1842.- Chi finanazia Macron George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

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Diagramma che illustra come Fancy Bear ottiene illecitamente l’accesso ai server privati.

Le e-mail di Macron del 2017 erano fughe di oltre 20.000 e-mail relative alla campagna di Emmanuel Macron durante le elezioni presidenziali francesi del 2017, due giorni prima del voto finale. Le perdite hanno raccolto un’abbondanza di attenzione da parte dei media a causa della rapidità con cui le notizie della fuga si diffondono su Internet, aiutate in gran parte da robot e spammer e hanno accolto le accuse che il governo russo sotto la responsabilità di Vladimir Putin. Le e-mail sono state condivise da Wikileaks e da diversi attivisti di alt-destra americani attraverso siti di social media come Twitter, Facebook e 4chan.
Originariamente pubblicato su un sito di condivisione file chiamato PasteBin, le e-mail non avevano alcun effetto sul voto finale in quanto erano state scaricate poche ore prima di un blackout mediatico di 44 ore che è richiesto dalla legge elettorale francese.
La campagna affermava che le e-mail erano state “ottenute in modo fraudolento” e che i documenti falsi erano mescolati con quelli genuini per “creare confusione e disinformazione”. Numerama, una pubblicazione online incentrata sulla vita digitale, descriveva il materiale trapelato come “assolutamente banale”, costituito da “contenuti di un disco rigido e diverse e-mail di colleghi e funzionari politici marchigiani”. Il senatore degli Stati Uniti dalla Virginia, Mark Warner ha citato la fuga di e-mail come rafforzamento della causa dietro l’indagine del Comitato di intelligence del Senato degli Stati Uniti sull’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016. Nondimeno, il governo russo ha negato tutte le accuse di intervento elettorale straniero.

Pubblicato il contenuto di Macronleaks, una montagna di documenti archiviata nelle caselle di posta elettronica dello staff di Emmanuel Macrone che l’elettorato francese aveva il diritto di conoscere prima della consultazione per le presidenziali.

La stampa d’oltralpe e in particolare Le Monde ha rilasciato un comunicato stampa nel quale afferma espressamente di non aver voluto rivelare il contenuto dei file, per i timori di “influenzare il ballottaggio”: alla faccia del “cane da guardia della democrazia”, interessi oligarchici anteposti a quelli del popolo.

Al solito certi mezzucci hanno le gambe corte e i file sono stati in qualche modo recuperati da altri organi d’informazione e resi pubblici.

Spicca un prestito di otto milioni in favore dell’AFCPEM, l’associazione del candidato di En Marche! per il finanziamento della sua campagna elettorale.

Il finanziamento è stato erogato da Credit Agricole.

Questi soldi dovranno essere restituiti entro il marzo 2019 ed è curioso l’articolo 1415 del contratto: in caso di inadempienza il patrimonio personale di Brigitte, la moglie di Macron, non verrà intaccato.

E’doveroso sottolineare che nessuna banca francese si è detta disposta a finanziare la campagna elettorale di Marine Le Pen, mentre il neo-eletto presidente della Repubblica francese non ha incontrato alcuna difficoltà in tal senso.

E’ il Boston Consulting Group uno dei gruppi che ha manifestato maggior sostegno nei confronti di Emmanuel Macron, viene indicato dal presidente di AFCPEM, Christian Dargnat in una e mail come “ uno dei maggiori sostenitori” e desidera metterlo al corrente “dell’evoluzione del movimento e per scambiare pareri sulle prospettive delle sue azioni”.

Grande è l’interesse del BCG all’attività di Macron, infatti in direttore marketing del gruppo contatta Stephane Charbit, direttore della banca Rothschild a Parigi, per chiedergli di “essere messo in contatto con la persona per organizzare un incontro”.

La presenza del colosso bancario Rothschild è una costante nella campagna elettorale di En Marche, partecipando attivamente a diversi meeting organizzati dallo staff di Emmanuel Macron.

In attesa delle puntate successive un po’ di nomi e cifre intorno a Emmanuel Macron: George Soros: 2.365.910,16 €, David Rothschild: 976.126,87 €, Goldman-Sachs: 2.145.100 €.

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1841.- L’ORRIBILE ASSOCIAZIONE TRA LE ONG E I PADRONI DEI “GOMMONI DELLA MORTE”

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L’associazione tra le ONG, chi le finanzia e chi ci lucra e i trafficanti di esseri umani, padroni dei “gommoni della morte” trova stranamente molti sostenitori, quando non cointeressati, affatto ignoranti. Due sere fa, ne ho ascoltata, mio malgrado, una di chiara fede politica, introdotta – non voglio sapere da chi – a un cenacolo culturale, apolitico, a Venezia. Ebbene, “la” soggetto, preso via, via sempre più coraggio e forte della sua cultura di economista e di viaggiatrice del mondo, mi ha allietato con le dichiarazioni imparaticce e qualunquiste della sinistra più noiosa, più stantia, soprattutto, ipocrita. Per esempio, come quella del pacifismo che, a chiacchiere, amputa la politica estera della chance del ricorso alla guerra, quando falliscono la politica e la diplomazia, oppure, urla al neocolonialismo quando si vorrebbe e si dovrebbero controllare militarmente le coste libiche. Sono quelle anime pacifiste che ci costarono “Lo schiaffo di Tunisi”, per dirVi che le tolleriamo da sempre. Osato l’osabile e, non ultimo, forte dell’educato silenzio dei convenuti, la gentile costei è scesa nell’agone, contro la politica del Governo. Mancandole la percezione del nostro imbarazzo, ci ha propinato un’osanna alle ONG, cui, fortunatamente, ha posto fine l’ora tarda. Si capisce chiaramente che mi sia stata di traverso, vuoi per una mia reazione cutanea a queste imbecillità, vuoi per il contesto molto diverso della serata e mi piace sfogare qui il mio dispiacere (sembra acredine anche a me) perché, francamente, non riesco a comprendere come una persona “studiata” e di certo livello possa bendare la ragione e travisare la realtà. Più di tutto, avverto la divisività di principio di gran parte del mondo politico italiano, che impedisce la coesione sugli argomenti e i valori comuni. Sono inguaribilmente ottimista e Vi dico che avverto un vento del cambiamento in questo Governo di scopo di Giuseppe Conte. Che il vento venga dall’Est o dalla maturazione democratica degli italiani, non importa; ma, contro il 90% dei media, il 70% dell’opinione pubblica percepisce chiaramente l’impossibilità per l’Italia di accogliere il continente africano, depauperandolo a un tempo di uomini e risorse e, ciò, per l’interesse di finanzieri, trafficanti e profittatori, nonché di aspiranti usurpatori e delinquenti.
Il caso “Aquarius” di questi giorni ha alzato il sipario sulle ONG, ancor più platealmente di quando la Cassazione confermò il sequestro della nave “Iuventa” dell’ONG tedesca Jugend Rettet, disposto dalla procura di Trapani, nello scorso agosto: gli inquirenti siciliani avevano ritenuto che ci fosse una “collusione” tra trafficanti e soccorritori, dimostrata anche dalla restituzione di un gommone ai trafficanti da parte della nave.

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L’”Aquarius”, ex nave della Guardia Costiera tedesca, 1000 tonn, lunga 77 larga 12, pescaggio 6 metri, cat. E, rompighiaccio, scortata sulla rotta di Valencia da Nave “Orione” e dal guardacoste “Dattilo”, che hanno a bordo 500 dei suoi 629 migranti, ha circumnavigato la Sardegna per sfuggire alle onde di 0,90 cm del Mediterraneo.

Per più di un motivo, perciò, leggo volentieri dal blog di Maurizio Blondet: “QUANDO LE ONG “DI SOCCORSO” UCCIDONO DI PIU’, CHE FARE?”.
Con questo titolo, l’Avv. Marco Della Luna ci propone le sue riflessioni sulla recente ed accurata inchiesta, pubblicata da ByoBlu, “LE ONG SALVANO VITE? NO SONO LA CAUSA DELLE TRAGEDIE IN MARE” di Francesca Totolo. L’articolo della bravissima Francesca, che riporto qui in calce, di seguito, è da leggere perché dimostra che le navi delle ONG (specie le più capienti), lungi dal “salvare vite, ne promuovono la morte.

L’Avv. Marco Della Luna riporta i passi cruciali di Francesca Totolo:

…. Già dal grafico pubblicato da Missing Migrants [un’organizzazione in cui è coinvolta la Open Society di Soros, nd] , si può facilmente constatare che il numero delle morti è drasticamente calato in seguito all’approvazione dell’accordo Italia-Libia e alla radicale diminuzione del numero delle ONG operanti nel Mediterraneo, dopo […] il sequestro della nave Iuventa di Jugend Rettet per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Allora Save The Children, Medici Senza Frontiere (attiva solo sulla nave Aquarius come personale medico-sanitario) e MOAS, ovvero le ONG con le navi più capienti, hanno interrotto le proprie missioni SAR. Rimangono attive davanti alle coste libiche: SOS MEDITERRANEE, la già indagata Proactiva Open Arms, Sea Watch e Sea-Eye.

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(Morti sulle diverse rotte)
Come si può facilmente dedurre, le morti aumentano / diminuiscono proporzionalmente con l’aumento / la diminuzione degli sbarchi in Italia. (i due grafici sono sovrapponibili)

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Un altro dato è rilevante: con la riduzione del numero delle ONG presenti davanti alle coste libiche e le connesse attività di ricerca e salvataggio della Guardia Costiera Libica, il numero delle partenze dalla Libia è drasticamente diminuito. Questo evidenzia ancora una volta il fattore incentivante delle ONG in zona SAR libica.

La presenza delle organizzazioni non governative è la garanzia per i trafficanti di esseri umani del “servizio traghettamento” verso i porti siciliani.

A sostegno dell’effettiva esistenza del fattore incentivante (negata da ogni centro di ricerca pro immigrazione, come ISPI) e del connesso aumento delle morti nel Mediterraneo, possiamo fare il chiaro esempio riguardante il periodo pre-elettorale: in quei giorni tutte le ONG, curiosamente, non uscirono in mare: gli esigui sbarchi durante il suddetto arco temporale non provengono dalla rotta libica (rotta tunisina) e non sono stati effettuati dalle organizzazioni non governative.

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Da ciò si deduce che i gommoni e i barconi stipati dai trafficanti non partono quando le ONG non sono presenti in zona SAR: ESSE sono dunque il “fattore incentivante” del traffico.

Quello che ne deriva è anche una forte diminuzione dei morti in mare. Infatti, se fosse vera la asserzione che “gli umanitari delle organizzazioni salvano le vite dei migranti”, durante il periodo pre-elettorale, senza le navi ONG in zona, sarebbero dovute morire centinaia di persone a bordo dei “gommoni della morte” ( come ormai vengono definiti anche dall’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone). Ciò non è avvenuto.

Del resto, lo ammette anche il rapporto di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, inviato alle istituzioni europee il primo marzo 2018: “Esiste una forte correlazione tra la presenza delle ONG, le partenze dei migranti dalla costa della Libia e quindi l’attività della Guardia Costiera Libica”. La dichiarazione è convalidata dai grafici presenti nel rapporto.

Prendiamo la proporzione tra le morti e le partenze dalla Libia (ovvero l’incidenza dei morti rispetto alle partenze). Abbiamo usato i dati IOM della sola rotta del Mediterraneo centrale e per meglio paragonare il 2018 al 2017, abbiamo paragonato solo i primi quattro mesi dell’anno.

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La differenza tra i due periodi è palese: l’intesificarsi delle attività delle ONG (e anche quelle, molto umanitarie, della Guardia Costiera Italiana guidata dal Ministro dei Trasporti Graziano Delrio), hanno creato il “fattore incentivante” che non solo ha spinto migliaia di migranti a partire dai Paesi di origine e poi dalle coste libiche, ed hanno avuto come conseguenza l’aumento delle morti in mare.

Per questo motivo, è irragionevole continuare a sostenere le attività private davanti alle coste della Libia (spesso in acque territoriali) delle organizzazioni non governative. Chi persiste in questo tipo di propaganda, è il chiaro mandante morale dei migranti morti e che moriranno nel Mediterraneo.

