2297.- Libia, ora Conte ha paura. Salvini attacca Macron

Situazione imbarazzante per il governo italiano. sempre orientato a soluzioni pacifiche: “Stiamo monitorando” dichiara Trenta, mentre, invece, Macron sostiene apertamente Haftar, pure negandolo e porta avanti la sua guerra per il petrolio. Difficile trasformare i burocrati in guerrieri, ma il popolo di Tripoli, oggi, ha dato un segnale a tutta la comunità internazionale: Questa battaglia deve finire!

Il Wall Street Journal riferisce che “l’Arabia saudita ha promesso di pagare decine di milioni di dollari per contribuire a finanziare l’operazione” condotta da Haftar.

Per la prima volta, è stato segnalato un raid aereo dell’aviazione del generale Khalifa Haftar vicino a Zuara (o Zuwara). L’incursione contro un campo appartenente alle milizie che difendono Tripoli viene segnalata da tweet della tv panaraba al-Arabiya e del sito Libya Observer. “L’Esercito nazionale libico conduce un raid contro un campo appartenente al (governo) di Accordo, presso la città di Zuara”, scrive al-Arabiya. “L’aviazione dell’est della Libia prende di mira un campo militare nella città di Zuara, causando un ferito”, afferma Libya Observer. Il campo delle forze filo-Sarraj che é stato attaccato si chiama “Abdel Samad” ed è situato a “sud di Zuara”, aveva precisato in mattinata un tweet dell’emittente Libya Al Ahrar.

Le forze di Misurata difendono Tripoli

Salvini attacca Macron.Il leghista accusa la Francia di aiutare Haftar: “Gioca a fare la guerra, non starò a guardare”


Chiara Giannini

Tripoli grida la sua rabbia contro il “traditore” Khalifa Haftar e la Francia, accusata di sostenere l’offensiva del generale contro la capitale libica. Centinaia e centinaia di persone sono scese in piazza scandendo slogan contro Haftar e innalzando cartelli contro Parigi.: “Giù le mani dalle Libia”, “La Francia sostiene Haftar”, ha constatato l’ANSA sul posto.  Poi l’appello a Bengasi: “Vi abbiamo liberato da Gheddafi, ora tocca a voi”.
I cittadini di Tripoli sono scesi oggi in piazza Martiri per protestare contro l’azione militare di Haftar e contro la Francia. Più di 10.000 gli sfollati, un centinaio fra morti e feriti. Si spara fra le case. Ambulanze e soccorsi non riescono a raggiungere tutti quelli che hanno bisogno di aiuto.

La Libia al centro di un vertice, durato circa un’ora e trenta, convocato dal premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Presenti i ministri degli Esteri e della Difesa, Enzo Moavero Milanesi e Elisabetta Trenta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Conte ha riferito al Parlamerento, anche se le sue dichiarazioni sono apparse un po’ traballanti.

L’Italia guarda con apprensione alla questione libica. Gli scontri di questi giorni preoccupano il governo, tanto che ieri anche il premier Giuseppe Conte ha riferito, in audizione in Aula, l’evolversi degli eventi.«In questi mesi – ha spiegato – sono stato, e sono in questi stessi giorni e ore tuttora in contatto diretto con i due principali attori libici, il presidente Serraj e il generale Haftar (con quest’ultimo nelle scorse ore ho avuto un contatto attraverso un suo emissario), così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno». Il presidente del Consiglio ha chiarito anche che il suo sostegno «al governo di accordo nazionale è andato in questi mesi di pari passo con una forte azione di moral suasion volta a identificare ogni possibile spazio di intesa politica con gli altri attori». Il punto è quello che «il succedersi degli scontri e l’aumento dei morti – stimati in alcune centinaia – e di feriti, ma anche degli sfollati, segnalano un concreto rischio di crisi umanitaria che va scongiurato rapidamente». Conte ha quindi chiarito che «l’emergenza umanitaria, con conseguenze sui flussi migratori, così come il riaffacciarsi dello spettro dell’insorgenza terroristica dimostrato dal recente attentato perpetrato da Daesh a Fuqaha, impongono determinazione e rapidità di azione». L’Italia dà pieno sostegno alle Nazioni unite e al segretario generale Guterres al fine di riportare le parti al tavolo negoziale. Anche se gli insuccessi finora incassati non fanno, per il momento, ben sperare.

«Al momento – ha detto ancora il premier – la nostra ambasciata a Tripoli resta operativa e a pieno regime. Anche il personale militare italiano presente in Libia non è stato evacuato. I nostri interessi sul terreno sono parimenti tutelati».

Il vicepremier Matteo Salvini è stato, invece, più duro: «Sarebbe gravissimo – ha detto – se per degli interessi economici la Francia bloccasse un’iniziativa europea, giocasse a fare la guerra e stesse appoggiando una parte che combatte. Da ministro dell’Interno non starò a guardare: stiamo approfondendo, ci sono delle evidenze». Il Viminale è al lavoro: il ministro dell’Interno sta sondando i partner internazionali per chiedere lo stop alle ostilità. Non si teme, al momento, un incremento delle partenze di immigrati ma la situazione è costantemente monitorata.

Dose rincarata anche dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, la quale ha attaccato: «Macron abominevole in Libia. La Francia ha bloccato una dichiarazione della Ue che esortava il generale Khalifa Haftar a interrompere l’offensiva contro Tripoli e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Continua la politica neocoloniale della Francia in Africa a discapito delle popolazioni locali e dei partner europei. Ora – ha chiarito poi – si rischia una nuova ondata migratoria. La sinistra non ha proprio nulla da dire? La maggioranza grillo leghista non intende fare nulla?». E ha poi evidenziato che «anche per questo Fratelli d’Italia, con le prossima elezioni europee, vuole cambiare tutto in Europa».

La preoccupazione maggiore resta comunque quella per i militari italiani presenti a Tripoli. «Stiamo monitorando attentamente – ha scritto su Facebook il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta – la situazione. Il nostro Paese è in campo per un processo di pacificazione. La missione italiana è unicamente orientata a incrementare le capacità di stabilizzazione del Paese. Occorre supportare in pieno – ha concluso – ogni sforzo volto ad avviare un concreto processo di riconciliazione nazionale che porti a una maggiore stabilità nell’area»

Dall’estero

Visita lampo, inattesa, di Haftar a Mosca questo pomeriggio.


Dalla Turchia, il Mufti AlSadeq AlGhiryani: “Chiamo tutti i Mujahideen in Turkey a tornare in Libya e combattere contro Hiftar”.

2296.- IL “PROGRESSO” DELL’ISLAM. DOVE SONO LE FEMMINISTE?


“Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.
– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe. Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo… Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore… Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti… Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarlo brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.

Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta).

Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo.

Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna… L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce… Da allora non fu più la stessa… aveva incubi orribili. La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi)… cominciammo a bagnare il letto dopo la circoncisione.”

(Testimonianza di Ayaan Hirsi Ali)

E la sinistra accoglintista, multiculturalista, globalista, radical chic del politically correct (con posto statale o scranno all’ONU-UE-FMI-FAO-UNICEF…..) tace e gira li sguardo dall’altra parte facendo manifestazioni per adozioni gay e contro la famiglia.

Fonte, Sardegna Today

2295.- LIBIA, CONTE CONFERMA: “CONTATTI DIRETTI CON EMISSARI DI HAFTAR E SERRAJ, ITALIA PREOCCUPATA PER ESCALATION MILITARE”

Siamo rimasti in attesa di questo aggiornamento sulle iniziative del Governo italiano per evitare l’emergenza umanitaria a Tripoli, il pericolo ridestatosi dell’ISIS e l’emergenza nei campi dei migranti. Haftar “sta mettendo in pericolo la popolazione civile, sta danneggiando il processo politico e rischia di creare una nuova escalation con serie conseguenze per la Libia e la regione intera, incluse nuove minacce di terrorismo”. Ecco quello che è stato fatto, ovviamente, senza pubblicità:

Libia, Conte conferma: "Contatti diretti con emissari di Haftar e Serraj, Italia preoccupata per escalation militare"
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Se la Francia gioca alla guerra, non starò a guardare”. Di Maio: “No a Libia-bis 

Il presidente del Consiglio dei Ministri teme il rischio di una crisi umanitaria e del ritorno del terrorismo”.

11 aprile 2019

Il vertice segreto a Roma tra il premier e gli uomini di Haftar.

