1198.- Gommoni, ONG e Puttanazze, il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Le migrazioni ci sono sempre state, ma sono state sempre osteggiate dai nativi nel cui territorio avvenivano ( ad es. gli Hyksos verso l’ Egitto: i micenei verso le coste anatoliche: la “guerra di Troia” ne è un episodio; etc.); con gli stati moderni sono state regolate e finalizzate alla loro formazione e sviluppo economico (USA; Argentina; Australia; etc.). Tornando all’ impero romano sono state proprio le immigrazioni non più controllate che facendo venire meno le leggi, la cultura, i valori che erano stati propri di Roma ne segnarono il declino e la fine, esattamente come sta avvenendo per l’ Europa se non vi si pone rimedio. Quello che è totalmente nuovo è questa protezione del Governo ai trafficanti che vanno a prendere quasi sulle spiagge libiche i migranti, per lucrarci buoni affari. E, poi, i numeri dell’invasione, che non lasciano spazio a nessuna integrazione. Destabilizzeranno l’ordine pubblico e la società italiana quando saranno abbandonati al loro destino.

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Il mistero dei migranti in Libia si sta svelando.

Ora che Santa Gabanelli © ha finalmente parlato degli strani intrecci tra ONG e scafisti libici, torniamo a fare chiarezza.

Schermata 2017-05-17 alle 15.02.18barconePersino le Puttanazze dei media italici si sono improvvisamente accorti che qualcosa non quadra, nella “nobile opera” della navi che “salvano” i migrati, in realtà comodi taxi per trasportarli in Italia, e poco più.

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I “gommoni” che vengono utilizzati,  tubolari con chiglia praticamente piatta sono assemblati nella vicina Tunisia. Non vengono dalla Cina, come molti affermano, sbagliando. Chissà, magari qualcuno potrebbe fare un giro in zona Monastir oppure più a nord, nella regione di Zaghouan…. Il mondo della nautica è piccolo, e magari qualcuno sa qualcosa.

Questi gommoni, assemblati in PVC del tipo economico, del solito grigio chiaro, non possono neanche essere montati e caricati sulla spiaggia. occorre avvitare i vari pannelli di compensato che ne costituiscono il fondo gli uni con gli altri, poi i migranti si caricano il gommone in spalla, lo portano in mare e dall’acqua salgono a bordo.

Per essere precisi, come ha chiarito bene il buon Lolli, i gommoni ed i migranti partono attualmente dalla città libica di Zuara, controllata da una tribù berbera.

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I coniugi Catambrone, titolari dell’ONG MOAS con il Presidente della Repubblica.

La situazione politica il Libia è un filino complicata, la costa della Tripolitania è controllata dalle varie tribù e milizie Twuar. Milizie di cui lo stesso Lolli fa parte, e che hanno inflitto un colpo terribile ai miliziani dell’Isis: nel modo corretto, ovvero prendendo i fanatici salafiti uno ad uno e facendoli fuori fisicamente, non alleandosi con loro, come fa il generale Haftar, paladino dell’occidente.

Rimane il sud della Libia, il Fezzan, controllato dalle tribù berbere (barbari per i romani), che fanno passare i migranti provenienti dal centro Africa e diretti verso la zona vicino alla Tunisia, la città di Zuara. Ma i berberi della costa sono alleati con i Twuar, contro le milizie Warshefanna, che fanno capo ad Haftar, e la tratta dei migranti non può essere fermata con la forza.

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Le tribù berbere del Fezzan libico sono i Tebu, i Suleman e, più noti, i nomadi Tuareg.

Tratta che è molto interessante dal punto di vista economico, se ogni migrante paga minimo tremila euro per arrivare sulla costa ed essere imbarcato nei gommoni quest’anno con almeno quattrocentomila migranti in transito parliamo di cifre ben oltre il miliardo di euro. Soldi a cui andranno aggiunti i fondi stanziati dai governi occidentali per “fermare il traffico”.

