1917.- Cos’è il Mediterraneo allargato dove Trump vuole Roma protagonista

“Gli occhi della guerra” ha pubblicato una serie di riflessioni sull’interesse nazionale italiano tornato a rivestire, anche in politica, la posizione tra Occidente e Oriente che madre natura ci ha dato. Nell’incontro alla Casa Bianca fra Donald Trump e Giuseppe Conte si è rifondato un rapporto particolare nel Mediterraneo. Un rapporto che forse spiega anche perche’, nell’intero periodo della Guerra Fredda (lasciamo nel suo ambito ristretto la crisi di Sigonella del 1986), gli USA hanno impedito ai francesi e ai britannici di nuocere ai nostri interessi in Libia. Il ritorno dell’Italia al centro della politica estera USA deve riguardare, naturalmente, anche i rapporti dei due Paesi con l’Unione europea, con particolare attenzione alla Germania; ma la diplomazia italiana deve poter dialogare in Mediterraneo con tutte le parti in causa se si vuole guadagnare la stabilizzazione della Libia.

ENDURING FREEDOM
Le due portaerei del Gruppo d’attacco dell’US NAVY in Mediterraneo con, al centro, la portaerei De Gaulle seguita dal Cavour.

Giuseppe Conte è uscito da questo summit con Donald Trump con la garanzia che l’Italia sarà partner privilegiato degli Stati Uniti per il Mediterraneo allargato. “Da oggi abbiamo un fatto nuovo, significativo: una cabina di regia permanente Italia-Usa nel Mediterraneo allargato, è una cooperazione strategica, quasi un gemellaggio, in virtù del quale l’Italia diventa punto di riferimento in Europa e interlocutore privilegiato per le principali sfide del terrorismo e di tutte le crisi del Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”.

Il Mediterraneo allargato

Il concetto espresso da Conte in conferenza stampa forse è stato sottovalutato da molti. Concentrandosi sulla parola “Mediterraneo”, ci si è soffermati poco sull’aggettivo al suo fianco: allargato. Ma è invece lì la differenza sostanziale che c’è fra quello che noi riteniamo essere il bacino cui faceva riferimento Conte insieme a Trump e quello che invece risulta da questa definizione. Perché confondere il Mar Mediterraneo con il Mediterraneo allargato rischia di creare confusione.

Il concetto di Mediterraneo allargato nasce dall’esigenza di definire quell’area che ha il nostro mare come bacino principale, ma a sua volta collegandolo a tutti i mari e a tutte le aree che lo circondano e che, apparentemente, non rientrano nel suo ambito. Il Mediterraneo per come lo intendiamo noi è un mare piccolo, semichiuso, fondamentalmente secondario nelle logiche delle grandi potenze internazionali. Ma preso insieme ad altre aree ed altri bacini ad esso vicini o collegati culturalmente, politicamente e geograficamente, il Mediterraneo diventa il centro di interessi strategici fondamentali che ad esso sono connessi.

Ecco che allora il Mediterraneo allarga i suoi confini. Non si ferma a Gibilterra, ma arriva all’Atlantico finendo alle Canarie e alla costa occidentale dell’Africa settentrionale. A sud, non c’è più la costa mediterranea a fungere da confine:ma si deve guardare per forza al Sahel, visto che le sue crisi colpiscono direttamente il Mare Nostrum. A nord-est, il confine arriva direttamente in Crimea: il Mar Nero è parte integrante di questo sistema. E infine, ancora più a Est e Sud-est, bisogna fare particolare attenzione a questa “cabina di regia” fra Italia e Stati Uniti.

Il Mediterraneo allargato, infatti, non solo lambisce, ma penetra in Medio Oriente. Sicuramente ne fa parte il Mar Rosso e certamente ne fa parte anche il Corno d’Africa. Ma c’è addirittura chi si spinge oltre e considera il Golfo Persico come un bacino che rientra in questo concetto geopolitico. E allora, i nostri orizzonti devono estendersi anche in settori che consideriamo (colpevolmente) lontani. Ma sono aree dove i nostri interessi strategici sono ben più presenti di quanto possiamo immaginare.

L’Italia pioniera del Mediterraneo allargato

Per l’Italia questa sfida è il frutto di decenni di strategia. Perché per i governi italiani è stato sempre chiaro che non si potevano ridurre i nostri confini strategici al Mediterraneo come lo conosciamo dalle carte geografiche. Perché gli interessi commerciali italiani che transitano per il Canale di Suez, porta sudorientale del nostro mare, sono a loro volta costretti a transitare per il Golfo di Aden, Bab el Mandeb e il Mar Rosso. E non a caso nella campagna contro la pirateria la Marina italiana è sempre stata in prima linea. I nostri interessi hanno un orizzonte che giunge direttamente sulle coste della Penisola arabica

Questo percorso di avvicinamento è stato costante ma da sempre chiaro. Lo è stato dall’intervento militare in Libano del 1982 fino ai nostri giorni, con le missioni nelle aree di nostro interesse. Siamo parte di un’Alleanza, certo, ma siamo anche un Paese che molto spesso sottovaluta se stesso e si dimentica che partecipare a certe crisi significa anche mantenere contatti e controllo che le guerre e i rovesciamenti rischiano di minare nel profondo.

Non esserci, significa non tornare più. Lo si è capito in Libia, quando o intervenivamo o perdevamo tutto quello che avevamo guadagnato in anni di accordi. Ma lo si capisce anche nella stessa Siria, Paese con cui l’Italia aveva ottimi rapporti commerciali. E lo si capisce anche con l’Iran e cosa stanno comportando le sanzioni per la nostra imprenditoria.

Una carta da giocare bene

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Grazie anche a un’interessante convergenza di fattori interni ed esterni, Conte ha trasformato la simpatia e l’affinità elettiva con Trump in un risultato politico che ci pone al centro della strategia americana per il fronte Sud dell’Europa.

Il ruolo che Conte è riuscito a strappare al vertice con Trump è fondamentale. Se l’Italia saprà sfruttare al meglio l’opportunità di queste convergenze di fattori, interni ed esterni, che ci rendono interlocutore privilegiato a Washington e allo stesso tempo amici di Mosca, possiamo effettivamente ripristinare una certa influenza italiana nell’area di tutti i bacini di nostro interesse.

Naturalmente, questa carta va giocata bene. Da un punto di vista strategico, questa cabina di regia deve diventare un modo per sfruttare, da gregari (perché la superpotenza è chiaramente un’altra), una via per essere riconosciuti come interlocutori dei Paesi che vivono e si occupano di questa vasta area che va dal Sahel alle Alpi, dall’Atlantico al Golfo Persico.

Ma è anche il riconoscimento di un ruolo cui l’Italia, fondamentalmente, ha sempre ambito. Il governo Conte ha ottenuto un ruolo che strategicamente Roma ha sempre voluto. Quindi l’obiettivo, a questo punto, deve essere trasformare la contingenza favorevole in un’idea di sistema. Gli Stati Uniti avranno chiaramente la leadership. È del tutto evidente che l’Italia non può diventare la potenza mediterranea. Ma questo “gemellaggio” ci dà intanto la guida della stabilizzazione della Libia. Ora sarà a noi essere capaci di gestire al meglio la situazione senza trasformarci soltanto in pedine della strategia americana

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