parola, financo dicendo la verità fondamentale, sono “agenti del Cremlino / FSB”. La cosa divertente non è che sia la prima volta nella storia di questo paese che la Russia sia accusata di fare una guerra alla quale non ha mai preso parte – è molto più ridicolo non che gli Ukronazis sostengano di essere in guerra con la Russia, ma che abbiano avuto una crisi di isterismo quando una delle loro (minuscole) navi è stata arrestata per aver violato il confine russo. C’è una guerra in corso o no ?! Che diavolo stavano pensando quando hanno cercato di forzare il passaggio ?!

Nota: Non vi è alcun dubbio su questo fatto: al personale militare ucraino viene chiesto perché combattono nel Donbass. Rispondono “perché i russi sono lì”. Poi viene loro chiesto perché non stiano * combattendo in Crimea e loro rispondono “perché i russi sono veramente lì !!”. In conclusione: tutti sanno molto beneche non ci sono forze russe in Novorussia]

Come provi che la controparte è uno “stato aggressore”? Semplice – costringendolo ad attaccarti. Considerando la “cecità selettiva” dell’Occidente collettivo, il fatto che tu sia stato il primo a usare la forza non farà assolutamente alcuna differenza (di nuovo, rivedi 08.08.08).

È ovvio che il regime nazista a Kiev si è venuto a trovare in una via senza uscita e che, se non ricorresse a una di queste azioni drammatiche, Poroshenko sarebbe già spacciato. La maggior parte della ghenga che lo circonda non è disposta a fare di più, specialmente se Timoshenko dovesse ottenere la presidenza (cosa che potrebbe accadere se l’Impero decidesse di dirlo a Poroshenko). Per loro le opzioni sono lasciare l’Ucraina o affrontare un periodo di carcere molto serio (all’incirca, la stessa situazione che Saakashvili ha dovuto affrontare).

Ci stiamo avventurando in un periodo di tempo molto pericoloso, quello in cui un regime Nazista totalmente corrotto è determinato a combattere con ogni stratagemma possibile pure di salvarsi. Se questo si tradurrà in una acutizzazione delle ostilità verso la Novorussia o la Russia è cosa impossibile da prevedere, ma noi dobbiamo tenere in conto che questa è una ulteriore possibilità.

Fonte: The Saker, traduzione Mario Donnini

 

A chiunque appartengano il Mare d’Azov e lo stretto di Kerch,dal punto di vista militare,fanno parte della zona vitale della Russia, resa più vitale dalla pressione esercitata dalla NATO a ridosso delle frontiere russe da Nord a Sud

 

Il presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko

 

Aggiornamento: Lunedì 26 Novembre alle 11:11UTC:

Si è avuta l’impressione che Poroshenko abbia incontrato dei problemi seri nella Rada. Non sorprende che quasi tutte le parti politiche abbiano compreso immediatamente a cosa sarebbero andate incontro e abbiano categoricamente respinto il testo presentato da Poroshenko. Si sono limitate a adottare una nuova versione più blanda del provvedimento, nella quale la legge marziale verrà introdotta soltanto per un mese, anziché due e hanno riconfermato che le elezioni si terranno secondo quanto previsto. Così il nostro “favorito” Uber-perdente Poroshenko ha fallito di nuovo con il suo piano e noi, in questo frangente, dobbiamo guardarci da qualche altra iniziativa folle, perché il regime non cadrà senza rumore. Restiamo in guardia!

2124.- Hans Werner Sinn sulla crisi economica Italiana

Sinn, Hans-Werner, Germany - President ifo institute, May 21, 2015.

 

  • L’Italia non ha capacità competitiva all’interno dell’eurozona. L’Italia, per Sinn, non ha fatto niente per recuperare la sua competitività.
  • Allo stesso tempo nella popolazione gli euroscettici sembrano essere numerosi come in nessun altro Paese europeo.

Sinn, in un articolo sul blog <Voci dalla Germania>, interrogandosi “sulle ragioni dell’ascesa dei partiti populisti in Italia, ne individua la causa negli euro-salvataggi. Secondo Sinn le scelte “interventiste” della BCE si configurano sempre più come scelte politiche keynesiane più che come politiche monetarie; il Quantitative Easing ha di fatto impedito la fondamentale contrazione dei salari italiani per riacquistare competitività”.

Sinn cita, invece, come un caso di successo, l’Irlanda, dove non vi sono stati interventi-tampone e dove l’aggiustamento verso il basso di retribuzioni e prezzi ha favorito la successiva ripresa. La ripresa per chi, chiedo io?

L’ex presidente dell’IFO è ormai in pensione, ma non sembra voler lasciare la scena e ritirarsi definitivamente. In un’intervista con il quotidiano “Welt” spiega quale, secondo lui, sarà il primo Paese a lasciare l’Euro. Non si tratta della Grecia: Sinn ritiene che il Paese che per primo abbandonerà la moneta unica sarà proprio l’Italia. “La probabilità che l’Italia resti in maniera permanente parte dell’eurozona scende di anno in anno”, dice l’economista, “il Paese non sa gestire la moneta unica. L’economia italiana non è competitiva e non ha negli anni scorsi compiuto gli sforzi necessari per tornare a esserlo”.

“Davvero mi chiedo quanto l’Italia riuscirà a rimanere ancora nell’Eurozona”

La situazione economica nel Paese sembra essere così disperata che la fuoriuscita dall’Euro parrebbe solo una questione di tempo. “Davvero mi chiedo quanto l’Italia riuscirà a rimanere ancora nell’Eurozona”, afferma l’ex presidente dell’istituto di Monaco.

Rispetto agli anni precedenti alla crisi la produzione è scesa del 22% e sono sempre di più le imprese che falliscono. La disoccupazione giovanile si attesta poco sotto al 40%. “Nessun Paese sopporta una situazione così catastrofica per molto tempo”, afferma l’economista.

