1275.- Rivincita del pm Zuccaro Ora il personale Ong finisce sotto inchiesta

Primi indagati dalla Procura di Catania Nel mirino le comunicazioni con gli scafisti, che, ora, usano segnalazioni luminose: dice la Guardia Costiera libica.
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«La procura di Catania parli attraverso le indagini e gli atti». Tornano in mente queste parole del ministro di Giustizia Andrea Orlando ora che un altro ministro, quello degli Interni va a concordare con i partner europei un regolamento per imbrigliare le Ong che trasportano migranti in Italia.

Sono passati nemmeno tre mesi da quando Orlando rimbrottava con quelle parole il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro che denunciava il fenomeno di un «traffico umanitario» diventato, di fatto, completare al traffico disumano degli scafisti. Zuccaro fu crocifisso, intervennero perfino i presidenti delle Camere e il Csm. E adesso, come se niente fosse, lo stesso governo fa sua quella denuncia e la trasforma in questione politica europea.

Una rivincita silenziosa per il procuratore di Catania, che di certo agì irritualmente, ma lo fece perché irrituale era la situazione: sulle coste siciliane, incluse quelle di competenza della procura etnea, si stanno da mesi ripercuotendo gli effetti della scelta dell’Italia e dell’Europa di rinunciare a tentare di governare il fenomeno. E nessuno, a parte Frontex e lo stesso Zuccaro, diceva una parola. La Procura aveva bisogno di un appoggio politico indispensabile per portare avanti un’indagine delicata in acque internazionali e in uno scenario di guerra civile come quello libico. A quanto pare la sferzata del magistrato è servita. Lo dimostra una notizia che il Giornale è in grado di anticipare: l’indagine di Catania è passata da «conoscitiva» a penale a tutti gli effetti. Dopo le Procure di Trapani e Palermo, anche quella di Catania ha iscritto nel registro degli indagati alcune delle persone coinvolte. C’è riserbo, comprensibilmente, sulle loro identità, ma il fulcro dell’indagine riguarda le comunicazioni tra scafisti e personale delle Ong. Dunque, come aveva detto Zuccaro fin dall’inizio della vicenda, dal punto di vista della procura si tratta di identificare chi, tra le persone che operano in mare, starebbe realizzando forme di collusione con gli scafisti, senza per questo criminalizzare le organizzazioni governative in sé, che pure stanno svolgendo un’operazione palesemente in contrasto con l’agenda politica italiana ed europea, sfruttando le norme per il salvataggio in acque internazionali come grimaldello per mettere in piedi un corridoio umanitario discutibile anche dal punto di vista umano, visto che in parallelo all’aumento dell’attività della «flotta solidale» è aumentata anche la mortalità in mare. Numeri allarmanti, anche senza tirare in ballo il «pull factor», cioè la spinta ad aumentare le partenze da parte degli scafisti, consapevoli che grazie alle Ong è sufficiente portare i migranti al limite delle acque territoriali libiche. Una dinamica liquidata come indimostrabile pochi mesi fa e ora divenuta parte dell’agenda di governo e finita sul tavolo del summit trilaterale di Parigi.

E al di là del quadro politico, si fa strada anche quello criminale, almeno stando alle ipotesi messe in campo dalle procure siciliane. Evidentemente la sferzata di Zuccaro, che chiedeva maggiori mezzi per indagare, è servita. Il fascicolo aperto a Catania riporta l’ipotesi di reato prevista dal sesto comma dell’articolo 416 bis: associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Un reato che prevede una pena da cinque a quindici anni per chi promuove l’associazione e da quattro a nove per chi ne fa anche solo parte. Come nel caso dell’inchiesta di Palermo, agli atti ci sarebbero dunque comunicazioni «sospette» con gli scafisti.

Zuccaro, interpellato dal Giornale. non commenta né gli sviluppi dell’inchiesta né quelli politici che ora confermano la sua denuncia: «In questo momento sarebbe in contrasto con l’interesse delle indagini». Il procuratore dunque incassa la rivincita con riserbo. Proprio quello che è mancato ad alcuni ministri e parlamentari, che ora tacciono e invece almeno due parole dovrebbero dirle: abbiamo sbagliato.