Le uniche soluzioni possibili, per scongiurare le inutili morti in mare, sono il proseguimento della formazione della Guardia Costiera Libica, l’invio di mezzi, strumenti e risorse a Tripoli idonei al pattugliamento delle coste, all’arresto dei trafficanti e alla migliore gestione dei centri di detenzione governativi dove già operano gli operatori di IOM e UNHCR, e infine il blocco definitivo delle operazioni SAR delle ONG che troppo spesso si sono altresì rivelate dilettantesche e piratesche, mettendo ancor più in pericolo le vite dei migranti

Per i motivi così ben spiegati sopra, mi associo alla proposta dell’avvocato Marco della Luna:

PER SALVARE VITE UMANE, SEQUESTRARE LE NAVI UMANITARIE

PROPOSTA DI DECRETO LEGGE PER IL CONTRASTO ALL’IMMIGRAZIONE ILLEGITTIMA

Visti gli articoli 77 e 87, quinto comma, della Costituzione;

Considerata la gravità del problema dell’immigrazione di massa di persone non legittimate ad entrare e soggiornare sul territorio nazionale, considerati i costi e gli altri inconvenienti comportati da questa immigrazione, considerata la prevedibile continuità della pressione migratoria e dei traffici illeciti che la sfruttano e la favoreggiano;

Considerato il ruolo strumentale delle navi, soprattutto battenti bandiera straniera, che apportano gli immigrati sul territorio nazionale;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per porre freno al fenomeno, togliendo le navi usate per il traffico di migranti illegittimi dalla disponibilità per questo uso e assicurando, al contempo, la copertura dei costi per l’accoglienza;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del ______________2018;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro degli interni, di concerto con il Ministro della giustizia, con il Ministro della difesa, con il Ministro dei trasporti e con il Ministro dell’economia e delle finanze;

Emana

il seguente decreto-legge:

Articolo Unico:

Dopo l’art. 552, nel Codice della Navigazione è inserito il seguente articolo:

552 bis – Privilegio speciale e diritto di ritenzione dello Stato

Lo Stato e le pubbliche amministrazioni hanno il privilegio speciale e il diritto di ritenzione sulle navi e i loro accessori che sono state impiegate per portare nelle acque territoriali o sul territorio nazionale persone che non hanno diritto all’ingresso nel paese ovvero che l’Italia deve ricevere in esecuzione di obblighi di legge e di norme internazionali.

Il privilegio si colloca alla pari dell’art. 552 n. 1 del Codice Navale.

Il privilegio speciale e il diritto di ritenzione si applicano in conseguenza al fatto stesso dell’apporto nelle acque territoriali o sul territorio nazionale.

Si applicano alle navi e alle altre imbarcazioni anche qualora per il trasporto delle persone dalle navi al territorio nazionale siano stati usati altri natanti.

Il privilegio è il diritto di ritenzione sono a copertura dei futuri costi di ricezione, alloggio, mantenimento, cura, custodia e di ogni altro connessi all’arrivo delle suddette persone, nonché dei risarcimenti per i danni che le medesime siano per arrecare, e si presumono pari a € 100.000 a persona.

Rispondono dei detti costi solidalmente il proprietario, i titolari dei diritti di godimento, l’armatore, il possessore di fatto, il comandante della nave.

Al privilegio speciale e al diritto di ritenzione non sono opponibili diritti di terzi rispetto al proprietario, all’armatore, al comandante della nave, o al proprietario, al locatario, e al conducente degli altri mezzi di trasporto, che siano stati costituiti dopo l’entrata in vigore del presente decreto.

Il diritto di ritenzione è esercitato in via preventiva da parte della capitaneria del porto in cui sia attraccata la nave o natanti da essa provenienti, ovvero del comandante della nave militare o della guardia costiera che intercetti la nave.

14.06.18 Avv. Marco Della Luna

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Le ONG “salvano vite”? No: sono la causa delle tragedie in mare- di Francesca Totolo

piaggia libica. Quando i trafficanti di schiavi avvistano la nave ONG, buttano in mare i gommoni carichi di immigrati, gommoncini leggeri senza motore. E la gente muore. Si chiama pull factor: i taxi del mare, quelle ONG che “salvano vite”, in realtà sono le uniche responsabili dei morti in mare.

Di Francesca Totolo.

Missing Migrants è un progetto sviluppato dalla IOM (Organizzazione internazionale per le migrazioni, agenzia delle Nazioni Unite) per monitorare i dati relativi alle morti avvenute in corrispondenza dell’immigrazione irregolare riguardante tutte le rotte mondiali. Il progetto è finanziato da UKAID del governo britannico, e quindi sono possibili eventuali manipolazioni “politiche” dei dati esposti da Missing Migrants.

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Ricordiamo altresì che nell’high level Migration Advisory Board di IOM è presente una fedelissima della Open Society Foundations di George Soros, Maria Teresa Rojas.

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Una considerazione iniziale: l’accordo del luglio 2017 intercorso tra il nostro governo presieduto da Paolo Gentiloni e il Primo Ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj, che prevedeva l’impegno delle autorità libiche nella lotta contro i trafficanti di esseri umani e nel monitoraggio della zona SAR di competenza, non ha rispettato ancora tutte le promesse fatte in termini di fornitura di mezzi e strumenti, come, ad esempio, l’invio di un adeguato numero di motovedette alla Guardia Costiera di Tripoli. La formazione di quest’ultima è stata affidata alla Guardia Costiera italiana e al contingente europeo di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, e dovrebbe concludersi a dicembre con l’istituzione dell’MRCC Libica.

I dati di Missing Migrants tengono conto dei migranti partiti dalla Libia ma salvati e riportati indietro dalla Guardia Costiera Libica: 5.109 persone fino al 1 maggio 2018 (dati Mixed Migration Working Group) a cui si aggiungono i 3.560 migranti registrati fino al 13 maggio e i 139 fermati dalla Polizia di Zuwara mentre si apprestavano a partire.

Quindi, per correttezza nelle prossime stime calcolate, ai 10.300 migranti sbarcati nei porti italiani grazie ai “salvataggi” delle ONG, della Guardia Costiera Italiana e della flotta di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, si aggiungono i 8.808 migranti partiti dalle coste ma ricondotti indietro dalla Guardia Costiera Libica. Il totale sale, perciò, a 19.108 migranti stimati fino al 13 maggio.

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Già dal grafico pubblicato da Missing Migrants, si può facilmente constatare che il numero delle morti è drasticamente calato in seguito all’approvazione dell’accordo Italia-Libia e alla radicale diminuzione del numero delle ONG operanti nel Mediterraneo, dopo l’introduzione del Codice di Condotta del Ministro Minniti e il sequestro della nave Iuventa di Jugend Rettet per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Save The Children, Medici Senza Frontiere (attiva solo sulla nave Aquarius come personale medico-sanitario) e MOAS, ovvero le ONG con le navi più capienti, hanno interrotto le proprie missioni SAR. Rimangono attive davanti alle coste libiche: SOS MEDITERRANEE, la già indagata Proactiva Open Arms, Sea Watch e Sea-Eye.

4-1

Come si può facilmente dedurre, le morti aumentano / diminuiscono proporzionalmente con l’aumento / la diminuzione degli sbarchi in Italia.

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6-1

Un altro dato è rilevante: con la riduzione del numero delle ONG presenti davanti alle coste libiche e le connesse attività di ricerca e salvataggio della Guardia Costiera Libica, il numero delle partenze dalla Libia è drasticamente diminuito. Questo evidenzia ancora una volta il pull factor delle ONG in zona SAR libica.

La presenza delle organizzazioni non governative è la garanzia per i trafficanti di esseri umani del “servizio traghettamento” verso i porti siciliani.

A sostegno dell’effettiva esistenza del pull factor (negata da ogni centro di ricerca pro immigrazione, come ISPI) e del connesso aumento delle morti nel Mediterraneo, possiamo fare il chiaro esempio riguardante il periodo pre-elettorale quando tutte le ONG, curiosamente, erano nei rispettivi porti di appoggio: gli esigui sbarchi durante il suddetto arco temporale non provengono dalla rotta libica (rotta tunisina) e non sono stati effettuati dalle organizzazioni non governative.

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Questo è solo un caso esemplificativo che spiega che i gommoni e i barconi stipati dai trafficanti non partono quando le ONG non sono presenti in zona SAR (pull factor). Quello che ne deriva è anche una forte diminuzione dei morti in mare. Infatti, per l’assurda teoria che “gli umanitari delle organizzazioni salvano le vite dei migranti” durante il suddetto periodo sarebbero dovute morire centinaia di persone a bordo dei “gommoni della morte” come ormai vengono definiti anche dall’Ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone. Situazione che non è avvenuta secondo i dati divulgati da IOM.

Anche il rapporto di EUNAVFOR MED Operazione Sophia, inviato alle istituzioni europee il primo marzo 2018, conferma il pull factor causato dalle ONG presenti in zona SAR libica: “Esiste una forte correlazione tra la presenza delle ONG, le partenze dei migranti dalla costa della Libia e quindi l’attività della Guardia Costiera Libica”. La dichiarazione è convalidata dai grafici presenti nel rapporto.

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Come ultimo dato in esame prendiamo la proporzione tra le morti e le partenze dalla Libia (ovvero l’incidenza dei morti rispetto alle partenze). A differenza di Missing Migrants che, non correttamente ai nostri fini, utilizza i dati aggregati riguardanti le tre rotte del Mediterraneo (Mediterraneo ovest, Mediterraneo centrale, Mediterraneo est), abbiamo usato i dati IOM della sola rotta del Mediterraneo centrale e per meglio paragonare il 2018 al 2017, abbiamo paragonato solo i primi quattro mesi dell’anno.

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L’incidenza delle morti rispetto alle partenze dalla Libia è sensibilmente diminuita sia considerando il valore statistico (dal 2,7% del 2017 al 2,5% del 2018) sia in termini assoluti (dai 1.021 migranti morti del 2017 ai 379 del 2018).

Questi ultimi dati confermano che le operazioni in zona SAR libica delle ONG e altresì quelle della Guardia Costiera Italiana guidata dal Ministro dei Trasporti Graziano Delrio, non solo hanno aumentato il pull factor che ha spinto migliaia di migranti a partire prima dai Paesi di origine e poi dalle coste libiche, ma hanno accresciuto anche l’incidenza delle morti in mare.

Per questo motivo, è irragionevole continuare a sostenere le attività private davanti alle coste della Libia (spesso in acque territoriali) delle organizzazioni non governative.

Chi persiste in questo tipo di propaganda, è il chiaro mandante morale dei migranti morti e che moriranno nel Mediterraneo.

Le uniche soluzioni possibili, per scongiurare le inutili morti in mare, sono il proseguimento della formazione della Guardia Costiera Libica, l’invio di mezzi, strumenti e risorse a Tripoli idonei al pattugliamento delle coste, all’arresto dei trafficanti e alla migliore gestione dei centri di detenzione governativi dove già operano gli operatori di IOM e UNHCR, e infine il blocco definitivo delle operazioni SAR delle ONG che troppo spesso si sono altresì rivelate dilettantesche e piratesche, mettendo ancor più in pericolo le vite dei migranti.

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1840.- Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa). La zona Franco CFA.

Unknown

Torniamo a parlare del CAF dopo lo sproloquio volgare di Macron: una conferma dell’ “amicizia”, rectius, volgarità con la quale i francesi si rivolgono all’Italia. La Francia neocolonialista sfrutta i 14 paesi africani dell’area CFA attraverso un cambio fisso del CFA con l’euro; pretende il deposito a garanzia del 65% delle loro riserve estere. Impedisce,così,le loro possibilità di sviluppo e favorisce le multinazionali. Dobbiamo andare alle radici del fenomeno migrazione,in gran parte finanziarie: dai Soros, appunto, al Franco CFA, alle multinazionali, che condannano il continente più ricco della Terra allo sfruttamento.

AABBCC

Valuta di partenza Valuta di destinazione Risultato
1 EUR XOF 655,79 XOF
100 EUR XOF 65.578,95 XOF
10.000 EUR XOF 6.557.895,00 XOF
1.000.000 EUR XOF 655.789.500,00 XOF

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Giuseppe Masala
L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.

Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.

Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).

Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.

Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.

Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.

Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.

Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

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Le Professeur Nicolas AGBOHOU, docteur en économie politique, démontre dans cet ouvrage de 296 pages comment les institutions et les principes de fonctionnement de la zone franc CFA bloquent le décollage socio-économique et politique de l’Afrique.
Sortant des sentiers habituels, et battant en brèche les idées reçues, ce livre va au-delà d’un simple diagnostic. Il éclaire, de façon lumineuse, les voies et les moyens qui permettront aux Africains de s’affranchir de cet ordre monétaire hérité de la colonisation, et de prendre leur propre destin en main.

La zona Franco CFA.

Cos’è la zona franco CFA? da Scenari economici.
È un’area valutaria dove 14 economie (12 delle quali ex colonie francesi) utilizzano una valuta comune chiamata Franc Communauté Financière d’Afrique. Nata nel 1945 per decreto di Charles De Gaulle (1), esistono due tipi di questa valuta graficamente molto diversi : il primo, gestito dalla BEAC (Banque des États de l’Afrique Centrale) (2) utilizzato da Cameroon, Repubblica Centrafricana, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon e Repubblica del Congo col nome ISO XAF; il secondo è utilizzato invece da Benin, Burkina Faso, Guinea – Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo ed è gestito dalla BCEAO (Banque Centrale des États de l’Afrique de l’Ouest) (3) ed il codice ISO è XOF; quest’ultima area fa parte dell’ECOWAS (4), una sorta di Comunità Economica Europea africana con tanto di obiettivo, fortunatamente posticipato (5), di istituire in questo decennio un’altra valuta comune, l’ECO, per questi stati assieme alla Nigeria, Capo Verde, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone. Sebbene siano entrambe in parità con l’euro di 655,57 CFA per euro, entrambe non sono intercambiabili ed hanno valore legale esclusivo solo dove circolano. La zona consta di quasi 150 milioni di abitanti per circa 170 miliardi di USD di PIL (ma conta per quasi il 5% nel PIL annuo continentale).
Come funziona la zona franco CFA?
Quest’area valutaria funziona grossomodo come la zona Euro: c’è una banca centrale (prima la Banque de France, oggi la BCE) che coordina le attività delle altre due, la BEAC e la BCEAO, per quanto riguarda le politiche macroeconomiche e monetarie (ci sarebbe anche la BANCECOM, ovvero la Banca Centrale delle Comore, ma non facente parte della zona CFA non verrà qui trattata). Prima dell’euro la parità era fissata col franco francese di 1 FRF per 100 CFA, ma dal 1999 è ferma a 655,57 (per via del cambio 6,5557 FRF per 1 EUR). I due istituti centrali, BCEAO per lo XOF e BEAC per lo XAF, sono legati alla Banca di Francia (da qui BdF) attraverso i seguenti parametri:

Libera circolazione dei capitali dai paesi CFA alla Francia e viceversa;
Un tipo di cambio fissato alla divisa francese (1 euro = 655,957 CFA);
Piena convertibilità delle monete garantita dal Tesoro francese;
Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il tesoro francese) come contropartita per la garanzia della convertibilità da CFA a Euro (prima FRF)6;
Partecipazione delle autorità francesi (ved. Bdf) alle politiche monetarie della BCEAO e BEAC;
La libera circolazione dei capitali (così come avviene in Europa “grazie” a Schengen) ha permesso la fuga di 850 miliardi di USD dal 1970 al 2008 (di cui solo 20 nel periodo 2000 – 2008) secondo il Global Financial Institute, con ovvio danno alle economie dell’area (7). La piena convertibilità tra FRF/EUR e CFA oggi è unica al mondo e ricorda una sorta di Bretton Woods, solo che a posto di usare solo il dollaro USA per ottenere oro ora si usa l’Euro (ieri Franco FRF) per ottenere franchi CFA e viceversa (dunque nel mercato delle valute i CFA possono essere cambiati solo in Euro). Per gli investitori è un’ottima notizia in quanto la gestione della politica monetaria affidata alla BCE permette un controllo dell’inflazione e dà sicurezza e stabilità alla moneta in un’area non tanto sicura in termini geopolitici (ma un’unione monetaria non dovrebbe portare prima di tutto pace e stabilità?); l’altra faccia della medaglia è che questa “forza” (o ipervalutazione) rende le esportazioni, già deboli, della zona CFA molto costose (specie ora che l’EUR è molto vicino alla parità col dollaro USA), oltre che alla famosa quanto dannosa fobia teutonica dell’inflazione. Le economie sono quasi tutte povere e per lo più di stampo agricolo e questo ha posto un cappio ai loro commerci rendendole dipendenti soprattutto (e solo) dal mercato francese ed europeo. Si può notare una relazione di stampo coloniale, come afferma il professore Nicholas Agbohou (8). Per chi fa l’importatore è un’ottima cosa in quanto permette l’import di beni a basso costo, ma ciò non va a vantaggio dei 150 milioni di abitanti della zona. Gli ultimi due punti, il n.4 ed il n.5, sono quelli che destano un po’ di “sospetto” per chi già intuisce una sorta di “costrizione neocoloniale” dei paesi africani: per quanto concerne il numero 4, ovvero il deposito per la piena convertibilità in misura del 65%, altro non è che il pilastro per la stabilità della valuta unica. Questo significa che per ogni capitale che entra nel paese dev’essere versato in Francia il 65%, un furto in pratica (ad esempio, se il Niger dovesse esportare prodotti per 1 mld USD automaticamente dovrebbe versarne 650 mln USD in questo fondo comune pubblico gestito dalla BdF) in quanto si tolgono risorse che in stati non propriamente floridi e stabili farebbero molto comodo (si pensi alle infrastrutture, soprattutto agli ospedali ed alla viabilità. In pratica 0,65 USD ogni 1 USD). Se vogliono prendersi quei soldi lo devono fare sotto forma di prestito, con ovvio pagamento degli interessi. Per il quinto punto, si consente alla BdF, per mano del suo Governatore, di potersi insediare nel direttivo sia della BCEAO che della BEAC (oltre che della BANCECOM, la banca centrale delle Comore) e di poterne gestire la politica economica (tassi di inflazione, tassi di sconto, altri tipi di tassi tipo l’overnight ecc ecc) in quanto è dotata del potere di veto su ogni seduta (ad esempio, nella BANCECOM il consiglio è composto da 4 francesi e 4 comoriani, ma la decisione spetta sempre ai primi) (9). Di per sé questa cosa appare profondamente ingiusta in quanto si decidono in capo ad una persona tutte le sorti economiche e finanziarie di due blocchi economici contrapposti, cambiando e/o modificando le condizioni a piacimento. Senza tralasciare che ora, con l’istituzione della BCE e del SEBC, non è più solo la BdF a poter “giocare” con le due banche centrali del CFA, ma tutte le 19 dell’eurozona (come ha confermato Serge Michailof (10), ex funzionario della Banca mondiale, “il franco CFA è gestito a Francoforte in funzione di criteri che non hanno alcun rapporto con le preoccupazioni delle economie africane”). Nessuna delle politiche della BCEAO, della BEAC e della BANCECOM può essere prese in totale autonomia in quanto la BdF ha sempre il potere di veto e sempre più autorevoli voci ed esponenti del mondo economico – politico africano occidentale vogliono ripudiare questa moneta.

Conclusioni
Per Demba Moussa Dembelé, direttore del Forum Africano per le Alternative, queste banche centrali non devono essere delle semplici succursali di quella francese (leggasi: europea), ma devono poter gestire in completa autonomia le politiche proprie continentali in quanto l’accanimento (perverso, nda) contro l’inflazione sta condannando alla stagnazione 15 paesi con un totale di 100 milioni di abitanti, senza contare che paesi all’infuori di una unione valutaria quali Nigeria e Ghana attirano molti più capitali esteri rispetto ai paesi CFA. Nel marzo 2010 il presidente senegalese Abdoulaye Wade dichiarò: “Ritengo che adesso, dopo cinquant’anni di indipendenza, occorra rivedere la gestione monetaria. Se recupereremo il nostro potere monetario, potremo gestirlo meglio. Il Ghana ha una sua moneta e la gestisce bene, così come la Mauritania e il Gambia, che finanziano le loro economie”. In più si riscontrano i “soliti noti” problemi noti delle aree valutarie comuni (leggasi ancora una volta: europea), ovvero debiti pubblici non comuni, tassi inflattivi differenti e livelli di sviluppo differenti non compensati che causano squilibri nelle bilance dei pagamenti a causa dell’alto valore per alcuni (o basso per altri) della valuta unica (su questo vi è un’ampia letteratura scientifica a riguardo…), lotta maniacale all’inflazione (anche a scapito degli investimenti e della crescita, come ricorda l’ex governatore della BCEAO Philippe-Henri Dacoury-Tabley (11), in quanto fa parte del mandato costitutivo) e mancata diversificazione delle economie (nonostante sia passato mezzo secolo, continuano ancora a commerciare col Vecchio Continente, in particolare con la Francia, nonostante tutta l’Africa sub equatoriale stia volgendo lo sguardo ai paesi BRIICS), senza contare che il commercio fra l’UEMOA e la CEMAC è quasi nullo. L’unica cosa che ha tenuto a galla questa unione monetaria per quasi 70 anni è il fatto che il Tesoro francese abbia garantito per il franco CFA, quindi i paesi utilizzatori acquisiscono una credibilità che difficilmente avrebbero se fossero lasciati indipendenti (alle condizioni attuali, dopo decenni di impoverimento e di depredazione). E se la Francia è così grandeur è anche perché ha dei vincoli commerciali privilegiati con quest’area rispetto ad altri possibili partner commerciali per l’approvvigionamento delle materie prime (cosiddetto francafrique (12) ). In conclusione, non avendo garantito la pace, la ricchezza e la stabilità promesse da De Gaulle e colleghi a metà del secolo scorso si può notare come in realtà si è avverato il contrario: guerre, impoverimento e disagi sociali. Guarda caso quello che oggi continuano a ripetere per la zona euro.

1839.- COME FUNZIONA IL BUSINESS DEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI IN LIBIA

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Per comprendere come sia necessaria una presenza militare italiana sulla costa libica fino a quando non sarà ristabilita l’autorità dello Stato in questo paese, dobbiamo leggere il report di Nancy Porsia “da Sabrata o Sabratha, in Libia”, con cui racconta a TPI i retroscena del lucroso traffico di esseri umani e del ruolo della guardia costiera libica.

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SABRATHA, LIBIA – Passiamo davanti a un casolare di campagna. Lì sono parcheggiati decine di pick up Toyota blu con la scritta shurta, che in arabo significa polizia. Scivolando lentamente in macchina scattiamo delle foto. Una raffica di colpi di kalashnikov e urla ci costringono a fermarci. La nostra auto viene circondata da uomini vestiti con uniformi una diversa dall’altra e alcuni di loro sono in abiti civili.
Siamo a Sabrata, città 80 chilometri a ovest di Tripoli e principale punto di imbarco delle migliaia di migranti che dalle coste libiche tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa.
In macchina con noi viaggia il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, Bassam al-Ghabli. Gli uomini non si rilassano neanche alla presenza di Ghabli, responsabile del dipartimento che opera sotto il ministero degli Interni di Tripoli.
“Non mi hanno ancora ucciso perché faccio parte di una tribù importante” spiega Al Ghabli, mentre ci accompagna verso un promontorio, in arabo al-jorf, che finisce a strapiombo nel Mediterraneo creando una sorta di golfo. All’indomani dei naufragi, il golfo finisce per trasformarsi molto spesso in una sorta di fossa comune per migranti.
“Fino a qualche giorno fa, decine di corpi erano ancora laggiù”, ci racconta Ghabli indicando con la mano la parte bassa di al-jorf.
Chiediamo di andare a visitare il cimitero dove sono seppellite le centinaia di corpi di migranti che negli ultimi due anni hanno tentato la sorte salpando dalla costa vicino Sabrata, ma Ghabli risponde laconico: “È molto
Il cimitero per migranti di Sabrata è 30 chilometri a sud della città e la strada che porta fin laggiù è territorio di nessuno, ci spiega un volontario della Mezzaluna Rossa libica che per due giorni ha trasportato i cadaveri dalla spiaggia.
“Laggiù non garantisce neanche al-Ammu”, dice l’uomo che ha accettato di parlare in condizioni di anonimato. Al-Ammu, al secolo Ahmed Dabbashi, si distinse nel 2011 per le sue gesta eroiche contro le forze dell’ex regime di Muammar Gheddafi.