10 APRILE 2019. L’incontro segreto di Conte con gli emissari di Bengasi: “Non permetteremo il massacro”.

Roma 11 aprile 2019 – È salito a 58 morti il bilancio delle vittime degli scontri in Libia, di cui 6 sono civili. Lo riferisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità. I feriti sono 275, di cui 9 civili. Tra le vittime, aggiunge l’Oms, anche due medici e un autista di ambulanza. Secondo un portavoce dell’esercito di Haftar, le loro forze avrebbero avuto 28 morti e 92 feriti. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), ha detto che gli sfollati sono raddoppiati nelle ultime 48 ore e sono ora oltre 6 mila. “Se le violenze dovessero continuare e i combattimenti dovessero raggiungere le aree più popolate della città di Tripoli – osservano all’Ocha  – è necessario attendersi ulteriori movimenti su larga scala”. L’Ocha sottolinea che a causa dei combattimenti in corso, delle restrizioni all’accesso e del targeting indiscriminato dei primi soccorritori, solo 58 su 580 famiglie che si sono registrate per evacuazioni dalle aree particolarmente colpite dalle ostilità sono state trasferite in posti relativamente più sicuri.

Sul terreno le forze di Serraj (GNA) annunciano di aver distrutto un tank e altri quattro veicoli dell’esercito nazionale libico (LNA) in una imboscata nel quartiere di Al Sawani, Tripoli sud. L’LNA rivendica però di aver conquistato il quartiere e proseguire l’avanzata verso nord. Lna ha affermato di avdre distrutto un tank e un blindato del GNA. Gna ha dichiarato da parte sua di aver distrutto un lanciatore di razzi Grad nella zona di Souk al Sabad. Oggi, secondo notizie del GNA un intero battaglione dell’esercito libico, l’8° battaglione si sarebbe arreso nella zona di Ain Zara perchè senza carburante e senza munizioni. 

E naturalmente continuano gli attacchi aerei. L’LNA ha effettuato oggi pomeriggio anche un nuovo raid sull’aeroporto di Mitiga. L’aviazione di Serraj ha invece effettuato attacchi al suolo nella zona di Souk Khamies (Tripoli sud) e presso la città di Tarhuna (che si è schierata con Haftar). L’LNA ha rivendicato l’abbattimento di un aereo avversario, un L39 _  “decollato da Misurata” ma GNA lo nega e dichiara che il filmato riporta un episodio della guerra in Siria.

​L’Italia cerca un ruolo nella partita in Libia

L’Italia, intanto, sta faticosamente cercando di giocare un ruolo nella partita libica e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in prima persona tiene contatti fisici e telefonici con i capi di governo interessati al futuro di Tripoli. L’ultimo incontro fra il premier Conte ed emissari di Bengasi – ha svelato Repubblica – ha avuto luogo lunedì. “Alle cinque del pomeriggio di lunedì scorso – scrive Repubblica – un piccolo aereo decolla dall’aeroporto di Ciampino. Proviene dall’hangar riservato ai servizi segreti. E prende una direzione sorprendente: punta verso la Libia. Lo scalo internazionale di Tripoli è stato bombardato poche ore prima, ma questo trireattore Falcon segue una rotta diversa: si dirige verso Bengasi, la capitale del generale Haftar, l’uomo forte che ha lanciato l`offensiva per conquistare la Tripolitania”. 

Falcon900ex in volo

Quel trireattore con autonomia intercontinentale Falcon 900 EX, italiano, viene utilizzato esclusivamente da Haftar e dal suo stretto entourage. Lunedì ha trasportato a Roma una delegazione di alto livello che forse comprendeva – anche se mancano conferme – pure il figlio del generale e il suo principale consigliere. Gli emissari libici si sono incontrati con il presidente Giuseppe Conte: un summit fondamentale che si è protratto più a lungo del previsto, provocando due ore di ritardo nella trasferta milanese del premier”.

Oggi il presidente Conte ha riferito alla Camera sulla situazione in Libia e ha confermato i contatti anche con Haftar. “In questi mesi sono stato, e sono in questi stessi giorni ed ore tuttora in contatto diretto – ha detto – con i due principali attori libici, il presidente Serraj e il generale Haftar (quest’ultimo nelle scorse ore attraverso un suo emissario), così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno”. “Le informazioni che giungono dal terreno, che risentono di un contesto oggettivamente complesso e soggetto anche a evidenti tentativi di disinformazione e propaganda – ha proseguito Conte – descrivono un quadro di situazione estremamente fragile e fluido”. “Nel complesso, si registra al momento un certo equilibrio nei rapporti di forza ed alterne vicende sul piano militare, in un quadro tuttavia di crescente intensità e violenza, con l’utilizzo di raid aerei e l’afflusso su entrambi i lati di armamento pesante. La stessa Missione ONU ha rilevato con allarme un probabile aggravamento della crisi nelle prossime ore/giorni, in corrispondenza con l’atteso massimo sforzo di Haftar per entrare a Tripoli. Non ci sfugge che questa crisi è frutto certamente di debolezze strutturali del contesto locale ma anche di influenze esterne che non sempre sono andate nella direzione della stabilizzazione . Certo è che non esiste una soluzione militare al conflitto libico. Non vi sono interessi economici o geopolitici che possano giustificare derive militari ed in ultima analisi il rischio di una guerra civile . Ho ribadito – e ribadisco ora in quest’aula – il nostro pieno sostegno al Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres e al suo Rappresentante Speciale Salamé per riportare le parti al tavolo negoziale e riattivare il processo politico guidato dalle Nazioni Unite Urge lavorare per un cessate il fuoco preservando l’integrita’ di Tripoli, e la distensione sul resto del territorio”.

Haftar a Mosca e gli “aiutini” dalla Francia

Per un cessate il fuoco, occorre in primis fermare l’offensiva delle forze della Cirenaica. Ma non vi è dubbio che Haftar ha molti amici, e non solo in Arabia Saudita, Emirati ed Egitto. Khalifa Haftar, sarà oggi pomeriggio a Mosca per consultazioni informali con il ministero della Difesa russo. Lo scrive il sito ‘Special monitoring mission to Libya’, fedele al generale della Cirenaica. La notizia non ha finora ricevuto conferme da fonti indipendenti. “Aiutino” anche dalla Francia, che ieri ha bloccato una dichiarazione dell’Ue che esortava il generale Khalifa Haftar a interrompere l’offensiva contro Tripoli. Lo sostengono fonti diplomatiche citate dalla Reuters che fa riferimento alla bozza di documento. Nel testo si sottolineava come l’attacco lanciato contro la capitale libica stia “mettendo in pericolo la popolazione civile, interrompendo il processo politico e rischiando un’ulteriore escalation con gravi conseguenze per la Libia e l’intera regione, compresa la minaccia terroristica”. 

“Sarebbe gravissimo se per degli interessi economici la Francia bloccasse un’iniziativa europea” per la pace in Libia, “giocasse a fare la guerra e stesse appoggiando una parte che combatte. Da ministro dell’Interno non staro’ a guardare: stiamo approfondendo, ci sono delle evidenze” ha detto il vicepremier Matteo Salvini.

C’è stato il blocco della Francia alla condanna Ue al generale. Non saprei dire se sia stato un successo di Pirro.

Con una mossa politica che è rivelatrice fino in fondo del sostegno di Parigi all’offensiva militare del generale Khalifa Haftar contro Tripoli, la Francia, martedì notte, ha bloccato un progetto di dichiarazione dell’Unione europea che avrebbe chiesto al generale di fermare l’offensiva contro la capitale della Libia. Parigi avrebbe chiesto di modificare il preambolo della dichiarazione in cui si indicavano le responsabilità di Haftar. Una bozza del documento era stata preparata ieri dal Servizio Esterno dell’Unione ed era stata fatta circolare fra tutti gli stati membri. Lu Ue ha partorito l’ennesimo invito alla moderazione. Già la Russia aveva bloccato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che intimava ad Haftar di fermare la sua avanzata.

“Contatti con Haftar tramite suo emissario e con al-Serray.”

Conte: ”Forte preoccupazione per l’Italia. Contatti con Haftar tramite suo emissario”

Conte, questa sera, 11 aprile: “Gli ultimi sviluppi in Libia ed in particolare l’escalation militare sono motivo di forte preoccupazione per l’Italia, così come lo sono e devono esserlo anche per tutta l’Europa e per l’intera Comunità internazionale”. Cosi il premier Conte parlando alla Camera dei Deputati per poi aggiungere: ”In questi mesi sono stato, e sono in questi stessi giorni ed ore tuttora in contatto diretto, con i due principali attori libici, il Presidente Serraj e il Generale Haftar (con quest’ultimo nelle scorse ore ho avuto un contatto attraverso un suo emissario), così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno”.

“Emissari di Haftar hanno incontrato Conte: “volo segreto Ciampino-Bengasi. Di Feo: “Emissari di Haftar hanno incontrato Conte”

“In questi mesi sono stato, e sono in questi stessi giorni ed ore tuttora in contatto diretto, con i due principali attori libici, il presidente Serraj e il generale Haftar (con quest’ultimo nelle scorse ore ho avuto un contatto attraverso un suo emissario), così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno”. Lo afferma il premier Giuseppe Conte nell’audizione alla Camera sulla crisi in Libia. “Il mio sostegno al governo di Accordo nazionale è andato in questi mesi di pari passo con una forte azione di ‘moral suasion’ volta a identificare ogni possibile spazio di intesa politica con gli altri attori”, ha detto ancora il capo del Governo italiano.

