1298.- Bufera ‘invasione’ sui migranti, cambiare Triton e frenare le Ong

Da Tallin a Varsavia. Nella città polacca riunione ai massimi livelli in sede Frontex. Sul tavolo la richiesta italiana di cambiare le regole della missione Triton nata male nel 2014. Prova di forza italiana, sbarchi ad ‘ondate’ sospette’, freno alle Ong che di fatto favoriscono i flussi, e poco altro.

 

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Vento politico contro: ‘invasione’

«Potrei anche accettare canali umanitari per i rifugiati che scappano dalla guerra». Un sorprendente Matteo Salvini ieri ospite su la7 prova a mischiare le carte, ma il leader leghista sa bene che il futuro dell’atteggiamento italiano e della Ue sull’immigrazione non si gioca a Roma ma nell’est Europa.
Da Tallin a Varsavia.
Nella città polacca infatti si tiene oggi una riunione ai massimi livelli in sede Frontex. Sul tavolo la richiesta italiana di cambiare le regole della missione Triton.
Nata nel 2014 e, come ha ricordato recentemente Emma Bonino, suscitando da subito un vespaio di polemiche. Triton prevede «l’obbligo per l’Italia di occuparsi dei migranti anche se giunti a bordo di navi straniere» a differenza di Malta, che è deputata ad accogliere esclusivamente le persone soccorse o individuate nelle proprie acque. E allora, con chi ci arrabbiamo?
Dal punto di vista del governo si è trattato di un vero e proprio boomerang ora che tutti sventolano la bandiera dell’invasione di migranti.

Sbarchi ad ondate
A preoccupare il Viminale è l’apparente calma che c’è nel Mediterraneo, dopo gli sbarchi dei giorni scorsi il flusso è notevolmente rallentato, anche se ancora tre giorni fa si è registrato un naufragio al largo delle coste libiche con morti e dispersi. Tra le ipotesi c’è quella delle organizzazioni di trafficanti di uomini manovrare per partecipare alla creazione del nuovo centro di coordinamento dei salvataggi in Libia, cioè, di poter accedere ai soldi che verranno stanziati dall’Europa.
Un ricatto, una minaccia di riversare sulle coste europee, italiane in primis, una marea di migranti. Ma forse bisognerebbe andare più a fondo e guardare a cosa sta succedendo in Libia dove ormai è guerra aperta tra il generale Haftar e il governo di Serraj e trazione italiana. Gli scontri armati sono all’ordine del giorno e probabilmente anche per i migranti è difficile attraversare zone fortemente militarizzate dalle milizie, che poi sono le stesse che gestiscono le partenze.
Ma, riconoscere ciò da parte della Ue, significherebbe ammettere che la Libia non è un paese sicuro e di conseguenza far saltare quella differenza tra i cosiddetti migranti economici e rifugiati, con buona pace di Macron. E anche le politiche di rimpatrio forzato naufragherebbero.

Cambiare Triton
L’intento dell’Italia allora è quello di cambiare Triton. In sostanza la proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti è quella che prevede la possibilità per le navi straniere di attraccare sulle coste italiane, ma i richiedenti asilo, dopo le normali procedure di soccorso e fotosegnalazione, dovranno essere trasferiti in aereo nei Paesi di origine delle navi. In caso contrario l’Italia minaccia di uscire dalla missione Triton.
Più facile a dirsi che a farsi, innanzitutto perché non ci si può sottrarre tranquillamente ad impegni presi in sede europea.
L’Ue potrebbe “ricordare” le concessioni fatte al governo in materia di flessibilità economica. In ultimo, Triton istituita per sostituire “Mare Nostrum”, si è subito caratterizzata per un progressivo disimpegno dalle operazioni di salvataggio vicino le acque libiche.
Lasciando di fatto spazio alle Ong.
Attualmente su 11 navi della missione solo due o tre fanno effettivamente opera di ricerca e soccorso. I dati parlano chiaro: nei primi sei mesi del 2017 solo l’11 per cento dei salvataggi è stato fatto dalle navi di Triton. Il 34% dalle navi Ong, il 28% dalla guardia costiera italiana, il 9% dalla missione Sofia, il 7% dai piccoli mercantili. L’Italia potrà al massimo negoziare su alcuni punti già concordati nel vertice di Tallin il 6 e 7 luglio: definizione dell’area salvataggio e ricerca di Libia e Tunisia, rifinanziamento del Fondo per l’Africa e la revisione di Dublino e, naturalmente, la stesura di un codice di comportamento per le navi delle Ong.

‘Dannate’ Ong
E’ quest’ultimo punto sul cui gira tutta la strategia europea e italiana. Se si vogliono diminuire gli arrivi bisogna scoraggiare le partenze. La prima cosa da fare dunque è ostacolare il lavoro delle navi umanitarie che, come si evince dai numeri, sono quelle che fanno il grosso dei salvataggi. In questo senso, come ha riportato l’Ansa, va letto come ‘rinvio a data da destinarsi’ il mancato incontro tra Guardia Costiera italiana e Ong. Ufficialmente vengono addotti “motivi organizzativi legati all’attività operativa di questo periodo”, ma è probabile che il rinvio sia connesso al varo delle nuove regole per le organizzazioni non governative che potrebbe vedere la luce proprio a metà di luglio.
In concreto, il codice (in via comunque di definizione), avrebbe potere di negare l’ingresso nei porti italiani più vicini alla zona ‘search and rescue’ libica, a questo punto le imbarcazioni delle Ong sarebbero costrette a tragitti sempre più lunghi, e la loro presenza nelle acque internazionali a 20-40 miglia dalla costa libica si diraderebbe notevolmente. Il controllo sulle navi umanitarie poi avverrebbe attraverso la presenza a bordo di personale di polizia giudiziaria che controllerebbe il divieto di accendere le luci per farsi avvistare, il divieto di spegnere il trasponder.
Punto fondamentale che costituirebbe una mazzata definitiva per le organizzazioni umanitarie, è quello del divieto di trasbordo in mare da una nave soccorritrice ad un’altra. I soccorritori sarebbero costretti a viaggiare in condizioni di sovraccarico, più esposti alle burrasche e ai agli accertamenti burocratici dopo lo sbarco in porto. Obiettivo presunto, rallentare le attività ed aumentare i costi per le Ong.

Proposta Latorre
La base dalle quale si parte è quella della commissione Difesa del Senato presieduta da Nicola Latorre: evitare che l’attività delle navi delle Ong si trasformi in un «corridoio umanitario privato che dalla Libia porta direttamente nel nostro Paese». In questo senso il motore si è già messo in moto. Entro un paio di giorni arriverà nel tratto di mare davanti le coste libiche un pattugliatore della Guardia di Finanza che dovrà monitorare la situazione e fornire supporto alla Guardia costiera di Tripoli.

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