1295.- Libia: l’Egitto attacca da terra l’Isis, i commando francesi sono già lì e L’Italia tentenna, ma è vigile.

egyptian-military-670x274Soldiers in military vehicles proceed towards al-Jura district in El-Arish city from Sheikh Zuwaid

Mentre l’Europa, e in particolare l’Italia, si interrogano e dibattono su cosa fare per la crisi libica, Il Cairo non perde tempo: forze speciali egiziane elitrasportate hanno compiuto un’incursione terrestre a Derna, la città dichiaratasi Califfato dell’Isis nell’est del Paese. Lo riferiscono fonti libiche ed egiziane concordanti. Martedì media egiziani e uno saudita avevano riferito che, dopo i raid aerei, l’Egitto stava prendendo in considerazione attacchi di terra. In particolare era stata evocata la task force 999, un’unità speciale per operazioni internazionali tra le dieci migliori al mondo, da inviare in coordinamento con le forze di sicurezza libiche. Si è poi appreso che è di «155 combattenti dell’Isis uccisi e 55 catturati» il bilancio del blitz via terra delle forze egiziane a Derna. Lo riferiscono numerosi media egiziani citando le informazioni diffuse da Moustafa Bakry, un influente editorialista. Per il momento l’Esercito egiziano non aggiunge altro e attende le decisioni di Mosca.

I campi di addestramento degli jihadisti in Libia rappresentano una “minaccia diretta” per la sicurezza dell’Egitto. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, nel corso di una conferenza stampa congiunta al Cairo con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Shoukry ha dichiarato che i recenti attacchi contro i cristiani copti dimostrano che i terroristi libici sono in grado di colpire l’Egitto.

L’Isis: attaccheremo le navi dei crociati

L’Isis vuole utilizzare la Libia per portare il caos nel sud dell’Europa, rivela il Daily Telegraphdocumenti segreti dei jihadisti. Secondo uno dei principali reclutatori dello Stato islamico in Libia, l’Isis vuole infiltrarsi sui barconi di immigrati nel Mediterraneo e attaccare le «compagnie marittime e le navi dei Crociati». I piani segreti dell’Isis contro il sud dell’Europa sono contenuti in un documento, di cui il think-tank anti-terrorismo britannico Quiliam è entrato in possesso. La grande quantità di armi che circolano in Libia e la sua vicinanza con “gli Stati crociati” rendono il Paese il punto di partenza ideale per l’Isis, scrive Abu Arhim al-Libim che, secondo gli analisti, è una figura di spicco dello Stato islamico. Al-Libim cita in particolare la possibilità per i jihadisti di utilizzare e sfruttare in modo strategico i tanti barconi di immigrati clandestini che partono dalle coste libiche attraverso i quali l’Isis può portare il caos nel sud dell’Europa e colpire le compagnie marittime e appunto le navi dei Crociati.

Nuova kill list elaborata dal Pentagono

Infine, si apprende che il Pentagono ha elaborato anche una vera e propria kill list, una lista di jihadisti di spicco da eliminare: al primo posto c’è, ovviamente, Abu Bakr al Baghdadi, l’emiro, ma ci sono anche diverse altre personalità, come il famigerato Jihadi John, il boia dall’accento britannico, e altri elementi di spicco della catena di comando e controllo dello Stato islamico. Lo hanno rivelato fonti del Dipartimento della Difesa Usa a Barbara Starr della Cnn, secondo cui si tratta di «una lista che non si concentra solo su Jihadi John», che certo vogliono prendere. La lista in effetti riguarda in particolare la leadership, quelle persone la cui uccisione può fondamentalmente indebolire le operazioni dell’Isis. Ed è una lista mobile, ovvero ci sono nomi che vengono aggiunti o depennati, a seconda dell’andamento dei raid aerei della coalizione guidata dagli Usa in Iraq e in Siria, affermano fonti governative. È un elenco che però continua a crescere, con l’espansione del califfato verso la Libia, l’Egitto, Yemen, Pakistan e Afghanistan. Tuttavia, le forze Usa dispongono ancora di scarse informazioni di intelligence per localizzare gli obiettivi elencati nella lista, in particolare l’emiro al Baghdadi, che ormai da mesi ha fatto perdere le sue tracce agli 007 occidentali.

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E la Francia rischia di fare un ennesimo pasticcio in Libia, dopo i raid che dettero il via alla deposizione e al successivo assassinio di Muhammar Gheddafi. Ora i commando francesi sarebbero stati schierati a Bengasi, nell’est della Libia, per sostenere le operazioni militari in corso lanciate dall’esercito guidato da Khalifa Haftar. Lo scrive l’Huffington Post nella versione araba, citando fonti militari libiche. Le forze speciali di Parigi stazionerebbero nella base aerea Benina, e hanno creato un comando di coordinamento delle operazioni militari con i libici. La notizia era già trapelata, cosa che aveva suscitato rabbia nei piani alti del governo francese: “La guerra segreta della Francia in Libia”: secondo informazioni del quotidiano Le Monde, le forze speciali transalpine effettuano operazioni clandestine per lottare contro l’espansione dei terroristi dello Stato islamico nel territorio della Libia. Come fu citato da Le Monde, un alto – quanto ignoto – responsabile della Difesa di Parigi avrebbe detto che «l’ultima cosa da fare sarebbe intervenire in Libia. “Dobbiamo evitare ogni intervento militare aperto, dobbiamo agire discretamente”. Per la Francia,  l’obiettivo è colpire le postazioni dell’Isis per frenarne la crescita in Libia. Un’azione condotta in accordo con Washington e Londra come il raid Usa del 19 febbraio contro un dirigente tunisino dello Stato islamico a Sabratha. Per ora, la linea, già fissata dal presidente François Hollande, si basa ancora su azioni militari non ufficiali con il supporto di forze speciali. La loro presenza, di cui Le Monde ebbe conferma, fu segnalata a metà febbraio nell’est della Libia da blogger specializzati. Fonti concordanti spiegarono, inoltre, che la lotta contro l’Isis passa per operazioni clandestine condotte dalla Dgse, l’intelligence esterna della Francia. Con il suo radicamento in Libia, inoltre – cito una fonte della Marina militare francese – «l’Isis dispone per la prima volta di una costa. Ci prepariamo a duri scenari in mare».

