1968.- “Dai pm campagne pro-migranti”. ​Il ministro dell’Interno riapre lo scontro: “Magistratura Democratica sposa la campagna pro-immigrazione con le Ong”

1536498514-apertura-0

Lo scontro tra Salvini e la magistratura non si è chiuso con le parole concilianti di ieri. Anzi. Riprende con la classica intensità, solo senza più sparare nel mucchio: “Se un tassista ti frega, non vuole dire che tutti ti fregano”, è il ragionamento. Il leghista conferma di non vedere “golpe giudiziari”, ma critica “l’ipocrisia” di quella fetta di magistratura che da sempre ha “simpatie di sinistra”. E lo fa scoperchiando un retroscena su Magistratura Democratica.

Il suo day after la retromarcia sulla giustizia, il leghista lo fa partire con un’intervista radiofonica a ‘L’Indignato speciale’ su Rtl 102,5. Il tema è sempre quello dell’indagine aperta a suo carico sul caso Diciotti. Salvini non si capacita di come sia possibile che le toghe siano tanto interessate da quanto successo al porto di Catania mentre non concentrino altrove le loro energie e le limitate risorse. “Non tutti i reati sono uguali – dice il “presunto imputato” – ci sono reati più gravi e reati meno gravi e dovrebbe esserci la responsabilità in una scaletta di gravità di reati”. L’idea potrebbe essere quella di mettere mano ad una riforma della giustizia (M5S permettendo), rivedendo “l’ipocrisia” dell’istituto dell’obbligatorietà dell’azione penale. E costringendo così i pubblici ministeri a selezionare i fascicoli da aprire in base ad un ordine di importanza.

“Lo proporrò”, spiega uno scettico vicepremier. “Ma sai che cosa mi diranno? Che la politica vuole mettere le mani sulla giustizia, che il governo fascista di Salvini vuole dare indicazioni ai giudici che invece sono un potere terzo libero e indipendente, sovrano eccetera eccetera”.

La posizione del leghista paga per ora l’accordo di governo con i Cinque Stelle. Il ministro può criticare le toghe, certo. Ma senza esagerare. Ieri Di Maio lo avrebbe convinto a non calcare troppo la mano: il timore è quello di irritare l’ala movimentista che già guarda al duro e puro Fico come al nuovo faro verso uno sbilanciamento a sinistra. Entrambi i vicepremier puntano a stare al governo il più a lungo possibile, ma occorre evitare frizioni. Meglio non sparare nel mucchio dei pm o si rischia di far scattare la reazione dei magistrati considerati sacri dal M5S. Se succedesse, tra moglie e marito potrebbe inserirsi il Pd, che alla festa dell’Unità non ha mancato di coprire d’applausi il presidente della Camera.

Questo, però, non impedisce a Salvini di mettere nel mirino una parte del mondo togato. “Per carità di Dio io non ce l’ho coi giudici”, spiega pacato il ministro. “Ma che ci sia qualche magistrato con chiare e evidenti simpatie politiche non svelo il mistero di Fatima”. E su Facebook spiega con più precisione a chi sta pensando: “’Magistratura Democratica’ – scrive pubblicando uno screenshot – sposa la campagna pro-immigrazione insieme, tra gli altri, a: Potere al Popolo, ONG, Cgil, Arci, Rifondazione Comunista e coop varie (compresa la “Baobab Experience” dove si erano rifugiati gli sbarcati della Diciotti). Poi quello accusato di ledere l’autonomia dei magistrati sono io…”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Giuseppe De Lorenzo

Annunci

1967.- Diciotti, Antonio Socci: inchiesta a senso unico, l’Europa diceva di arrestare i clandestini

1536503369707.jpg--diciotti__antonio_socci__inchiesta_a_senso_unico__l_europa_diceva_di_arrestare_i_clandestini

Avvengono cose strane. Matteo Salvini è indagato per aver impedito, per qualche giorno, lo sbarco a terra dei migranti della Diciotti, trattenuti a bordo in attesa di ottenere ricollocamenti nei Paesi Ue come (a parole) stabiliscono gli accordi. La Ue – si sa – ha risposto picche all’ Italia dicendo: affari vostri, ce ne infischiamo. Tuttavia, dopo che quei migranti sono sbarcati in Italia e dal centro di Rocca di Papa si sono resi irreperibili (forse diretti in Germania o Francia), la portavoce della Commissione Ue per l’ immigrazione, Tove Ernst, ha tuonato che essi «potevano essere trattenuti in centri di detenzione per evitarne la fuga. Siamo stati chiari» ha aggiunto «nel sottolineare che, quando serve, la detenzione può essere utilizzata per facilitare l’ identificazione dei migranti e per impedire che spariscano. Abbiamo chiesto a tutti gli Stati membri, inclusa l’ Italia, di fornire centri di accoglienza adeguati, che comprendano la detenzione».

Leggi anche: “Deve essere interrogato”. Pm scatenati con Salvini
Non so se la magistratura un giorno indagherà anche la Commissione Europea, nel caso in cui venga eseguita questa direttiva Ue. Però da tutto questo quadro si deduce che il governo italiano non può trattenere i migranti sulla nave se vogliono sbarcare in Italia, ma dovrebbe mettere quegli stessi migranti in centri di detenzione per impedire loro andarsene in altri paesi europei. Tuttavia così potrà finire di nuovo sotto indagine della magistratura. Non è contraddittorio? E non vi pare che il governo italiano si trovi con le mani legate?

Che fine fa il mandato ricevuto dagli elettori sull’ immigrazione? E il programma di governo?
È evidente che c’ è una colossale questione politica, non giudiziaria, e sbaglia l’ esecutivo M5S-Lega a non affrontarla come tale scaricando tutto sul «Salvini indagato». Infatti Salvini è indagato, ma non ha agito per la Diciotti come privato cittadino, bensì come ministro.

Tutto il governo, con lui, ha deciso, condiviso e sostenuto quella linea. Ieri il vicepremier grillino di Maio ha dichiarato: «Abbiamo preso una decisione politica tutti quanti assieme sulla nave Diciotti e la portiamo avanti tutti quanti assieme». Ma allora perché non è indagato tutto il governo? E perché il governo nel suo insieme non si schiera apertamente e incondizionatamente col ministro dell’ Interno, assumendosi tutta la responsabilità politica dei propri atti? L’ esecutivo è stato davvero compatto sulla Diciotti. Una linea collegiale e ufficiale vigorosamente affermata da Conte e Di Maio, con Salvini.

«BATTETE UN COLPO!» – Il 22 agosto il premier Conte dichiarava polemicamente: «Ma l’ Europa vuole battere un colpo? Le istituzioni europee, che pure su mia sollecitazione avevano accolto l’ idea di una cabina di regia, cosa aspettano a intervenire per operare la redistribuzione dei migranti che sono a bordo della nave italiana Diciotti, ancorata nel porto di Catania? Ancora una volta l’ Italia sta mostrando il suo volto umanitario, ma il prezzo non può essere il rimanere abbandonata a se stessa».
Il 24 agosto commentava così la fallimentare riunione della Commissione europea: «L’ Italia è costretta a prendere atto che l’ Europa oggi ha perso una buona occasione: in materia di immigrazione non è riuscita a battere un colpo in direzione dei princìpi di solidarietà e di responsabilità che pure vengono costantemente declamati quali valori fondamentali dell’ ordinamento europeo».

CONSEGUENZE ECONOMICHE – Poi spiegava: «Non è stato dato alcun seguito alle Conclusioni deliberate nel corso dell’ ultimo Consiglio Europeo di fine giugno Eppure è noto a tutti che l’ Italia sta gestendo da giorni, con la nave Diciotti, una emergenza dai risvolti molto complessi e delicati. Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti».

Infine il premier lanciava il guanto di sfida: «Se questi sono i “fatti” vorrà dire che l’ Italia ne trarrà le conseguenze».
E il giorno dopo, il 25 agosto, dettagliava tali conseguenze del caso Diciotti: «Siamo al lavoro per porre una riserva all’ adesione dell’ Italia al piano finanziario pluriennale in corso di discussione. A queste condizioni, l’ Italia non ritiene possibile esprimere adesione a un bilancio di previsione che sottende una politica così incoerente sul piano sociale».

Il vicepremier Di Maio era ancora più esplicito e dirompente: «A questo punto l’ Italia deve prendersi in maniera unilaterale una riparazione. Non abbiamo più intenzione di farci mettere i piedi in testa. L’ Unione Europea non vuole ottemperare ai principi concordarti nell’ ultimo consiglio europeo?

Noi siamo pronti a tagliare i fondi che diamo all’ Ue. Vogliono 20 miliardi dei cittadini italiani? Dimostrino di meritarseli e si prendano carico di un problema che non possiamo più affrontare da soli. I confini dell’ Italia sono i confini dell’ Europa. Agli italiani non chiederemo un centesimo di più. Lo dico da capo politico del M5s: visto che la Ue non rispetta i patti e non adempie ai suoi doveri noi come forza politica non siamo più disposti a dargli i 20 miliardi all’ anno che pretendono».

