1301.- A Raqqa, tra i volontari occidentali

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.

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RAQQA – Prima i boati paurosi e poi le alte colonne di fumo biancastro, che si alzano verso il cielo, sono il benvenuto all’inferno di Raqqa. L’aria rarefatta dalla calura rende questa distesa polverosa di case sulla sponda dell’Eufrate un girone dantesco. I caccia bombardieri americani martellano le postazioni delle bandiere nere nella prima e storica capitale dello Stato islamico in Siria. L’ultima roccaforte del Califfato, che si sta sgretolando. La città jihadista è sotto assedio da giugno, dopo la caduta lo scorso anno di Sirte, in Libia e la liberazione di Mosul, in Iraq, negli ultimi giorni.

 

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“Giornalista gira delle belle immagini su di me, così resta un ricordo. Nei prossimi giorni potrei morire per liberare Raqqa” è l’epitaffio senza appello di un giovane combattente curdo al volante del blindato artigianale che fa la spola con la prima linea. Il fronte orientale di Raqqa è il più infame. La parte della città liberata sembra uno spettro in cemento armato con le case ridotte a cumuli di macerie o sforacchiate dai proiettili come un groviera. La brigata “martire Gabar” è composta in gran parte da ventenni, comprese molte ragazze. Tutti annidati nelle case diroccate di Raqqa a ridosso dell’antico muro di cinta, linea del Piave jihadista nelle strenua difesa della città vecchia. Gli uomini delle Forze democratiche siriane, che stringono l’assedio, hanno già aperto due brecce grazie ai bombardamenti mirati americani.

Giovane combattente curda a Raqqa IMG_6507

Volontaria curda di un posto di primo soccorso

Un fuoristrada arriva al punto di soccorso avanzato a tutta velocità. Nel cassone dietro sono distesi tre combattenti impolverati, laceri e con lo sguardo tirato. Due sono feriti. Kara, 21 anni, ha una spalla fracassata: “Siamo riusciti a penetrare nella città vecchia, ma è stato un incubo. Sulla strada 23 febbraio sono rimasto intrappolato con la mia unità in un edificio di quattro piani. Noi nei primi due ed i terroristi nel terzo e quarto”. Il combattente si lamenta dal dolore mentre cercano di sistemargli la spalla: “Era quasi un corpo a corpo ed oltre il muro ci sono centinaia di civili, tutti di Daesh (Stato islamico) che fanno da scudi umani”. Alla fine l’avanguardia ha dovuto ripiegare.

Le Forze democratiche siriane sono capeggiate dai curdi del Ypg (Unità di difesa popolare), che nel nord est del Paese hanno cacciato anche il regime di Damasco creando, di fatto, una regione autonoma chiamata Rojava, che i turchi vedono come fumo negli occhi. Trentamila uomini armati dagli Usa, comprese unità cristiane ed arabe sono impegnati nell’offensiva per liberare Raqqa.

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Il comandante Lawand Khabat, barbetta, mimetica e fucile di precisione è annidato con il suo pugno di uomini in un’abitazione diroccata del fronte orientale. Ogni tanto arriva qualche granata di mortaio delle bandiere nere. Il frastuono stridente dell’esplosione ti provoca sempre un sottile brivido lungo la schiena. Il sibilo mortale dei proiettili dei cecchini che cercano la preda e le trappole esplosive nascoste ai lati delle strade sono l’incubo peggiore. Khabat schiera le truppe ventenni sul tetto per contrastare i tiratori scelti delle bandiere nere. Il comandante fissa l’obiettivo nel mirino telescopico e tira con calma il grilletto.Franco-tiratore-curdo-delle-Forze-democratiche-siriane-DSC_0108-e1499755416788-1413x636-1

Giovane combattente curda fra le rovine di Raqqa IMG_6541

Takuschin, 22 anni, faccia da brava ragazza, ha i capelli raccolti e spara con il kalashnikov come gli uomini. “Non combatto solo per difendere il mio popolo e cacciare dalla mia terra Daesh (lo Stato islamico) – spiega Takushin – ma anche per voi europei minacciati dal terrorismo”. Nella casa occupata le donne hanno una stanza separata dagli uomini, ma combattono come loro. L’altra ragazza si chiama Azadi. Il suo nome significa “libertà” ed è un’araba nata a Raqqa. Pelle ambrata e sguardo da bambina ha solo 19 anni ed un obiettivo fisso: “Voglio liberare la nostra città per la mia famiglia” costretta all’esilio dalle bandiere nere.

