1188.- E SE IL LAVORO NON C’E’? ECONOMIA E LEGALITA’ INTERNAZIONALE E COSTITUZIONALE SUL TEMA DELL’IMMIGRAZIONE

za4yPtWn_bigger        Luciano Barra Caracciolo


NIENTE SBARCHI DI MIGRANTI DURANTE IL G-7 DI TAORMINA: CHIUSI TUTTI I PORTI SICILIANI

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1. Vorrei tornare su alcuni punti che abbiamo focalizzato nel post CHANG, TRUMP E IL “NEW NORMAL”…MA L’€UROPA? KAPUTT.
Una questione prioritaria riguarda il modo in cui va intesa la relazione tra immigrazione, – che, quali che ne siano le cause, implica sempre l’immissione di forza lavoro aggiuntiva in un determinata comunità sociale a rilevanza politico-territoriale-, e la gestione dell’economia da parte delle istituzioni responsabili.
Non dovrebbe essere difficile capire che predicare “l’accoglienza” per motivi umanitari – suggestivamente ed aggressivamente reclamati in modo del tutto avulso dai presupposti legali di connessione effettiva col coinvolgimento giuridico del nostro Stato- come regola suprema, – in nessun modo affermata come tale da regole del diritto internazionale generale o dei trattati -, è null’altro che un espediente di propaganda comunicativa.
1.1. Questa propaganda, pur rivestita di un umanitarismo di facciata, disinteressato alle (quantomeno) simmetriche ragioni umanitarie della comunità sociale che sopporta il peso di tale pseudo-regola (peraltro affermata da soggetti privati, finanziati in modo non del tutto chiaro da altri soggetti privati, e non da soggetti del diritto internazionale legittimati a dar luogo a mutamenti del diritto internazionale generale), corrisponde oggettivamente alla volontà di affermare che la responsabilità delle politiche economiche di un certo Stato sia attribuita all’ordine internazionale del (libero) mercato (come vedremo più sotto nella chiara teorizzazione di Einaudi), piuttosto che alla volontà democratica espressa dal corpo elettorale che dovrebbe (siamo sempre nel “condizionale”) legittimare, in conformità ad essa, l’azione dei preposti alle istituzioni di governo previste dalla, e rispettose della, Costituzione.
2. Questa assoluta ovvietà relativa al sistema della democrazia costituzionale, comune a tutte le Nazioni civili (in realtà patrimonio comune di civiltà giuridica condiviso dal diritto internazionale generale), è oggi offuscata in modo tale che chi si opponga alle forze naturalistiche del movimento di emigranti (addirittura comprovate da analisi storico-antropologiche) si trova ad essere tacciato di razzismo-xenofobia e nazionalismo guerrafondaio! Un concetto abusato a sproposito che, rammentiamo, è un altro equivoco di interpretazione storica, che confonde il nazionalismo sovrano con il militarismo delle Nazioni che si reclamavano “dominatrici” e le loro politiche di riarmo aggressivo a fini imperialisti, cioè negatori della altrui sovranità.
Basti, al riguardo, circa la natura revisionista di questa odierna propaganda, rammentare le parole di Lelio Basso (qui, p.1) che escludono come questo equivoco, attentamente alimentato, possa legittimamente ascriversi “a sinistra”:
“l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà di popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano LA PROPRIA COSCIENZA NAZIONALE… il nostro internazionalismo non ha nulla di comune CON QUESTO COSMOPOLITISMO DI CUI SI SENTE TANTO PARLARE E CON IL QUALE SI GIUSTIFICANO E SI INVOCANO QUESTE UNIONI EUROPEE E QUESTECONTINUE RINUNZIE ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE.
L’internazionalismo proletario NON RINNEGA IL SENTIMENTO NAZIONALE, NON RINNEGA LA STORIA, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni diverse di vivere pacificamente insieme.
Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie nostrane e dell’Europa affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera… Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso ACQUISTA CONTEMPORANEAMENTE LA COSCIENZA DI CLASSE E LA COSCIENZA NAZIONALE, ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista! (Vivissimi applausi e congratulazioni)” [L. BASSO, discorso del 13 luglio 1949, in Il dibattito sul Consiglio d’Europa alla Camera dei deputati, ora in Mondo operaio, 10 settembre 1949, 3-4-].”
3. E se non sono collocabili a sinistra, hanno infatti ben altra origine. Ed infatti:
“… Se vogliamo prosperità e pace nel mondo, dobbiamo combattere contro i monopoli di ogni sorta; epperciò anche contro quelli che, per nascondere la propria natura nemica all’uomo, si chiamano monopoli di stato…” [L. EINAUDI, La nota americana ed il commercio internazionale in Risorgimento liberale, 20 marzo 1945].
“… Gli effetti dannosi del frazionamento dell’Europa in microscopici mercati sono oggi assai maggiori di quel che non fossero innanzi al 1914. In quegli anni lontani, ho avuto l’onore di combattere insieme con alcuni pochi uomini testardi, primissimi fra tutti Edoardo Giretti, Antonio De Viti De Marco, Attilio Cabiati, Maffeo Pantaleoni, contro il protezionismo doganale…
QUEL CHE VOGLIAMO NOI FEDERALISTI È DUNQUE L’ABOLIZIONE DELLE FRONTIERE ECONOMICHE FRA STATO E STATO … Fa d’uopo essere ben chiari su questo punto… FEDERALISMO È SINONIMO DI RIDUZIONE DELLA SOVRANITÀ ECONOMICA di ognuno degli stati federati …
Io credo che la limitazione sarà di grande vantaggio all’economia dei singoli Stati ex sovrani. … La sua attuazione incontrerà ostacoli ed opposizioni formidabili; ed è tanto più necessario guardarli in faccia. Se noi vogliamo evitare le guerre, od almeno una parte di esse, dobbiamo sapere quali sono le difficoltà che dovranno superare per ottenere il bene massimo della pace [L. EINAUDI, La unificazione del mercato europeo, Europa federata, Edizioni di Comunità, 1947, 55-56]”.
L’idea del pacifismo borghese è infatti quella di non eliminare la guerra sulla base di reali motivazioni etiche, ma sulla scorta di di considerazioni pratiche e utilitaristiche e di un’azione che sottragga allo stato-nazione la possibilità di manifestare la propria volontà sovrana. Cioè di tutelare i diritti fondamentali dei propri cittadini e, quindi, la vera pace sociale.

