1252.- Israele-Assad: bombe sul Golan e trattativa via Mosca

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Artiglieria semovente israeliana sul Golan occupato… da 50 anni.

Israele bombarda i carri armati di Bashar al-Assad e poi tresca segretamente con lui e con i russi. Haaretz rivela gli accordi anti-Isis dietro le quinte.

Di 25 giugno 2017

Pesante intervento di Israele ieri nella guerra siriana. Caccia di Gerusalemme hanno bombardato posizioni governative nei dintorni di Quneitra, a ridosso delle alture del Golan. È stata distrutta una postazione fortificata dell’esercito di Bashar al-Assad e, inoltre, sarebbero stati “liquidati” due carri armati. Secondo fonti del Ministero della Difesa israeliano, il blitz aereo è una risposta immediata a quello che si pensa possa essere stato un “incidente di percorso” dell’artiglieria di Assad, che avrebbe sparato colpi di mortaio, erroneamente, in direzione del territorio occupato fin dal 1967 dai soldati di Tel Aviv.

In effetti, a detta di diversi analisti, la risposta appare sproporzionata rispetto alla causa scatenante. Sembra più un segnale rivolto al governo siriano, che così verrebbe “invitato” a non dare troppa corda ai suoi scomodi alleati, le milizie sciite di Hezbollah, di cui gli israeliani temono possibili colpi di coda. A questo punto appare chiaro che se Assad non dovesse riuscire a tenere a freno le agguerrite brigate del “Partito di Dio” con base in Libano, le truppe di Netanyahu potrebbero reagire pesantemente, fino ad arrivare ad una possibile escalation armata dalle conseguenze imprevedibili.

In un comunicato l’IDF (Israeli Defence Force) sottolinea che riterrà il regime di Damasco “responsabile di qualsiasi violazione della pace nel Golan” e agirà di conseguenza. Inoltre, il Ministero della Difesa di Gerusalemme ha anche fatto sapere di considerare “inconsistente” il ruolo svolto dal contingente delle Nazioni Unite incaricato del “peeacekeeping” nell’area. IDF ha inoltre imposto ad agricoltori e civili israeliani abitanti nella zona di chiudersi in casa e di stare attenti all’evoluzione dei combattimenti, che potrebbero avere ricadute pericolose nella zona della Valle delle Lacrime, a ridosso del saliente di Quneitra.

Grande preoccupazione è stata espressa dal “Golan Regional Council”, che dipende direttamente dall’Amministrazione centrale di Gerusalemme. Anche visitatori e turisti sono stati “avvisati” di non avventurarsi nelle zone a rischio del Golan. L’incidente segue quanto si è già verificato nello scorso aprile, quando l’esercito israeliano intervenne pesantemente dopo che colpi di mortaio erano caduti nel territorio controllato dalle sue truppe. Certo, tutto questo non significa che Netanyahu abbia gettato le braccia al collo ai ribelli anti-Assad. Anzi. Il quotidiano israeliano Haaretz rivela notizie di intese segrete tra Gerusalemme e Putin per quanto riguarda il teatro di guerra siriano.

Il Ministro della Difesa russo, Sergej Shoygu, ha rivelato che il suo Paese “lavora produttivamente assieme a Israele e alla Giordania per risolvere la crisi siriana” e ha inoltre aggiunto di avere colloqui costruttivi su basi regolari con il Ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman.

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Non solo. Ma l’aviazione di Mosca collabora strettamente con gli alti comandi delle Forze aeree di Gerusalemme, per coordinare i movimenti sui cieli della regione ed evitare possibili catastrofici incidenti. E la cosa non finisce qui. Spifferi di corridoio sempre più insistenti annunciano un’altra intesa di ferro, dietro le quinte. Durante intensi colloqui avvenuti in Giordania, è stato stabilito che gli israeliani, gli americani e le altre forze della coalizione “chiudano un occhio” (ma sarebbe meglio dire che li stanno chiudendo tutti e due) per consentire i rifornimenti alle truppe di Assad e, udite udite, alle milizie sciite che combattono nei dintorni di Darraa contro i fondamentalisti islamici.