“Gli ultimi sviluppi in Libia e in particolare l’escalation militare sono motivo di forte preoccupazione per l’Italia, così come lo sono e devono esserlo anche per tutta l’Europa e per l’intera Comunità internazionale”, è l’allarme di Conte.  “Il succedersi degli scontri e l’aumento dei morti – stimati in alcune centinaia – e di feriti, ma anche degli sfollati, segnalano un concreto rischio di crisi umanitaria che va scongiurato rapidamente. L’emergenza umanitaria, con conseguenze sui flussi migratori, così come il riaffacciarsi dello spettro dell’insorgenza terroristica dimostrato dal recente attentato perpetrato da Daesh a Fuqaha, impongono determinazione e rapidità di azione”, ha detto ancora.

La trattativa Italia-Libia, vertice a Roma con gli emissari del generale

DI GIANLUCA DI FEO
“Ho ribadito – e ribadisco ora in quest’aula – il nostro pieno sostegno al Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres e al suo Rappresentante speciale Salamé per riportare le parti al tavolo negoziale e riattivare il processo politico guidato dalle Nazioni Unite, che la Conferenza di Palermo era riuscita a riportare al centro dello sforzo internazionale. Al momento la nostra Ambasciata a Tripoli resta operativa e a pieno regime. Anche il personale militare italiano presente in Libia non è stato evacuato. I nostri interessi sul terreno sono parimenti tutelati”, ha concluso Conte.

Sulla Libia sono intervenuti anche Matteo Salvini e Luigi Di Maio. “Sarebbe gravissimo se per degli interessi economici la Francia bloccasse un’iniziativa europea” per la pace in Libia, “giocasse a fare la guerra e stesse appoggiando una parte che combatte. Da ministro dell’Interno non starò a guardare: stiamo approfondendo, ci sono delle evidenze purtroppo, è questione di ore”. Matteo Salvini, ospite di Rtl 102.5 interviene sul presunto sostegno di Parigi all’offensiva del generale Haftar contro Tripoli.

In queste ore il governo di Fajez Serraj si prepara a contrastare con forza ancora maggiore le truppe di Haftar: i carri armati di Misurata sono stati schierati lungo le direttrici che da Sud corrono verso il centro della città e che il generale Haftar sta facendo percorrere ai suoi uomini. Il suo portavoce nel primo pomeriggio ha annunciato la conquista di Yarmuk, nella area di Ain Zara, a 1 km dal centro. “Controllo da parte di unità dell’Esercito libico del campo 42 Ain Zara

Il ministro Bishaga: “Haftar è un bandito, sappiamo chi lo protegge in Europa e nel Golfo”

Fathi Bishaga ha rotto i ponti con l’Est. Il ministro dell’Interno nel governo di Tripoli è di fatto il responsabile della sicurezza, visto che Serraj è ministro della Difesa ad interim. Era l’uomo del dialogo con l’Est, lavorava alla riunificazione, anche della polizia e delle forze armate. Fino a quando Haftar ha attaccato. “Adesso non è accettabile altro che un ritorno completo alle loro postazioni. 

2294 .- Una rabbia dilagante. Sondaggi Swg: in Europa sfiducia verso la politica e sospetto verso il modello capitalista


Esclusiva Huffpost: un’istantanea dell’insoddisfazione e del malessere, che in Germania e Francia è superiore che in Italia 

JERRY LAMPEN / REUTERS

Sfiducia verso la classe politica, paura per la minaccia rappresentata da multinazionali e grandi banche, adesione ideale alle violente proteste dei gilet gialli, disinganno e sospetto nei confronti del modello capitalista. In sintesi: la grande rabbia che monta e attraversa tutti i Paesi dell’Ue. E come una livella, appiana per una volta le differenze sociali, economiche e culturali di una unione politica disfunzionale. È quanto emerge da una macro-indagine condotta da Swg in Italia e da altri quattro istituti di ricerca in Germania, Austria, Polonia, Spagna e Francia. Stesse domande a cittadini di sei Stati, utili a fotografare il sentiment elettorale alla vigilia del voto europeo del 23-26 maggio.

Al di là dei risultati che usciranno dalle urne, su cui influiscono fattori molteplici – come la collocazione spesso scoordinata di partiti affini in gruppi diversi per meri calcoli politici, il numero di seggi assegnati ai Paesi in base al loro “peso”, o l’esito ancora incerto del processo Brexit – il maxi-sondaggio è un’istantanea dell’insoddisfazione e del malessere di colui che per primo avrebbe dovuto beneficiare del sogno comunitario: il cittadino europeo.

Si vede quindi che la metà degli elettori di Germania, Austria e Spagna crede che tutti i politici, o comunque la maggior parte di essi, siano disonesti. Una tale sfiducia nell’integrità della classe politica è superiore solo in Francia (55%). A ben vedere, sono l’Italia (44%) e la Polonia (43%) i Paesi dove la diffidenza è minore. E dove – coincidenza – governano partiti di vena euroscettica.

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Al sospetto si unisce poi la paura per lo strapotere di multinazionali e grandi banche d’affari sulle vite dei singoli. In Spagna il 72% dei cittadini si dice preoccupato, in Austria il 70%, in Germania il 67%, in Italia il 61%, in Francia il 60% e in Polonia il 52%. A dimostrazione che il grande ombrello istituzionale di Bruxelles appare incapace, agli occhi dei popoli europei, di dare quella protezione sociale che pure l’unione avrebbe dovuto garantire.

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Serve quindi un cambiamento, è convinzione unanime. Stupisce però un dato che emerge dall’indagine dei cinque istituti demoscopici: il consenso che in alcuni Paesi, anche in quelli che guidano le classifiche macroeconomiche dell’Ue, viene attribuito a forme di protesta prossime alla violenza. Più di un francese su due (53%) si dice d’accordo sulla necessità di arrivare a un cambiamento attraverso la rivolta. Non a caso i gilet gialli da settimane scendono in strada per manifestare contro il caro vita continuando a godere di una discreta approvazione sociale, nonostante tanti episodi di aggressioni e vandalismo. Nell’Italia che ancora stenta a tornare ai livelli pre-crisi è il 43% dei cittadini a dirsi favorevole all’idea di ricorrere anche alla violenza per attuare un cambiamento sempre più necessario. Sorprende la Germania, dove ben quattro elettori su dieci condividono l’approccio dei gilet gialli. La (fu?) locomotiva dell’economia europea oggi è alle prese con l’avanzata dell’estrema destra, in ascesa negli ultimi anni nei consensi soprattutto nella area orientale del Paese dove è più alto il prezzo pagato alla globalizzazione. Basti pensare che ormai un po’ ovunque, anche in Germania, il capitalismo è considerato sorpassato. Si solleva anzi la richiesta di un sistema economico nuovo, o totalmente differente rispetto al modello capitalista o misto, che ne allevi gli effetti nefasti.

Swg
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In Germania solo il 15% dei cittadini lo “difende”, riporta l’indagine. E non si fatica a capirne le ragioni. Come mostra un recente studio del Diw di Berlino, dal 1995 nonostante il boom del mercato del lavoro e la forte crescita economica, la quota dei bassi salari tra le retribuzioni dei lavoratori tedeschi si è ampliata, invece di diminuire. La famosa “forbice” delle diseguaglianze si è allargata e a pagare il prezzo maggiore sono state le donne e i cittadini dell’ex Germania dell’Est (circa il 30%). Naturale, quindi, che l’insoddisfazione investa il modello economico in vigore. Solo in Polonia resiste una certa dose di fiducia nel capitalismo mentre in tutti gli altri Paesi si avverte l’esigenza di un cambiamento radicale.

Swg
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L’analisi Swg svela in tutta la sua amarezza lo stato d’animo dell’elettore europeo, a poche settimane da quello che molti osservatori non esitano a definire un voto cruciale, uno spartiacque nella storia dell’Ue. Racconta di un cittadino sopraffatto e indifeso di fronte a un modello economico oppressivo e a una classe politica inadeguata al ruolo che lei stessa si è ritagliata senza avere le capacità necessarie ad onorarlo. Se a più di un quarto di secolo da Maastricht ci si interroga sulla effettiva convenienza dello stare insieme, è chiaro che qualcosa è andato storto.

