1195.- La Grande Armée sunnita nel Medio Oriente

Da Ennio Remondino: Come si sviluppano gli scenari diplomatici in Siria e in Irak dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca. Si cerca di costituire un esercito di mezzo milione di uomini col sostegno dell’Arabia Saudita

Di , responsabile di Osservatorio Internazionale.
SAUDI-BRITAIN-DIPLOMACY

Da un pezzo gli analisti battono sulla svolta decisiva che Trump ha dato alla politica estera americana in Medio Oriente. Obiettivamente, rispetto alle strategie della Casa Bianca al tempo di Obama, c’è stata una netta inversione di tendenza: il dato di fatto più eclatante è che Dipartimento di Stato e Pentagono adesso pensano che sia fondamentale restare ancorati alla sponda sunnita.
In sostanza, viene completamente messa da parte la tattica che puntava al sostegno della componente sciita nel conflitto, e contemporaneamente si cerca di riguadagnare le passate alleanze che avevano garantito un equilibrio instabile, ma durevole nel medio-lungo periodo.

A suggellare questa rivoluzione diplomatica sarà il viaggio di Trump tra una decina di giorni, quando sbarcherà in Arabia Saudita per chiarire agli sceicchi i termini della sua proposta. Certo, al centro dell’azione diplomatica di Pennsylvania Avenue resta la lotta mortale contro l’Isis. Soltanto che, adesso sono stati rivoluzionati i termini della questione. Gli Stati Uniti puntano alla costituzione di una solida armata arabo-musulmana in grado di garantire la pace nella regione e, contemporaneamente, di arginare la spinta propulsiva dell’Isis, che si va esaurendo. Dal giorno 22 ne sapremo di più.
Terrorizzati dall’incombente presenza dell’Iran come potenza nucleare regionale, i sauditi sembrerebbero pronti a sottoscrivere un accordo che consenta agli Stati Uniti di contare su una riserva operativa di almeno mezzo milione di uomini.

Gli sherpa dei due schieramenti stanno lavorando duramente per raggiungere uno straccio di accordo che lasci tutti soddisfatti. In particolare, bisognerà vedere quali garanzie Donald Trump sarà pronto a gettare sul tavolo per fare in modo che i sauditi accettino la sua nuova strategia di emarginazione della componente sciita, dell’Iran, soprattutto, e di Hezbollah.
In questo senso, sono chiarissime le pressioni che arrivano da Gerusalemme per fare in modo che gli Stati Uniti si preoccupino dell’evoluzione che potrebbero avere le tensioni in tutto il Libano meridionale e nella fascia del Golan.

La Casa Bianca sta organizzando il prossimo summit in grande: al vertice saranno presenti la famiglia reale Saudita al gran completo, il re di Giordania Abdullah e il primo ministro pakistano Navaf Sharif. Significativa l’assenza del presidente egiziano El-Sissi, il quale anche in questa occasione ha tenuto a marcare una differenza di strategia con i suoi amici-nemici americani. Dall’incontro in Arabia Saudita dovrebbero saltare fuori le ultime direttive per liquidare la pratica di Mosul nell’area irakena, e di Raqqa, ritenuta la capitale del Califfato. I piani segreti di intervento, elaborati minuziosamente dal segretario Usa alla Difesa James Mattis e dal National security adviser McMaster puntano proprio alla riconquista diretta di Raqqa come simbolo del rinnovato slancio dimostrato dalla coalizione nella lotta all’Isis.

E proprio il nuovo esercito arabo-sunnita dovrebbe costituire il nerbo della forza d’attacco da utilizzare su tutto lo scacchiere mediorientale, non solo in Siria. Si tratterebbe di una sorta di garanzia o di assicurazione sulla vita in grado di tacitare in primis Netanyahu e tutto il governo israeliano. Intanto, sul terreno la situazione resta confusa. In questa fase l’onere dell’offensiva è sostenuto dai curdi delle milizie YPG. Uno dei successi che viene rivendicato dalle forze della coalizione negli ultimi giorni è la conquista della diga di Tabqa, la più grande della Siria, che era caduta da tempo nelle mani dell’Isis.

Comunque sia, la verità è che al Pentagono non ritengono i curdi in grado di abbattere le resistenze del Califfato. Lo stesso generale Joseph Dunford, Capo di Stato maggiore dell’Us Army, ha dichiarato che per raggiungere gli obiettivi prefissati c’è bisogno di uno sforzo ulteriore. Probabilmente, la svolta voluta da Trump va in questa direzione: ai sunniti viene offerta la possibilità di un contrasto politico-diplomatico verso la componente sciita. Ma, contemporaneamente, gli alleati esigono uno sforzo complessivo, sostanziale e senza tentennamenti proprio da parte di tutte le componenti sunnite della regione, per risolvere definitivamente la pratica del Califfato.

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