Appartenenti alla classe media

Un bel business anche quelle delle navi controllate dalle ONG che prelevano i migranti stessi a poche miglia dalla costa. Ricordiamo che tanti soldi confluiscono in queste ONG, organizzazioni che non pubblicano bilanci e che investono a loro discrezione, stipendiando tra l’altro i “volontari” che per qualche migliaio di euro al mese accolgono i migranti. Tutto legittimo, per carità.

Pensavate che i medici e gli infermieri lavorassero gratis? Di questi tempi anche i duemilasettecento euro che Medici Sans Frontieres e Emergency pagano ogni mese sono soldi anche per un neolaureato, spesso costretto ad accontentarsi di molto meno, lavorando e facendo i turni per una clinica privata in Italia. E poi fa curriculum.

A questo punto è facile immaginare che gli scafisti telefonino direttamente alle ONG (cosa tra l’altro riportata nel rapporto Frontex, non da siti complottisti) o che siano le luci stesse delle navi al largo che indichino agli scafisti quando partire, sia come sia gli scafisti sanno esattamente quando far partire i gommoni. Droni e satelliti ormai controllano le coste libiche e movimenti strani di vecchie navi mercantili o pescherecci sono facilmente rilevabili. Senza i gommoni realizzati da “misteriose” aziende tunisine, che incassano decine di milioni di euro all’anno per i loro servizi, i migranti semplicemente non potrebbero partire.

Infatti si è appena aperta una nuova rotta, i migranti provenienti dal Bangladesh arrivano in Egitto con l’aereo, da lì compiono un lungo viaggio attraverso il Sudan e la Libia fino ad arrivare a Zuara, diretti verso l’Italia.

Cosa vengono a fare in Italia?

E’ presto detto, sono appartenenti alla classe media. Si, sono della classe media, ma di solito secondi o terzi figli;  il primogenito si tiene l’attività di famiglia, che so una piccola fabbrica, un negozietto o robe del genere. Il cadetto va all’avventura come ai tempi delle Crociate, ma al contrario. E deve rendere i soldi che gli sono stati prestati per il viaggio alla famiglia.

Comunque in Italia si sta meglio che nel loro disgraziato paese, l’obbiettivo è quello di ottenere un permesso di soggiorno e alla lunga di potersi liberamente spostare verso altri paesi europei. Nel frattempo vanno avanti a colpi di ricongiungimento familiare al fine di garantire una pensione minima e assistenza medica gratuita agli anziani della famiglia.

Altri benvenuti dalle organizzazioni di assistenza, che ricevono miliardi di euro per sfamarli e assisterli, facendo lavorare tanta gente, italiani che altrimenti resterebbero disoccupati. Lavoranti nelle coop, insegnanti di italiano e altri, tutti volti buoni per una certa parte politica e per il controllo del territorio.

Del migrante non si butta via niente, e poi mica hanno l’etichetta con la scadenza!

Ma le ONG svolgono solo una parte del traffico. Prima di giungere al mare, i migranti sono nelle mani dei berberi. Questo pezzo di Ennio Remondino è di aprile, ma è importante per valutare l’efficacia dell’opera del Governo, alla luce dei risultati di un mese, considerando che gli sbarchi proseguono al ritmo di 3.000 al giorno. Una luce inquietante viene dal blocco delle partenze ordinato per il tempo del G7 di Taormina. 

avatar2  Ennio Remondino

In Libia, patto con le tribù per sigillare i deserti a sud

Un vero e proprio trattato tra i capi delle tribù, delle kabile libiche Tebu, Suleyman e Tuareg, l’accordo tra di loro e l’Italia mediatrice e garante. Il ‘capo tribù’ che rappresentava l’Italia in quel salone enorme del Viminale, Marco Minniti, ministro degli interni e sopratutto, ex responsabile politico delle spie.