TUTTI PER UNO… – L’ Italia – come sappiamo – ha dovuto risolvere il caso Diciotti senza la Ue (grazie alla collaborazione di Albania, Irlanda e Cei) e il governo ha gestito compattamente questa soluzione. C’ è un video del 26 agosto in cui Luigi di Maio spiega bene questa linea condivisa: «In questi giorni non è mancata la compattezza del governo. Devo ringraziare il ministro degli Esteri Moavero e il presidente del Consiglio Conte, perché abbiamo fatto un gioco di squadra. Un gioco di squadra che sarà molto importante anche sugli altri tavoli delle altre emergenze che abbiamo in Italia».
Poi ha ripreso: «Quando in questi giorni ho sempre ripetuto che il governo era compatto prima di tutto (l’ ho detto) perché era vero, cioè eravamo compatti sulla linea da tenere: redistribuire i migranti. E ci siamo riusciti in pochi giorni ed è solo questo il motivo per cui la Diciotti non ha fatto sbarcare subito i migranti a bordo».

…UNO PER TUTTI Di Maio ha aggiunto: «Ho ripetuto che questo governo era compatto anche perché bisognava contrattare con altri Paesi e un governo compatto quando contratta con altri Paesi ottiene risultati, quando invece è diviso gli altri Paesi non sanno nemmeno con quale ministro parlare. Ve lo ripeto: il governo è stato ed è compatto sulle decisioni che abbiamo preso. Ci assumiamo tutte le responsabilità sugli atti che abbiamo portato avanti in questi giorni sulla Diciotti».
Conclusione? Il solo ministro Salvini è indagato, mentre il governo resta silente. Dov’ è quella assunzione di responsabilità collegiale? Il governo avrebbe dovuto dire: solidarietà a Salvini, indagateci in quanto governo. Invece nulla. Anzi ora Di Maio dichiara: «Ci vuole rispetto per la magistratura». Certo, va rispettata la magistratura, ma vanno rispettati tutti. Anche gli italiani. E pure il buon senso. Possibile che venga indagato un ministro per una decisione collegiale del governo e il presidente del Consiglio non abbia nulla da dichiarare?

CARTA CANTA – Eppure l’ articolo 95 della Costituzione recita: «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’ unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’ attività dei ministri».
Perché Conte non si assume la responsabilità politica, come governo, della vicenda Diciotti? Se un esecutivo, nella sua collegialità, non è capace di rivendicare e difendere le sue prerogative e le sue scelte politiche è destinato a fallire, a deludere presto gli elettori e ad avere vita breve. Perché è un vaso di coccio tra vasi di ferro.
Post scriptum: Conte dovrebbe anche dirci se il minacciato taglio di fondi alla Ue sarà fatto, visto che la Ue ha risposto picche ai ricollocamenti, oppure se erano solo parole.

di Antonio Socci, libero. it

aula01.jpg

Di Maio dichiarò: «Abbiamo preso una decisione politica tutti quanti assieme sulla nave Diciotti e la portiamo avanti tutti quanti assieme». Ma allora perché non è indagato tutto il governo? E perché Conte e il governo nel suo insieme non si schierano apertamente e incondizionatamente col ministro dell’ Interno, assumendone tutta la responsabilità politica?

Costituzione, Articolo 95.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri.
I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.
La legge provvede all’ordinamento della Presidenza del Consiglio e determina il numero, le attribuzioni e l’organizzazione dei ministeri.

Il rapporto tra il Presidente del Consiglio ed i singoli ministri non è di tipo gerarchico: egli, infatti, coordina l’operato dell’esecutivo allo scopo di dare ad esso una linea unitaria. I suoi ministri, comunque, rimangono rimangono politicamente responsabili del proprio operato e di questo egli deve tener conto nell’esercitare la sua funzione direttiva; egli può comunque, sospenderne le decisioni per sottoporle all’intero Consiglio dei ministri. Ad egli spetta, inoltre, esercitare una serie di poteri che la Costituzione gli riconosce. Innanzitutto, ha la facoltà di regolare i lavori del Consiglio dei ministri (stabilendo quali questioni calendarizzare, e quando, e quali no). Altresì, egli rappresenta il Governo nei suoi rapporti con gli altri organi e da ciò deriva, ad esempio, la legittimazione attiva ad instaurare i giudizi dinnanzi la Corte Costituzionale e quella passiva a resistervi (v. art. 134 Cost.). Inoltre, ricopre una posizione di vertice non solo del Consiglio dei Ministri ma anche di altri rilevanti organi: la Conferenza Stato Regioni (i poteri che ricopre il Governo in seno ad essa sono disciplinati dall’art. 12 della l. 23 agosto 1988, n. 400) e la Conferenza Unificata (v. d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281); la Conferenza Stato Città ed autonomie locali (v. d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281). All’interno dell’esecutivo, infine, guida anche la Presidenza del Consiglio (v. comma 3), il Consiglio di Gabinetto (composto anche da alcuni ministri, con i quali il confronto del capo dell’esecutivo è più immediato) ed i comitati interministeriali.

Sui ministri, invece, grava una responsabilità amministrativa in relazione all’attività da essi svolta come vertici dei dicasteri. Inoltre, essi sono funzionari dello Stato e, in quanto tali, possono essere responsabili civilmente ai sensi dell’art. 28 della Costituzione. Il successivo art. 96 Cost. disciplina la loro responsabilità penale.

Costituzione, Articolo 96
Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.

1966.- IL GOVERNO FRA SENTENZE E INIZIATIVE POLITICHE DEI MAGISTRATI. I LIMITI ALLA LIBERTA’ PERSONALE DEL MIGRANTE.

Dld-2n1X0AAgIVn

Abbiamo commentato e riportato per esteso la direttiva europea 2008/115/CE sui rimpatri (n.ri 1939, 1940), che tratta puntualmente del trattenimento del migrante irregolare in un CPT – nel caso, anche una nave militare -, contestato al ministro degli interni e oggetto di indagine e, ora, parliamo della SENTENZA 105/2001 della Corte Costituzionale che era già intervenuta sull’argomento, in merito all’art. 13, commi 2,3 della Costituzione.

Costituzione, Articolo 13.
La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.

La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

L’iniziativa della Procura di Agrigento, cui ha fatto seguito la decisione dei giudici del Riesame di Genova sul sequestro dei fondi della Lega (vedi n. 1880), chiama in causa la deontologia del magistrato, che ha il suo fondamento nella Carta Costituzionale, precisamente all’art. 105 Cost., ed avviene mediante l’esercizio del potere disciplinare, il quale consegue alla violazione degli obblighi assunti dal magistrato nei confronti dello Stato al momento della nomina e ha ad oggetto non solo l’attività funzionale, ma anche quella extrafunzionale, vale a dire quella posta in essere fuori dall’esercizio delle funzioni ove si risolva in condotte incompatibili con lo status di magistrato o in una loro strumentalizzazione.

Costituzione, Articolo 105. Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Lasciamo da parte le responsabilità disciplinari del magistrato e del Consiglio Superiore della Magistratura, che ne rappresenta l’organo di autogoverno proprio perchè gli spettano le decisioni in ordine a tutte le vicende che toccano la carriera dei singoli magistrati. Il CSM è anche tenuto a garantirne l’indipendenza dagli altri poteri dell’ordinamento ai sensi dell’art. 104 comma 1 che lo precede. Sappiamo, comunque, che la Procura di Agrigento, è, al presente, oggetto di ispezione riguardo al caso in argomento.

Costituzione, Articolo 104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione.

La sentenza del 2001 è emblematica, ma deve essere letta insieme alla DIRETTIVA 2008/115/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, recepita nell’Ordinamento italiano nel 2011. La direttiva europea lascia impregiudicata la facoltà degli Stati membri di introdurre o mantenere disposizioni più favo­revoli alle persone cui si applica, purché compatibili con le norme in essa stabilite. La lettura combinata mette in luce lo spessore della problematica e ci conferma, da un lato, che l’operato del Governo non è censurabile, salvo alcune formalità disattese per cause addebitabili agli stessi migranti: ingresso in incognito, da un altro lato, che l’esistenza di associazione di magistrati connotate politicamente pone seri profili di dubbio sulla loro imparzialità, ma, sopratutto, è incompatibile con il principio della indipendenza della Magistratura. Al riguardo, ci soccorre la responsabilità disciplinare, che costituisce un requisito coessenziale all’indipendenza della magistratura, rappresentando il punto di equilibrio tra autonomia della funzione e garanzia del servizio reso. Infatti, l’essenza della giurisdizione fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte dei magistrati e non vi sarebbe giurisdizione credibile se, da parte loro, venisse meno questo rispetto. La conseguenza gravissima sarebbe che, venendo a mancare una delle funzioni fondamentali dello Stato democratico, l’iniziativa del magistrato, oltre a chiamare in causa la sua responsabilità disciplinare, andrebbe a rivestire i caratteri di un atto eversivo. Aggiungo che questa responsabilità disciplinare, cui si riconduce un diritto sanzionatorio, non può avvalersi della funzione bicefala della responsabilità del magistrato quale Stato giudice, dove è, diretta quella dello Stato e indiretta quella del magistrato. Dobbiamo, perciò, parlare di una responsabilità personale e diretta.

LA SENTENZA 22 MARZO-10 APRILE 2001, N. 105 DELLA CORTE COSTITUZIONALE.