A Raqqa sono decisi a combattere fino alla morte almeno 3500 jihadisti compresi i volontari della guerra santa internazionale giunti dall’Europa. Un centinaio dall’Italia, anche se molti occidentali sarebbero scappati oltre l’Eufrate verso il confine con la Giordania. Del gruppo in fuga farebbero parte anche alcuni seguaci del Califfo giunti dall’Italia.

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Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

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Molti sono “internazionalisti” legati all’anarchia e agli ideali socialisti del Ypg, ma non mancano ex militari americani ed europei, che vogliono combattere contro lo Stato islamico dopo gli attentati a casa nostra. Tutti devono passare un mese di addestramento e preparazione ideologica, all’ “accademia”, base di partenza della brigata internazionale. Alla fine ad ogni volontario viene chiesto come se fosse un giuramento: “Sei pronto a combattere?”. E la risposta è “sì sono pronto a farlo contro l’organizzazione fascista dello Stato islamico” (ma cosa significa fascista? va a finire che faccio confusione anch’io).

Dall’inizio di luglio due americani ed un britannico sono stati uccisi nella battaglia di Raqqa. L’ultimo, il 6 luglio, è Robert Grodt, attivista anti capitalista di Occupy Wall Street. Il giorno prima erano finiti in un’imboscata mortale il suo connazionale Nicholas Warden e il britannico Luke Rutter.

Warden ha lasciato un video testamento che spiega la decisione di arruolarsi dopo gli attentati ispirati dalle bandiere nere ad Orlando, San Bernadino, Nizza e Parigi.

A Raqqa combattono anche 4 italiani compreso Karim Franceschi, veterano di Kobane, che ha scritto un libro sulle sue avventure intitolato “Il combattente”. Uno è stato ferito ad un braccio da un proiettile di kalashnikov, ma non demorde.

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“Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero.”
Così scrive in una lettera Karim Franceschi, l’unico italiano andato in Siria a combattere l’Isis: ventisei anni, figlio di padre ex partigiano e madre marocchina, Karim ha combattuto a Kobane, contribuendo alla prima grande sconfitta dell’esercito del califfato. Arrivato al fronte come soldato semplice, è poi diventato un abile cecchino… Questo libro, scritto insieme al giornalista Fabio Tonacci, è la ricostruzione momento per momento dei mesi trascorsi in battaglia, tra scontri durissimi, rappresaglie, stragi di civili e villaggi in macerie: un resoconto di cosa significhi lottare e uccidere per la democrazia, una lettura per capire dall’interno la ferocia di una guerra che ci riguarda tutti.

“Non andiamo in giro per farci ammazzare, ma una delle realtà in posti come questi è che puoi morire” ammette senza battere ciglio Bruce, originario di Saint Louis, all’ultimo piano di un palazzo in costruzione, che segna il fronte nella parte occidentale di Raqqa. Ottocento metri più in là si vedono bene i piloni delle luci dello stadio, dove i seguaci del Califfo organizzavano le decapitazioni pubbliche.

 

“Tutti assieme siamo invincibili fino alla vittoria” è lo slogan della “Forze militari siriane”, una milizia cristiana schierata a Raqqa al fianco dei curdi. Ragazzini ventenni, che ci accompagnano in prima linea su un fuoristrada scoperto sparando in aria. “Abbiamo sofferto tanto quando i terroristi dello Stato islamico bruciavano le nostre chiese, ci obbligavano alla conversione e rapivano in massa i cristiani, come 12 miei familiari. Sei sono stati uccisi” racconta Abud, comandante sbarbatello, che dopo tre anni di guerra è già un veterano. I suoi 30 uomini lo chiamano “il cristiano” e tengono una postazione vicino a piazza Almizar. Al polso ha un braccialetto di stoffa con un piccolo crocefisso. “A Raqqa c’erano anche delle chiese distrutte o trasformate in deposti di munizioni – spiega il comandante ragazzino – Alcune famiglie cristiane sono rimaste in città e sono state costrette a convertirsi con la forza. Vogliamo liberarle come tutta la città”.

Il manipolo cristiano sfida ogni giorno il fuoco nemico per dare il cambio al fronte. Il fuoristrada con il cassone aperto che utilizzano per gli spostamenti sfreccia  fra strade desolate e distrutte. Ad un incrocio i miliziani fanno segno con la mano di stare giù e gridano: “Cecchino, cecchino”.

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Sul tetto della casa trasformata in postazione da prima linea hanno ricavato una specie di bunker con una feritoia dove un omaccione piazza la mitragliatrice pesante con il lungo nastro di proiettili pronto all’utilizzo. Sulle pareti oltre agli slogan è disegnato un teschio perché questi ragazzi cristiani vanno ogni giorno a braccetto con la morte. Uno di loro si tira su la manica della mimetica e mostra orgoglioso la croce tatuata sul braccio.

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