All’indomani della Rivoluzione, entrò nel business del traffico di esseri umani mettendo su un grande impero economico. Con la fortuna accumulata costruì la più potente milizia locale, Anas Dabbashi, intitolata a un suo cugino morto combattendo nel 2011.
Oggi la milizia Anas Dabbashi è la più imponente forza armata in città tanto da essersi aggiudicata il controllo dell’impianto dell’Eni, Mellita Oil & Gas, 40 chilometri a ovest di Sabrata.
“Per al-Ammu l’unico concorrente sulla piazza del traffico dei migranti a Sabrata è il dottor Mussab Abu Ghrein”, ci spiega un uomo di Sabrata che di gommoni ne ha visti partire a decine.
Sul dottor Mussab Abu Ghrein non ci dà altri dettagli, si limita a raccontarci che lavora benissimo con i sudanesi che gestiscono i grandi numeri di migranti subsahariani, mettendo a dura prova il business di al-Ammu.
“Nelle case di campagna alla periferia della città, sono stipate centinaia di persone, tutti provenienti dall’africa subsahariana. Molti sono ancora dei bambini”, dice la fonte che, come tanti, decide di parlare solo in condizioni di anonimato.
“Ho sentito che l’Unione europea ha chiesto alla guardia costiera libica di fermare i trafficanti”, dice l’uomo, e scoppia in una sonora risata.

Lo scorso giugno Bruxelles ha siglato un Memorandum of Understanding con la guardia costiera libica per smantellare – come riporta il documento – la rete dei trafficanti di migranti nel “Mediterraneo centrale”. Questo è il nome con cui l’agenzia europea per il controllo dei confini Frontex definisce la rotta dei migranti che passa per la Libia e arriva fino alle coste italiane.
“Sono proprio i guardia coste a regolare il traffico qui in zona”, spiega la fonte, dopo essersi ricomposto.
Dalla fine della rivoluzione contro Gheddafi nel 2011, l’unità della guardia costiera locale non è più operativa e da allora i guardia coste della città di Zawiya sono ufficialmente incaricati dal commando centrale di Tripoli del pattugliamento della costa occidentale libica.
“Al-Bija è il capo indiscusso del traffico dei migranti”, dice una fonte militare di Zawiya sopravvissuta già a due attentati contro la sua vita.
Abdurahman Milad, conosciuto come al-Bija, è l’attuale comandante della guardia costiera a Zawiya. Negli ultimi due anni ha estromesso tutti i colleghi e i sottoposti che non si piegavano al suo sistema, racconta la fonte.
Dall’inizio del 2015 al-Bija ha preso in mano il controllo del traffico dei migranti dettando le sue regole dalla costa a ovest di Tripoli fino al confine tunisino. Anche a Sabrata, al-Ammu e il Dottor Mussab Abu Ghrein si sono dovuti adeguare, continua la fonte mentre si guarda attorno nervoso in una caffetteria al centro di Zawiya.
Da Sabrata, che si trova 40 chilometri a ovest di Zawiya, sono partiti gli oltre 181mila migranti giunti in Italia attraverso il Mediterraneo nel corso del 2016 secondo i dati Unhcr. E da Sabrata si sarebbero imbarcati molti dei cinquemila naufraghi morti in mare da inizio anno.
I primi di gennaio del 2017, lo stesso ministro degli Interni italiano Marco Minniti aveva dichiarato in conferenza stampa a Roma che il 95 per cento degli arrivi dei migranti via mare in Italia giunge dalle coste libiche. “Ed è chiaro che il fenomeno va affrontato” aggiunse Minniti. Detto fatto, oggi il ministro degli Interni incontra a Tripoli rappresentanti di quello che stenta a decollare come governo di unità nazionale per via della frammentazione politica nel paese nordafricano e la conseguente guerra civile ancora in corso dal 2014.
Ma a quanto pare questo rimane un dettaglio per l’Europa e l’Italia che, compatte, tentano il colpo di coda per legittimare una autorità senza alcun potere sul territorio.
La guardia costiera libica che le forze navali italiane stanno addestrando dallo scorso novembre, come previsto dal Memorandum of Understanding, sarà presto in grado di coprire le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) fino a 84 miglia dalle coste libiche, quindi la quasi totalità della rotta migratoria del Mediterraneo Centrale al centro dell’incontro tra Minniti e i rappresentanti del Consiglio Presidenziale guidato da Fajez Al Serraj.
Tuttavia la Libia resta un paese in guerra civile, quindi paese terzo non sicuro – come da gergo tecnico delle politiche migratorie europee. E le prospettive di gestione delle centinaia di donne e uomini e bambini che transitano nel paese restano ignote.
“O i trafficanti pagano prima di mettere in acqua la gente, o al-Bija sguinzaglia i suoi uomini per attaccare le imbarcazioni”, sottolinea l’uomo, e continua: “Delle volte portano via il motore solo per ripicca, e se lo rivendono incassando fino a settemila euro”.
Tuttavia il vero business di al-Bija sta nel recupero della “mercanzia” in mare: i guardia coste di Zawiya ripescano i migranti fatti partire dai trafficanti che non hanno preventivamente corrisposto loro la quota e li riportano a terra dove vengono trasferiti al centro di detenzione per migranti al-Nasser a Zawiya.
Il centro di Zawiya è gestito dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. La milizia Nasser aprì i battenti del centro di detenzione lo scorso marzo: mentre al-Bija riempiva gli stanzoni con centinai di migranti, i Nasser chiedevano al ministero degli Interni a Tripoli il riconoscimento ufficiale.
Poco dopo l’apertura, una notte di fine marzo, decine di migranti tentarono la fuga e le guardie aprirono il fuoco uccidendone 13 e ferendone a decine. I sopravvissuti furono trasferiti al centro Abu Aissa, operativo in città sin dai tempi del regime di Gheddafi.
Da allora decine di attacchi da parte di uomini non identificati si sono registrati presso il centro Abu Aissa, fino all’ultimo in cui un uomo, munito di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulla centralina elettrica del centro. Il direttore allora gettò la spugna, facendo trasferire i migranti in altri centri a Tripoli.
Dallo scorso ottobre l’unico centro rimasto operativo a ovest di Tripoli è Nasser. “Al-Bija e i Nasser sono in affari”, spiega la fonte militare. Lì i migranti vengono venduti a giornata come lavoratori fino a quando le guardie non recuperano per ogni migrante almeno 200 euro, il prezzo della loro libertà.

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11 Giu. 2018

1838.- L’Aquarius, George Soros e Gino Strada. Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo –

Chiamano l’importazione di migranti SALVATAGGI.MA SI CHIAMA TRUFFA A MEZZO LEGGE.
Li raccolgono in mare, sempre sullo stesso punto, né un miglio più né uno meno, CON L’INTENZIONE di traghettarli in ITALIA, e la Guardia Costiera lo sa bene. E, per farlo, invocano in diritto marinaro….

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Prima due parole sull’Aquarius. L’Aquarius,costa 11.000 € a vari assetti finanziari. Uno dei soci fondatori di SOS MEDITERRANEE è Cospe Onlus, onlus italiana che si occupa di migranti ed integrazione. Cospe è finanziata dalla UE, dai nostri ministeri degli Interni e degli Esteri, e da altre istituzioni pubbliche. Tra i sostenitori troviamo anche la Open Society Foundations di George Soros, come documentato dai file di Wikileaks.

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Aquarius appartiene a SOS Mediterranée. E’ associata con e imbarca pure personale di Medici Senza Frontiere per il supporto medico e anche supporto economico per la locazione della nave Aquarius. Dal febbraio 2016, è in Mediterraneo e si calcola che, fino ad oggi, avrà caricato 40.000 migranti economici (pagano 5-6.000 € l’uno) nel suo avanti e indietro, dalla Sicilia, fino sempre allo stesso punto del mare libico.

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Un sindaco non può disattendere le direttive del Ministro degli Interni perché, per quanto riguarda la sicurezza, è ufficiale di governo,subordinato al Prefetto che, quantomeno, ma molto “meno”, deve diffidarlo.
Facciamo due conti: L’Aquarius, ora, ha imbarcato 123 minori non accompagnati x45€ a testa=5.535 al giorno + 506 adulti x 35 € = 17.710 al giorno per un totale di 23.245 € al giorno, 23.245 €! Quanto spetterebbe a forfait, al sindaco del porto che, da ufficiale del governo trasgredisse l’ordine del governo?ne varrebbe la pena? E vogliamo parlare dei bambini? 28 minori al giorno scompaiono, togliendo i finti minorenni, i bambini veri e non accompagnati si può ben immaginare quale altro traffico alimentino: Pedofilia o organi? Scelgano i buonisti.


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Quando l’inviato di Report salì sulla famigerata nave di Sos Mediterraneé, l’Ong francese che gestisce la nave Aquarius insieme a Medici Senza Frontiere: “DIALOGAVA CON I TRAFFICANTI”. La sequenza svela come avvengono realmente le operazioni di ‘salvataggio’ dei clandestini a largo delle coste libiche. In un sms un volontario delle ONG rivela a Report : «Avevamo l’ordine di non riprendere i barchini con gli scafisti, altrimenti ci avrebbero lasciato a casa». Le immagini confermano quanto scritto nel rapporto riservato di Frontex.
Insomma: Ong complici del traffico con i miliziani libici.

Durante un soccorso del 18 maggio 2017, le telecamere Rai riprendono nello stesso spicchio di mare due barconi carichi di migranti, due un gommone di salvataggio, una motovedetta libica, la nave Prudence di MsF, la Phoenix di Moas, la Iuventa, la Golfo Azzurro di Proactiva Open Arms, Sea Eye e pure un barchino non identificato. A bordo sostengono si tratti di “pescatori”, ma diverse inchieste giornalistiche hanno dimostrato che – in realtà – sono “facilitatori” o trafficanti (a bordo infatti non hanno reti da pesca). Sopra di loro vola un elicottero dell’operazione Sophia di Enuav for Med.

Chi sono quei quattro uomini sulla motovedetta libica? Secondo il comando della Guardia Costiera di Tripoli, sentito da Report, non sarebbero loro uomini. Non è escluso, dunque, che in realtà si tratti di miliziani libici. Ovvero trafficanti. Bisogna ricordare che l’accordo tra Al Serraj e il ministro Minniti che ha permesso al governo libico di prendere il controllo delle coste è successivo alle immagini raccolte dalla trasmissione di Rai3. La motovedetta si avvicina ad uno dei barconi usati per il trasporto di carne umana e lo incendia, non prima però di aver tratto in salvo il motore. A quanto pare a quei libici interessa e non poco recuperare le imbarcazioni: per questo dietro la nave di Medici Senza Frontiere viene consegnato un barcone alla motovedetta libica, nonostante il codice dei soccorsi preveda sia l’Ong a distruggerlo per impedire che torni nelle mani dei trafficanti. Le telecamere di Report riprendono anche una barca di facilitatori che “indica” la barca di Sos Mediterraneé ai migranti, “come a dire: adesso vi vengono a prendere loro”. Un’ulteriore prova di come i trafficanti utilizzassero la presenza delle Ong per aumentare le partenze, incrementare i guadagni e moltiplicare gli sbarchi in Italia. E infatti subito dopo arrivano i soccorsi per recuperare i migranti. Quando i soccorritori delle Ong si allontanano, i facilitatori si avvicinano come a controllare qualcosa. Ed ecco il saluto: ad un certo punto, però, operatori umanitari e scafisti si salutano. Come se fossero amici.
A rendere particolare l’ultimo traghettamento dei trafficanti umanitari, il comunicato post ‘salvataggio’ della stessa Ong, che sembra una sorta di tentativo di crearsi un alibi in caso di indagini.