Sinn stesso non vorrebbe che l’Italia uscisse dall’Euro, ma, afferma, nell’establishment italiano non si vedrebbero scelte alternative. “La metà degli italiani vuole uscire dall’Euro. Si tratta della percentuale più alta registrata in tutti i Paesi in cui è stata svolta un’indagine a questo proposito”, dice l’economista.

“Lo scetticismo nei confronti dell’Euro continua ad aumentare”

“Sia considerando la classe dirigente che gli elettori, lo scetticismo nei confronti dell’Euro continua ad aumentare.”

Nonostante la gravissima situazione economica non vengono però, secondo Sinn, implementate le riforme necessarie: “Si dovrebbe lavorare sulla competitività dell’economia, ma non sta cambiando niente. In Italia si parla molto, ma non si fa nulla.”

L’economia italiana continua a produrre a prezzi eccessivi per essere competitiva a livello internazionale, sostiene l’economista. Il livello dei prezzi era eccessivamente alto già prima della crisi finanziaria del 2008, e da allora non è sceso minimamente. Dal 1995 il costo di produrre in Italia è anzi salito del 42% rispetto a quello che si sostiene in Germania (Articolo pubblicato in origine su HuffPost Germania. Tradotto in italiano da Lisa Di Giuseppe).

L’Italia non ha fatto nulla per rilanciare la propria competitività

e “PER I TARGET2 SE USCIAMO DALL’EURO”.

Target2 è un sistema di pagamento di proprietà dell’Eurosistema, che ne cura anche la gestione. È la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale.

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Cosa sono i sistemi di pagamento?

Le economie moderne devono poter contare su un flusso di operazioni sicuro ed efficiente; i sistemi di pagamento sono la “rete idraulica” che permette alla moneta di fluire nell’economia. Target2 è un sistema di pagamento che consente il trasferimento di moneta tra le banche dell’UE in tempo reale. Questa funzione è definita regolamento lordo in tempo reale (real-time gross settlement, RTGS).

Hans Werner Sinn lo spiega chiaramente: “I crediti Target della Bundesbank rappresentano ormai quasi la metà (49%) delle attività nette sull’estero tedesche”. Al contrario, i debiti Target dei paesi sud-europei, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna (GIPS) alla fine di ottobre avevano raggiunto 811 miliardi di Euro. Per i paesi GIPS queste transazioni sono un affare: possono scambiare titoli con una scadenza, un rendimento da pagare e in mano a investitori privati potenzialmente problematici con un debito puramente contabile, senza interessi, senza scadenza e nei confronti della loro banca centrale – istituzioni che secondo il Trattato di Maastricht avrebbero dovuto avere una responsabilità limitata e senza alcun obbligo di intervenire con pagamenti aggiuntivi.

Se il sistema dovesse saltare e questi paesi dovessero uscire dall’Euro, le banche centrali nazionali sarebbero fallite, in quanto i loro saldi Target sono denominati in Euro e i loro crediti nei confronti dei rispettivi stati e delle banche nazionali sarebbero convertiti nella nuova moneta svalutata. I crediti Target si dissolverebbero nell’aria, la Bundesbank e la banca centrale olandese potrebbero solo sperare che le altre banche centrali rimanenti intendano partecipare alle perdite.

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Chi ci vuole fuori dall’euro? non sono gli euroscettici italiani, ma gli economisti tedeschi

Hans Werner Sinn, anzitutto, considera il nostro saldo negativo Target 2 come un “Debito” della Banca Centrale Italiana nei confronti della controparte tedesca, la BuBa, che al contrario presenta un saldo positivo, quindi, osserva che non esiste nessuna garanzia per il credito della BuBa nei confronti degli altri paesi debitori.

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Come si generano i saldi target 2? Per esser telegrafici:

  • dai pagamenti della bilancia commerciale fra Italia e Germania, in squilibrio a favore di Berlino per alcuni miliairdi di euro, ma nulla di drammatico;
  • dagli investimenti italiani in Germania;
  • dalle operazioni di acquisto titoli presso la borsa di Francoforte o comunque in Germania;
  • dall’apertura di conti correnti di italiani in Germania (cioè da debiti del sistema bancario tedesco verso italiani).

Appare chiaro che l’effetto dei desiderata di Sinn sarebbe:

  • l’azzeramento del saldo commerciale positivo della Germania verso l’Italia , da sostituirsi con produzioni italiane;
  • la limitazione degli investimenti di italiani nel paese teutonico;
  • la limitazione di operzioni di italiani sulla borsa di Francoforte, ed il ritorno all’utilizzo di operatori italiani;
  • la chiusura delle aperture di CC in Germania o , in generale, dell’acquisto di attivi finanziari tedeschi da parte  di italiani.

Si avrebbe, allora, un “Euro tedesco”, che avrà un valore superiore ad un “Euro Italiano” o ad un “Euro greco”; infatti se volessi comprare in Germania dovrei offrire un premio, perchè, ad esempio, dovrei rendere ad un tedesco più conveniente comprare in Italia. Invece, la moneta unica deve valere lo stesso a Helsinki come ad Cipro. La base della moneta unica (non solo europea, ma di qualsiasi parte del mondo), sarebbe rotta ed avremmo più aree con più monete, con valori diversi. Una situazione simile a quella che sussisteva nell’epoca dei comuni, quando esistevano il “Grosso” tortonese ed il “Grosso ” genovese o milanese, ognuno però con valori diversi.

Quindi la strada di Sinn e della superbia germanica, ma, spero, non dell’IFO, è quella di spezzare l’euro creandone uno forte, dei paesi con target 2 positivo, ed uno debole con i paesi del target 2 negativo, e, paradossalmente, il commercio fra le due aree sarebbe più complesso che con l’estero: perchè se esistono cambi ufficiali fra euro e dollaro, yen, yuan, o rublo, chi o cosa fisserebbe il cambio fra un euro forte ed un euro debole ?