E’ un giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale; la sentenza è in tema di libertà personale. Il parametro di legittimità costituzionale è l’articolo 13.
L’articolo 13 tutela la libertà personale che può essere limitata solo per atto dell’autorità giudiziaria motivata.
La questione è sollevata dal Tribunale di Milano sull’articolo 13 commi 4, 5 e 6, e sull’articolo 14, commi 4 e 5, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero)
, nella parte in cui non prevedono: – che la mancata convalida del trattenimento, in caso di insussistenza dei presupposti di cui all’articolo 13 del d.lgs. n. 286 del 1998, elida gli effetti del provvedimento di accompagnamento alla frontiera a mezzo di forza pubblica; – che il provvedimento di accompagnamento alla frontiera a mezzo di forza pubblica sia comunicato all’autorità giudiziaria ed assoggettato a convalida entro 48 ore da parte di tale autorità..
Si costituisce in giudizio anche il Presidente del Consiglio dei Ministri rappresentato dalla Avvocatura dello Stato.

Il Tribunale ha sollevato la questioni di legittimità, con sei ordinanze, di questi articoli nella parte in cui essi non prevedono che la mancata convalida del trattenimento se mancano i presupposti elimini gli effetti del provvedimento di accompagnamento alla frontiera a mezzo di forza pubblica e che il provvedimento di accompagnamento si comunicato all’autorità giudiziaria e assoggettato a convalida entro 48 h.
Il remittente nelle sei ordinanze ricorda che il trattenimento nel centro di permanenza temporanea e assistenza non può scindersi dalla risoluzione di tale questione di costituzionalità riguardo l’accompagnamento coatto alla frontiera in via amministrativa; l’accompagnamento deve vedere l’accertamento dei presupposti di convalida.
Il Tribunale sulla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale il trattenimento dello straniero nei centri deve associare effettività alla normativa sull’allontanamento e sulla espulsione. L’espulsione deve avvenire con accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica.
Essendo il provvedimento di espulsione suscettibile di coercitiva esecuzione, il provvedimento di espulsione inciderebbe sulla libertà personale.
Secondo il remittente si avrebbe anche una violazione della riserva di giurisdizione in 2 ipotesi:
1. Lo straniero venga effettivamente accompagnato dalla forza pubblica alla frontiera;
2. Se l’espulsione non è possibile, lo straniero venga trattenuto nei centri.
Questo perché in queste ipotesi oggetto della convalida sarebbe solo il provvedimento di trattenimento.
Il comma 4 dell’articolo 14 letteralmente sembrerebbe riferirsi solo al provvedimento del questore e inoltre, la mancata convalida del trattenimento sarebbe disgiunta e non travolgerebbe il provvedimento di espulsione con annesso accompagnamento.

Successivamente il Tribunale di Milano ha sollevato identica questione di legittimità con tredici ordinanze di contenuto analogo.
In queste ordinanze il parametro costituzionale è l’articolo 13 comma 2 e 3 e l’oggetto il comma 5 dell’articolo 14 del testo unico.
Il Tribunale solleva la questione di legittimità dell’articolo 14 comma 5 nella parte in cui prevede che la convalida del provvedimento del questore comporta la permanenza nel centro per un periodi di 20 giorni complessivi e non prevede che la permanenza nel centro consegua a provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria.
Per il Tribunale, il trattenimento anche se fa a capo al Ministero dell’interno (e non all’amministrazione penitenziaria) sarebbe una detenzione amministrativa e pertanto andrebbe regolata dall’articolo 13 Cost, ovvero sarebbe necessario un atto motivato dell’autorità giudiziaria che non si dovrebbe limitare solo a convalidare l’operato dell’autorità di pubblica sicurezza.
In sostanza, il Tribunale lamenta che la convalida contrasta con l’articolo 13 per 2 ragioni:
1. Ratifica l’operato dell’autorità di pubblica sicurezza;
2. Legittima la privazione della libertà personale per il periodo predeterminato di 20 giorni.

Inoltre, il giudice non potrebbe limitare la durata del trattenimento in relazione alle esigenze del caso concreto e inoltre dopo la convalida, se i presupposti venissero meno o si protrassero, non potrebbe intervenire.

E’ intervenuto nel giudizio anche il Presidente del Consiglio dei Ministri rappresentato dalla Avvocatura dello Stato.
Egli ha chiesto:
1. La dichiarazione di inammissibilità
2. Qualora vi sia ammissibilità, in ogni caso andrebbe dichiarata l’infondatezza della questione.

L’Avvocatura rileva che i presupposti da cui si muove il remittente sono errati perché il provvedimento di accompagnamento alla frontiera è accessorio rispetto al provvedimento di espulsione (meglio, ne è l’esecuzione).
Il provvedimento di espulsione prevede l’ordine per lo straniero di abbandonare il territorio italiano mentre l’accompagnamento coattivo è una modalità esecutiva di questo; quest’ultimo consiste nella ricerca e nella esecuzione di un itinerario obbligatorio pertanto incide solo sulla libertà di circolazione.
Tale limitazione alla libertà di circolazione sarebbe, per l’Avvocatura, coerente con la Costituzione in quanto si tutela la pubblica sicurezza contro le ondate di immigrazione illegale.
Inoltre, se la questione fosse ammissibile essa sarebbe comunque infondata perché una eventuale restrizione della libertà personale si avrebbe solo nel tragitto verso la frontiera e, in questo caso, ricorrerebbero i necessari presupposti di necessità e urgenza richiesti dall’articolo 13 per una restrizione della libertà personale.
L’Avvocatura sostiene che sarebbe accettabile un piccolo restringimento in questa circostanza della libertà anche per avere un flusso migratorio ordinato e una adeguata accoglienza.
Inoltre, la Avvocatura sostiene che la riserva di giurisdizione non sia violata perché il giudice nella convalida deve valutare la sussistenza dei presupposti di cui agli articoli 13 e 14 del TU e quindi giudica sulle condizioni per poter effettuare una espulsione con accompagnamento alla frontiera.
In sostanza il giudice valuta:
1. legittimità del trattenimento
2. legittimità della misura di accompagnamento.

Quindi poiché il trattenimento esiste come presupposto per l’accompagnamento in frontiera allora la convalida del trattenimento comporta di conseguenza quella dell’accompagnamento alla frontiere che quindi non è sottratto al sindacato del giudice.

La Corte ritiene che le prime 6 ordinanze e le seconde 13 propongano medesime e connesse questioni pertanto i relativi giudizi possono essere riuniti per essere decisi congiuntamente.

La Corte analizza il quadro legislativo in analisi. L’articolo 10 del Testo Unico prevede che:
1. la polizia di frontiera possa respingere gli stranieri che non hanno i requisiti per l’ingresso
2. il questore possa disporre il respingimento con accompagnamento alla frontiera per gli stranieri che sono alla frontiera o che sono stati scoperti successivamente
L’articolo 13 disciplina l’espulsione amministrativa dello straniero disposta con decreto motivato e che può avvenire in 2 modi:
1. l’intimazione a lasciare il territorio dello Stato entro il termine di 15 giorni e ad osservare le prescrizioni di viaggio e di presentazione all’ufficio di polizia di frontiera
2. l’accompagnamento della frontiera per mezzo della forza pubblica.
All’accompagnamento mediante forza pubblica si ricorre anche in altri 2 casi:
1. l’espulsione sia disposta dal Ministro dell’interno per motivi di ordine pubblico e sicurezza
2. lo straniero si sia trattenuto oltre i termini dell’intimazione
L’accompagnamento disposto dal questore è riconducibile ad un provvedimento disposto dal prefetto.
Inoltre, il decreto di espulsione disposto dal prefetto è il presupposto per l’esecuzione dell’accompagnamento nei confronti dello straniero.
La Corte ricorda come:
1. contro il provvedimento di espulsione del prefetto è dato ricorso presso il giudice ordinario
2. contro il provvedimento del Ministro dell’interno è dato ricorso presso il Tar del Lazio
Qualora non sia possibile procedere al provvedimento di espulsione amministrativa, il questore deve disporre che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario nel centro di permanenza.
Il provvedimento che dispone il trattenimento deve essere inviato al giudice immediatamente o comunque entro 48 h dalla sua adozione; entro le successive 48 h il giudice dovrà eventualmente convalidare(valutando i presupposti).
A questo punto si possono avere 2 situazioni:
1. la mancata convalida che comporta la perdita di efficacia del provvedimento
2. la convalida che comporta il trattenimento per un periodo di 20 giorni complessivi

La Corte rileva che i casi in esame riguardano tutte la convalide della espulsione amministrativa disposta dal prefetto (non quella del Ministro dell’interno).
Il trattenimento dello straniero presso i centri è una misura incidente sulla libertà personale e pertanto deve rispettare le garanzie dell’articolo 13; si potrebbe avere un dubbio che non sia così perché il legislatore terminologicamente non fa riferimento ad istituti di diritto penale, tuttavia è certo che il trattenimento è una restrizione della libertà personale (si capisce dal fatto che il questore possa adottare misure di vigilanza affinché lo straniero non si allontani dal centro.
Nonostante gli interessi pubblici sulla materia di immigrazione e i problemi di sicurezza e ordine pubblico, il carattere universale della libertà personale non può venire scalfito tanto è vero che è considerato in Costituzione un diritto fondamentale della persona umana.
Tuttavia, la disciplina in esame rispecchia il disposto costituzionale dell’articolo 13 perché l’art. 14 del TU fa riferimento ad una riserva di giurisdizione in quanto il provvedimento di trattenimento deve essere comunicato entro 48 h all’autorità giudiziaria e che, se questa non lo convalida nelle successiva 48 h, cessa di avere ogni effetto.