Claudio Paudice

2293.- Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali


Questo è il lungo articolo che il Papa emerito, Benedetto XVI, ha scritto sotto forma di appunti sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. È un’analisi approfondita e impietosa su come è nato e si è diffuso questo crimine anche nel mondo ecclesiastico. Un crimine figlio di un «collasso morale» così difficile da combattere. La riflessione di Joseph Ratzinger copre mezzo secolo di storia e verrà pubblicata dal mensile tedesco Klerusblatt. Il Corriere della Sera ha avuto il testo in esclusiva per l’Italia, “che riproponiamo”.

di Benedetto XVI

Papa Ratzinger: la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali

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Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.

Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi – pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità – come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su «Klerusblatt» il testo così concepito. 

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti. 

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­ sposta da parte della Chiesa.

I
Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale 

1. La situazione ebbe inizio con l’introduzione, decretata e sostenuta dallo Stato, dei bambini e della gioventù alla natura della sessualità. In Ger­mania Käte Strobel, la Ministra della salute di allora, fece produrre un film a scopo informativo nel quale veniva rappresentato tutto quello che sino a quel momento non poteva essere mostrato pubblicamente, rap­porti sessuali inclusi. Quello che in un primo tempo era pensato solo per informare i giovani, in seguito, come fosse ovvio, è stato accettato come possibilità generale.

Sortì effetti simili anche la «Sexkoffer» (valigia del sesso) curata dal governo austriaco. Film a sfondo sessuale e pornografici divennero una realtà, sino al punto da essere proiettati anche nei cinema delle stazioni. Ricordo ancora come un giorno, andando per Ratisbona, vidi che attendeva di fronte a un grande cinema una massa di persone come sino ad allora si era vista solo in tempo di guerra quando si sperava in qual­che distribuzione straordinaria. Mi è rimasto anche impresso nella memoria quando il Venerdì Santo del 1970 arrivai in città e vidi tutte le colonnine della pubblicità tappezzate di manifesti pubblicitari che presentavano in grande formato due persone completamente nude abbracciate strettamente.

Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. La propensione alla violenza che caratterizzò quegli anni è strettamente legata a questo collasso spirituale. In effetti negli aerei non fu più consentita la proiezione di film a sfondo sessuale, giacché nella piccola comu­nità di passeggeri scoppiava la violenza. Poiché anche gli eccessi nel ve­stire provocavano aggressività, i presidi cercarono di introdurre un abbigliamento scolastico che potesse consentire un clima di studio.

Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.

2. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. Ricordo ancora come la Facoltà dei gesuiti di Francoforte preparò un giovane padre molto dotato (Bruno Schüller) per l’elaborazione di una morale completamente fondata sulla Scrittura. La bella dissertazione di padre Schüller mostra il primo passo dell’elaborazione di una morale fondata sulla Scrittura. Padre Schüller venne poi mandato negli Stati Uniti d’America per proseguire gli studi e tornò con la consapevolezza che non era possibile elaborare sistemati­camente una morale solo a partire dalla Bibbia. Egli tentò successiva­mente di elaborare una teologia morale che procedesse in modo più pragmatico, senza però con ciò riuscire a fornire una risposta alla crisi della morale.

Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrava su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II (cfr. D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3,196).

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematica­mente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

Non posso dimenticare che Franz Böckle – allora fra i principali teologi morali di lingua tedesca, che dopo essere stato nominato professore emerito si era ritirato nella sua patria svizzera -, in vista delle possibili decisioni di Veritatis splendor, dichiarò che se l’Enciclica avesse deciso che ci sono azioni che sempre e in ogni circostanza vanno considerate malvagie, contro questo egli avrebbe alzato la sua voce con tutta la forza che aveva. Il buon Dio gli risparmiò la realizzazione del suo proposito; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Il Papa era pienamente consapevole del peso di quella decisione in quel momento e, proprio per questa parte del suo scritto, aveva consultato ancora una volta esperti di assoluto livello che di per sé non avevano partecipato alla redazione dell’Enciclica. Non ci poteva e non ci doveva essere alcun dubbio che la morale fondata sul principio del bilanciamento di beni deve rispettare un ultimo limite. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

Indipendentemente da tale questione, in ampi settori della teologia mo­rale si sviluppò la tesi che la Chiesa non abbia né possa avere una propria morale. Nell’affermare questo si sottolinea come tutte le affermazioni morali avrebbero degli equivalenti anche nelle altre religioni e che dunque non potrebbe esistere un proprium cristiano. Ma alla questione del proprium di una morale biblica, non si risponde affermando che, per ogni singola frase, si può trovare da qualche parte un’equivalente in al­tre religioni. È invece l’insieme della morale biblica che come tale è nuo­vo e diverso rispetto alle singole parti. La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vi­ta umana della fede biblica in Dio. Immagine di Dio e morale vanno in­sieme e producono così quello che è specificamente nuovo dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Del resto, sin dall’inizio il cristianesimo è stato descritto con la parola hodòs. La fede è un cammino, un modo di vivere. Nella Chiesa antica, rispetto a una cultura sempre più depravata, fu istituito il catecumenato come spazio di esistenza nel quale quel che era specifico e nuovo del modo di vivere cristiano veniva insegnato e anche salvaguardato rispetto al modo di vivere comune. Penso che anche oggi sia necessario qualcosa di simi­le a comunità catecumenali affinché la vita cristiana possa affermarsi nella sua peculiarità.

II
Prime reazioni ecclesiali

1. Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa. Nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, interessa soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari. Riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente sino a quel momento di questa preparazione.

In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano in­sieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. La Santa Sede sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio. Come primo passo fu disposta una Visita apostolica nei seminari degli Stati Uniti.

Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva mostrato ai seminaristi film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede. Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna «cattolicità». Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco.

La Visita che seguì non portò nuove informazioni, perché evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale. Venne disposta una seconda Visita che portò assai più informazioni, ma nel complesso non ebbe conseguenze. Ciononostante, a partire dagli anni ’70, la situazione nei seminari in generale si è consolidata. E tutta­via solo sporadicamente si è verificato un rafforzamento delle vocazioni, perché nel complesso la situazione si era sviluppata diversamente.

2. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente.

A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

Mi sia consentito a questo punto un breve excursus. Di fronte all’estensione delle colpe di pedofilia, viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro sen­so originario. In esso, contro ogni garantismo, viene chiaramente in luce che è importante e abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente.

Ai brevi accenni sulla situazione della formazione sacerdotale al mo­mento del deflagrare pubblico della crisi, vorrei ora aggiungere alcune indicazioni sull’evoluzione del diritto canonico in questa questione. In sé, per i delitti commessi dai sacerdoti è responsabile la Congregazione per il clero. Poiché tuttavia in essa il garantismo allora dominava am­piamente la situazione, concordammo con papa Giovanni Paolo II sull’opportunità di attribuire la competenza su questi delitti alla Con­gregazione per la Dottrina della Fede, con la titolatura «Delicta maiora contra fidem». Con questa attribuzione diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sa­rebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche. Non si trattava di un escamotage per poter comminare la pena massima, ma una con­seguenza del peso della fede per la Chiesa. In effetti è importante tener presente che, in simili colpe di chierici, ultimamente viene danneggiata la fede: solo dove la fede non determina più l’agire degli uomini sono possibili tali delitti. La gravità della pena presuppone tuttavia anche una chiara prova del delitto commesso: è il contenuto del garantismo che rimane in vigore. In altri termini: per poter legittimamente comminare la pena massima è necessario un vero processo penale. E tuttavia, in questo modo si chiedeva troppo sia alle diocesi che alla Santa Sede. E così stabilimmo una forma minima di processo penale e lasciammo aperta la possibilità che la stessa Santa Sede avocasse a sé il processo nel caso che la diocesi o la metropolia non fossero in grado di svolgerlo. In ogni caso il processo doveva essere verificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per garantire i diritti dell’accusato. Alla fine, però, nella Feria IV (vale a dire la riunione di tutti i membri della Congrega­zione), creammo un’istanza d’appello, per avere anche la possibilità di un ricorso contro il processo. Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evi­tati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.

III
Alcune prospettive

1. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. Proviamo perciò innanzitutto a comprendere in modo nuovo e in profondità cosa il Signore abbia voluto e voglia da noi.

In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Che Dio ci sia come creatore e misura di tutte le cose, è innanzitutto un’esigenza originaria. Ma un Dio che non si manifestasse affatto, che non si facesse riconoscere, resterebbe un’ipotesi e perciò non potrebbe determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia realmente Dio nella creazione consapevole, dobbiamo attenderci che egli si manifesti in una qualche forma. Egli lo ha fatto in molti modi, e in modo decisivo nella chiamata che fu rivolta ad Abramo e diede all’uomo quell’orientamento, nella ricerca di Dio, che supera ogni attesa: Dio di­viene creatura egli stesso, parla a noi uomini come uomo.

Così finalmente la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, pro­prio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna.

Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e 
sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.

Il primo compito che deve scaturire dagli sconvolgimenti morali del no­stro tempo consiste nell’iniziare di nuovo noi stessi a vivere di Dio, rivol­ti a lui e in obbedienza a lui. Soprattutto dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non ac­cantonarlo come fosse una parola vuota qualsiasi. Mi resta impresso il monito che il grande teologo Hans Urs von Balthasar vergò una volta su uno dei suoi biglietti: «Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!». In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa. Il tema «Dio» appare così irreale, così lontano dalle cose che ci occupano. E tuttavia cambia tutto se Dio non lo si presuppone, ma lo si antepone. Se non lo si lascia in qualche modo sullo sfondo ma lo si riconosce come centro del nostro pensare, parlare e agire.

2. Dio è divenuto uomo per noi. La creatura uomo gli sta talmente a cuore che egli si è unito a essa entrando concretamente nella storia. Parla con noi, vive con noi, soffre con noi e per noi ha preso su di sé la morte. Di questo certo parliamo diffusamente nella teologia con un linguaggio e con concetti dotti. Ma proprio così nasce il pericolo che ci facciamo si­gnori della fede, invece di lasciarci rinnovare e dominare dalla fede.

Consideriamo questo riflettendo su un punto centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia sono divenuto consapevole con sempre maggiore forza di questa necessità. Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: «Questo è il mio corpo che è dato per te». È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto. Sì, dobbiamo urgentemen­te implorare il perdono del Signore e soprattutto supplicarlo e pregarlo di insegnare a noi tutti a comprendere nuovamente la grandezza della sua passione, del suo sacrificio. E dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia.

3. Ed ecco infine il mistero della Chiesa. Restano impresse nella memoria le parole con cui ormai quasi cento anni fa Romano Guardini esprimeva la gioiosa speranza che allora si affermava in lui e in molti altri: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: La Chiesa si risveglia nelle anime». Con questo intendeva dire che la Chiesa non era più, come prima, semplicemente un apparato che ci si presenta dal di fuori, vissu­ta e percepita come una specie di ufficio, ma che iniziava ad essere sen­tita viva nei cuori stessi: non come qualcosa di esteriore ma che ci toc­cava dal di dentro. Circa mezzo secolo dopo, riflettendo di nuovo su quel processo e guardando a cosa era appena accaduto, fui tentato di capo­volgere la frase: «La Chiesa muore nelle anime». In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di 
essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un «nemico» di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità.

In quest’ambito è necessario rimandare a un importante testo della Apocalisse di San Giovanni. Qui il diavolo è chiamato accusatore che accusa i nostri fratelli dinanzi a Dio giorno e notte (Ap 12, 10). In questo modo l’Apocalisse riprende un pensiero che sta al centro del racconto che fa da cornice al libro di Giobbe (Gb 1 e 2, 10; 42, 7-16). Qui si narra che il diavolo tenta di screditare la rettitudine e l’integrità di Giobbe co­me puramente esteriori e superficiali. Si tratta proprio di quello di cui parla l’Apocalisse: il diavolo vuole dimostrare che non ci sono uomini giusti; che tutta la giustizia degli uomini è solo una rappresentazione esteriore. Che se la si potesse saggiare di più, ben presto l’apparenza della giustizia svanirebbe. Il racconto inizia con una disputa fra Dio e il diavolo in cui Dio indicava in Giobbe un vero giusto. Ora sarà dunque lui il banco di prova per stabilire chi ha ragione. «Togligli quanto possie­de – argomenta il diavolo – e vedrai che nulla resterà della sua devozio­ne». Dio gli permette questo tentativo dal quale Giobbe esce in modo po­sitivo. Ma il diavolo continua e dice: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia» (Gb 2, 4s). Così Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Gli è permesso anche di stendere la mano su Giobbe. Unicamente gli è precluso ucci­derlo. Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

L’attualità di quel che dice l’Apocalisse è lampante. L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

Il termine martire è tratto dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è il primo e autentico testimone di Dio, il primo martire, al quale da allora innumerevoli ne sono seguiti. La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro soffe­renza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro. Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprat­tutto il trovarli e il riconoscerli.

Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli an­che a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede.

Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

2292 .- A TRIPOLI STANOTTE SI COMBATTE

Matteo Salvini ha detto oggi alla festa della Polizia: “Stiamo gettando acqua sul fuoco ma ho la netta impressione che qualcuno, anche in Europa, stia gettando benzina sul fuoco e non mi sembra che tutti abbiano a cuore la pace”. Certamente, l’operazione di Haftar è iniziata e sta proseguendo con il sostegno esterno. Come si era detto, Arabia Saudita, Egitto e Emirati Arabi uniti, oltre, come sappiamo, la Francia stanno sostenendo lo sforzo bellico dell’LNA. L’Egitto vede in Haftar un altro Al Sisi. Per converso, al-Sarraj è sostenuto dai rivali del Golfo degli Emirati; infatti, il Qatar ha concentrato il suo sostegno sulla Libia occidentale.

L’escalation dei combattimenti a Tripoli e dintorni ha già causato 4.500 sfollati, danneggiato le linee elettriche e bloccato i servizi di emergenza, che non possono raggiungere chi chiede soccorso. Il coinvolgimento della popolazione civile è l’aspetto peggiore di questa azione militare. A Tripoli ci sono mezzo milione di bambini. Gli scontri stanno ulteriormente aumentando da oggi, avvicinandosi al centro della capitale e proseguiranno tutta la notte alla ricerca, ormai, della soluzione definitiva. C’è il pericolo di una fuga in massa della popolazione, ma è altrettanto pericoloso che restino intrappolati. A rischio anche i migranti nei centri di detenzione nelle aree di conflitto e almeno quello di Air Zara, a pochi chilometri da Tripoli, ieri è stato evacuato.

Vedremo cosa ci riserverà domani. Comunque, è un’altra tragedia per il popolo libico, che rischia di far esplodere tutta la Libia, con le sue centinaia di milizie – almeno 300 – quale pro al-Sarraj, quale pro Haftar, dipende da calcoli opportunistici, ma tutte sono armate fino ai denti. Così è da quando si spalancarono i depositi del disciolto esercito di Gheddafi. Fra e oltre a queste formazioni, ci sono: la milizia salafita di Madkhali, i mercenari ciadiani e i militanti del Darfur, dell’opposizione sudanese, i gruppi tribali armati e le guardie degli impianti petroliferi. Finora decisive sono state le sei brigate di Misurata, le più forti e meglio armate del Paese, equipaggiate con armi pesanti, cannoni semoventi, carri armati, automitragliatrici e autocarri lancia-razzi, oltre a sistemi missilistici contraerei. Sono milioni le armi che circolano in Libia. A dispetto dell’embargo sulle armi, si sono visti anche sistemi missilistici e sistemi di guida che non erano mai stati consegnati a Gheddafi.

Come dicevamo, “L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno rifornito Haftar di armi ed equipaggiamenti pesanti”. L’aviazione dell’LNA impiega un numero significativo di vecchi aviogetti Mig.21, Mig.23 e Mirage F.1 e, grazie al supporto dell’EAU, sembra detenere la superiorità.

Gli Stati Uniti, con il loro Comando USA Africa – responsabile delle operazioni militari americane in Africa – hanno preso le distanze da questo conflitto, ma mentre, ufficialmente, sembrano appoggiare al-Sarraj, hanno tra i migliori loro clienti dell’industria bellica Arabia Saudita, e Emirati Arabi Uniti, che, paradossalmente, ma non troppo, riforniscono di armi il generale Haftar, anche se il generale non sembra essere molto gradito a Washington.

Ma le armi in Libia arriverebbero anche dalla Turchia e da diversi altri Paesi. Il petrolio paga e anche la Corea del Nord aspira a diventare un cliente delle Libie.
Ben quattro milioni di proiettili sono stati scoperti a gennaio, nascosti in container a Khoms, porto libico minore e meno controllato. “Zvi Mazel, ex Ambasciatore israeliano in Egitto e ricercatore senior presso il Jerusalem Center for Public Affairs, ha detto che ‘dalla natura delle armi di contrabbando, è abbastanza ovvio che non fossero destinate ad un esercito regolare, ma piuttosto a gruppi armati per attività terroristiche, molto probabilmente organizzazioni islamiche legate alla Fratellanza Musulmana‘.

In Libia, questa notte, si sta giocando una partita fondamentale per la definizione degli equilibri strategici in Africa del Nord, in nMediterraneo e in Medio Oriente: il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, nel cui controllo l’Italia deve far sentire la sua presenza. 