 

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A cura di @PaMar

Sinn ha recentemente pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, FAZ, un articolo in due parti dal titolo “Italiens regierung will mehr schulden machen als bruessel erlaubt”,  La tragedia Italiana, recuperabile dal suo sito personale. Il Blog <Voci dalla Germania> ne pubblica una traduzione italiana. Lo troviamo su Scenari economici.

Le 4 vie d’uscita dalla situazione attuale per l’ordoliberismo tedesco. I sogni di Hans Werner Sinn (ed il Golpe di Berlusconi)

Come abbiamo detto, Hans Wener Sinn è membro de think tank ufficiale del governo tedesco IFO, quindi le sue parole sono piuttosto pesanti e , per quanto apparentemente non sensate, o basate su presupposti fallaci, sono da prendere con serietà e con peso.

Nella seconda parte, dell‘articolo per la FAZ, dal titolo leggermente drammatico: “La tragedia Italiana” Sinn commenta, in maniera molto realistica, l’ultimo atto della crisi dell’eurozona e indica le  4 vie d’uscita che lui vede alla situazione di stallo attuale.

Prima di tutto descrive la situazione che ha prodotto l’euro, prendendo però un abbaglio, quando considera che l’Italia dei primi anni 90 era fallimentare: lo era , ma perché aveva accettato il “Pre euro” del cambio “peggato“.

Peg

Peg è un termine inglese che letteralmente significa “fissare” e che viene utilizzato in finanza ed economia per indicare la politica monetaria, attuata da un governo o da una banca centrale, che consiste nel fissare il tasso di cambio della valuta nazionale, rispetto ad un’altra valuta.

Il peg può essere regolabile nel tempo e può consentire un range di oscillazione dei prezzi attorno al prezzo stabilito. Esempi possono essere quelli dello Yuan Cinese (CNY), fissato contro il Dollaro USA (USD), o il Franco Svizzero (CHF), fissato contro l’Euro (EUR). È questo il cambio “peggato”.

A cosa serve il Peg?

I peg imposti sulle valute permettono agli esportatori di sapere esattamente quale sarà il valore del tasso di cambio al momento delle loro transazioni, semplificando così il commercio. Contribuisce a tenere sotto controllo l’inflazione.

 

Sciolto quel vincolo, dopo il 1994 il debito era tornato a decrescere ed ha proseguito su quella strada sino al peg con l’euro:

Quindi, semplicemente, l’Italia non è adatta ad una politica ordoliberista. Fatta questa premessa, però, Sinn conferma quello che tutti sappiamo: dopo la crisi del 2008 la produzione industriale del sud Europa non si è ripresa:

Naturalmente, tutta colpa della nostra innata pigrizia mediterranea. Interessante è l’affermazione, o la ripresa della notizia, delle trattative segrete di Berlusconi nel 2011 per sganciarci dall’Euro, contemporanee ad identiche tratative di Papandreou, che costarono a questi due leader la carriera politica. Furono costretti a lasciare dalle Banche, il che mostra come i banchieri siano di corte vedute.

Naturalmente Monti “il Buono ” ha provato a  riformare, peccato che abbia fatto salire di 15 punti il rapporto debito PIL (ma questo dato gli sarà sfuggito, come molte altre cose), comunque, vediamo le 4 soluzioni che vede Sinn per l’impasse attuale:

  • La garanzia congiunta europea del debito pubblico e privato con sostituzione dei titoli nelle banche (pensiamo italiane, ma non solo) con garanzie europee. Naturalmente questa soluzione non piace al nostro ordoliberista austero, perchè trasformerebbe tutta l’Italia in un “Mezzogiorno”. Certo magari in Italia si comprano BMW, come una volta a Palermo si compravano Alfa Romeo, ma non sottilizziamo;
  • Deflazionare violentemente il sistema italiano con un forte  calo (nell’ordine dell’8-12%)  delle remunerazioni, da ottenersi attraverso profonde riforme, disoccupazione etc. Del resto, dice Sinn, la Grecia e la Spagna  ci sono riuscite, ed, infatti, adesso hanno un gradevole tasso di dsoccupazione del 18% la prima e del 15% la seconda, dopo anni a tassi attorno al 20%. Quindi, dopo 5-10 anni di disoccupazione DOPPIA dell’attuale (e con i criteri ISTAT…) FORSE saremmo efficienti e “più tedeschi”. Lo stesso Sinn ritiene la cura poco sopportabile, oltre che foriera dell’esplosione del sistema creditizio;
  • Il terzo è una maggiore inflazione per la Germania e per il Nord Europa, circa il 2%,  una via teoricamente indolore perché basterebbe proseguire con il QE e che incrementerebbe la ricchezza finanziaria nordica. QUINDI non verrà perseguita, perchè, altrimenti, questi popoli potrebbero diventare spendaccioni…
  • Il quarto è l’uscita dell’Italia dalla zona euro seguendo la guida stabilita dell’Ecofin per la Grecia in modo informale (ne parla anche Varoufakis che ne discusse con Schaeuble). In quel caso il problema sarebbe la fuga dei capitali ed i danni per le banche estere dalla svalutazione per ridenominazione del debito italiano. Problemi, quindi, sono per la Francia e per i mercati, come se con le perdite dei  corsi High Tech del 40% e con la crisi politica in atto, a Parigi, non ci fossero già problemi.

Chiaramente Sinn, come Schaeuble a suo tempo, sostiene la quarta opzione, anche se non ha capito nulla, o pochissimo delle posizioni del ministro Savona, che evidentemente non ha mai letto. Invece, Macron punterà sul punto primo, oppure, sul secondo. La nostra opposizione interna, PD e FI puntano decisamente alla numero due, cioè alla forte deflazione salariale pur di restare nell’euro, a cui sono politicamente legati mani e piedi: Ci vedete Tajani riacquistare una qualsiasi funzione politica in Italia? Questo è il campo di battaglia della situazione attuale, dove si affrontano forze non trasparenti ed incontrollabili. L’importante è mantenere la calma ed agire in modo coerente e razionale.