Durante il soccorso erano presenti nell’area due piccole barche da pesca. Sebbene i loro occupanti non abbiano ostacolato il salvataggio, i nostri team hanno assistito all’estrazione del motore e della benzina dal gommone da parte degli occupanti di questi pescherecci una volta completata l’operazione di soccorso.
Questa è la confessione, di fatto, di una collaborazione con gli scafisti/miliziani islamici. Altro che “non hanno ostacolato”.
Se vuoi nascondere qualcosa, mettilo in bella vista.
Così, se qualcuno ti stava fotografando o seguendo dal satellite mentre prelevavi i clandestini a pochi metri dagli scafisti che te li avevano portati dove era previsto, alla richiesta di chiarimenti di qualche magistrato, puoi dire che sì, c’erano degli strani barchini, ma tu non li conoscevi.
Del resto è il comportamento descritto da Zuccaro nelle inchieste: gli scafisti danno appuntamento alle Ong, portano i barconi e tolgono i motori per riutilizzarli per futuri viaggi. Poi affidano i barconi alle navi delle Ong.
Scrivendolo nel comunicato tentano di derubricare il tutto ad avvenimento occasionale e non concordato. E si creano un alibi.

E, ora, passiamo a Malta con Tiziana Di Giovannandrea 10 giugno 2018
Prosegue il botta e risposta tra le autorità maltesi e l’Italia sulla vicenda della nave Aquarius con a bordo 629 migranti, tra cui 123 minorenni soli, 11 bambini e 7 donne incinte. In serata l’ambasciatore maltese in Italia Vanessa Frazier intervenendo telefonicamente a ‘Non è l’Arena’, programma di La7, ha affermato: “”Non abbiamo chiuso i porti, stiamo rispettando la legge che è molto chiara: i soccorsi non sono iniziati in acque maltesi”. Con il ministro dell’Interno Matteo Salvini “siamo molto in linea con la questione migranti. Ma questa volta ha sbagliato: la deve smettere di fare dichiarazioni forti e provocatorie come questa. Non c’entra nulla ora che Malta accolga i 629 migranti soccorsi a bordo di nave Aquarius, pena la chiusura dei porti italiani” ha ancora detto l’ambasciatore. Il diplomatico ha aggiunto: “I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio. L’operazione SAR (Search and Rescue) nel Mediterraneo, come diffuso da un comunicato del ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale maltese, è avvenuta nella SAR libica coordinata dal centro RCC di Roma. Per cui è assolutamente escluso che i migranti debbano essere sbarcati a Malta”, ha spiegato Frazier. Per l’ambasciatore la destinazione dei migranti dovrebbe essere “la Libia o Lampedusa. Ma non a Malta. Il centro di coordinamento per il salvataggio di Malta non ha la competenza, e non è neanche l’autorità di coordinamento. E’ senz’altro una questione di principio, una battaglia vera e propria di principio, poiché Malta non è in assoluto contraria all’accoglienza dei migranti, ma è necessario che vengano rispettate le regole, sempre. Ciò che conta non è il porto in cui vengono sbarcati i migranti, quanto piuttosto il luogo in cui avviene il soccorso”. “Voglio ricordare che nel momento dei soccorsi i migranti sono stati tratti in salvo da 4 navi, tra cui 2 italiane e un mercantile. Ebbene, vista anche la posizione geografica del soccorso SAR, non vedo cosa possa entrarci Malta. Noi non abbiamo nulla a che fare con questa vicenda”, ha concluso l’ambasciatore.

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L’ambasciatore di Malta in Italia, Vanessa Frazier: “Su Aquarius La Valletta rispetta la legge. I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio”.

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Le Ong sfidano il governo: è battaglia nel Mediterraneo.

Roma, 10 giu – Da due giorni le ONG tedesche, Sea Watch e Sea-Eye, stanno pubblicamente sfidando a duello il nuovo governo di Giuseppe Conte e in particolar modo il Viminale di Matteo Salvini.

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Le armi in mano agli “umanitari” sono i 342 migranti a bordo delle loro navi, usati come vero e proprio strumento di ricatto rivolto al Ministro dell’Interno.

Sea Watch e Sea-Eye hanno pattugliato per giorni lo specchio di mare antistante la zona di Beni Walid, diventata tristemente nota il 25 maggio perché teatro di una tragedia[1]: i migranti hanno provato a scappare da un rifugio dei trafficanti, e questi per non perdere “la merce” hanno aperto il fuoco sui fuggitivi.

Da qualche tempo, tutte le ONG impegnate nelle operazioni SAR in Libia si sono spostate curiosamente nella suddetta area di Beni Walid, abbandonando quella di Zuwara, a ovest di Tripoli, dove le Autorità di Sicurezza Libiche hanno arrestato diversi trafficanti e liberato centinaia di migranti pronti a partire per l’Italia.

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In tre differenti “salvataggi” tra cui un curioso trasbordo dal Vos Purpose, rimorchiatore appartenente allo stesso armatore Vroon che locava la nave Vos Hestia a Save The Children fino all’ottobre scorso[2], Sea Watch e Sea-Eye, colti dal prevedibilissimo maltempo, hanno iniziato con le solite pressioni per ottenere dall’MRCC di Roma (Centro di Coordinamento Soccorsi Marittimi) l’autorizzazione allo sbarco in Sicilia, ovviamente mobilitando le istituzioni politiche straniere e le organizzazioni internazionali.

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Malta, come al solito, ha negato ogni tipo di assistenza alle due ONG allo sbando, con un rimpallo di responsabilità con le autorità italiane.

L’inadeguata nave Seefuchs di Sea-Eye, in completa balia delle onde con a bordo 120 migranti e chiaramente comandata da dilettanti come già abbiamo documentato, è stata dapprima soccorsa da una nave cargo e successivamente dalla nave Diciotti della nostra Guardia Costiera.

Dopo due giorni di crisi nei quali l’MRCC di Roma ha negato l’accesso ai nostri porti (mai successo prima d’ora) e nonostante ciò Sea Watch ostinatamente si sia posizionata in acque territoriali italiane, le autorità hanno concesso alla ONG l’autorizzazione allo sbarco nel porto di Reggio Calabria.

Nel frattempo, la nave di Sea-Eye è stata scortata dalla Diciotti e da una nave cargo, a causa dell’impossibilità al trasbordo per le avverse condizioni meteo.

Arrivate nei rispettivi porti di sbarco, Sea Watch a Reggio Calabria e Sea-Eye a Pozzallo, i comandanti delle due ONG sono stati prelevati dalle autorità italiane e portati di fronte ai Magistrati negli uffici della Polizia Giudiziaria, per un lungo interrogatorio. Le autorità hanno altresì predisposto il sequestro dei materiali probatori a bordo delle navi, tra i quali i video del giornalista Fabio Butera de La Repubblica, che si trovava a bordo della nave di Sea Watch.

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Oggi, 11 giugno, il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez annuncia a sorpresa: “L’Aquarius venga da noi, potrà attraccare a Valencia”. Il premier italiano Giuseppe Conte lo ringrazia: “Avevamo chiesto un gesto di solidarietà da parte dell’Ue su questa emergenza. Non posso che ringraziare le autorità spagnole per aver raccolto l’invito”. E aggiunge che agli incontri di venerdì e lunedì con Macron e Merkel, gia fissati da tempo, chiederà la modifica del regolamento di Dublino.

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18.48 LMT: Qualcuno comunichi la decisione del governo Spagnolo alla nave Aquarius, che continua ad andare avanti e indietro nello stesso punto a velocità 2 nodi (ora prua sulla Grecia). L’Aquarius è diretta verso la spagna? Perche Hanno oscurato la tracciabilità?
21.35 LMT. Per ora pendola. L’equipaggio della nave sta deliberatamente provocando lo Stato Italiano e sta cercando il morto a bordo. Non si dirigono verso Valencia.

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12 giugno. L’Aquarius è stato rifornito ed è scortato a Valencia da due unità, che hanno preso a bordo parte dei migranti. Sono circa 700 miglia.

1837.- Michele Boldrin: “Il debito pubblico? Dobbiamo crescere, solo così smetterà di essere un problema ”

Mentre lo spread è alto e il nuovo governo parla di flat tax e reddito di cittadinanza, l’economista dice: “Smettiamola di pensare al debito, concentriamoci sulla crescita e sul taglio della spesa. Ci reggiamo solo sull’export e non abbiamo molto tempo prima che salti tutto in aria”
di Lidia Baratta.

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Economista, professore alla Washington University in Saint Louis, ed ex leader del partito “Fare per fermare il declino”. Non c’è figura migliore di Michele Boldrin per fare un’analisi della situazione economica italiana e delle ricette proposte dal nuovo governo Lega-Cinque Stelle. «Ma smettiamola di concentrare tutta l’attenzione e la preoccupazione sul debito pubblico italiano!», dice Boldrin, arrivato a Milano per partecipare a un dibattito sul fisco e la tenuta dei conti pubblici organizzato da Linkiesta e Moneyfarm nell’ambito della rassegna “Redazione Finanza”. «Il debito pubblico non è un problema in sé. La retorica politica ha messo enfasi su questo, facendo nascere l’idea di dover ripagare il debito, ma non è così. Smettiamola di alimentare la mitologia dei tedeschi cattivi e pensiamo a preoccuparci invece di come diventare credibili e di come non far diventare il debito un fattore di rischio. La soluzione è puntare sulla crescita».

Professore, perché il debito pubblico non è un problema?
C‘è una strana concezione che gira, secondo cui il problema del debito è che noi dobbiamo ripagarlo. Ma nessun debito pubblico serio si ripaga! I debiti pubblici più seri della storia della finanza mondiale, quelli dell’impero inglese, avevano per definizione la seguente spiegazione: questi soldi non ve li restituiremo mai. Voi mi date cento pound? Io li spendo come voglio perché sono The Queen e poi vi prometto che vi pago il 2,5-3% forever.

Allora da dove nasce l’idea di dover ripagare il debito?
Spunta quando percepisci che non è più solido. È una specie di reazione pavloviana di un creditore che dice: “Meglio che porto a casa quello che posso”. Per cui spingersi continuamente sulla linea argomentativa del dover ripagare il debito significa suggerire: “Guarda che io sono un debitore poco affidabile”. Che non è una bella cosa.

E cosa bisogna fare allora?
Devi fare l’opposto. Cioè garantire anzitutto che non stai facendo crescere il debito più della tua capacità di servirlo. Il rapporto tra debito e Pil serve proprio a mostrare che tu sei in grado di pagare gli interessi; che il rapporto fra quanto sei esposto e quanto gettito sai generare è stabile; e che quindi c’è ragione di credere che tu questo debito riuscirai a soddisfarlo a tempo indeterminato. Ciò che conta dal punto di vista di un creditore è la capacità dello Stato di estrarre risorse dall’economia privata trasformandolo in gettito fiscale per servire il debito.

E noi come siamo messi?
Quando un Paese come l’Italia si è avvicinato alla soglia massima della capacità di estrarre valore aggiunto dal settore privato per pagare i suoi costi, è chiaro che chi ti sta prestando soldi dice: “Aspetta un attimo”. Quando sei molto lontano dal limite, allora è un’altra cosa, anche se il rapporto tra debito e Pil è simile al nostro. Il debito argentino, ad esempio, è continuamente un fattore di rischio anche se il rapporto sul Pil è inferiore al nostro. Perché l’Argentina è un Paese che ha obiettivamente raggiunto il limite della sua capcaità di estrarre gettito dal settore privato. Quindi il debito si trasforma in rischio. Io l’approccio al debito in Italia lo farei da questo punto di vista, che poi porta sempre a ragionare dei problemi atavici di questo Paese.