Un accordo di pace tra le tribù, tra i popoli del Fezzan, siglato in un clima top secret. Tebu, Suleman,Tuareg. Per noi lettori di antichi fumetti e libri d’avventura, sono questi ultimi, i tuareg, gli ‘Uomini blu’ a suscitare ricordi e attenzione. Dalla memorie al futuro, saranno d’ora in avanti loro, gli uomini del deserto che, finalmente alleati, torneranno a vigilare lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad, Algeria e Nigeria.
Non solo il controllo delle coste libiche, ma anche quello a Sud del Paese, per frenare l’ondata migratoria dall’Africa verso le coste italiane.
Per presidiare i confini della Libia meridionale, strategica la pace nel Fezzan, nel cuore del deserto del Sahara. Il patto tra le tribù Tebu e Suleyman alla presenza dei capi dei nomadi Tuareg e del vice premier libico Ahmed Maitig. Capo della tribù ospite, il ministro Marco Minniti. Nell’ombra altri personaggi che non gradiscono comparire.

Mediazione lunga e complessa, non sotto l’ombra di una palma da datteri in un’oasi del deserto, ma nel suk romano. Mesi di incontri a Roma dei singoli capi tribù per ascoltare le ragioni di ciascuno. Poi, passo dopo passo, le proposte ai madiazione, i piccoli passi avanti sulla strada dell’accordo. La diplomazia del deserto basata sulla fiducia e sulla mediazione personale.
Regole e codici tradizionali, e anche soldi, li metterà l’Italia, operativa da adesso in poi anche sul fronte libico meridionale.
Lo stop alla guerra tra le tribù Tebu e Suleyman – che solo negli ultimi anni ha provocato 500 morti – segna una svolta sul fronte immigrazione sia per l’Italia, sia per gli altri Paesi europei. «Sigillare la frontiera a Sud della Libia significa sigillare la frontiera a Sud dell’Europa», vanta legittimamente Minniti.
Una guardia di frontiera libica per sorvegliare i confini Sud della Libia, 5000 chilometri di confine con Ciad, Algeria e Nigeria, mentre a Nord, contro gli scafisti sarà operativa la guardia costiera libica, addestrata sempre da noi italiani, che dal 30 aprile sarà dotata di 10 motovedette che sempre noi stiamo finendo di ristrutturare.

Decisamente curioso il racconto dell’insolito vertice sulla Stampa. Sessanta capi clan, chi in abiti occidentali, chi con la lunga tunica, il turbante e la ‘tagelmust’, la sciarpa bianca a coprire il volto- a discutere per 72 ore, al secondo piano del ministero dell’Interno, intorno a un enorme tavolo. Protagonisti principali i capi degli Awlad Suleyman e i Tebu, ma c’erano anche i leader Tuareg.
Formidabili i dettagli. Per i Tebu è intervenuto il sultano Zilawi Minah Salah, per i Suleiman il generale Senussi Omar Massaoud mentre per i Tuareg, Sheikh Abu Bakr Al Faqwi.
Compromesso atteso, sperato. La riconciliazione tra i Tebu e i Suleyman permetterà alle due tribù di unire le forze per contrastare la criminalità, il terrorismo e lo jihadismo. Non va infatti dimenticato Con Isis ormai sulla difensiva in Iraq e Siria, diventa prioritario proteggere l’area del Mediterraneo dalla fuga dei foreign fighters.

Pace senza protocolli è pace credibile?
«Per noi che siamo beduini, gli accordi sono un fatto di sangue» hanno detto i capi tribù salutando il ministro Minniti.
«Io sono calabrese, e anche per la regione da cui provengo conta il sangue», replica il ministro.
Libia e meridionalità assieme per segrete mediazioni.

QUEL SUD DELLA LIBIA DOVE TUTTO PASSA

Territorio delle tribù Tebu, di qua e di là del confine col Niger. Loro, i Tebu, conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. L’estremo Sud del Fezzan, sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia.
Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. É il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, porta di accesso per l’Europa. Il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato regno assoluto delle tribù.

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I ‘Neri del deserto’
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad.

Tuareg, gli ‘uomini blu’
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.

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Tuareg con Gheddafi
I Tuareg hanno avuto un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, allora su fronti opposti. Nel novembre del 2015, con la mediazione del Qatar, i Tuareg con i Tebu a sostegno del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan. Tribù contro tribù, o kabila, se preferite, come da sempre in quei territori accade.

La guerra della scimmietta
Esempio la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

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