Infine, ma non ultima: sull’immigrazione e lo stato sociale

Dal sito Hookii, traggo un’analisi in cui Hans Werner Sinn (l’articolo pubblicato su Project Syndicate è disponibile sul sito di Hans-Werner Sinn in versione completa) ha analizzato la relazione tra welfare state e libertà di movimento nell’Unione Europea. È datato, ma attuale:

Welfare states are fundamentally incompatible with the free movement of people between countries if newcomers have full access to public benefits as soon as they arrive. If we are to take the free movement of people seriously, we should slaughter the sacred cow of immediate eligibility.

MUNICH – The armed conflict destabilizing some Arab countries has unleashed a huge wave of refugees headed for Europe. About 1.1 million came to Germany alone in 2015. At the same time, the adoption of the principle of freedom of movement within Europe has triggered massive, but largely unnoticed, intra-European migration flows.

Lo traduco perché meditiate:

26 gennaio 2016 HANS-WERNER SINN
Gli stati fondati sul welfare sono fondamentalmente incompatibili con la libera circolazione dei nuovi arrivati, man mano che arrivano. Se vogliamo prendere sul serio la libera circolazione delle persone, dovremmo massacrare la vacca sacra dell’ammissibilità immediata (Faccio notare che, oggi, al Governo, si litiga, o si finge di litigare per la sottoscrizione del Global Compact for Migration. Ndr).
MONACO – Il conflitto armato che destabilizza alcuni paesi arabi ha un’ondata di profughi diretti verso l’Europa. Circa 1,1 milioni sono arrivati solo in Germania nel 2015. Allo stesso tempo, l’adozione del principio della libertà di circolazione in Europa ha innescato massicci flussi migratori intra-europei, ma in gran parte inosservati.

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Aggiungo quanto affermato da un articolo dell’Economist riprendendo un’analisi del Centre for Global Development, think-tank nonprofit americano, da leggere avendo presente le politiche di Visegrad e del presidente Donald Trump, in particolare, nei riguardi del Messico e del suo rifiuto di sottoscrivere il Global Migration Compact, al contrario di Conte e Moavero (il No della Lega cui accennavo è un artifizio a scopi elettorali? Lo vedremo presto perché l’alternativa alla sottoscrizione, per Salvini, senza tirare in ballo la sovranità del Parlamento, è l’uscita e la caduta del Governo):

Se gli abitanti dei paesi poveri del mondo potessero muoversi liberamente nei paesi sviluppati guadagnerebbero molto di più che stando nei loro paesi d’origine.

“Labour is the world’s most valuable commodity—yet thanks to strict immigration regulation, most of it goes to waste,” argue Bryan Caplan and Vipul Naik in “A radical case for open borders”. Mexican labourers who migrate to the United States can expect to earn 150% more. Unskilled Nigerians make 1,000% more

“Bryan Caplan e Vipul Naik sostengono che si tratta della materia prima più importante – eppure quella di una regolamentazione rigorosa sull’immigrazione”, sostiene un caso radicale di apertura delle frontiere “. I lavoratori messicani che emigrano negli Stati Uniti possono aspettarsi di guadagnare il 150% in più. I nigeriani non qualificati guadagnano il 1.000% in più..

Si stima che, in caso di frontiere aperte, circa 630 milioni di persone potrebbero decidere di spostarsi dal loro paese – non importa se questi numeri potrebbero essere sovra o sottostimati a seconda delle circostanze.

Le preoccupazioni dei “nativi” riguardano principalmente la possibilità che gli stranieri minino le basi dello stato – sia a livello di diritti che a livello di stato sociale – portino più crimine, più terrorismo ed abbassino gli stipendi dei lavoratori locali. Queste considerazioni devono essere parallelate al tipo di migrazione e tengo a puntualizzare che in Europa arrivano masse di fannulloni maschi, senza né legge né morale e con una percentuali di malattie varie, anche letali, intorno al 50%.

2123.-BOTTA E RISPOSTA FRA UKRAINA E RUSSIA, MA PUTIN SA COSA VUOLE.

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Putin ha risposto alle sanzioni di Kiev con le contro-sanzioni russe, ma, dal conflitto politico, si è passati alle armi.

Dopo la Crimea, i russi hanno annesso il mar d’Azov e, ora, difendono lo stretto di Kerch con le armi dal tentativo delle navi da guerra ucraine di violarlo.

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Alla radice del confronto, c’è l’annessione, meglio, la cancellazione del trasferimento della Crimea alla Repubblica Sovietica dell’Ukraina, voluto da Breznev, ma sempre nell’ambito dell’URSS. Descrivemmo Sevastopol come la base della flotta russa del Mediterraneo, fin dai tempi degli zar e che paragonammo alla base di Pearl Harbour per gli Stati Uniti. Putin difende la Russia e la pace dall’avanzata della NATO sulle sue frontiere e ha annesso il Mar d’Azov, cruciale per la sicurezza russa. All’epoca del crollo dell’Unione Sovietica, nel dicembre 1990, l’allora presidente Bush (“41”) rassicurò la dirigenza russa che per gli Stati Uniti l’Ucraina sarebbe restata nella “sfera d’influenza russa”. Per comprendere le ragioni di questa annessione, ricordo il via vai della US NAVY dal Mar Nero, ma anche la strategia degli USA, che mira a impegnare le forze strategiche russe sugli obbiettivi di frontiera, prima che a quelli sul suolo americano. Da parte ucraina, le contro-sanzioni e l’annessione del Mar d’Azov sono considerate da Kiev come la continuazione dell’aggressione russa iniziata nel 2014, un ulteriore atto che mira a destabilizzare lo scenario politico e le relazioni con i principali attori economici che hanno interessi in Ucraina. una incredibile e arrogante ingerenza da parte degli Stati Uniti negli affari interni di uno Stato sovrano. Il presidente del consiglio Mikola Azarov dichiarò: “Venne da me la consigliera diplomatica del presidente Obama, Victoria Nuland, a pormi una sorta di ultimatum: o accettavo di formare un nuovo governo di unità nazionale che accontentasse gli anti russi oppure l’America non sarebbe stata a guardare”. Victoria Nuland ebbe un ruolo di primo piano e l’ambasciata USA a Kiev fu il centro operativo. E venne Piazza Maidan.