2291.- ALLE RADICI DEL MALE. VIVIAMO, ORMAI, SENZA VALORI, IN UNA INFELICITÀ COLLETTIVA

Soffrono le mie radici. Cadono i valori come frutti guasti. La vita è fatta di anelli concentrici, che chiamo esperienza, come quelli che vediamo sezionando un tronco. Chi ha pochi anelli o non ne ha costruiti affatto, dovrebbe tacere e imparare da chi sa; invece, abbiamo scambiato questa democrazia per il diritto a sparare ogni fregnaccia. Questi parvenue della politica ci hanno assuefatto alle fregnacce, in nome del cambiamento, come prezzo per la loro inesperienza, fino a che le fregnacce sono state tradotte in leggi purché suonassero ribellione e rivalsa contro lo Stato: quello Stato che hanno infiltrato e consegnato alle loro gerarchie petulanti. Una breve scansione: Quota 100: eguale incentivo al lavoro nero e che dovrebbe risolvere la disoccupazione giovanile, creando vuoti d’esperienza e accelerando i turn over senza un approccio strategico; Reddito di Cittadinanza, sperpero e mera propaganda elettorale; altre che ne covano, come le pensioni d’oro degli statali, che d’oro non sono, né furono immeritate, come, invece, le loro. Infine, ma per ora, l’ultima: il Sindacato dei Militari. Lo dico ad alta voce che il Sindacato dei Militari è un’altra fregnaccia, inventata per fare colpo sugli idioti e sulle idiote a 5 stelle, perché conosco bene la Rappresentanza Militare, sia quanto vale sia i limiti oltre i quali, comunque la si chiami, non potrebbe agire. Questi parvenuedella politica mirano a imbozzarsi nel sistema, nel solco di quanti li hanno preceduti, tutti in spregio al principio aristotelico dell’Alternanza. Allora, è bene ribadire che una società democratica vuole la crescita dei cittadini in base al principio di eguaglianza sostanziale e non il loro livellamento al ceto più basso secondo un malinteso principio di eguaglianza. La crescita, sia morale e sia materiale, non può attuarsi con le elemosine (finché ghe n’è!) e finanziando gli investimenti con le tasse; può attuarsi soltanto grazie a quel meraviglioso ascensore sociale che è il Lavoro, condizione di Dignità, quindi, di Libertà.

Non è un caso che chi contesta all’Unione europea il suo deficit democratico, la sua impronta finanziaria simile a quella nazista, si erga a difesa delle identità dei popoli europei e dei loro stati sociali, contro l’immigrazione incontrollata, selvaggia. Sono questi i soli veri europeisti, i paladini della cristianità e quanti li accusano di razzismo, di xenofobia, rivoltando contro di loro l’accusa di nazismo, sono ipocriti volgari, morti di fame nello spirito e nello stomaco, che sgomitano in nome di chissà quale democrazia e di quale cambiamento, al solo scopo di entrare nel sistema. Vogliono solo essere cooptati per vendersi! In men che non si dica, li ritroverai ripuliti e collusi con il dio denaro. Tutto è sovvertito. La moneta, da strumento che era, è ora il dominus dei farisei sugli Stati dell’Unione europea. E già che siamo in argomento, viene a mente il mandato di arresto europeo, con cui la cosiddetta Unione, sempre più franco-tedesca, sta sovvertendo i principi del diritto dei cittadini nei confronti della legge penale. Il pasticcio di leggi, che vengono puntualmente ratificate dalla massa di ignoranti che, grazie a noi elettori, domina il Parlamento, non è, in realtà, un pasticcio. Vuole, soltanto, apparirlo, per rendersi difficilmente comprensibile, ma ha un obbiettivo chiaro e preciso: Demolire le Costituzioni democratiche, con tutti i loro sacrosanti principi, demolire la nostra economia e, soprattutto, fagocitare il “tacchitaliano”, come già ci chiamano. L’Unione è sempre più franco-tedesca? Non si illudano di farla franca! È solo l’applicazione del “DIVIDE ET IMPERA”. Principio un pò vecchio, non vi pare?

Nemmeno è un caso che siano questi ipocriti, immorali, a sostenere i mercanti di esseri umani per portare insicurezza, disordine e squilibrio nelle nostre società. I loro padroni hanno favorito il deficit demografico degli europei per aprire a un rullo compressore di migranti, in gran parte selvaggi, tecnicamente inintegrabili, se integrazione significa scambio di valori che non può aversi con chi valori non ne ha; né può aversi per l’impossibilità finanziaria di provvedere all’educazione (educazione e non rieducazione) di tutti quei milioni e milioni.

Ecco il punto: Il concetto di “non rieducabilità” del selvaggio, tale perché disconosce il rispetto per la vita, il rispetto per la donna, peggio, se istigato da una setta religiosa fanatica, fa a pugni con il nostro Codice Penale, dove la sanzione ha, appunto, lo scopo di restituirci un cittadino che ha sbagliato, ma che aveva ricevuto la nostra educazione, attraverso il DNA e la società.

Li chiamo i farisei di Sion: Mirano al loro Nuovo Ordine Mondiale, al dominio dell’umanità. Un’utopia. Hanno colonizzato ogni ganglo della società civile, hanno sovvertito i nostri principi carpendoci la buona fede, ci hanno disarmato usandoli contro di noi. In nome della Pace, dell’unione dei popoli europei, della crescita dell’economia, abbiamo sottoscritto trattati infami, che hanno reso finanziariamente impossibile l’applicabilità della Costituzione. Eravamo la quarta potenza industriale e siamo alla carità. Privandoci del Lavoro, i servi dei farisei ci hanno privato della Dignità. Sempre più difficile desiderare una casa, una famiglia in cui mettere al mondo dei figli: a cui tramandare che cosa? Invece, un altro “invece”, gli infanti sono diventati le vittime preferite dei depravati. Peggior delitto dell’abuso sugli infanti non c’è.

Questi “farisei padroni” ci erodono le fondamenta. Hanno il dominio, se non la proprietà, dell’informazione e, come i francesi dimostrano, ci stanno privando del suo pluralismo. Sabato 6 aprile il popolo francese ha chiesto di far valere la sua voce per la ventunesima volta. È straniero in casa sua e non può farlo attraverso il Parlamento. Ma era in strada e nessuno, NESSUNO in Italia ne ha parlato. In queste ventuno manifestazioni abbiamo visto la polizia e la gendarmeria francesi, ma penso anche europea, compiere ogni sorta di violenza, spesso gratuita. Terribile!! Non eseguono soltanto ordini. Sono bestie! Chiedo: Quei poliziotti a che popolo appartengono? È questo il dominio che intende dimostrare, imporre il popolo eletto?

Le mura a difesa della società cristiana sono proprio i suoi valori. Senza valori, di noi non resta nulla. L’impoverimento della società europea mira a questo risultato. Come puoi parlare di valori, di rispetto della cosa comune a un ignorante? Ero giovane e davanti all’ambasciata americana dimostravamo a favore del lontano Vietnam. Non ho visto nessuno in Europa dimostrare per il popolo greco.

La Chiesa cattolica era la casa dei valori della cristianità. Chiedo ammenda: Io non so dire se Gesù era Dio, ma so che la sua “è” la parola di Dio. Costituzione e Chiesa erano i nostri baluardi. Come la Costituzione doveva essere il baluardo dello Stato, chiunque governasse, così la Chiesa cattolica era la custode della cristianità. Invece, la Chiesa è uno stato sovrano nello Stato, in cui tresca ogni giorno e papa Francesco mira a conservare e a estendere il suo potere temporale abbracciandosi all’Islam: “Chi ha il cuore razzista si converta”. L’Islam è incostituzionale, le moschee sono incostituzionali, la vendita delle chiese alle associazioni islamiche è incostituzionale e questo è un popolo cagoia. Bergoglio non è più un papa ma solo un propagandista migrazionista antiitaliano. Una voce: Il Cardinale guineano Robert Sarah: “Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità. È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa”. Jorge Maria Bergoglio, invece, nega anche irresponsabilmente la mafia cannibale nigeriana! Quella che ha sezionato Pamela, viva, ne ha mangiato il cuore, bevuto il sangue e voleva berne il brodo, ma che si è vista contestare soltanto il reato di spaccio e ridurre la pena. Altro che vescovo di Roma! altro che giustizia! …. vergogna e tristezza. È vero: Viviamo, ormai, senza valori, in una infelicità collettiva!

2290.- PRIMO SUCCESSO DI HAFTAR: Salta la Conferenza sulla Libia. AL-SARRAY EMETTE MANDATO D’ARRESTO PER CRIMINI DI GUERRA. MISURATA COMBATTE.

Raffineria di Ras Lanuf, 2011. Una guardia delle milizie anti Gheddafi. Pace a te Muhammar.