La retorica politica ha fatto nascere l’idea di dover ripagare il debito, ma non è così. Smettiamola di alimentare la mitologia dei tedeschi cattivi e pensiamo a preoccuparci invece di come diventare credibili e di come non far diventare il debito un fattore di rischio, puntando sulla crescita
Michele Boldrin
Quali sono i fattori di debolezza italiani?
Il problema della crescita, del sistema fiscale poco efficiente che non favorisce la crescita, e la spesa. Se tu continui ad avere una struttura della spesa alta e rigida, per niente ciclica ma strutturale, è chiaro che stai dicendo a chi ti presta i soldi: “Sì, sono uno che viaggia sulla lama del rasoio e a qualsiasi colpo di vento rischio di cadere sul rasoio”. È questo il rischio del debito, non il debito per sé. Sarebbe importante riuscire a eliminare dal dibattito tutti questi discorsi che hanno a che fare con l’ammontare del debito, con la necessità che gli altri Paesi ci aiutino ad assicurare il nostro debito o che la Bce ce lo monetizzi comprando da noi più debito degli altri come se fosse la Befana che fa regali solo agli italiani. Se togliamo questa mitologia, forse evitiamo anche i conflitti assurdi con i tedeschi, con la Bce, con gli altri partner europei e ci concentriamo sulla cosa che conta. Che è garantire che siamo in grado di servire il debito. Poi nessuno ci chiederà di ripagarglielo. Invece c’è gente che va in giro facendo proposte vicine alla stregoneria su come miracolosamente assicurare il debito pubblico, e questo ci toglie credibilità.

A che cosa si riferisce?
Recentemente, ad esempio, insieme ad altri economisti, mi sono trovato a criticare un articolo del Corriere della sera sul debito pubblico. Nell’articolo si esponeva una proposta fatta da alcuni economisti di mutualizzazione del debito, con la costruzione di un fondo europeo che assicurerebbe il debito italiano coprendo la perdita in caso di default. Ora, gli altri saranno anche cattivi e mangeranno crauti ma non sono scemi, ma dicono: “Scusa, mi stai dicendo che devo pagare io per te?”. Non si può costruire una reputazione internazionale dicendo cose del genere e non è possibile che il maggior quotidiano italiano diffonda cose del genere e poi non abbia l’onesta di dire “Abbiamo sbagliato”. Si corregge il New York Times, può anche correggersi il Corriere della sera, no?

Quindi c’è anche un problema di come raccontiamo il debito pubblico?
Certo, in Italia c’è questa idea di massa che occorre fare cose strane di ingegneria finanziaria a livello europeo per proteggerci da noi stessi. Questo ragionamento continua a far pensare che queste cose non possiamo farle perché Draghi è cattivo e i tedeschi sono cattivi. Invece non è così. Quando sei un Paese credibile, con un Pil che cresce, non devi inventarti tecniche di ingegneria. Se la classe politica avesse la capacità di spostare l’attenzione dal debito pubblico ai problemi della crescita, dell’aggiustamento della pressione fiscale, del miglioramento della produttività, credo che il mondo potrebbe anche dire “gli italiani non hanno più voglia di fare trucchi”. È chiaro che dobbiamo anche dirgli che non vogliamo fare esplodere il debito nei prossimi cinque anni. Ma se io ho tanto debito e ti prometto che farò reddito futuro, e quindi gettito fiscale, divento credibile.

Se io fossi al governo, penserei a come creare impresa e a trasformare questa crescita trainata dall’export in crescita endogena. Che buttino alle ortiche sciocchezze come il reddito cittadinanza e la flat tax e si mettano a governare il Paese! Non abbiamo molto tempo
Michele Boldrin
E allora come risolvere il problema del gettito fiscale italiano? La proposta di flat tax contenuta nel contratto di governo Lega-5S può essere una soluzione?
No, l’idea che il problema del nostro gettito fiscale possa provenire da una riduzione delle aliquote è meglio gettarla alle ortiche. Quello che invece è vero è che l’Italia ha un sistema di tassazione particolarmente punitivo su certi tipi di reddito, ma non mi pare che ci sia nulla nel contratto di governo su questo. Ridurre le aliquote crea comunque una riduzione del gettito. Non c’è maniera di discutere di riduzione complessiva del carico fiscale in Italia se non si discute di riduzione della spesa, perché altrimenti l’unico effetto che hai è che crei un buco di bilancio di 2-3 punti percentuali e lo rendi strutturale.

Sei anni fa con un gruppo di economisti stilava il programma di “Fare per fermare il declino”: quelle ricette sono ancora valide?
Le cose da fare sono ancora quelle. Basta proclami, basta promesse: comincino a tagliare la spesa per davvero, dai forestali alle pensioni. E ad alleggerire burocrazia onnivora che mina la produttività e causa spreco di risorse.

Eppure si parla di crescita e di ripresa.
Il problema è che non c’è crescita nostra. L’Italia ha una fortuna straordinaria, cioè il fatto di avere che ha una macchina da guerra intorno al Po che riesce a produrre una quantità di roba stupenda nonostante tutto. Un gruppo di 15-18mila imprese è riuscito a creare la ripresa e ad approfittare della crescita mondiale. In questo momento, alla faccia delle cretinate sull’euro che ci uccide, grazie alla stabilità dell’euro, la macchina export italiana tiene in piedi tutto. Non c’è nient’altro che si sia ripreso. Se io fossi al governo, penserei a quelli. A come tenerli in piedi, a come evitare che becchino un’altra botta gigantesca come quella del 2009-2011, a vedere se ne arrivano degi altri e se qualcuno di questi trovi ragioni di profitto ed efficienza per cominciare a scendere lungo la dorsale appenninica e a fare impresa un po’ più giù. Lo si può fare con un governo saggio che non faccia annunci sciocchi. Che buttino alle ortiche sciocchezze come il reddito cittadinanza e la flat tax: si mettano a governare il Paese! Se quel motore si inceppa un’altra volta, siamo rovinati. Ma non abbiamo molto tempo.

Quanto ci resta?
Dobbiamo augurarci che gli altri Paesi che comprano da noi continuino a crescere, perché non è che i periodi di crescita durano all’infinito. Non abbiamo molto tempo per permettere a questa crescita trainata dall’export di diventare endogena con la nascita di imprese. Invece di perder tempo a dir cose strane, quindi, si dedicassero a cercare di espandere le imprese laddove non ci sono. Perché se l’impresa del bergamasco che fa freni non ha più domanda da parte dell’impresa in Bavaria che fa le macchine, poi anche il fornaio vende meno pane.

1836.- Il Code Civil (1804) e il diritto di famiglia

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Parliamo spesso della famiglia naturale, secondo il principio dell’amore cristiano e mi sovviene una sua fondamenta giuridica della Francia imperiale: Il
Code Civil, di Napoleone.

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Il 21 marzo 1804, con la legge del 30 ventoso anno Xii, dopo una lunga e complessa fase di elaborazione, vide finalmente la luce il Code Civile des francais. Come già evidenziato da eminenti giuristi, il dezza in primis, nel prescrivere l’ abolizione della vigenza delle fonti normative civilistiche antecedenti, la predetta legge delineava, simbolicamente, il momento di passaggio tra due grandi epoche della storia giuridica: dall’ età del diritto comune si passava infatti all’ età della codificazione.
Tre anni più tardi, il decreto imperiale 3 settembre 1807, assegnerà al Codice Civile l’ ossequiosa denominazione di Code napolèon, che sarà mantenuta fino alla caduta dell’imperatore, e ripresa solo da napoleone III per poi assumere definitivamente il nome di Code Civil. Con oltre due secoli di vita, tutt’ oggi vigente, anche se con ovvi “restauri”, rappresenta una vera e propria opera d’ arte nella storia giuridica europea. Si tratta infatti di un testo normativo che ancora costituisce il cardine del sistema delle fonti francesi e che fa parte del patrimonio culturale-giuridico dell’europa continentale. Più in particolare il Codice Civile del 1804 contraddistinto secondo una matrice tipicamente illuminista, da un linguaggio, comprensibile, immediato e semplice, risultava composto da 2281 articoli distribuiti in tre libri preceduti da un titolo preliminare, rubricato de la publication, des effets et de l’application de lois en general. La struttura era sostanzialmente non difforme da quella presente nei progetti elaborati in età rivoluzione sotto la guida di Cabàcères, che a sua volta si ispirava alla antica tripartizione romanista, persone cose-azioni, di radice gaiano-giustianea. In ordine poi ai contenuti, i punti che maggiormente qualificavano e qualificano il Code napolèon erano rappresentati dalla disciplina del ruolo e dei diritti dell’ individuo, con particolare riguardo alla proprietà e all’ autonomia negoziale, nonché dalla strenua difesa della famiglia considerata nucleo essenziale della società e dello Stato.
Ed è proprio con riguardo a quest’ ultimo istituto che il legislatore napoleonico, al fine di fronteggiare i numerosi problemi sociali che attanagliavano la francia di quegli anni, ha reintrodotto alcuni principi conservatori e autoritari. Nel testo del 1804, quello oggetto del nostro esame, il diritto di famiglia era posto sistematicamente nel primo libro, des personnes (artt. 7-515), i cui undici titoli disciplinavano: lo stato civile, il matrimonio, il divorzio, la paternità, la filiazione, l’ adozione, la patria potestà e la tutela. La predetta collocazione non appare una scelta causale. infatti la disciplina napoleonica, nella materia in oggetto, era tesa alla creazione di basi normative atte a diffondere e soprattutto a creare l’idea di una famiglia “forte”, fondata su un solido principio di autorità. insomma una “forte famiglia” come nucleo fondante di un “forte Stato”, con la peraltro inevitabile conseguenza della reintroduzione, come detto, di principi autoritari che si era tentato, solo qualche anno prima, di superare. Va peraltro sottolineato che in alcune materie i principi “rivoluzionari” vennero preservati, in quanto considerati indispensabili per la salvaguardia del principio di laicità dello Stato.

tale conservazione riguardava la disciplina dello stato civile, la secolarizzazione del matrimonio e il divorzio. Peraltro vanno rammentate le nuove scelte legislative, sostanzialmente uniformate a principi autoritari, in tema di patria potestà, figli naturali e posizione giuridica della donna. In particolare la patria potestà veniva restaurata pressoché integralmente con l’ attribuzione di ampi poteri direttivi e correzionali. i figli naturali non erano più equiparati ai figli legittimi e perdevano la qualifica di eredi a pieno diritto. inoltre per superiori ragioni di stabilità sociale, veniva introdotto il divieto di ricerca della paternità naturale. Per quel che atteneva poi la posizione della donna, l’ art. 213 poneva la stessa sotto la tutela giuridica del marito al quale doveva obbedienza. La tutela maritale si esplicava attraverso una serie di specifici istituti tra i quali l’autorizzazione del marito necessaria alla moglie per stare in giudizio, vendere beni e accendere ipoteche. inoltre era il solo marito l’amministratore dei beni dotali e comuni. Per quanto invece atteneva al regime patrimoniale, il codice, garantita una generica libertà di stipulare convenzioni particolari, delineava due modelli tipici: il regime dotale (molto diffuso nella francia meridionale e in normandia) e la comunione dei beni (molto diffuso nella francia settentrionale). Nel caso in cui i coniugi non avessero operato alcuna scelta a riguardo, trovava automatica applicazione la comunione dei beni. Coerentemente con la scelta volta alla creazione di una famiglia stabile e autoritaria, il divorzio, disciplinato dagli artt.li 229-311, pur essendo comunque previsto, veniva ridotto a istituto sostanzialmente eccezionale. Le sette cause statuite dalla legislazione rivoluzionaria erano ridotte a tre (adulterio, condanna a pena infamante, eccessi -sevizie ed ingiuria grave). era previsto anche il divorzio per mutuo consenso, ma si trattava di una via particolarmente ardua da percorrere, visto gli adempimenti che tale scelta comportava. infatti il tribunale era impossibilitato a pronunciarsi prima di un anno e la richiesta non veniva ammessa nei primi due anni di matrimonio ovvero dopo venti. Non era ammessa nemmeno se il marito aveva meno di 25 anni e la moglie meno di 21 o più di 45, ed era richiesto il consenso dei genitori o degli ascendenti. inoltre il mutuo consenso doveva essere manifestato quattro volte in un anno. A puro titolo di curiosità va ricordato che il divorzio, soprattutto quello per mutuo consenso, venne difeso contro la maggioranza dei membri
del Consiglio di Stato, dallo stesso napoleone. qualcuno sostenne per interesse personale … Come ben può comprendersi si tratta di un argomento
che meriterebbe maggiore approfondimento, in quanto, a prescindere da quelle che possono essere le scelte legislative più eclatanti, il Codice Napoleone ha gettato le basi per il moderno diritto di famiglia. non si può quindi non provare ammirazione per una tale opera, non solo per i principi in essa contenuti ma anche, soprattutto, per le doti di chiarezza, razionalità perfezione tecnica e linearità di struttura che la contraddistinguono.