L’Ukraina, la Grecia e l’Italia sono l’immagine triste di ciò che la finanza USA farà dell’Europa: in Ucraina con le armi, in Grecia con la finanza e in Italia con i massoni.

l’Ukraina è il terzo maggior esportatore di mais,
l’Ukraina è il quinto esportatore mondiale di grano,
l’Ukraina ha 32 milioni di ettari di terra coltivabile equivalente a un terzo totale della terra produttiva dell’Unione Europea.

Grazie al conflitto armato ucraino, le multinazionali USA del settore agricolo Monsanto, Cargill e DuPont hanno fatto crescere i loro investimenti nel paese in modo esponenziale.

Il controllo del sistema agricolo ucraino è un fattore fondamentale nel maggior conflitto tra Est e Ovest dalla fine della Guerra Fredda.

 

Le contro sanzioni russe hanno costituito un avvertimento per l’elité politico-finanziaria ucraina, tuttora, compromessa economicamente con la Russia, perché non avranno ricadute sui colossi industriali ucraini del sud est europeo, soprattutto, della produzione e commercializzazione di prodotti alimentari; infatti, è dal 2014, che questi non esportano più in Russia. Fin qui, il conflitto è stato politico. Ed è un botta e risposta perché le contromisure russe verrebbero cancellate nel caso in cui Kiev decidesse di revocare le proprie; altrettanto e veniamo ad oggi, le navi russe non avrebbero, prima ingaggiato e, poi, attaccato quelle ucraine se queste non avessero tentato azioni di forza. Le navi russe controllano lo stretto di Kerch da luglio, ma non c’è nessun blocco navale russo e nessun impedimento al traffico marittimo internazionale, non solo ucraino, quindi . Infatti, un protocollo del 2003 consente e garantisce il libero transito mercantile. in seguito a ripetuti atti di pirateria da parte dell’Ukraina, per esempio, arresto illegale di navi commerciali sotto bandiera russa, la marina russa ha istituito un controllo, non più solo formale, ma reale, del traffico marittimo. Come risultato, nel porto di Mariupol, il principale scalo ucraino sul Mar d’Azov, non attraccano più navi, vuoti sono i container che giacciono sulla banchina, ferme le gru che puntellano un paesaggio immobile. Così, Matteo Zola, per East Journal:“La quiete di Mariupol, snodo per le merci prodotte nella regione, è lo specchio della tensione che ancora agita il paese.

La città è stata circondata dai filorussi e ancora adesso è stretta nella morsa dei check-point. Da qualche tempo, anche nel mare – unico sfiatatoio della città – è stato eretto un muro: navi da guerra russe bloccano lo stretto di Kerch impedendo l’accesso al mar d’Azov. Mercantili e pescherecci restano come imprigionati in uno stagno. I commerci verso il mar Nero sono bloccati.”Zola non vuole ammettere che la base della flotta russa sia stata e sarà in Crimea e prosegue: “Quelle che erano acque divise fra Russia e Ucraina e, in base a un accordo del 2003, liberamente navigabili dai navigli dei due paesi, sono diventate acque -illegalmente- russe dopo l’annessione -altrettanto illegale- della Crimea.” “Le acque territoriali ucraine sono state ridotte della metà. La Russia afferma che il blocco è una misura preventiva per difendere il ponte di Kerch, recentemente costruito ad unire le due sponde dello stretto omonimo, dall’attacco di terroristi ucraini. Kiev ribatte che si tratta di un tentativo, peraltro riuscito, di isolare la città in vista di futuri attacchi.

Le poche navi cui le autorità russe consentono l’accesso subiscono lunghi ed esasperanti controlli da parte delle guardie di frontiera marittime russe, causando ulteriori perdite finanziarie sia per i porti, sia per le compagnie di navigazione. “Il controllo dura da tre a quattro ore, ma aspettare gli ispettori richiede fino a cinque giorni”, ha dichiarato il direttore del porto di Mariupol, Oleksandr Oliynyk. La naturale conseguenza di questi controlli è l’abbandono del porto di Mariupol da parte degli armatori e delle aziende di trasporto marittimo.” Fino a ieri, Kiev era consapevole che provocare i russi sarebbe stato un regalo per loro. Da oggi, non più.

UKRAINA: I russi hanno attaccato nel mar d’Azov, feriti tra i soldati ucraini

La vicenda è iniziata domenica 25 novembre, quando una nave della Guardia costiera russa ha speronato un rimorchiatore ucraino durante un trasferimento di navi ucraine dal porto di Odessa al porto di Mariupol nel Mar d’Azov, causando danni al motore e allo scafo. Le tre navi ucraine – il “Berdiansk”, il “Nikopol” e il “Yany Kapu” – avevano ignorato “le richieste formali di fermarsi” e “eseguivano manovre pericolose” e le navi da guerra russe dovettero aprire il fuoco per costringerli a fermarsi, dice l’FSB. Le tre navi furono poi sequestrate e rimorchiate nel porto di Kerch in Crimea .

Oleksiy Bondarenko  

Sale la tensione tra Ucraina e Russia nel mar d’Azov dopo che navi militari russe hanno attaccato domenica scorsa alcune imbarcazioni con bandiera ucraina. Si riportano almeno una mezza dozzina di feriti tra i militari ucraini. E’ il primo vero scontro ufficiale tra Mosca e Kiev da quando la Russia ha annesso la Crimea nel 2014.

Le premesse

Da alcuni mesi le acque del mar d’Azov sono diventate lo scenario di un confronto sempre più muscolare tra Mosca e Kiev. Quelle che erano acque divise fra Russia e Ukraina e, in base a un accordo del 2003, liberamente navigabili dai navigli dei due paesi, sono diventate acque russe dopo l’annessione della Crimea. Gli ucraini accusano i russi di aver chiuso lo stretto di Kerch attraverso un blocco militare impedendo il regolare accesso delle loro imbarcazioni.