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Chris Catrambone, decorato da Mattarella!  ha creato la onlus MOAS attiva nel salvataggi nel Mediterraneo e finita al centro delle polemiche. Ecco da dove arriva la sua fortuna e cosa emerge analizzando i bilanci della società.

In un palazzotto nel centro storico di La Valletta, a Malta c’è il quartier generale della Ong  nel fuoco delle polemiche sul presunto business dei salvataggi in mare, si trova a poche decine di metri dal Parlamento del piccolo Stato mediterraneo.

Accanto al marchio Moas, altre targhe rimandano alla galassia di attività di Chris Catrambone, il giovane uomo d’affari statunitense, 35 anni, che ama definirsi “humanitarian, entrepreneur and adventurer”. Insieme alla moglie, l’italiana Regina Egle Liotta, Catrambone ha creato Moas (una sigla che sta per Migrant Offshore Aid Station) nel 2014, poche settimane dopo la tragedia di Lampedusa, quando morirono oltre 300 migranti nel naufragio di un barcone.

Da giorni ormai Catrambone e signora sono impegnati a respingere al mittente accuse e sospetti su non meglio precisati contatti con le organizzazioni di trafficanti di uomini. E a rendere ancora più confusa la vicenda, c’è la notizia appena rimbalzata a Malta di una rogatoria che sarebbe partita dalla procura di Catania, quella diretta dal pm Carmelo Zuccaro, pure finito al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni alla stampa.

La mossa investigativa del magistrato punta a ottenere informazioni dalle autorità dell’isola su alcune società coinvolte in traffici di contrabbando petrolifero che in qualche modo si collegherebbero con i salvataggi in mare delle Ong. Da due mesi però la richiesta italiana giace senza risposta in qualche ufficio di La Valletta. E dato che Moas è forse la più conosciuta e pubblicizzata tra le organizzazioni umanitarie con base a Malta, le polemiche su queste indagini hanno finito per sollevare un polverone mediatico che ha investito in pieno le società di Catrambone. Solo voci, al momento. Sospetti che attendono il sostegno di prove concrete. Con la pazienza.

Una delle navi di Moas
Una delle navi di Moas

La storia personale dell’imprenditore italoamericano (radici calabresi come la moglie) racconta che l’attività umanitaria, cioè prestare soccorso in mare a chi fugge dalla guerra e dalla fame, si è affiancata ad altri business che gli avevano permesso di accumulare una fortuna milionaria nel giro di pochi anni. La holding del gruppo di Catrambone non è però segnalata all’ingresso del palazzo di La Valetta. Si chiama Tangiers international Llc e ha sede nella cittadina di Metaire, nello stato americano della Louisiana, da dove una decina di anni fa è partita l’avventura del fondatore di Moas. Il quale, prima di finire sui giornali nei panni del milionario che salva i migranti, si era fatto largo nel mercato internazionale delle assicurazioni.

Catrambone aveva scelto una nicchia molto particolare, quella dei servizi investigativi. In pratica veniva inviato a verificare sul campo i danni che le grandi compagnie erano chiamate a rimborsare sulla base di una polizza. Erano missioni a rischio, molto spesso. E infatti il patron di Moas dichiara di essersi trovato a lavorare in alcuni dei luoghi più pericolosi del mondo, tra cui Afghanistan e Iraq.

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Con migliaia di lavoratori civili, i cosiddetti contractor, impegnati nelle più diverse mansioni al seguito dell’esercito americano, negli ultimi 15 anni si sono moltiplicati gli incidenti, i feriti e i morti e con questi anche gli oneri delle assicurazioni.

Gli affari del gruppo Tangiers sono decollati soprattutto grazie a un accordo commerciale con Aig, la grande compagnia che è stata salvata dal governo Usa dopo la bufera finanziaria del 2008. L’ultimo bilancio disponibile di Tangiers group, la holding maltese a cui fanno capo le società assicurative, risale al 2014 e segnala attività per 16 milioni di dollari (circa 14,6 milioni di euro) e profitti per 5,6 milioni di dollari (5 milioni di euro). Tutto denaro che ha preso la strada degli Stati Uniti sotto forma di dividendi.