Ma c’è un secondo successo ed è che la parola è passata alle armi, cioè, si va verso la soluzione militare, anziché politica. A parte una telefonata di Conte, oggi, a al-Sarraj, la diplomazia italiana è retrocessa alle foto ricordo di Palermo e sembra totalmente fuori gioco. Sembra, ma possiamo dubitare che tanto Fayez al-Sarraj quanto Khalifa Haftar possano rappresentare davanti all’elettorato libico e alla comunità internazionale l’uomo necessario alla riappacificazione e alla ricostruzione della Libia. Al-Sarray sembra averlo compreso, si batte bene e ha messo le carte in tavola. L’altro ieri ha protestato ufficialmente con la Francia, oggi ha convocato i suoi incaricati d’affari in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Olanda, Azerbaigian, Mali, Burkina Faso, in Arabia Saudita e il console a Gedda. Sono i paesi che non hanno una posizione chiara nei confronti di Tripoli. Comunque, vadano le cose sul terreno, i due leader rappresentano senza più appello, i leader contrapposti di questa guerra civile.

Ahmed Omar Maiti, uomo forte di Misurata. L’Operazione Karama di Haftar era di prendere Tripoli in 48 ore, ma è stato frenato dalla potente milizia di Misurata.Per quanto ancora Haftar potrà contare sul sostegno di Arabia Saudita e Qatar?

La loro possibile uscita di scena, dopo questi eventi, porta a guardare con attenzione all’uomo di Misurata, le cui milizie hanno frenato l’avanzata lampo pianificata da Haftar. Da parte sua, il generale ha giocato il tutto per tutto e ha disatteso gli inviti a deporre le armi della comunità internazionale, prima di tutti di Trump e del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres. I combattimenti hanno interessato il centro urbano di Qasr ibn Gasher, 20 chilometri a sud della Capitale. Ahmed Al-Mismari, portavoce di Haftar, ha fatto sapere che l’LNA sta avanzando su Ain Zara, sede nota di un centro di detenzione (evacuato) a pochi chilometri da Tripoli, ma ha dichiarato anche che hanno di fronte non più una, ma sei brigate di Misurata. Moltiplichiamo per sei la brigata di 350 automitragliatrici, già intervenuta e viene fuori una forza di tutto rispetto. Non solo, ma, ora, anche l’ISIS, che Haftar si vantava di voler eliminare, è sceso in campo con il GNA e, nottetempo, ha assaltato il villaggio di Fuqaha, nel distretto di Giofra (nella Libia centrale, circa 600 km a sud est della capitale), incendiando e assassinando tre persone, fra cui il presidente del Consiglio locale e portandone via, prigioniera, un altra. Qui, lascio immaginare quale scenario si apre.

Juncker incendiario ubriaco

Questa esecrabile Unione europea con il suo ubriacone, anche oggi, sulla scena in veste da incendiario, non è stata in grado di tenere al guinzaglio il suo piccolo dittatore Macron, che, manu ,militari, con l’appoggia aereo tattico fornito a Haftar nel Fezzan, ha mandato in fumo l’operato della diplomazia dell’ONU e dell’Italia e spera ancora in una divisione della Libia di cui profittare. Saltata la Conferenza sulla Libia in programma a Ghadames per il 14 – 16 aprile, Haftar deve mettere in conto la disapprovazione dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione europea, ma anche il mandato d’arresto per se e per i suoi comandanti, emesso dalla Procura Militare di Tripoli, d’ordine di al-Sarraj. Sembra, infatti che durante l’occupazione temporanea dell’aeroporto di Mitiga siano stati compiuti atti crimini di guerra e, quando si parla di questi crimini, di tradimento in violazione degli accordi internazionali, il giudizio è tratto. Vincerà Haftar? Se l’operazione ‘ Volcano Anger ‘ lanciata da al-Sarray avrà successo e respingerà il generale, Giuseppe Conte e il suo ministro degli esteri potranno accendere un cero alla madonna. Occhi sempre puntati su Misurata, però, dove, a proposito, i nostri medici e il personale dell’ospedale militare stanno bene.

2289.- In Libia abbiamo perso ancora: e con Haftar vincono Egitto, Arabia e Francia

Avevamo un patto con Gheddafi, ma … la verità è che i governi cagoia non mantengono i patti e nemmeno sanno difendere i loro interessi. Si nascondono dietro le soluzioni politiche, le road map dell’ONU, le promesse di Washington, che ha sempre fatto e farà i “casi” suoi; ma le palle sul piatto della bilancia non le mettono mai. Al Sarraj è solo. Da domani, autocritiche e accuse e l’hanno prossimo andremo a carità da Macron. Fossi l’ENI, farei le valige, come ha fatto Fiat.

Avevamo scommesso sul governo di Tripoli e su Sarraj, ma l’abbiamo lasciato a bagnomaria, auspicando soluzioni politiche mentre Haftar ammassava un esercito per marciare su Tripoli. Ora che il generale sostenuto da Al Sisi sta prevalendo, il nostro ruolo nell’ex colonia rischia di finire per sempre.

LNA WAR INFORMATION DIVISION / AFP

L’aspetto paradossale di questa ennesima crisi libica sta nel coro che da ogni parte si leva a favore di una “soluzione politica”. L’hanno chiesta Italia, Usa, Francia ed Emirati Arabi Uniti in una dichiarazione congiunta. L’ha quasi implorata l’Onu, sia tramite Ghassan Salamè, inviato speciale per la Libia, sia tramite Antonio Guterres, il segretario generale che nelle scorse ore si trovava a Tripoli. L’hanno sollecitata la Russia, l’Unione Europea, il G7. Nessuno che spieghi, però, come si possa ottenere una “soluzione politica” quando sul terreno opera una forza militare ben organizzata e meglio armata che, non a caso, confida nella “soluzione militare”.

Stiamo parlando, ovviamente, dell’Esercito nazionale libico guidato da Khalifa Belqasim Haftar, ex generale di Gheddafi, ex insorto anti-Gheddafi e ora candidato autorevolissimo al ruolo di Gheddafi 2 la vendetta. Haftar, come le plurime identità dimostrano, non è affatto digiuno di politica. Ma si è garantito il dominio della Cirenaica, ha ottenuto il controllo del Fezzan e infine ha lanciato l’Opa definitiva su Tripoli e sull’intera Libia perché quando ha qualcosa da dire si fa precedere da un congruo numero di missili e veicoli blindati, che riescono quasi sempre a essere piuttosto convincenti.

In più, Haftar ha alleati potenti che fanno sul serio. L’Egitto dell’altro generale Al Sisi, che non lesina armi e aiuti di ogni genere. L’Arabia Saudita che gli garantisce l’appoggio di alcuni clan importanti della regione di Tripoli. Con lui anche qualche Paese di quelli che tengono i piedi in due scarpe e che in questi giorni, di fronte al colossale pernacchio che Haftar ha fatto alla comunità internazionale (la sua offensiva è partita con il segretario generale dell’Onu in visita a Tripoli, in pratica alla vigilia della conferenza di pace che avrebbe dovuto svolgersi in Libia su iniziativa delle stesse Nazioni Unite), prova forse qualche imbarazzo ma intanto comincia a valutare i futuri incassi. Gli Emirati che hanno fornito i denari e la Francia che ha messo armi, istruttori militari e intelligence a disposizione del nuovo Gheddafi.

Se tu, governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj che sei l’unico riconosciuto dalle istituzioni internazionali, proponi la famosa “soluzione politica” e quegli altri vogliono la “soluzione militare”, hai un solo modo per uscirne: o meni più forte (e poi, naturalmente, spieghi quant’è bella la soluzione politica) oppure ti fai guardare le spalle da qualcuno bello grosso. Al-Sarraj non ha avuto il randello per difendersi e difendere il proprio Governo e nessuno è corso davvero in suo soccorso.

La crisi forse terminale di Al-Sarraj è anche la crisi dell’ambizione italiana di avere un ruolo importante nella Libia di oggi e di domani. Perché il nostro Paese, nei secoli fedele, ha creduto nella road map di stabilizzazione tracciata dall’Onu e, a parole, apprezzata e approvata da tutti. Compresi quelli, come la Francia, che sottobanco hanno l’impossibile per farla fallire e lasciarci in braghe di tela con i flussi migratori, il petrolio e le questioni di sicurezza legate agli incroci tra, appunto, flussi, petrolio e terrorismo.

Secondo costume patrio finiremo ad autoflagellarci per le scelte sbagliate in politica estera.D’altra parte una buona metà del Paese criticò a suo tempo il Trattato di Bengasi per l’amicizia italo-libica, firmato da Berlusconi con Gheddafi, una mossa che, per poterla ripetere, oggi saremmo pronti a baciarci i gomiti.

Prima che parta la solita litania, sarà meglio chiarire tra noi pochi ma basilari concetti. A certo livelli, la politica estera (altrimenti detta: difesa dell’interesse nazionale nell’agone internazionale) non si può fare con le buone intenzioni. La Francia di Sarkozy, nel 2011, fece politica estera con una guerra che, di fatto, distrusse la Libia. Noi, invece di opporci, ci accodammo.