I remittenti lamentano che il giudice della convalida non possa estendere la sua valutazione sull’accompagnamento che rimarrebbe quindi estraneo al procedimento giurisdizionale. Essi sostengono infatti che l’articolo 14 comma 4 usa il termine “provvedimento” riferendosi solo a quello del questore e non a quello di accompagnamento. Tuttavia, l’articolo 14 comma 4 stabilisce anche che il giudice convalida il provvedimento del questore sentito l’interessato e ove ritenga sussistenti i presupposti di cui agli articoli 13 e 14. Si deduce quindi che il controllo del giudice riguarda tanto il provvedimento del questore quanto il provvedimento di espulsione amministrativa con la sua modalità di esecuzione mediante accompagnamento alla frontiera.
Inoltre, la stesso articolo 14 comma 3 stabilisce che il questore deve trasmettere al giudice gli “atti” e con atti si devono intendere tutti gli atti inerenti il procedimento (sia quello di trattenimento che di espulsione amministrativa).
Tale obbligo di trasmissione nel termine perentorio di 48 h configura necessariamente un controllo giurisdizionale pieno; il giudice, dice la Corte, in virtù di questo, dovrà rifiutare la convalida se il provvedimento di espulsioni con accompagnamento manchi o non sia conforme ai presupposti di legge.
La infondatezza emerge oltre che sul piano letterale anche su quello sistematico perché il trattenimento è la modalità organizzativa prescelta dal legislatore per rendere possibile l’allontanamento dello straniero dal territorio nazionale mediante decreto motivato.
Inoltre, l’accompagnamento è inerente alla materia dell’articolo 13 Costituzione e non alla libertà di circolazione in quanto si ha una restrizione di libertà mediante coercizione.

Quindi, il controllo del giudice si estende a tuti i presupposti del trattenimento.
Implicitamente, afferma la Corte, è risolta anche la seconda questione sollevata dai remittenti.
Essi sostengono, appunto, che il TU non preveda espressamente che la negazione della convalida sia incida sul provvedimento di espulsione con accompagnamento.
La Corte dice che anche in assenza di una esplicita previsione è scontato e ovvio che se si ha la negazione della convalida questa travolge di conseguenza tanto il trattenimento quanto la misura di accompagnamento alla frontiera mediante forza pubblica.
Se il presidio della libertà personale ex art. 13 è l’atto motivato dell’autorità giudiziaria non si può sostenere che un atto coercitivo come l’accompagnamento che incide sulla libertà della persona possa essere adottato dall’autorità di polizia quando il giudice ha accertato l’illegittimità dei presupposti.

Le ordinanze dei remittenti chiedono inoltre la dichiarazione di illegittimità costituzionale, per violazione dell’articolo 13 comma 2 e 3, dell’articolo 14 comma 5 del TU “nella parte in cui prevede che la convalida del provvedimento del questore comporta la permanenza nel centro per un periodo di 20 giorni complessivi e non prevede che la permanenza nel centro consegua a provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria per il periodo da questa indicato, nel rispetto del limite massimo di 20 giorni”.
La questione è infondata perché la scelta del legislatore nello stabilire un periodo di 20 giorni per gli impedimenti all’esecuzione del provvedimento di espulsione non appare irragionevole (superato il limite il provvedimento perde efficacia). Quindi, non si tratta di un tempo di restrizione della libertà personale che debba essere consumato interamente.
Infatti, l’articolo 14 comma 1 prevede che lo straniero debba essere trattenuto solo “per il tempo strettamente necessario” e se vengono meno le condizioni deve cessare il trattenimento.

1965.- Indietro tutta! Dalle promesse elettorali alla ragion di Stato.

CjY39YCW0AAdCCG

Una cosa è la propaganda elettorale, un’altra cosa è governare. Sugli slogan si scivola facilmente. Ci vuole esperienza e ci vuole l’appoggio del popolo. Lo ha capito e lo ha avuto Salvini. Soprattutto, bisogna avere chiaro qual’è l’obbiettivo e quali sono gli avversari. Agli italiani, che sono europeisti liberi, certe regole di Bruxelles non vanno e non vanno i lacci della finanza sulla loro economia, che, poi, significa sui loro diritti.
Ma il quarto partito della finanza non perde mai e Soros lo sa bene. Il giallo-verde naviga in acque difficili e vira di bordo a ogni scoglio. Una virata dalle promesse elettorali e, poi, un’altra: i trattati europei restano, il 3% del patto di stabilità non si sfora, i vincoli esterni con le loro regole restano, le ONG, quelle sì, sono sparite, ma Dublino resta, i migranti della Diciotti sono sbarcati per due volte; ora, si sono”allontanati” e girano liberi, altri ne sbarcano dalla Tunisia con i barchini. Salvini, novella Giovanna d’Arco, oggi ha visto i giudici “democratici” sequestrargli i soldi dei cittadini, ripeto: dei cittadini e del loro diritto di partecipazione alla politica; ieri, ha visto un altro giudice “democratico” mettere i ceppi al ministro degli interni. Che ha fatto? e il presidente di questo e di quello Sergio Mattarella lo sa? Stava applicando la direttiva europea sui rimpatri, la 2008/115/CE, che prevede e disciplina rimpatri degli irregolari o allontanamento e trattenimento per il tempo che occorre. Sì perché l’Unione, nelle sue leggi, dice che non devono esserci irregolari. Passiamo ai milioni: quelli del conto di Renzi sono come i funghi. Piove su loro come su quelli dell’Unicef e quelli degli SMS dei terremotati. Piove anche su quelli del MPS , anzi, di De Benedetti o Debenedetti, come si chiama il suo fratello ebreo. Tutto a posto. L’ILVA, l’1% del PIL, è andata a Arcelor Mittal. Meglio così ha detto Di Maio, che non se avessimo perso un ricorso. Intanto, i 13.522 dipendenti avranno un domani e anche i 10.700 nuovi assunti; ma lo Stato, che dovrà garantirli domani, contro l’imprenditore indiano, non c’è. Pace alle 8 morti bianche di questo calvario. L’ILVA è la cartina di tornasole che l’impresa: anima della democrazia, secondo la saggia visione e il partito di Berlusconi, ha bisogno di uno Stato solido, coeso sui temi essenziali e non diviso sempre e su tutto. Lo chiedono gli imprenditori e lo chiediamo tutti noi.

1964.- CONFUSIONE NEL GOVERNO, NELLE ISTITUZIONI: QUESTI PARTITI SONO AL CAPOLINEA

Unknown-1

Quelle parti della politica, dette destra e sinistra, con cui si indicano le componenti del Parlamento che siedono, rispettivamente, alla destra e alla sinistra del Presidente dell’assemblea legislativa e, in generale, l’insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici e quelle egualitariste e progressiste, avevano un senso negli Stati sovrani e sociali eretti a difesa della triade popolo, territorio, ordinamento. Da quando è l’economia a dettare le leggi e non più il viceversa, da quando il globalismo ha cancellato le frontiere e la sovranità, gli Stati sociali non tutelano più la vita naturale dei cittadini, ma la vita utile dei sudditi. Ecco che parlare di destra e sinistra, di partiti conservatori o egualitaristi e progressisti non ha più un senso perché non esistono più e non sarebbero attuali. DIEGO FUSARO, filosofo, scrittore saggista, appassionato commentatore politico, giornalista, contro il sistema capitalistico, contro l’Europa delle banche e del pensiero unico globalizzato, dice: “Mi impegno nello studio del pensiero dei filosofi nei secoli, soprattutto Marx e Gramsci, per dar vita a un progetto sociale con cui attirare l’attenzione dei politici verso programmi che abbiano come priorità di governo l’attenzione agli offesi della Terra e alla tutela delle diverse culture, possibilmente dove esse si sono sviluppate.” In Germania e in Europa la presa d’atto di questa trasformazione dei cittadini in sudditi, o, peggio, in schiavi, sta rendendo obsoleti i partiti tradizionali, le loro logiche, le consorterie con le loro organizzazioni clientelari, incapaci di costituire lo strumento per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica. Nemmeno il sovranismo, frammentato come sopra, si dimostra adeguato e sufficiente a contrastare quello che viene chiamato globalismo, ma, che in realtà, è il dominio dei pochi, della finanza, sui popoli. Quindi, né i populisti di destra, i sovranisti, né i populisti di sinistra sono in grado di contrastare la finanza mondiale e i suoi eserciti. Entrambi combattono soltanto per perdere, sempre di più e, infine, sparire. Quindi, non c’è più destra né sinistra; quindi, dopo i populisti di destra non ci sono i ‘responsabili’ o i ‘competenti’, ma nemmeno ci sono i populisti di sinistra su cui contare. Aria nuova dunque; ma non per un ulteriore progetto politico. Serve un progetto che imponga dei principi costituzionalizzati alle formazioni politiche: un progetto che, veramente, ponga al vertice la crescita dell’individuo, per accompagnarlo fuori dall’ignoranza, a scoprire i suoi valori, a essere cittadino consapevole. Allora, finalmente, potremo parlare di identità, di sociale e di politica.no ci sono i populisti di sinistra su cui contare. Aria nuova dunque!