[Avv. Christian Serpelloni]

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1835.- Il mistero del Marshal Michel Ney, duc d’Elchingen, prince de la Moskova

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La bella statuina della Ginori raffigurante Michel Ney e non più mia.

Uniti nelle glorie e nelle sconfitte dei campi di battaglia, Napoleone ed il maresciallo Ney sono legati anche da un’altra particolarità: il mistero sulla loro morte. nel precedente articolo, il Monitore aveva affrontato l’enigma sulle cause della morte dell’imperatore, ora analizziamo cosa successe al «prode tra i prodi».
Le biografie si concludono con la fucilazione, avvenuta il 7 dicembre 1815 nei giardini del Lussemburgo a Parigi, di Michel Ney, reo di essersi schierato con l’evaso anziché consegnarlo ai Borboni. Calata definitivamente l’epopea napoleonica a Waterloo, il maresciallo non beneficiò dell’amnistia concessa a chi era tornato tra le file imperiali e ancora prima che riuscisse a partire per l’America, venne arrestato.
«Non posso trattenere l’impeto dell’oceano con le mie mani» si difese.

Il suo voltafaccia, aggiunse, era stato motivato dalla volontà di evitare una guerra civile. nonostante le sue parole, la sentenza di morte giunse alle 23 del 6 dicembre 1815. Alla notizia, una gran folla circondò il primo ministro dichiarando che la condanna era stata votata in assemblea solo in ubbidienza al re e con la tacita convinzione che la pena sarebbe stata poi commutata in esilio. Inoltre perfino l’esercito palesò il proprio disappunto, tanto da spingere il primo ministro a chiedere udienza urgente al re. «Al mio risveglio, mi porti la notizia che quel traditore ha scontato il suo delitto» fu la secca risposta. Perfino Wellington, a cui i Borboni dovevano la restaurazione sul trono di francia, considerò la condanna avventata e ingiusta, ma venne congedato bruscamente. Ney non doveva dunque essere fucilato. qualcosa di strano in effetti avvenne. Per prima cosa, all’ultimo istante il luogo della sentenza fu spostato in un punto poco frequentato dei Giardini e l’ora fu posticipata alle 9.00, quindi non di mattina presto, come imposto dal re. dinanzi al plotone Ney disse: «non sapete che sono abituato ai proiettili da vent’ anni?».
Mentre l’ufficiale esitava, il maresciallo aggiunse: «Miei prodi camerati, sparate non appena mi sarò portato una mano al petto. Cercate di colpire il cuore». I soldati risposero con la scarica di fucileria e Ney cadde senza una convulsione né un lamento.

Secondo il rapporto ufficiale, il corpo rimase esposto per quindici minuti, ma in realtà, dopo dieci era già all’ospizio dei trovatelli: lì rimase fino alle 6.30 del giorno dopo, quando avvenne la sepoltura al Père Lachaise, senza che la moglie accompagnasse il feretro. La testimonianza di Quentin Dick, spiega che la salma fu subito rimossa in non più di tre minuti e nessuno aveva dato il colpo di grazia e nessun medico aveva esaminato il cadavere. Un altro testimone, il signor Caveau, riferì che i numerosi sassi col sangue di ney vennero rimossi da un signore inglese. eran stati rimossi perché col gesto singolare di battersi il petto ney ruppe un sacchetto con del liquido rosso nascosto sotto la giacca? una relazione dell’epoca riportava che il corpo non presentava alcuna ferita da proiettile, mentre il referto ufficiale indicava dodici pallottole nel corpo e tre nella testa. Un ufficiale che esaminò il luogo trovò solo un foro nella parte alta del muro. Altri testimoni dichiararono che il muro era chiazzato di sangue.

Emersero dunque molte contraddizioni! Sua moglie non si recò mai a far visita alla tomba eretta nel 1848; inoltre non volle essere seppellita al suo fianco sebbene non avesse mai desiderato risposarsi, trascorrendo tutta la sua vita a riabilitare la memoria del marito. Nel 1853 sul luogo della fucilazione si innalzò un monumento, ma la sua tomba (con inciso solamente il cognome) fu sempre trascurata e lo stesso Luigi napoleone disse che qualcun altro potrebbe esservi sepolto al posto di Michel ney. questo è ciò che la storiografia ufficialmente riporta in merito alla vita del maresciallo. Ma nessuno menziona un tal Peter Stuart ney, cittadino americano morto nel 1846. eppure, gli argomenti son molti, utili non tanto per la costruzione di una semplice fantastoria ma per dimostrare che in effetti ney si salvò dalla fucilazione.
Riprendiamo il filo del racconto e imbarcamoci in direzione delle Americhe per giungervi il 29 gennaio 1819 a Charleston, in compagnia di Philip Petrie, un soldato che aveva combattuto tra le file della Grande Armée proprio agli ordini di ney. Proprio Petrie nel 1874, testimoniò di avere riconosciuto l’ex maresciallo con assoluta certezza durante la traversata, episodio che lo stesso Peter Stuart confermò poco prima di morire.
Allo stesso modo, ney fu riconosciuto anche da numerosi rifugiati francesi a Georgetown. Successivamente si trasferì per tre anni a Brownsville come maestro di scuola; infine si spostò a Mocksville, dove rimase fino alla morte, a parte un biennio dal 1828 al 1830 a Mecklenburg. Venne sepolto vicino a Salisbury.
Questa è la breve vita del tranquillo maestro di scuola, Peter Stuart ney; vita che iniziò proprio nel 1819. Ma
importanti sono le testimonianze oculari di chi lo incontrò. Innanzitutto, le numerose cicatrici corrispondevano
con quelle del maresciallo, a partire da una sulla guancia che lo stesso ney disse di essersi procurato a Waterloo. infatti a non pochi rivelò il suo passato e molti riferirono di trovarsi di fronte a una persona non comune. Era risaputo che parlasse correttamente l’inglese, mentre il latino e il greco si suppone li avesse imparati durante il praticantato in uno studio legale, prima di arruolarsi. indubbie erano le sue conoscenze in campo militare (delle campagne napoleoniche parlava in prima persona e a volte aggiungeva delle glosse: in un suo ritratto scrisse «fatto da ney stesso») e l’abilità come spadaccino; non di minore importanza era la sua grande cultura.
Due gli episodi chiave nell’esistenza di Peter Stuart Ney: il primo fu quando apprese della morte di Napoleone. A questa notizia svenne in classe; rinvenuto, sospese le lezioni e si chiuse in camera per tutto il giorno: lì distrusse parecchi documenti e tentò di togliersi la vita. A chi lo soccorse disse che con la morte dell’imperatore erano crollate tutte le sue speranze. quali, nessuno lo può dire. forse, ipotizzo, quelle di riabbracciare la sua famiglia, che mai fece giungere in America per paura di ritorsioni contro chi lo aveva aiutato a fuggire. Ilsecondo episodio chiave fu appunto una visita che ricevette nel 1828 da parte di un giovane, distinto straniero. Alla sua dipartita, Peter rimase a lungo in uno stato di sconforto. Si dice fosse il conte eugène, suo figlio. L’unica prova scientifica possibile in grado di confutare tutte le testimonianze ai quei tempi (il dna era ancora un concetto fantascientifico, anzi, nemmeno immaginabile) era in mano all’esperto per eccellenza nel campo della grafologia, davis Carvalho, capace di risolvere oltre diecimila casi, compreso l’intricato affare Dreyfus. di fronte agli scritti di Peter Stuart e del maresciallo Ney, affermò con assoluta certezza che appartenevano alla stessa persona. Riprendendo le parole di rupert furneaux concludo che pochi uomini meritarono due epitaffi come questi: «prode tra i prodi come soldato», «amato e rimpianto da chiunque lo conobbe come insegnante».

Associazione Napoleonica d’Italia

1834.- NEL VORTICE DI AUTODISTRUZIONE DELL’OCCIDENTE-MONDO

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di Maurizio Blondet
“La Russia deve essere al G7, piaccia o no, dobbiamo avere la Russia al tavolo negoziale”, vibra Trump in una non certo improvvisata uscita, e i salotti tv anti-governativi scoprono che il primo ministro Giuseppe Conte, quello da loro dipinto come uno sciocco re travicello di una alleanza populista velleitaria, impreparata e scema, può dire al suo primo vertice in Canada, per nulla intimidito: “Sono d’accordo con il presidente Donald Trump, la Russia dovrebbe tornare al G8. Nell’interesse di tutti”.

Non è che ci sia qui una qualche alleanza. Quella cui assistiamo è la disintegrazione dell’ordine occidentale, che comporta inaspettate ricomposizioni, forse temporanee. Le centrali pensanti inglesi, nel travaglio di un Brexit che Merkel-Juncker vogliono sempre più ostile e punitivo, ha colto l’occasione per appoggiare il ben fondato malcontento italiano, spiegando in diversi articoli come sia la Germania la sola che ci ha guadagnato dall’euro, e quella che ha più da perdere facendo della UE “un nemico invece che un alleato” dell’Italia. E in altri articoli, hanno spiegato a fondo la crisi di Deutsche Bank. E un articolo del Financial Times ha non poco poter nel mondo della finanza internazionale.

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Incapaci di leadership, sempre in ritardo politico.

Trump ha continuato a modo suo la stessa politica. Ridicolmente, Macron (come ventriloquo della Merkel) ha lamentato che Trump, imponendo dazi sull’acciaio europei, “tratta gli alleati come nemici”. E’ esattamente quello che fa Berlino con Grecia e Italia.

Non è che il governo giallo-verde ha trovato amici. Si tratta solo di notare, in questa disintegrazione che avrà (non illudiamoci) effetti apocalittici, la mobile capacità politica anglosassone, il capire al volo, di fronte all’autistica impoliticità tedesca – e di conseguenza, della centrale di comando UE, la BCE. Non hanno alcuna intenzione, loro, di riconoscere le istanze italiane come quelle di un pari e fondatore; alzano lo spread come si alza un randello. Come abbiamo detto e ripetuto, non sono i “mercati” ad alzare lo spread, ma la BCE – che acquista integralmente i titoli d i debito italiano, e lascia agire i mercati per esercitare una minaccia: non si spiega altrimenti sennò che il nostro spread sia superiore a quello della Grecia. Evidentemente sono “mercati” che premiamo l’obbedienza cadaverica a Berlino.

Fonti interne alla BCE fanno sapere che il consiglio della Banca Centrale discuterà la fine degli acquisti di titoli di debito pubblico (inteso:italiani) subito subito, già il 14 giugno in riunione in Lettonia – “Certo, non c’è momento migliore per la BCE per discutere l’uscita dal quantitative easing, che nel momento in cui i rendimenti italiani salgono già tanto”, commenta sardonico Zero Hedge, additando come la BCE stia appunto manipolando i mercati. Cosa alquanto strana, perché una banca centrale dovrebbe calmare i mercati, come garante d’ultima istanza verso tutti i paesi dell’euro; dovrebbe insomma essere almeno un po’ anche la nostra banca centrale – ma lo è stata solo fino a Gentiloni. Adesso, pratica l’apartheid monetario. Fa annunciare dal suo emissario, Monti, l’arrivo della troika.

A chi ha paura di questa situazione e tremebondo, ricordiamo che il tracollo italiano sul debito, e l’uscita dall’euro, sarà inevitabile comunque: nel 2019 a capo d ella BCE andrà Weidmann, che già da anni va indicando ai mercati che l’Italia è insolvente, e che non è giusto che gli interessi che noi paghiamo sul debito siano sempre troppo bassi – quella in cui ci hanno cacciato è una dittatura disumana, bancaria e burocratica.

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Prima dell’euro, la Germania cresceva meno di noi.