I fatti

Domenica mattina tre navi militari ucraine avevano lasciato Odessa, dirigendosi verso Mariupol, il principale porto ucraino sul mar d’Azov. Nel momento del loro avvicinamento allo stretto di Kerch, l’unico punto di passaggio verso il mar d’Azov, i vascelli sono stati intercettati dalla marina militare russa che ha prima cercato di speronare una delle imbarcazioni per poi aprire il fuoco. Il conflitto ha provocato diversi feriti tra i militari ucraini, con un soldato che rimane in gravi condizioni. Le tre navi ucraine sono state scortate fino al porto di Kerch, illegalmente sotto la giurisdizione russa, dove rimangono sotto ‘sequestro’.

Lo scambio di accuse

L’escalation ha provocato un duro scambio di accuse tra Russia e Ucraina. Kiev ha definito lo scontro come una diretta aggressione da parte di Mosca. Secondo la marina ucraina, infatti, la controparte russa era stata avvisata con largo anticipo della manovra. In seguito allo scontro, una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale è stata convocata con massima urgenza, mentre tutti gli organi di difesa nazionale (esercito, guardia nazionale e polizia) sono stati messi in stato d’allerta.

Il Cremlino da parte sua dichiara la manovra delle navi ucraine presso lo stretto di Kerch come una provocazione e una violazione delle acque territoriali russe. Infatti, nonostante sia ancora in vigore un accordo del 2003 che permette la libera navigazione da parte dei due paesi del mar d’Azov, la Russia considera de facto quelle acque come proprie.

 

 

La reazione internazionale

Una delle più gravi escalation tra Russia e Ucraina non ha lasciato indifferente la comunità internazionale. Una riunione straordinaria delle Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stato convocato per la serata di oggi. Sempre nella giornata di oggi sarà tenuto un incontro straordinario anche della commissione Ucraina-NATO. A Bruxelles intanto i rappresentanti UE hanno espresso tutta la loro preoccupazione per la crescente instabilità, invitando le parti ad adottare misure volte a stemperare la tensione e ripristinare la liberta di navigazione attraverso lo stretto di Kerch. Dopo alcune ore, infatti, questa mattina lo stretto di Kerch è stato riaperto alla navigazione di mezzi mercantili.

Leggi marziali a Kiev?

Il presidente ucraino Petro Poroshenko intanto ha dichiarato che nella serata di oggi presenterà in parlamento la proposta di introdurre le leggi marziali. Anche se il reale contenuto della proposta potrà essere valutato solamente dopo l’eventuale approvazione da parte del parlamento (seduta prevista per oggi a partire dalle 15 ore italiane), in linea generale le leggi marziali potranno comportare una riduzione delle libertà civilipolitiche (compresa la sospensione delle elezioni) ed economiche per un determinato periodo di tempo (probabilmente almeno 60 giorni), concedendo poteri straordinari al governo e al presidente. Il tutto sullo sfondo della campagna elettorale in vista delle prossime elezioni presidenziali (marzo 2019), in cui il rating dell’attuale presidente continua – almeno fino alla giornata di ieri – a colare a picco. In attesa di capire gli ulteriori sviluppi, questa nuova crisi tra Russia e Ucraina rimane, a ben vedere, indissolubilmente legata alle vicende politiche interne.

2122.- Contromarcia: L’Ue non sanzionerà l’Italia, aspetta che i mercati soffino sullo spread. L’analisi del prof. D’Antoni di Redazione Start Magazine.

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Le previsioni sballate della Commissione europea in passato sul Pil, la decisione di Bruxelles sull’Italia, l’iter della procedura d’infrazione e le vere mire del governo Ue. Tweet, commenti e analisi di Massimo D’Antoni, docente di Scienza delle Finanze all’università di Siena: “Il vero elemento di pressione sull’Italia verrebbe cioè esercitato dalla difficoltà a collocare i titoli di Stato presso gli investitori”

 

Di seguito brevi stralci dell’intervista del prof. D’Antoni a Lorenzo Torrisi del Sussidiario.net

LA VERA PORTATA DELLA PROCEDURA DI INFRAZIONE CONTRO L’ITALIA

La procedura di infrazione non è di per sé un evento eccezionale. Per esempio, noi ne siamo usciti nel 2013, la Francia ne è uscita l’anno scorso e la Spagna quest’anno. Si tratta di un diverso regime di controlli da parte dell’Europa che comporta richieste più pressanti di aggiustamento dei conti. La storia recente dimostra comunque che si può essere in regime di infrazione per diversi anni senza subire conseguenze pesanti.

LE SANZIONI POTENZIALI E LE MIRE REALI DI BRUXELLES SULL’ITALIA

In tal caso c’è la possibilità di comminare sanzioni, ma non mi risulta che in passato si sia mai arrivati a questo punto. Ho l’impressione che la stessa Commissione più che sui meccanismi politico-sanzionatori conti sull’effetto indiretto che la situazione di conflitto che si è venuta a creare provoca via mercati finanziari. Il vero elemento di pressione sull’Italia verrebbe cioè esercitato dalla difficoltà a collocare i titoli di Stato presso gli investitori. Bruxelles sa benissimo che la pressione dei mercati finanziari potrebbe indurre un Paese molto indebitato come il nostro a cedere.

PERCHE’ NON CI SONO VIE D’USCITA PER L’ITALIA

All’Italia non siano state date vie d’uscita diverse dal ritiro della manovra e dal rispetto delle regole. C’è una visione proprio diversa su quello che è necessario fare: il Governo ritiene che occorra rilanciare la crescita attraverso la domanda. Nei rapporti della Commissione leggiamo che dall’anno prossimo l’economia italiana avrà raggiunto il suo potenziale, e quindi non è più possibile per il nostro Paese invocare come in passato il persistere di una situazione di crisi.