1963.- IN GERMANIA NASCE ‘AUFSTEHEN’, ALZARSI IN PIEDI, CON LA LEADER SAHRA WAGENKNECHT CHE SI PREPARA ALLE ELEZIONI EUROPEE, DOVE SI PREANNUNCIA UNA GUERRA TRA GLI ORBANIANI ALLA SALVINI E LA FAZIONE PODEMOS-VAROUFAKIS-CORBYN. I VECCHI PARTITI SARANNO ROTTAMATI?

Quelle parti della politica, dette destra e sinistra, con cui si indicano le componenti del Parlamento che siedono, rispettivamente, alla destra e alla sinistra del Presidente dell’assemblea legislativa e, in generale, l’insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici e quelle egualitariste e progressiste, avevano un senso negli Stati sovrani e sociali eretti a difesa della triade popolo, territorio, ordinamento. Da quando è l’economia a dettare le leggi e non più il viceversa, da quando il globalismo ha cancellato le frontiere e la sovranità, gli Stati sociali non tutelano più la vita naturale dei cittadini, ma la vita utile dei sudditi. Ecco che parlare di destra e sinistra, di partiti conservatori o egualitaristi e progressisti non ha più un senso perché non esistono più e non sarebbero attuali. DIEGO FUSARO, filosofo, scrittore saggista, appassionato commentatore politico, giornalista, contro il sistema capitalistico, contro l’Europa delle banche e del pensiero unico globalizzato, dice: “Mi impegno nello studio del pensiero dei filosofi nei secoli, soprattutto Marx e Gramsci, per dar vita a un progetto sociale con cui attirare l’attenzione dei politici verso programmi che abbiano come priorità di governo l’attenzione agli offesi della Terra e alla tutela delle diverse culture, possibilmente dove esse si sono sviluppate.” In Germania e in Europa la presa d’atto di questa trasformazione dei cittadini in sudditi, o, peggio, in schiavi, sta rendendo obsoleti i partiti tradizionali, le loro logiche, le loro organizzazioni clientelari, incapaci di costituire lo strumento per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica. Nemmeno il sovranismo si dimostra adeguato e sufficiente a contrastare quello che viene chiamato globalismo, ma, in realtà, è il dominio dei pochi, della finanza sui popoli. Quindi, né i populisti di destra, i sovranisti, né i populisti di sinistra sono in grado di contrastare la finanza mondiale e i suoi eserciti. Entrambi combattono soltanto per perdere, sempre più e sparire. Quindi, contesto la presentazione di questo articolo di Pierre Haski per France Inter, fatta da Dagospia perché:
Non c’è più destra né sinistra e dopo i populisti di destra non ci sono i ‘responsabili’ o i ‘competenti’, ma nemmeno ci sono i populisti di sinistra su cui contare. Aria nuova dunque!

sahra-wagenknecht-aufstehen-1056402
SAHRA WAGENKNECHT

La storia ci dirà se il movimento Aufstehen, nato il 4 settembre a Berlino, segnerà un punto di svolta nella politica della Germania, o se sarà solo un fenomeno effimero. Il fatto merita comunque attenzione perché interessa tutta l’Europa.
Aufstehen, “alzarsi in piedi” in tedesco, è stato lanciato da un’esponente della sinistra radicale del paese, Sahra Wagenknecht, e ha una linea dura contro l’immigrazione, il che è piuttosto significativo in questo periodo segnato dall’avanzata dell’estrema destra e dagli eventi di Chemnitz, nell’est della Germania.

sahra-wagenknecht-e-i-fondatori-di-aufstehen-1056401_tn
Sahra Wagenknecht e i fondatori di Aufstehen

Wagenknecht non è una sconosciuta: è la copresidente del gruppo della Linke, il partito della sinistra radicale tedesca, nel Bundestag, il parlamento federale. Wagenknecht ha creato Aufstehen senza lasciare il partito, per rivolgersi a quella parte di elettori che ha ceduto alla tentazione dell’estrema destra.

Secondo Wagenknecht, dopo l’ondata migratoria del 2015 che ha spinto la cancelliera Angela Merkel ad accogliere un milione di profughi in Germania, l’estrema destra ha cavalcato lo scontento di una parte dell’elettorato. Alternative für Deutschland (Afd), il partito ostile all’immigrazione fondato nel 2013, può contare sul terzo gruppo parlamentare più numeroso al Bundestag, e secondo gli ultimi sondaggi scavalcherebbe il Partito socialdemocratico se si andasse a votare ora.

oskar-lafontaine-134807_tn
Sahra Wagenknecht Aufstehen

La conclusione di Wagenknecht è che la sinistra deve abbandonare la sua “buona coscienza” sul tema dell’accoglienza e del controllo delle frontiere. La leader di Aufstehen rispolvera anche una vecchia analisi marxista secondo cui i padroni usano l’immigrazione per abbassare i salari.

A suo modo, Wagenknecht vuole offrire agli elettori delle classi popolari, che si sentono minacciati dagli stranieri, un’alternativa all’Afd, e ha deciso di farlo fuori dal partito, contrastando con un populismo di sinistra le tentazioni dell’estrema destra.

Traduzione di Andrea Sparacino per http://www.internazionale.it

In Germania la sinistra è quindi combattuta tra l’imperativo morale della solidarietà e questo nuovo realismo (o meglio, cinismo) che non vuole lasciare all’estrema destra il monopolio del discorso sull’immigrazione.
sahra wagenknecht aufstehen
SAHRA WAGENKNECHT AUFSTEHEN

Il dibattito tedesco è una dimostrazione del caos provocato dall’avanzata dell’estrema destra, soprattutto nell’ex Germania dell’Est da cui provengono sia Wagenknecht sia Merkel. Questo confronto interessa buona parte dell’Europa, Francia compresa, ma è in Germania che ha ormai raggiunto il culmine, con il populismo che interferisce con i valori classici della sinistra.

È necessario rispondere alla radicalizzazione della destra con le consuete proteste, come hanno fatto i 60mila partecipanti al concerto antinazista organizzato a Chemnitz all’inizio della settimana, a rischio di coinvolgere solo le persone già schierate? O è meglio pensare, come fa Wagenknecht, che le ragioni di chi vota per l’estrema destra debbano essere ascoltate, a rischio di perdere la propria anima?

1962.- Perché il taglio a 5 stelle delle pensioni d’oro va rottamato. L’analisi di di Alberto Brambilla (Lega)

pensione_12172-701x400

Riprendiamo il tema della riforma delle pensioni ripubblicando un estratto del rapporto di Itinerari Previdenziali, il centro studi di Alberto Brambilla, tecnico esperto di pensioni vicino al leader della Lega, Matteo Salvini.
L’estratto analizza il disegno di legge del Movimento 5 Stelle pubblicizzato con il taglio delle pensioni d’oro; ma che sottende la violazione di principi costituzionali e induce a pensare a futuri tagli alle pensioni d’argento e, poi, di bronza, come richiesto da FMI e Unione europea.

Questa operazione “rischiosa” dal punto di vista giuslavoristico produrrebbe un ricavo di circa 330 milioni, che si possono ridurre ulteriormente per i costi dell’intera operazione, trascurando al momento gli oneri per i ricorsi che avrebbero ottime probabilità di successo: si pensi solo a coloro che hanno fatto la ricongiunzione onerosa, il riscatto di laurea (molto costoso) o la contribuzione volontaria a proprio carico per raggiungere i requisiti; sulla parte decurtata lo Stato restituisce i soldi pagati per la ricongiunzione, il riscatto di laurea o i contributi volontari?

O a quelli con oltre 40 anni di contributi, e infine, ma ci sarebbero molti altri casi, per quelli licenziati o costretti a lasciare il lavoro per crisi aziendale o per quelli che hanno raggiunto i 65 anni, limite di età regolamentare nella PA, collocati d’ufficio a riposo dall’amministrazione di appartenenza1 , o per quelli che devono lasciare il lavoro per scadenza dei brevetti professionali a 60 anni, come i piloti d’aereo, i macchinisti dei treni, i piloti del porto, gli autisti di mezzi pubblici, le Forze Armate e i diplomatici con servizi in zone di guerra ecc. o perché lavoratori addetti a mansioni usuranti o perché salvaguardati dalle varie leggi di riforma previdenziale o i minatori o gli esposti all’amianto.

L’elenco sarebbe lunghissimo, ma soprattutto le categorie più colpite sarebbero i pensionati di anzianità che hanno contribuito di più (Italia del Nord e in parte al Centro), i lavoratori precoci e le donne la cui età legale di vecchiaia è sempre stata, fino al 2011, di 5 anni inferiore a quella degli uomini. E i penalizzati sarebbero solo le alte professionalità, cioè la classe dirigente del Paese.