Quel che importa ora notare la follia e il ritardo mentale con cui l’ “Europa” viene sorpresa dagli eventi. Macron e MErkel sono andtai in Canada con il proposito di essere aggressivi verso Trump, di “isolarlo” come hanno isolato il governicchio indebitatissimo italiano, di mettere Trump sotto accusa (cosa di per sé ridicola, perché allo stesso tempo invocano che non metta dazi sulle auto tedesche, e le compagnie europee che cominciavano a fare affari con l’Iran hanno smesso piegandosi alle sanzioni USA): l’uscita di Trump sulla Russia li ha colto in contropiede. E’ stato Trump a isolare loro, piantandoli in asso per affrettarsi al vertice di Singapore con Kim il nord coreano. Per giunta, Trump ha rifiutato un colloquio con Teresa May, trovandola “una direttrice scolastica”.

Macron, fuori di sé dalla sorpresa, è arrivato a minacciare (o augurare) la morte a Donald: “Nessun presidente è per sempre”. Ed ha aggiunto: se non si cura di “essere isolato” sulla questione “improduttiva” dei dazi (che Trump ha messo su acciaio e allumino) e del patto anti-nucleare con l’Iran, ebbene il il G7 lo isolerà, “non ci mettiamo niente a diventare sei, se occorre”: Già: era il G8; cacciata la Russia (dagli europei e da Obama), è il G7. Adesso Macron vuole espellere gli Stai Uniti, restare il G6.

Un club privé. Il “G” in questi vertici sta, ovviamente, per “Grande”. Gli otto Grandi, i Sette Grandi, i Sei Grandi…vertici di ex grandi. Da cui sono assenti, perché non invitate, non solo Russia, ma Cina e India, le potenze dominanti dell’Asia e did omani. I “grandi” di ieri, sempre più piccoli, si assestano colpi reciproci di dazi, sanzioni e controsanzioni, in un crescendo di accuse di dumping e di protezionismo. Insomma stanno diroccando il mondo che hanno creato, il mondo-Occidente. E’ il vertuice più disfunzionale ed antagonista mai visto: il vecchio ordine sta morendo, e la tragedia italiana, “l’isolamento” dell’Italia in questa Europa, la sua ribellione, è solo un mulinello nel gigantesco Maelstrohm del più vasto quadro del collasso dell’Occidente – in una follia di cui “l’europeismo” è solo una parte essa stessa.

Basta qui elencare qualche fatterello: Bruxelles (l’idea è degli uffici di Juncker) avrebbe ordinato alle case automobilistiche europee di non usare parti fabbricate nel Regno Unito, per rendere il Brexit più costoso e rovinoso.

https://www.express.co.uk/news/politics/970103/Brexit-news-EU-car-industry-Dutch-Europe-trade+

Bruxelles vuole espellere la Gran Bretagna dal programma Galileo (di posizionamento satellitare), benché il sistema Galileo si fondi su stazioni a terra che stanno in territori britannici, le Falkland e l’Isola di Ascension!

https://www.express.co.uk/news/science/970848/Brexit-news-galileo-eu-european-union-esa-falklands-ascension-satellite

Nello stesso tempo, la May in Canada ha incitato gli alleati ad allestire insieme una “forza di reazione rapida” multinazionale contro la Russia, ciò che ha suscitato la protesta di Mosca. Probabilmente nella velleità di rappezzare la disintegrazione europea con lo spettro del Nemico.

https://sputniknews.com/europe/201806081065215625-uk-russia-g7-summit-proposal/

Ovviamente, gli Usa continuano a cercare di impedire ad ogni costo il completamento del Nord Stream 2, e la Germania lotta per salvarlo – la stessa Germania che vuol far durare le sanzioni contro la Russia.

Berlino minaccia di espellere – nientemeno che – l’ambasciatore Usa,Ricard Grenelle, un trumpiano, per aver dichiarato che intende sostenere “Altri conservatori in Europa”, altri sovranisti coem l’austriaco Sebastian Kurz o Salvini. L’ambasciatore si atteggia a “ una sorta di difensore di pupulisti di destra e di sinistra che vogliono distruggere la nostra società libera”, ha detto CDU/CSU, Roderich Kiesewette

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-germany-is-calling-for-trumps-us-ambassador-in-berlin-to-be-expelled/

La Svezia ha operato la mobilitazione totale della sua guardia nazionale (40 battaglioni) in una esercitazione non annunciata che simula la difesa da una invasione russa.

http://www.investmentwatchblog.com/breaking-the-entire-swedish-home-guard-was-just-mobilized/

La società ucraina Naftogaz ha annunciato che un tribunale olandese ha approvato la sua petizione per congelare le attività di Gazprom nei Paesi Bassi, ed ha ordinato a Gazprom di pagare $ 2,6 miliardi alle controllate olandesi da Gazprom alla società ucraina. Alla fine di febbraio, un tribunale arbitrale con sede a Stoccolma ha assegnato a Naftogaz 4,63 miliardi di dollari da Gazprom perché Gazprom non era riuscita a rifornire l’Ucraina della quantità concordata di gas naturale. Il 30 maggio, Naftogaz ha anche annunciato di aver avviato l’esecuzione della decisione giudiziaria da $ 2,6 miliardi in Svizzera e che le autorità svizzere si sono attivate per impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera. L’Ucraina sta cercando di impadronirsi delle attività di Gazprom in Svizzera, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko. Ciò potrebbe includere anche le attività e le azioni di Nord Stream e Nord Stream 2 .

Frattanto, l’economia dell’eurozona sta rallentando sotto l’austerità tedesca, mentre quella della Gran Bretagna è in ripresa. L’istinto politico britannico è da secoli un passo avanti a quello di Berlino. E si deve ammettere che sanno riconoscere una dittatura tedesca, quando ne vedono una.

Ora, nonostante tutto quel che vi racconta la propaganda dei nemcii interni ed eurocratici, abbiamo il miglior governo possibile (insisto sul “Possibile”) per affrontare la tempesta. Mai avevamo avuto un ministro dell’economia come Tria, che consapevole che la nostra crisi è dovuta al taglio degli investimenti pubblici impostoci da BErlino e dai suoi servi : “gli investimenti fissi delle pubbliche amministrazioni sono scesi di circa il 28% nell’eurozona… tra 2009 e 2019….. In Italia il calo è stato di quasi il 40% (da 3,4 o a 2,2 r del PIL).

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Alla UE, l’Italia dà più di quel che riceve.

Mai avevamo avuto un governo che, consapevolmente, propone la separazione fra banchd commerciali e banche d’affari. Nè che si oppone alle “riforme” delel piccole banche cooperative, che l’Europa vuole aggruppare in due holdin, ossia società per azioni, perché il sistema bancario tedesco possa scalarle. Mai avevamo sentito un senatore pd dire, come Bagnai, alla REuters: “Per effetto della riforma, Iccrea e Cassa centrale Banca saranno sottoposte alla vigilanza unica europea e dovranno quindi rispettare più severi requisiti patrimoniali. Le banche cooperative tedesche, invece, continueranno ad essere sotto il controllo delle sole autorità di Berlino e avranno maggiore libertà nella gestione del credito”.

1833.- ONDATA DI BAMBINI COMPRATI DAI GAY ALL’ESTERO: SALVINI FACCIA INTERVENIRE I PREFETTI

Chi sostiene il commercio di esseri umani, di più, ancora in gestazione o incapaci d’intendere e di volere è peggio di un assassino. Chi vuol fare del vizio o della deformità sessuale una regola è un pericolo da estirpare. Siamo in piena crisi demografica, ma in Italia, la politica si occupa di importare migranti sostitutivi e delle famiglie arcobaleno.

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Due parole su quest’ultimo argomento ché viene facilmente accompagnato al nostro nel nome della famiglia. Parlare di famiglia, a proposito di coppie omosessuali, non serve a creare più tipi di famiglia né a legittimarle come tali. Anche qui, come per il rapporto fra uomo e donna, osserviamo la difficoltà di accettare le diversità e ne contestiamo il“relativismo”. Parlare di famiglia è strumentale ad acquisirne i diritti, ma una cosa è la famiglia, culla della natalità, che si costituisce fra i futuri genitori, sposati o conviventi, ma secondo l’ordine naturale e nella quale al figlio “generato” si trasmettono la sua eredità genetica e le fondamenta della identità; altra cosa è la coppia omosessuale nella quale ciascuno dei partecipanti può e deve trovare, in modo non surrettizio, la dimensione giuridica della sua partecipazione, a prescindere dalla sessualità, perché non è volta al fine di ed è incapace ex se di generare.
Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
L’Ordinamento giuridico ben può soddisfare giuridicamente le aspirazioni e i diritti delle coppie omosessuali, anche secondo un’applicazione per quanto possibile del principio di eguaglianza, e soprattutto nei campi previdenziali e successorio (si qualifica interesse meritevole di tutela il rapporto di convivenza “more uxorio” ove caratterizzato da apprezzabile stabilità),
ma nei giusti limiti e senza voler condizionare autoritativamente né prevaricare gli ancor più tutelandi diritti dei soggetti di là da venire, che, rispetto al diritto della coppia sono terzi e portatori del diritto di avere una madre e un padre secondo l’ordine naturale.
Il libero sviluppo della vita di coppia, anche all’interno di una famiglia, soddisfa un diritto individuale, ma tenga indenne il diritto dei figli ad una genitorialità naturale, talché, nel rispetto della dignità sociale, ben potranno aversi coppie eterosessuali o omosessuali, a condizione che la loro parificazione non avvenga attraverso un uso strumentale del matrimonio e della famiglia.
L’omogenitorialità: genitori che hanno avuto un figlio prima dell’unione omosessuale; coppie lesbiche e gay incrociate per avere un figlio; l’adozione; la procreazione assistita, compreso l’utero in affitto, non è la regola. La sua legittimazione, compresa la forma derivata della “adozione del configlio dal partner”, costituisce una palese violazione dei diritti e della dignità del bambino (cfr. Art. 7 Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia): non solo contrasta con l’evidenza (nessuno è figlio di due padri o due madri), ma riduce lo strumento dell’adozione ad un metodo per dare bambini a chi non può averne, dimenticando che l’adozione serve invece a dare un padre e una madre sostitutivi a chi li ha perduti, nell’interesse supremo del bambino.

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A Crema, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, con l’esposto, che verrà depositato giovedì mattina, chiedono «la verifica dell’operato del sindaco, quale ufficiale di stato civile». Ma soprattutto «l’avvio di un procedimento amministrativo, rivolto all’annullamento gerarchico della trascrizione». Insomma, si rivolgono al prefetto di Cremona, quale rappresentante del governo, affinché ‘cancelli’ quanto firmato dal sindaco: la doppia paternità di due gemellini. E ciò, in virtù della «autorità di controllo affidatale». Non accenna a placarsi la vicenda innescata dalla firma, con la quale Stefania Bonaldi, nelle scorse settimane, ha avallato la genitorialità di due uomini, registrando all’anagrafe il nome del secondo papà di altrettanti bimbi nati di recente in Nord America, grazie alla pratica della maternità surrogata. E a sollecitare il prefetto Paola Picciafuochi, affinché agisca «in autotutela (facoltà di modifica un atto amministrativo, ndr)», sono il coordinatore cremasco di Fratelli d’Italia Giovanni De Grazia, ma anche il referente locale di Forza Italia Gianmario Donida e il capogruppo in aula Ostaggi e segretario cittadino della Lega Andrea Agazzi. Sono loro, le firme in calce all’esposto.

Questo accade a Crema. Ma le forze pedo-arcobaleno sono scatenate in tutta Italia: da Sarzana, dove il sindaco uscente ha riconosciuto il bambino comprato all’estero da due gay a Rovereto, dove accade per quello di due lesbiche. Protagonisti, sempre, sindaci PD e alcuni del M5s, che a livello locale è all’estrema sinistra.

Per questo è urgente che il ministro dell’Interno, che da sempre ha difeso la famiglia naturale e il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà, intervenga: imponendo ai prefetti di annullare queste oscenità.

Si tratta, del resto, solo di applicare la legge: non c’è nel contratto l’abrogazione dei ‘matrimoni gay’, è vero, ma in questo caso si tratterebbe solo di applicare la legge esistente che non permette l’adozione gay e, anzi, persegue chi compra bambini all’estero attraverso l’oscena pratica dell’utero in affitto o il commercio illegale di sperma.

Salvini dimostri al suo popolo che metterlo dove l’abbiamo messo conta.

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