Per la Libia l’Italia ha dato le basi per i droni armati Usa e, soprattutto, l’ospedale da campo di Misurata.

Per quanto riguarda l’Italia, niente di nuovo. Il via libera ai droni armati americani dalla base di Sigonella «ha riguardato solo profili difensivi del personale» e il loro uso è «di volta in volta discusso ed autorizzato da noi e ciò è in coerenza con la strategia italiana che punta al coinvolgimento della popolazione locale nella lotta al terrorismo»; citando a questo proposito il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Il governo italiano sembra unanimemente contrario all’intervento militare sul territorio: «È difficile immaginare un intervento militare in Libia se si può chiudere il negoziato su un governo unitario a Tripoli», aveva detto l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano. «Una volta che lì ci sarà un governo riconosciuto da tutti che chiede un intervento della comunità internazionale cambierà lo scenario, cambia tutto: sono loro che te lo chiedono, non è una guerra dell’invasore». Sono conclusioni che non ci vedono attori, ma che ci lasciano un ruolo di mezzo (o di metà), buono in ogni occasione. Dello stesso parere resta la Farnesina: «La soluzione della crisi libica non è in improbabili missioni militari». Parole dell’allora ministro degli Esteri, oggi presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. «L’Italia sta coordinando gli sforzi di pianificazione per rispondere alle richieste del nuovo governo libico sul terreno della sicurezza. Stiamo guidando un processo internazionale, ma il processo è molto fragile, la strada non è in discesa», aveva aggiunto il capo della diplomazia italiana. «Dobbiamo distinguere le attività contro il terrorismo dalla soluzione della questione libica, che sono due terreni distinti»: è il pensiero di Gentiloni. Peccato, che in questi mesi, le nazioni che hanno sostituito l’Italia in Libia, continuino a fare il lavoro sporco, ma anche proficuo verso quell’enorme serbatoio di petrolio e di acqua dolce che è la Libia. Parliamo di Russia, Francia, Egitto, da un lato e di Stati Uniti e Gran Bretagna dall’altro. Non potremmo competere. La nostra battaglia l’abbiamo persa lasciando massacrare Gheddafi o, meglio, quando Gheddafi si schierò contro il dollaro. Oggi, la nostra carta migliore è nell’ospedale militare di Misurata e nell’opera attenta dei nostri servizi d’informazione. Devo, questa volta, concordare con la Farnesina.

Forze speciali italiane già in Libia?

Secondo le fonti, alcuni nuclei delle Forze speciali italiane sarebbero presenti da tempo vicino a Zuwara e a Sabratha, le due piccole città sulla costa della Libia che stanno tra la capitale Tripoli e il confine con la Tunisia. I militari si appoggiano ai servizi segreti italiani, che sono presenti in pianta stabile in quella zona a causa della presenza delle infrastrutture di Eni che, tra le altre cose, sono una questione di sicurezza nazionale. Questa missione fece parte della tutela del settore energia.

Tripoli ha accusato Roma più volte di una presenza italiana in Libia

Le forze italiane candidate a questi incarichi di protezione sono due. Una è il Comando subacqueo incursori, Comsubin, che ha già familiarità con quel tratto di costa. Nel settembre 2011 gli uomini del Comsubin arrivarono al largo di Sabratha a bordo della nave San Marco, quando la rivoluzione era ormai alle ultime battute (Gheddafi, nascosto a Sirte, sarebbe stato catturato e ucciso il mese seguente) e la Libia aveva riattivato i contratti con Eni. Durante quell’operazione i cecchini del reparto coprirono altre squadre che scesero dagli elicotteri sulle piattaforme Eni – per ispezionarle e dichiararle “pulite” da eventuali mine e trappole esplosive.

Già con il governo Renzi ebbimo questa notizia.

Ci fu un documento del Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), classificato top secret, ma pubblicato dall’Huffington Post, che confermò la presenza dei nostri militari sui principali teatri di guerra.

Come si lesse nel documento redatto dal Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (Cofs), le operazioni sono “effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal parlamento, che consente al presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse”. Come fece notare l’Huffington Post, “i commando del IX Reggimento ‘Col Moschin’ del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del XVII Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al Sarraj, ma direttamente” al governo.

Dal documento del Copasir si evinse, comunque, che le missioni, che “partono dalle basi italiane”, sarebbero state “limitate nel tempo”. Su queste operazioni, però, il governo potrebbe alzare il livello di segretezza fino a metterci il sigillo del Segreto di Stato.

Al momento, in Libia, come in Siria, c’è tutto il mondo, ma, di sicuro, di italiano c’è l’ospedale militare, che per fortuna, parla di pace.

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