5 annotazioni:

1) Il 70% delle pensioni che verrebbero decurtate sono pagate al Nord dove prevalgono di gran lunga le pensioni di anzianità e questo potrebbe creare qualche problema all’elettorato della Lega perché ci sarebbe un trasferimento Nord-Sud in quanto la maggioranza delle pensioni assistite è proprio al Sud.

2) Non verrebbero invece minimamente toccati i veri avvantaggiati dal metodo retributivo che sono: gli iscritti ai fondi speciali ante 1996; gli iscritti alle gestioni CDCM (agricoltori), artigiani e commercianti (dopo la legge del 1991); i baby pensionati; i percettori di integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni sociali, 14° mensilità, che sono quasi 10 milioni di pensionati (considerando gli avvantaggiati dalla legge del 1991); queste categorie hanno pensioni che nonostante siano tra il 30 e il 50% maggiorate rispetto ai contributi versati, hanno importi inferiori ai fatidici 4.000 € netti. Infine, e questo è un paradosso, verrebbero tagliate le pensioni sopra i 4 mila € che sono in pagamento da 20 anni e non quelle da 3 mila € che sono vigenti da oltre 30 anni (baby pensioni, prepensionamenti, esodi, ecc.). Si ricorda (come emerge dalle prime anticipazioni dell’Osservatorio del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sulle decorrenze pensionistiche) che circa 700 mila pensioni sono in pagamento tra i 38 e i 41,5 anni e il 25% delle pensioni supera i 25 anni di durata a oggi.

3) Infine ogni modifica con effetti retroattivi presenta profili di illegittimità costituzionale, lede il patto tra cittadini e Stato e mina la fiducia futura: che fiducia può avere un giovane che deve versare contributi per 40 anni sapendo che qualcuno potrebbe cambiare le regole del gioco?

4) È evidente che con le norme del PdL diverrebbe molto penalizzante per tutti quelli che hanno importi lordi oltre gli 80 milioni aderire all’eventuale quota 100 o quota 41 anni e mezzo, una ipotesi non molto costituzionale; ma paradossalmente, in assenza di una clausola di salvaguardia del PdL, sarebbe penalizzante anche per chi ha raggiunto i 43 anni e 3 mesi previsti dalla riforma Monti-Fornero per lasciare il lavoro con il solo requisito contributivo. Supponendo che un lavoratore abbia raggiunto tale requisito all’età di 62 anni, la sua penalizzazione sarebbe pari al 14,5%. Si vorrebbe modificare la Fornero per creare flessibilità e con il PdL si aumenta notevolmente l’onere della flessibilità in uscita a carico del lavoratore.

5) È persino evidente che con entrate incerte (anche per i prevedibili ricorsi) e comunque non superiori alle cifre indicate, non si può finanziare una spesa strutturale elevatissima quale l’aumento delle pensioni minime2 a 780 euro netti al mese per 13 mensilità; si consideri che solo per portare a 780 euro le sole pensioni di invalidità, occorrerebbero oltre 6 miliardi l’anno (vedasi Allegato 5). Peraltro deve essere chiaro a tutti che prevedere un importo netto di 780 € al mese per 13 mensilità, produrrebbe una elusione o evasione contributiva enorme e indurrebbe chi può a non versare i contributi essendo tale pensione relativa a una retribuzione lorda mensile di circa 1.500 €, pari cioè al reddito medio dichiarato ai fini Irpef e i redditi fino a 25 mila euro lordi l’anno rappresentano una parte considerevole delle dichiarazioni fiscali (si veda l’Approfondimento annuale sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef di Itinerari Previdenziali). Sarebbe nella maggior parte dei casi un “regalo” a chi non ha mai pagato né tasse né contributi.

Le modalità di calcolo delle pensioni retributive e l’indicizzazione

Ma queste pensioni sopra i 4.000 € netti come sono state calcolate?

Questa è una domanda fondamentale per capire il problema. Infatti, come si vede negli allegati 2 e 3 queste pensioni hanno subìto una riduzione sia nella fase di calcolo retributivo sia in quella successiva di erogazione:

a) nella fase di calcolo il metodo retributivo prevede che il coefficiente di proporzionamento per ogni anno lavorato è pari al 2% per i redditi fino agli attuali 46 mila €. Quindi fino a tale importo la pensione sarà pari a 2% moltiplicato per gli anni di iscrizione all’Inps: con 35 anni la pensione sarà pari al 70% del reddito medio degli ultimi 10 anni e con 40 anni all’80%.

P = RMP x (K x NA), dove P è la pensione; RMP, la retribuzione media pensionabile (media ultimi anni); K è il coefficiente di proporzionamento da 2% a 0,9%; NA è il numero di anni di contribuzione. Sopra tale soglia di reddito i coefficienti si riducono fino allo 0,9% per anno. Un lavoratore che oggi prende 100 mila € di pensione lorda annua, aveva una RPM (retribuzione media lorda pensionabile) di circa 200 mila € e con 35 anni di iscrizione ha avuto non il 70% ma il 51% (tasso di sostituzione lordo, uguale al rapporto tra la prima annualità di pensione lorda e l’ultima retribuzione annua lorda) quindi un calcolo già ridotto del 27%; un taglio notevole se si considera che lo stesso lavoratore su quei redditi ha pagato in media il 37% di Irpef (67 mila euro all’anno, svariate volte in più di un titolare di pensione da 2.000 €).

b) il sistema pensionistico prevede che le pensioni in pagamento vengano rivalutate ogni anno all’inflazione secondo le norme tempo per tempo vigenti (vedasi allegato 3) ma non per tutti allo stesso modo; infatti per le pensioni cosiddette alte (oltre 5 volte il minimo), quando va bene la rivalutazione all’inflazione non è piena ma solo al 75% e scende al 45% per la parte che eccede le 5 volte il minimo e, per lunghi periodi, anche a zero. In pratica un soggetto andato in pensione nel 2000 e che ha avuto la prima rivalutazione nel 2001, per effetto delle mancate o parziali indicizzazioni ha perso in termini reali oltre il 13%. Negli ultimi 10 anni (pensionato nel 2008), oltre l’8%. Diventa quindi arduo prevedere ulteriori “tagli” a queste pensioni considerando che rispetto a quelle fino a 46 mila €, hanno già subito una riduzione del 27% in origine e del 13% nel durante. È matematicamente impossibile che abbiano ottenuto dal retributivo un vantaggio del 40% rispetto alle 22 pensioni più basse; anzi come abbiamo visto, sono proprio le pensioni assistite e quelle fino a 2.000 € netti al mese ad aver avuto i maggiori vantaggi. Tagliare solo quelle sopra una certa soglia non solo sarebbe contro la certezza del patto intergenerazionale ma sarebbe anche poco equo. Infine, come si evince dall’allegato 4, per stessa ammissione dei vertici Inps, qualsiasi ipotesi di ricalcolo non è attuabile.

1961.- Guerra e verità. 14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

Gli europei sono masochisti? sono loro che alimentano la diaspora africana o si sono fatti mettere il cappuccio sugli occhi, come i falchi, da qualcun altro? Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?
di Mawuna Remarque Koutonin.

0004A573-africa

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.

– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Coups d’Etat en Afrique : Le rôle toxique de la France

JUIN 10, 2010 UN COMMENTAIRE
On voudrait montrer ici, à travers une rapide analyse quantitative, que le coup d’Etat constitue un mode de régulation politique en Afrique, dont les véritables instigateurs sont les Etats impérialistes occidentaux. En tête de liste de ces parrains étrangers des coups d’Etat africains, il y a indéniablement la France qui a abusé de ce moyen criminogène dans son « Pré Carré », en vue de maintenir sous son « influence » de fait des pays prétendument indépendants de droit.
Deux décennies de grands tumultes
Dans le document joint en annexe, on a répertorié les coups d’Etat survenus en Afrique depuis 1952 jusqu’à mars 2010. Sur les 67 que nous avons dénombrés, 18 sont intervenus dans la décennie 1970, qui en a connu le plus ; tandis qu’il y en a eu 17 dans la décennie 1980. Ainsi, de 1970 à 1989, ce sont au moins 35 coups d’Etat qui ont meurtri l’Afrique ; soit plus de la moitié (52.2%) de ceux qu’elle a soufferts en soixante ans (1950-2010).

Décennie Coup d’Etat Pourcentage
Nbre Cumul Val Cumul
1950 2 2 3 % 3
1960 12 14 17.9 % 20.9
1970 18 32 26.9 % 47.8
1980 17 49 25.4 % 73.2
1990 12 61 17.9 % 91.1
2000 06 67 08.9 % 100

Une Spécialité françafricaine
Sur les 26 pays africains concernés par les 67 coups d’Etat, il y a en 16 qui ont été des colonies françaises ; soit 61.5% du total. Dans ces ex-colonies françaises sont survenus 45 coups d’Etat ; ce qui représente 67.2% de l’ensemble. Ainsi, plus de 6 coups d’Etat sur 10 survenus en Afrique depuis soixante ans impliquent des pays sous obédience française, particulièrement les pays subsahariens du « Pré Carré », de la « Françafrique ». Or, presque tous ces pays ont signé des accords militaires avec la France ; plusieurs parmi eux accueillant des bases militaires françaises sensées les protéger des agressions armées : ce dispositif révèle ainsi sa fonction véritable de fauteur de violences politiques en Afrique, sous couvert d’« accords secrets de défense » des usurpateurs locaux que la France coopte et protège au pouvoir.