La crisi forse terminale di Al-Sarraj è anche la crisi dell’ambizione italiana di avere un ruolo importante nella Libia di oggi e di domani

Nel gennaio 2017 il Governo Gentiloni, per opera del ministro degli Interni Minniti, siglò il famoso accordo con Tripoli per la stabilizzazione del Paese, il contrasto al traffico di esseri umani e la cooperazione contro il terrorismo. Apriti cielo, quel patto è tuttora considerato una pagina buia nella storia del Paese, quando il vero schifo è aver fatto troppo poco per implementarlo, rafforzando per prima cosa il Governo di Al-Sarraj. In quell’accordo si ipotizzava anche di aiutare il governo di Tripoli a mettere sotto controllo il confine con il Niger che invece, in questi ultimi anni, è stato usato proprio da Haftar come un rubinetto per regolare a piacimento l’afflusso di migranti africani verso il Mediterraneo. Però quando si parlò, nel gennaio del 2018, di una missione militare italiana in Niger con un paio di centinaia di soldati, ci fu un’altra sollevazione di popolo, come se fossimo alla vigilia di una spedizione coloniale.

Insomma. Le missioni militari no. Gli accordi solo con i Governi belli pulitini. Se c’è un Governo che piace a noi e pure all’Onu, tipo Al-Sarraj, lasciamolo pure a bagno maria.Mettiamoci che non abbiamo sufficiente potenza economica su cui far leva e che i nostri alleati tradizionali, primi fra tutti gli Usa, ci usano e poco più, e non resta che chiedersi con che cosa vorremmo farla, questa benedetta politica estera. Distribuendo pizze?

Nel 2016, quando Giulio Regeni fu assassinato al Cairo dagli sgherri dei servizi di sicurezza, l’Italia aprì una crisi diplomatica con l’Egitto e richiamò l’ambasciatore. Tempo mezz’ora e al Cairo sbarcava il presidente francese Hollande, che firmò 30 accordi commerciali e concesse una serie di prestiti con cui Al Sisi fece incetta di armi francesi

Tornando alla Libia c’è una lezione che dovremmo meditare. Nel 2016, quando Giulio Regeni fu assassinato al Cairo dagli sgherri dei servizi di sicurezza, l’Italia aprì una crisi diplomatica con l’Egitto e richiamò l’ambasciatore. Tempo mezz’ora e al Cairo sbarcava il presidente francese Hollande, che firmò 30 accordi commerciali e concesse una serie di prestiti con cui Al Sisi fece incetta di armi francesi. Guarda caso oggi Francia ed Egitto sono alleati nel sostenere Haftar. Nel 2017, invece, quando l’Italia rimandò il proprio ambasciatore al Cairo, quasi tutti scrissero che era uno scandalo, una mossa sbagliata che non avremmo mai dovuto compiere. Nobile atteggiamento, pensando a Regeni. Ma pensando agli africani che Haftar spediva verso Nord per lucrare sul traffico e mettere in crisi Tripoli? Quanti ne saranno morti nella sabbia o in mare? E pensando a quanto potrebbe costare all’Italia intera perdere la preminenza sul mercato del greggio libico?

Certo, fa schifo ragionare così sapendo quali torture e sofferenze dovette affrontare Giulio Regeni. E ne chiediamo perdono alla famiglia. Ma la politica estera è questa roba qua, anche. Meglio saperlo. Tradotto negli eventi di queste ore vuol dire una cosa semplice. Se noi Italia, Usa, Onu, Ue, non siamo in grado o non vogliamo sostenere Al-Sarraj fino in fondo, concretamente, seriamente, meglio lasciar perdere. Togliamoci di mezzo e lasciamo fare a Haftar. Con un Gheddafi, in fondo, abbiamo già trattato. E almeno avremo evitato alla Libia un’altra inutile guerra.

2288.- Sarah sulle migrazioni di massa: “OCCIDENTE RISCHIA DI SPARIRE”

Un cristiano e un grande diplomatico le cui verità contestano Bergoglio, ma non entra in collisione con lui. L’odiosa figura di Bergoglio rappresenta bene il papa statista e male il padre spirituale dei cristiani. Sarah, invece e meglio di lui, meriterebbe il nome di Francesco. Non condivido, però, l’assoluzione che da alla Chiesa cattolica sulla sua parte di responsabilità nella decadenza dell’Occidente. Alla radice di questa responsabilità c’è il potere temporale e c’è l’estraneità del clero alla società civile. C’è la Fede, incorniciata d’oro, appesa alle pareti dei templi, ormai ricoperta di polvere. Mirabile, invece, la sintesi con cui da cristiano e da africano traduce il fenomeno della migrazione: “il nuovo schiavismo”.

Caro Robert, l’Occidente potrebbe anche sparire, ma non può sparire la cristianità: unica vera rivoluzione nella storia dell’Umanità.

Il cardinale Robert Sarah, all’interno di un’intervista, avverte l’Occidente sul rischio sparizione: la Chiesa non dovrebbe assecondare le migrazioni di massa. Il rischio? Finire come Roma invasa dai barbariFrancesco Boezi– Mer, 03/04/2019 IlGiornale.it 

Il cardinal Robert Sarah, pur essendo considerato il “leader” spirituale dei conservatori, non si è mai discostato da papa Francesco.

Non fa parte dei sottoscrittori dei dubia su Amoris Laetitia e non ha mai criticato Jorge Mario Bergoglio per quella che altri chiamano “confusione dottrinale”. In questi tempi polarizzanti, però, la disamina del primo sul tema della gestione dei fenomeni migratori sembra allontanarsi dalla visione del Santo Padre. L’accoglienza dei migranti, nella pastorale del pontefice argentino, ha assunto i tratti di un mantra, di un diritto assoluto estendibile erga omnes, di un punto programmatico prioritario non soggetto a dialettica. Le ultime fatiche del porporato africano dicono altro.

Nel suo terzo libro – interviste, che il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha scritto insieme al giornalista francese Nicolas Diat, ilcardinalesi è interessato soprattutto alla “decadenza del nostro tempo” , che Robert Sarah considera alla stregua di un”peccato mortale”. “Si avvicina la sera e il giorno è ormai al termine” – questo è il titolo del libro in questione – appare soprattutto come un monito, l’ennesimo, sul tramonto della civiltà occidentale. Ci sono dei passaggi accorati, come abbiamo avuto modo di sottolineare, in cui l’alto ecclesiastico attacca quei”pastori” che hanno “paura di parlare con tutta la verità e la chiarezza”.

Robert Sarah sembra pensare, in sintesi, che il decadimento occidentale non dipenda dalla Chiesa cattolica, ma che i cattolici abbiano il dovere di far fronte a un rischio preciso: la scomparsa del Vecchio Continentenel baratro del nichilismo. Bisogna stare attenti a non presentare il porporato africano come un criticio del pontefice argentino. Semplicemente perché non lo è. Alcuni media stanno rilanciando un’intervista, che il prefetto ha rilasciato a Valeurs Actuelles: ecco, all’interno di quei virgolettati, come si apprende su Aleteia, emergono posizioni molto critiche sull’attuale gestione dei fenomeni migratori. Punti di vista che difficilmente possono essere integrati con la narrativa sull’accoglienza a tutti i costi. Quella promossa dalla Santa Sede. Robert Sarah, per esempio, riflette in questi termini di coloro che ricercano sulle nostre coste quello che Stephen Hawking chiamava “Ilnirvana di Instagram”: Tutti i migranti che arrivano in Europa – ha puntualizzato- vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa”. Ma questa è solo la premessa. Sì, perché per il consacrato, l’Europavive una situazione tanto emergenziale da rendere possibile un paragone con la fine della civiltà romana, avvenuta pure per via dell’ “invasione dei barbari”. E sul dialogo religioso con il mondo musulmano? “Il mio paese è in maggioranza musulmano – si è limitato ad asserire – . Credo di sapere di cosa parlo“. Non è finita qui.

Il punto più rilevante della riflessione dell’uomo che ancora oggi ricopre uno dei più alti incarichi in Vaticanoè quello in cui si accenna alle “strane organizzazioni umanitarie“, che “vangano e rivangano l’Africa“. Le stesse che, stando alla visione di Robert Sarah, suggeriscono ai giovani africani la possibilità che dietro un viaggio si nasconda una svolta economico – esistenziale. Sembra proprio di poter interpretare questo passaggio come una critica a certe Organizzazioni non governative. Il pensiero di Sarah è forte perché credibile: essendo africano, parla con cognizione di causa. Chi, più di lui, può dire di avere a cuore il destino dei migranti?