Schermata 2017-06-27 alle 07.02.53.pngL’informazione, ritenuta da più fonti “assolutamente affidabile”, sovverte completamente le notizie che ogni giorno arrivano dalla stampa internazionale e fa capire come sia all’opera una diplomazia parallela, lontano da occhi e orecchi indiscreti. Insomma, i presunti avversari sono in effetti molto più vicini di quanto si pensi e, come i ladri di Pisa, fanno finta di litigare di giorno, per poi andare a rubare assieme la notte.

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Un pensiero su “1252.- Israele-Assad: bombe sul Golan e trattativa via Mosca

  1. Aspettando cosa si diranno Trump e Putin al G20 il 7-8 luglio ad Amburgo

    L’abbattimento di un caccia dell’aviazione siriana da parte di un jet della marina americana – il primo episodio del genere dall’inizio del conflitto in Siria sei anni fa – e la dura ma misurata reazione del governo russo alleato di Damasco sono il segnale del punto di svolta a cui è giunta la guerra civile internazionalizzata di Siria. La posta in gioco ormai non è più chi governerà a Damasco, ma la spartizione del territorio siriano fra l’asse sciita, la Russia e il governo Assad da una parte, i ribelli e i loro sponsor arabi sunniti e gli Usa dall’altra, dopo che l’Isis sarà sconfitto e costretto ad abbandonare i territori che ancora occupa o infiltra in Siria.

    È in quest’ottica che va letta l’intensificazione delle azioni militari da parte rispettivamente degli Usa e dell’Iran negli ultimi due mesi. Gli Usa hanno giustificato l’abbattimento del caccia siriano nei pressi della città di Jadin asserendo che l’aereo minacciava le forze della coalizione curdo-araba delle Fds impegnate nell’assedio di Raqqa, dopo che già in precedenza forze di terra filo-Assad le avevano attaccate. Il 19 maggio e l’8 giugno scorsi l’aviazione americana aveva colpito milizie filo-iraniane e filo-governative che si stavano avvicinando alla città di al-Tanf, al confine con la Giordania, dove si trova un centro di addestramento americano-giordano per forze ribelli che vengono utilizzate sia contro l’Isis che contro il regime di Damasco.
    L’Iran per parte sua ha celebrato con grande enfasi mediatica la riconquista di due posti di frontiera fra Iraq e Siria il 19 maggio e il 9 giugno, risultato della cooperazione fra le Forze popolari di mobilitazione irachene sciite e milizie sciite siriane (Liwa al-Imam Zain al-Abidain) e il lancio di missili da basi nella regione iraniana del Kermanshah contro installazioni dell’Isis nella regione di Deir Ezzor. La riconquista dei posti di confine avrebbe “liberato” i 1.100 km di strada che vanno da Teheran fino a Latakia in Siria sulla costa mediterranea attraversando l’Iraq meridionale, ricreando così l’asse sciita anche in termini geografici. La suggestione è puramente propagandistica, sia che la maneggi il governo iraniano oppure i suoi avversari sunniti per spaventare le opinioni pubbliche: le periodiche incursioni israeliane sui carichi di armi in partenza dalla Siria per gli Hezbollah in Libano sono un memento di quanto poco sicure siano da molto tempo le strade nella regione.
    Mentre il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano data già da alcuni anni, quello degli Usa è fatto recente, che pare legato alle turbolenze della presidenza Trump, costretta a posizionarsi sulla linea che probabilmente sarebbe stata quella di una Hillary Clinton presidente. La reazione russa all’abbattimento del jet di Damasco costringe ora Washington a decidere fino a che punto vuole coinvolgersi nella palude insanguinata siriana: la Russia ha dichiarato che d’ora in poi ogni velivolo della coalizione anti-Isis a guida americana che sorvolerà l’area di territorio siriano a ovest dell’Eufrate sarà considerato ostile, e potrà diventare bersaglio di una risposta armata.
    Dopo questo annuncio l’Australia ha notificato la sospensione della partecipazione dei suoi caccia alle operazioni della coalizione. Le forze attualmente presenti sul campo non sono tali da permettere agli Usa di disporre dei mezzi per un’assertiva politica a sostegno dei ribelli siriani. Ma se Mosca passasse dalle minacce ai fatti, Washington non potrebbe fare a meno di reagire, con tutti i pericoli di una possibile escalation. Le speranze di una distensione sono legate al ventilato summit fra Donald Trump e Vladimir Putin al G20 il 7-8 luglio ad Amburgo. Ma diciotto giorni di attesa sono tanti, e nel frattempo la situazione potrebbe precipitare.

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