Ex colonies françaises Autres
Pays Score Pays Score
Togo 1 Egypte 1
Tunisie 1 Libye 1
Côte d’Ivoire 1 Guinée Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinée Bissau 2
Rwanda 1 Libéria 2
Algérie 2 Nigéria 3
Zaïre (1) 2 Ethiopie 3
Mali 2 Ouganda 4
Guinée Conakry 2 Soudan 5
SOUS-TOTAL 1 13
Congo 3
Tchad 3
Burundi 4
Centrafrique 4
Niger 4
Mauritanie 4
Burkina Faso 5
RFI Comores 5
SOUS-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTAL 22

Des Etats fidèles protagonistes
Dès les premiers coups d’Etat de la décennie 1960, on voit se former un groupe de sept (7) pays qui se signalera au fil des décennies comme un foyer prépondérant de la prise de pouvoir par les armes en Afrique. Ce sont : Soudan, Congo Brazzaville, Burkina Faso, Burundi, Centrafrique, Nigéria, Ouganda. Les cinq derniers cités ont la particularité d’avoir connu un coup d’Etat au cours de la même année 1966, qui est la plus prolifique de toutes. Ensemble, ces sept pays totalisent 28 coups d’Etat, soit 41.8%, alors qu’ils ne représentent que 26.9% (7/26) des pays considérés. Quatre (4) de ces pays relèvent du « Pré Carré » français (2), soit 57.2% du groupe que nous avons baptisé « fidèles protagonistes » des coups d’Etat en Afrique.
Par ailleurs, ce groupe représente 58.33% des douze (12) pays africains où sont intervenus au moins trois coups d’Etat. Parmi ceux-ci, le Soudan, le Burkina Faso et les Comores culminent à cinq (5) unités chacun. Ces douze pays totalisent 47 coups d’Etat, soit 70.2% de l’ensemble, et compte huit (8) ex-colonies françaises, c’est-à-dire 66.7%. Ces huit « fidèles protagonistes » françafricains ont été le théâtre de 32 coups d’Etat sur les 45 survenus dans les ex-colonies françaises ; soit 71.1%.
Ainsi, parmi les pays les plus précoces ou les plus prolifiques en matière de coups d’Etat, plus de 6 sur 10 sont dans le « Pré Carré » de la France ; un pays qui clame pourtant dans le monde entier son engagement philanthropique en Afrique. En réalité l’implication géostratégique de la France en Afrique est étroitement corrélée avec l’évolution des violences politiques sur le continent, dont par conséquent la présence (hégémonique) française est l’un des plus prépondérants facteurs explicatifs. Tant que ce facteur n’aura pas été fermement stigmatisé pour sa nocivité, le risque de coup d’Etat en Afrique dite francophone restera le plus élevé du Continent-Mère.
***
A la faveur de l’effondrement du Mur de Berlin, le coup d’Etat, comme outil prépondérant de mise au pas des pays africains, a laissé place aux mécanismes d’asservissement économique, notamment de « l’aide » et surtout de « l’ajustement structurel », à partir de la décennie 1990. On peut craindre qu’avec, d’une part l’entrée en force de la Chine (mais aussi de l’Inde, l’Iran, etc.) dans l’arène économique du « Pré Carré » de la France, d’autre part la mort de tous ses vieux affidés locaux (Senghor, Houphouët, Mobutu, Eyadéma, Bongo) ; la décennie 2010 ouvre en Afrique françafricaine une nouvelle ère de régulation politique par la violence.
Les signes avant-coureurs de cette recrudescence des coups d’Etat peuvent se lire dans le putsch manqué en Côte d’Ivoire de septembre 2002, les putschs réussis en Mauritanie en 2008 et à Madagascar en mars 2009 ; de même que la tentative d’assassinat – en Guinée Conakry – de Moussa Dadis Camara en décembre 2009.
Il n’en reste pas moins une différence considérable dans le contexte politique international, où les cartes géostratégiques se redistribuent au détriment de l’Europe, a fortiori de la France ; cette dernière ayant de moins en moins les coudées franches pour instrumentaliser la « communauté internationale » à des fins de délinquance politique en Afrique. A cet égard, le camouflet que lui a infligé la diplomatie ivoirienne à l’ONU, ainsi que celui infligé dans la même enceinte onusienne à son poulain malgache Andy TGV par la SADC, semblent signifier la fin prochaine de la main mise de la France sur l’Afrique fallacieusement dite « francophone ».
Une dénonciation franche et massive du rôle toxique de la France, par de nouveaux leaders politiques africains, précipiterait cette fin, dont on veut croire qu’elle est désormais inéluctable.
(1) Certes, le Zaïre n’a pas été une colonie française, mais il n’en demeure pas moins un pays francophone au destin très étroitement lié à celui des autres ; Mobutu Sese Seko ayant été protégé par la France jusqu’à sa mort.
(2)Congo, Burkina Faso (ex Haute Volta), Burundi, Centrafrique.
KLAH Popo

1960.- Taglio pensioni d’oro, fra dibattito e Costituzione

Vittorio Feltri: Dopo i casini del decreto dignità, la riapertura del Parlamento coinciderà con l’ inizio delle discussioni riguardo alla legittima difesa, al taglio sconsiderato delle pensioni (incluso quello relativo alla reversibilità) e al varo del reddito di cittadinanza…Di Maio può ricorrere all’ aumento del debito? Cioè pagare i suoi aficionados con quattrini inesistenti e pertanto prelevati da forzieri vuoti? Mi sembra improbabile. Se poi egli intende falcidiare le pensioni di chi ha versato i contributi per sovvenzionare coloro che non hanno mai lavorato, scatenerà una lotta micidiale a livelli sociali. Una sorta di battaglia fratricida dai destini incerti. D’ altronde per i 5 Stelle non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale significa perdere consensi e andare alle europee incontro a una sonora sconfitta.

Voglio fare una premessa anch’io: Le pensioni, tranne le loro, quelle che ci siamo pagate, sono parte del contratto di lavoro e, per lo Stato, costituiscono un obbligazione da onorare e non materia con cui fare e disfare per fingersi politici. La pensione di reversibilità alla vedova è la sua pensione guadagnata in una vita e pagata così forfettariamente. E’ un diritto e non si tocca! Aggiungo che, con i contributi versati all’INPS, si dovevano acquistare beni fruttiferi per integrarli nel tempo. Hanno acquistato immobili, pagandoli spesso più del valore e ieri li hanno svenduti al di sotto del prezzo e del valore. Venduto l’immobile, spariti i documenti? Ecco a chi è in mano il nostro futuro, dopo una vita di lavoro!
E, poi:
L’Unione europea e il FMI, da tempo, sostengono che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma Fornero, infatti, è pari al 16% del Pil ed è la seconda nell’area euro dopo la Grecia. Un ‘working paper’ del Fmi curato da Michael Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi e dal titolo ‘Italy: toward a growth-friendly fiscal reform’ mette in evidenza come ci sarebbero molte aree nel sistema pensionistico in cui l’Italia potrebbe agire per ridurre la spesa e quindi risparmiare.
Una delle ipotesi che potrebbero essere seguite e’ quella dell’eliminazione della quattordicesima e di una riduzione della tredicesima, che potrebbero essere sostituite con interventi anti povertà. C’e’ poi l’introduzione di un limite di età per il coniuge vedovo e limitare ogni pagamento ad altri che non siano il coniuge vedovo o l’orfano.
in realtà, almeno tre sono le aree che il neoliberismo, tuttora in sella, ha deciso di colpire:
1. La proprietà della casa. Infatti, gli ultimi dati dell’Istituto di statistica europea rivelano che più di sette connazionali su dieci vivono in abitazioni di proprietà; una percentuale superiore alla media dell’Eurozona (66,6%) e dell’Unione Europea (70%). Il confronto dei dati italiani con quelli degli altri Paesi dell’Ue mostra risultati interessanti. Secondo i dati – aggiornati al 2013 – infatti, la Romania è il primo Paese della lista, con la quasi totalità di persone che vivono in case di proprietà. A seguire la Spagna (77,7%), la Grecia (75,8%), il Portogallo (74,2%) e il nostro Paese (73,0%).
2. Il risparmio. Il risparmio degli Italiani è tra i più elevati al mondo. Il punto debole del Belpaese è piuttosto l’enorme debito pubblico.
Le passività finanziarie di una famiglia italiana è sotto il 90% del reddito disponibile. Molto meno della media dell’Eurozona. Si risparmia troppo e non siamo, perciò, ben gestibili, perciò si deve colpire il risparmio. Cito l’aumento dei tassi d’interesse, l’ingresso di società straniere nel sistema bancario: Société Generale con Unicredit e cito anche il bail in, che ritengo assolutamente incostituzionale. Le regole dell’Unione Bancaria europea completeranno il piano agendo sulle percentuali di crediti detenibili.
3. Le pensioni. Il rapporto sul bilancio del sistema previdenziale del Centro studi e ricerche “Itinerari previdenziali” pone in relazione le “prestazioni in pagamento e la popolazione, con il risultato di una prestazione ogni 2,638 abitanti, in pratica una per famiglia”. Il taglio delle pensioni d’oro è uno slogan che fa presa sugli astiosi, ma, dal punto di vista contabile, non produce grandi risultati. Serve, però, a stabilire il principio che quell’obbligazione chiamata pensione e il principio sacrosanto tempus regit actum non valgono più. Ci voleva Di Maio!
Se questi sono gli obiettivi che i nostri governi stanno portando avanti, chi osteggiandoli a parole e chi condividendoli, noterete che vengono colpiti i pilastri della ricchezza delle famiglie e, quindi, della società italiana, ancora non sottomessa. Aggiungetegli i costi proibitivi per molti della sanità, l’immigrazione incontrollata di grandi masse d’individui non integrabili e la prevalenza di fatto e incostituzionale dell’ordinamento europeo sulla Costituzione e vedrete che il piano di annientamento della Nazione è stato, praticamente, eseguito. Dimenticavo le esondazioni di Mattarella contro la sovranità, ma non serve.
Buona lettura.