LE CONTESTAZIONI DELLA COMMISSIONE EUROPEA ALL’ITALIA E AL GOVERNO CONTE

La Commissione rimprovera all’Italia di non ridurre il debito in maniera adeguata, in linea con le regole del patto di stabilità, ma nello stesso tempo si ammette che con la manovra il debito in rapporto al Pil non aumenterebbe, nemmeno alla luce delle sue stime che sono meno generose di quelle utilizzate dal Governo e dall’Istat. Insomma, il motivo della bocciatura non è un debito fuori controllo, ma la scelta del Governo di stabilizzarne la dimensione in rapporto al Pil invece di ridurlo in modo deciso come sarebbe richiesto dalla cosiddetta regola del debito. Si tenga conto a questo riguardo che tale regola non è stata rispettata nemmeno negli anni passati.

2121.-Perché si cela una mazzata all’Italia nel patto Merkel-Macron su conti statali e debito pubblico.

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Che cosa può nascondere per l’Italia il patto Francia e Germania al centro dei lavori dell’Eurogruppo. Il commento di Gianfranco Polillo

Dopo la vicenda un po’ burlesca dei termovalorizzatori (se ne farà uno in ogni provincia o si chiuderanno quelli della Lombardia?) un’altra tegola rischia di abbattersi sul governo giallo verde. E riguarda le prospettive europee. I lavori dell’Eurogruppo, che si sono appena conclusi, sono riservati, per non dire segreti. Al termine della riunione solo generiche assicurazioni da parte dei principali protagonisti. Ed ecco allora il ministro delle Finanze tedesche, Olaf Scholz, esultare, al termine della seduta: “Il 90-95 per cento del lavoro è fatto, resta ancora una parte cruciale da fare ma nel complesso è un successo”.

Sembrerebbe, quindi, che il treno della riforma del bilancio europeo sia partito, senza incontrare resistenze. “Sono stato felice di vedere – ha aggiunto il ministro tedesco nella conferenza stampa tenuta insieme al collega francese Bruno Le Maire – che nessuno è stato offeso dalla proposta franco-tedesca ma al contrario tutti sono stati d’accordo e c’è stato un dibattito molto cooperativo”. Quindi anche l’Italia non sembrerebbe aver posto obiezioni. Ed allora le prese di posizione nettamente contrarie di Matteo Salvini?

Riavvolgiamo il nastro. Il nodo del contendere era l’istituzione di un bilancio dell’Eurozona, la cui finalità doveva essere quella di aiutare i Paesi membri a realizzare le riforme indispensabili per conseguire una crescita più sostenuta. Riforme in genere costose dal punto di vista politico e sociale, a causa del loro impatto su abitudini consolidate. Avere a disposizione maggiori risorse può essere, quindi, lo strumento indispensabile per oliare giunture da tempo ossificate e promuovere i necessari processi di cambiamento. In passato erano i singoli Stati nazionali a realizzare progetti simili, com’era avvenuto in Germania con le riforme del mercato del lavoro, portate avanti da Peter Hartz. In quel caso le maggior risorse derivavano dalla possibilità di fare un deficit di bilancio anche superiore al 3 per cento del Pil, senza incorrere nei rigori della Commissione europea.

Che Bruxelles pensi di razionalizzare l’intero sistema, appostando a bilancio una cifra di 22,2 miliardi da redistribuire ai Paesi più virtuosi è cosa buona e giusta. Salvo naturalmente un giudizio finale sull’eventuale consuntivo. La coda del diavolo è nei dettagli. Da queste provvidenze – ma anche questo ha una sua logica – saranno esclusi quei Paesi che non rispettano le prescrizioni indicate dalla stessa Commissione, in sede d’esame dei programmi nazionali. A rigore, quindi, l’Italia dovrebbe essere fuori, essendo candidata ad essere l’imputato principale del delitto di violazione della “regola del debito”. Si spiega pertanto la dura reazione di Matteo Salvini: porremo il veto. Ma così, stando almeno alle dichiarazioni rese, non sembrerebbe essere stato.

Nel labirinto degli specchi, che caratterizza i lavori della Commissione, è difficile cogliere i punti di caduta delle discussioni in corso. Specie se il contesto è ancora estremamente fluido. Inoltre l’Italia si trova esposta su più fronti. Deve far digerire – se mai ci riuscirà – la “manovra del popolo” che a Bruxelles è vista come il fumo negli occhi. Forse aprire un altro fronte di scontro, prima di conoscere quali saranno le decisioni sull’eventuale procedura d’infrazione, non conveniva. Questo spiegherebbe le dichiarazioni sibilline di Scholz. In che cosa consiste esattamente “la parte cruciale” che resta da fare? Incorpora le riserve italiane? O altro? Visto che su un tavolo parallelo si sta anche discutendo di rinegoziazione dei titoli del debito pubblico.

Com’è noto i titoli aventi durata superiore ad 1 anno sono caratterizzati dalla cosiddetta clausola CAC’s (class actions). Sulla scorta degli avvenimenti greci, ogni rinegoziazione delle originarie clausole di emissione deve essere sottoposta ad una trattativa tra l’Ente emittente ed i suoi creditori. Trattandosi di titoli a larga diffusione, le attuali regole prevedano che la controparte privata sia costituita dalla maggioranza dei relativi possessori. L’eventuale trattativa, che può riguardare le scadenze, i livelli di interesse, l’abbattimento del capitale – l’hair cut – fino a giungere alla ridenominazione in valuta locale, nel caso di exit, è portata avanti da una maggioranza qualificata, che può escludere i possessori retail. Quei risparmiatori cioè che, spesso in modo inconsapevole, hanno seguito le indicazioni della propria banca.