Moas risulta invece gestita da un’altra società maltese, la ReSyH, che al momento ha un consiglio di amministrazione di tre membri: Catrambone, la moglie e Alexander Gainullin. Risalgono a maggio del 2016 le dimissioni di Martin Xuereb, l’ex capo delle Forze Armate di Malta, a lungo impegnato nel contrasto all’immigrazione clandestina. Nel 2014, lasciata la divisa, Xuereb è stato arruolato tra i collaboratori dell’imprenditore statunitense fino alle dimissioni dell’anno scorso.

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Dai bilanci di ReSyH emerge che questa società si fa pagare da Moas per i propri servizi amministrativi, compresi gli stipendi di Catrambone e consorte. Non sono grandi cifre. Gli amministratori si dividono 100 mila dollari. Quindi Moas raccoglie donazioni (5,7 milioni di dollari nel 2015) e per pagare i propri costi di gestione versa una somma alla società ReSyH di Catrambone (578 mila dollari nel 2015). Nel bilancio della Ong maltese, alla voce “charter fee” compare una somma di 1,8 milioni di dollari versata nel 2015 al gruppo Tangiers. Con ogni probabilità, quindi, la società dei due coniugi benefattori si è fatta rimborsare il noleggio delle imbarcazioni usate per salvare i migranti.

Catrambone ha spostato fin dal 2008 il suo quartier generale a Malta, che si trova in una posizione ideale dal punto di vista geografico per una società come Tangiers attiva soprattutto tra Africa e Medio Oriente. Da La Valletta partono anche le missioni umanitarie targate Moas, forte di due navi. Una situazione piuttosto singolare se si pensa che il governo dell’isola viene da più parti accusato di non collaborare nelle operazioni di salvataggio e di sbarrare ai migranti l’accesso all’isola. In realtà, le cifre ufficiali sembrano descrivere una situazione diversa. Nel 2016, secondo i dati di Eurostat, a Malta hanno fatto richiesta di asilo 1.745 migranti. Un’infinità in meno rispetto all’Italia, dove a chiedere ospitalità sono state oltre 121 mila persone. Questione di proporzioni. La piccola isola mediterranea ha infatti una popolazione 120 volte inferiore a quella italiana, paragonabile a quella di città come Genova e Palermo con i loro 500 mila residenti circa.

Per capire se davvero Malta è poco accogliente nei confronti dei migranti bisogna quindi guardare un altro dato: quello che fotografa il rapporto fra gli abitanti e il numero dei rifugiati, cioè le persone a cui viene data ospitalità per motivi umanitari. Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del tema, Malta è molto più generosa della vicina Italia. Lo dicono i dati, gli ultimi aggiornati a metà 2015. Ogni mille abitanti, nell’isola ci sono oltre 14 rifugiati. Da noi il rapporto è invece di 1,5 rifugiati per 1.000 abitanti.

Non solo. Ci sono storie che vanno oltre le statistiche. Come quella di Osegie G., 21 anni, nigeriano dello stato di Edo. Jeans neri strappati all’altezza delle ginocchia, occhiali da vista, maglietta bianca sotto un piumino giallo canarino, Osegie martedì 25 aprile era sul volo della Air Malta proveniente da Milano e diretto a La Valletta. «Sono in Italia da due anni ma trovare un impiego decente è molto difficile», ci ha raccontato, «così adesso provo a cercarlo a Malta, dove alcuni miei amici hanno già avuto successo». Il paradosso è che è stata l’Italia a concedere a Osegie l’ambitissimo passaporto blu, quello riservato ai rifugiati. E adesso lui, grazie alla libera circolazione delle persone resa possibile dalla Convenzione di Schengen, sta cercando un’occupazione a Malta.

Puntando su un mix di burocrazia snella e tasse bassissime, a volte addirittura nulle, l’ex colonia britannica sta infatti vivendo una fase di straordinario boom economico. Lo indicano chiaramente le decine di palazzi in costruzione, i tanti lavoratori africani indaffarati nei cantieri edili, gli annunci di lavoro piazzati sulle vetrine di bar e ristoranti. Ma lo certificano anche i dati ufficiali. Negli ultimi 15 anni il prodotto interno lordo è cresciuto a una media del 3 per cento all’anno, mentre la disoccupazione è praticamente inesistente: a marzo è scesa al 4.1 per cento. Livelli inimmaginabili per l’Italia, dove il tasso dei senza lavoro nello stesso mese è risalito all’11,7 per cento.

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