TAGLIO PENSIONI D’ORO, FRA DIBATTITO E COSTITUZIONE


Veniamo al taglio delle pensioni d’oro e al dibattito sulla soglia minima; la proposta di un prelievo una tantum sugli assegni più bassi ed i rischi di incostituzionalità.
Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziale in arrivo con la prossima legge di Bilancio, c’è il taglio delle pensioni d’oro, su cui si scalda il dibattito, con il vicepremier, Luigi Di Maio, che insiste sulla proposta pentastellata di agire sui trattamenti superiori ai 4mila euro netti.

C’è anche una controproposta, formulata da Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, che invece pensa a una misura una tantum (una sorta di prelievo di solidarietà), partendo dagli assegni superiori ai 2mila euro netti.

E c’è un possibile punto d’incontro, rappresentato dall’idea del presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, che avanza l’ipotesi di un taglio da applicare a trattamenti più alti, dai 5mila euro netti al mese. Vediamo i termini del dibattito.

Il taglio delle pensioni d’oro, proposta di legge
9 agosto 2018
Il punto di partenza è rappresentato da un disegno di legge presentato alla Camera dalle forze di maggioranza, in base al quale la decurtazione dovrebbe riguardare le pensioni superiori agli 80mila euro annui (significa, appunto, circa 4mila euro netti al mese), solo nel caso in cui non corrispondano ai contributi versati. Semplificando un po’, la proposta in pratica applica il sistema contributivo a coloro che sono già in pensione, e hanno assegni superiori alle cifre sopra citate.
Secondo uno studio di Itinerari Previdenziali, firmato da Alberto Brambilla, Gianni Geroldi e Antonietta Mundo, si tratta di una rimodulazione delle regole retroattiva, e quindi di

un’operazione che può presentare una lesione della certezza del diritto e profili di incostituzionalità.
Rivalutazione pensioni alte: blocco costituzionale
14 maggio 2018
Si tratta di una considerazione da non sottovalutare, anche alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale degli ultimi anni, che hanno ad esempio bocciato il blocco della rivalutazione della pensioni di fine 2011, che toccando i trattamenti superiori a tre volte il minimo è stato ritenuto non rispettoso dei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza previsti dalla Costituzione.
La stessa Corte ha, con altre sentenze, ritenuto invece legittimo il blocco della rivalutazione sopra le sei volte il minimo, facendo prevalere la necessità di salvaguardare i conti pubblici. Ma in questo caso il discorso è diverso, perché la proposta di legge delle forze di maggioranza non prevede una misura una tantum, ma di fatto un ricalcolo delle pensioni già in essere.

Tornando al dibattito, come detto il punto di incontro potrebbe essere rappresentato dall’innalzamento della soglia oltre la quale far scattare il taglio: non più 4mila euro, ma 5mila euro al mese. Una misura, quindi, che sarebbe comunque retroattiva, toccando quindi trattamenti in essere, ma tutelerebbe maggiormente i principi di proporzionalità e adeguatezza.

Quota 100 in attesa di dettagli: scenari possibili
31 luglio 2018
Bisogna vedere se e in che modo proseguirà il dibattito, anche alla luce delle altre misure di Riforma Pensioni che il Governo prepara, e che deve ancora decidere in che modo modulare in vista della manovra economica: sembra probabile che la quota 100 venga inserita nella Legge di Bilancio (nhe qui, bisogna vedere in che modo verrà modulata la norma), mentre dovrebbe slittare ai prossimi anni l’uscita con 41 anni di contributi.
di Barbara Weisz, Fonte: iStock

1959.- Il bilancio delle vittime in Tripoli in Libia sale mentre infuria il combattimento

merlin_138810660_c762ce88-bda0-42f0-ae1e-f72337fce622-jumbo
E’ lui!

Restiamo a Tripoli, anche perché ci è cara e seguiamo i comunicati Al Jazeera. Lo scontro in atto è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”. Quello che è certo è che parlare di elezioni a dicembre o, comunque,breve termine, come insiste Macron e con le rivalità fra i vari gruppi al calore bianco, non è soltanto incauto: è impossibile. A meno che non si voglia il fallimento del processo di pacificazione e riunificazione per cui l’Italia si adopera e la Francia no. Meglio sarà rimandare queste elezioni alla primavera, magari dopo il referendum approvativo della Costituzione. So bene che la Costituzione vieta di candidarsi a chi sia risieduto venti anni all’estero e che il generale Khalifa Belqasim Haftar ha vissuto, appunto, venti anni negli Stati Uniti, ma non per questo dovrà venir meno la sua partecipazione al governo del Paese. Sembra che i combattimenti si stiano esaurendo e i drone USA sorvolano il cielo di Tripoli. La settima brigata di Al Kali è contrastata da un’altra milizia: La “Forza Anti Terrorismo di Misurata”, guidata dal generale Mohammed Al Zain, chiamata a Tripoli da Sarraj. Misurata” era dichiaratamente una città fortemente anti-Gheddafi. Forse questo non è estraneo alla fuga dal carcere di Tripoli di 400 detenuti, in gran parte fedeli del compianto Muhammar. Per il nostro Governo è un altro problema, perché già ci sono 8.000 migranti bloccati intorno a Tripoli.

a23f1df62bf443feaf53a3a425a6b5b2_18

Gruppi armati rivali si sono scontrati per più di una settimana sul controllo della capitale. Il bilancio delle vittime dei combattimenti in corso nella capitale della Libia, Tripoli, è salito ad almeno 50, hanno detto funzionari della sanità, mentre infuria la violenza tra le milizie rivali.

Il ministero della salute ha detto che gli scontri tra gruppi armati hanno causato anche oltre 138 feriti.

Il precedente bilancio delle vittime era di 39 persone, di cui 18 civili.

Il 27 agosto, feroci battaglie scoppiarono nei distretti di Tripoli dopo che la settima brigata, un gruppo armato con sede a Tarhouna, 65 km a sud-est della capitale, lanciò un’offensiva a sorpresa contro le milizie rivali.

LEGGI DI PIÙ
Il caos della Libia è stato definito così: “Tutti in corsa per un pezzo di torta”
Una tregua è stata raggiunta il giorno successivo, ma gli scontri sono ripresi poco dopo, costringendo le autorità a chiudere l’unico aeroporto funzionante di Tripoli.

Domenica il governo di Accordo Nazionale (GNA) appoggiato dall’ONU a Tripoli, ha dichiarato lo stato di emergenza.

Mahmoud Abdelwahed di Al Jazeera, riferendosi a Tripoli, ha detto che la situazione è rimasta tesa con sporadici combattimenti e con il lancio indiscriminato di razzi che continuano a cadere in aree residenziali.

“Diversi tentativi non sono riusciti a mettere in atto un cessate il fuoco in vigore da quando gli scontri sono iniziati il ​​26 agosto”, ha detto Abdelwahed.

“La settima brigata, i cui comandanti dicono che opera sotto la Guardia presidenziale della GNA era già stata sconfessata dal governo in aprile”.

Blackout di Facebook
Lunedì, il sito di social media Facebook è stato bloccato a Tripoli e nelle città circostanti.

OPINIONE
Come può la Libia essere stabilizzata?
di Guma El-Gamaty
L’utility libica LPTIC, proprietaria delle due aziende di telecomunicazioni statali, ha dichiarato in una nota che la mancanza di sicurezza ha portato a interruzioni dei servizi. I tecnici della manutenzione non sono stati in grado di raggiungere alcune stazioni che avevano smesso di funzionare a causa della mancanza di energia.
Non ha rilasciato commenti al blocco di Facebook.

L’accesso al web è controllato da aziende statali e monitorato da organismi di sicurezza che sono controllati efficacemente da gruppi armati che lavorano con il debole GNA di Fayez Al Sarray.
I media nazionali indipendenti con sede in Libia non esistono quasi perché i giornalisti spesso subiscono minacce da gruppi armati o da funzionari contrari a ogni forma di critica.

La Libia scivolò nel caos dopo la rivolta del 2011 che rovesciò e governò Muammar Gheddafi e portò alla sua morte.
Il paese è governato dalle autorità rivali di Tripoli e dall’est del paese, entrambi supportati da una schiera di milizie.

FONTE: AL JAZEERA E AGENZIE NEWS, 4 settembre 2018