A livello europeo si sta discutendo delle eventuali modifiche delle relative regole. Discussione che ha incontrato l’opposizione del ministro Tria, stando almeno ad informazioni stampa. L’elemento di riservatezza, che circonda queste discussioni, non consente di avere contezza della posta in gioco. Che comunque, nel caso italiano, dato il livello del debito, è rilevante. Per fortuna si tratta ancora di un livello istruttorio. Ma sarebbe comunque opportuno conoscere il dettaglio, onde evitare il bis del “bail in”. Quelle misure passarono nell’assoluta indifferenza generale. Lo stesso Parlamento si limitò a mettere il bollo, salvo poi trovarsi scoperto a seguito dei fallimenti bancari, i cui costi li pagheremo nell’attuale manovra. Evitiamo pertanto gli errori del passato, con una discussione aperta, fuori da circuiti misteriosi.

Come si vede la carne al fuoco è tanta. Si va dalla forse ormai inevitabile procedura d’infrazione, che alimenta il tormentone degli spread (oggi intorno a 330 punti base), all’eventuale esclusione dell’Italia dalle risorse del nuovo bilancio europeo, per giungere fino alle regole che garantiscono il rimborso dei titoli emessi, anche nell’eventualità di un’Italexit. Si può allora dar torto a Renato Brunetta, responsabile economico di Forza Italia, quando sollecita il premier Giuseppe Conte a recarsi in Parlamento per fornire un’adeguata informativa su tutta la vicenda?

 

2120.- Violences sur les Champs-Elysées :

RUPTLY ha fatto la cronaca diretta dai Campi Elisi per ore. Polizia in difficoltà, barricate e roghi, con la polizia francese a guardare i francesi e con i pompieri de Paris che hanno fatto dietro front. Se per stare in democrazia si deve arrivare a tanto…! Credo bene che Macron auspichi un esercito europeo da mandare in piazza.

Macron dovrebbe, deve dimettersi, ma non è libero neanche di questo. Sterile e sciocca la polemica instaurata dal ministro dell’interno contro Marine Le Pen. Anzi, stupida per l’inconsapevolezza del sentimento popolare che il ministro dimostra.

Le ministre de l’Intérieur a mis en cause, ce samedi midi, la présidente du Rassemblement national.

Il governo sta attaccando Marine Le Pen. Il ministro dell’Interno Christophe Castaner ha accusato il deputato e il presidente dell’Assemblea nazionale di essere la fonte della presenza di “sediziosi” nella dimostrazione dei giubbotti gialli sugli Champs-Elysées sabato mattina e fino a notte. Ha detto: “Una manifestazione che è degenerata con scontri tra forze dell’ordine e teppisti”. In realtà Marine Le Pen aveva interrogato il governo sul perché non ha autorizzato la pacifica dimostrazione dei Gilets Jaunes sui Champs-Elysées. Il ministro Castaner

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Christophe Castaner

Il ministro Castaner ha sottolineato  “una mobilitazione dell’estrema destra” tra i 5.000 manifestanti presenti sulla famosa strada. Secondo lui, le forze di polizia hanno dovuto “respingere i sediziosi” che “hanno risposto alla chiamata di Marine Le Pen e vogliono attaccare le istituzioni perché vogliono attaccare i parlamentari della maggioranza”.

Il presidente della RN ha risposto prontamente, soprattutto perché il termine “sedizioso” si riferisce storicamente – e il ministro Castaner probabilmente lo ha usato apposta – alle rivolte sanguinose del 6 febbraio 1934, quando gli estremisti – minacciarono l’Assemblea nazionale. “Ho chiesto al governo perché non permettesse ai giubbotti gialli di dimostrare sugli Champs-Elysees”, ha scritto Le Pen sul suo account Twitter.

Qu’est-ce qui justifie que le peuple français ne puisse pas manifester sur les Champs-Elysées, où beaucoup d’autres rassemblements (Coupe du Monde, Nouvel An,…) ont lieu ? MLP  GiletsJaunes  

“Oggi, il signor Castaner usa questa mia domanda per prendermi di mira. È squallida e disonesta l’immagine dell’autore di questo politico manipolatore “, fondata sul social network. “Ovviamente non ho mai chiesto alcuna violenza”, ha detto il presidente Le Pen.
Il ministro dell’Interno si riferiva a quel precedente tweet di Marine Le Pen. Venerdì, correttamente, si è interrogata su “cosa può giustificare il fatto che i francesi non possano protestare sugli Champs-Elysees, dove si svolgono molti altri incontri (Coppa del Mondo, Capodanno …)”.

Un’altra figura dell’opposizione, il leader della “Francia insubordinata” (che bel nome!) Jean-Luc Mélenchon, ha pure attaccato il ministro degli Interni. “Castaner vorrebbe che la dimostrazione di Gilets Jaunes fosse di estrema destra e di piccole dimensioni, ma la verità è che è una manifestazione in massa di tutta la gente. E questa è la fine per Castaner “, ha twittato il deputato di Bouches-du-Rhone.

La france est en marche! Ma di fronte alla marcia del suo popolo, Macron vuole riacquistare la sua marcia, imbastendo un grande dibattito a livello nazionale, sul modello della sua campagna elettorale porta a porta del 2016, coinvolgendo sindacati, associazioni, ONG, personalità. Anche i francesi sono attaccati alla poltrona. «Macron est dans son carrosse, nous, on meurt de faim» : paroles de Gilets jaunes. Così titola un video de Le Parisien.

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Se la politica italiana non ci soddisfa, i francesi non stanno molto meglio. Alla radice dello scontento e della rabbia di entrambi i popoli c’è l’austerità e il caro vita portatoci dall’Unione dei burocrati e dei banchieri da Bruxelles.

Ho seguito la telecronaca dei disordini di questa sera, con apprensione, per ore e, anche se c’è stata guerriglia di movimento da entrambe le parti, sono state erette soltanto alcune barricate e dato alle fiamme quanto poteva alimentare i roghi di sbarramento. Non ho visto teppisti, come li vidi nel ’68, al tempo in cui la banda di Gino Strada sprangava i poliziotti con le chiavi inglesi da mezzo metro: le famigerate Hazet 36.

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Nelle strade non c’è un partito dei Gilets Jaunes o la destra di Le Pen, c’è la protesta del popolo francese contro l’austerità e contro Macron. Lascio la parola alle immagini.

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