Legare la pace all’internazionalismo del capitalismo sfrenato, a quanto pare, è stato sempre un vizietto, la facciata buona dei liberoscambisti incalliti (da R. Cobden a E. Giretti, da V. Pareto a B. Wootton), quella “purezza originale” da arricchire gradualmente con gli epiteti più disparati da dare poi in pasto agli idioti di ogni tempo (spinelliani inclusi).
Pace e concordia, come no. Probabilmente il seguente passo di Basso lo abbiamo già citato, ma vale la pena riprenderlo:
“… formalmente la società borghese risolve tutte le sue contraddizioni e per ogni soperchieria brutale che il capitalismo compie, per ogni forma di sfruttamento che il capitalismo impone alle classi oppresse, ESSO DEVE SEMPRE TROVARE UNA GIUSTIFICAZIONE IDEALE. Di fronte ad una contraddizione che si aggrava sul piano sociale, BISOGNA SEMPRE TROVARE UNA APPARENZA DI SOLUZIONE VALIDA SUL PIANO FORMALE: ed è questo il servigio che i ceti medi rendono alle classi capitaliste, è appunto il servigio di tradurre in questo linguaggio ideale e formale le contraddizioni brutali della società…
È veramente una situazione assurda e io la sottolineo in questo dibattito, perché credo che essa ci aiuti a mettere in rilievo quello che, secondo me, è l’elemento che va denunciato nello strumento che è sottoposto alla nostra ratifica.
Il Consiglio europeo, cioè, è la maschera PROGRESSISTA, IDEALISTA che deve coprire due realtà brutali: LA MANOMISSIONE ECONOMICA CHE L’IMPERIALISMO, IL GRANDE CAPITALE AMERICANO, ESERCITA SULL’EUROPA E LA POLITICA DEL BLOCCO OCCIDENTALE IN FUNZIONE ANTISOVIETICA.
Tradurre questa politica nel linguaggio del federalismo, esprimere cioè questa realtà di sopraffazione e di soperchieria IN TERMINI IDEALI, È UN MEZZO CHE SERVE A FARE ACCETTARE QUESTA POLITICA A MOLTA GENTE IN BUONA FEDE per poi servirsi di tutta questa gente in buona fede come specchio per le allodole onde trascinare certi strati della popolazione dalla stessa parte…
I progetti di Briand del 1930 sono falliti … perché il capitale finanziario allora si muoveva ancora nel quadro dello stato nazionale; eravamo ancora in fase di grave conflitto tra i capitali finanziari dei singoli paesi; il capitale europeo non aveva ancora trovato un capitale più forte, come quello americano, che lo riducesse all’obbedienza. L’Europa non aveva ancora allora trovato la sua vera capitale a Wall Street. Questa la ragione per la quale nel 1930 sono falliti i progetti di Briand. Questa la ragione per cui oggi si realizzano i nuovi progetti.

… Noi non vogliamo assurdi ritorni al passato. Il processo di concentrazione capitalistica è in atto; il processo di predominio del capitale finanziario segue il suo corso; esso ingigantisce le contraddizioni di classe, ingigantisce le contraddizioni del mondo capitalistico. E noi socialisti siamo la coscienza vivente di queste contraddizioni, che nascono da questo mondo e da questa società. Il capitalismo tende a COPRIRE LA SUA BRUTALE POLITICA CON UNA APPARENZA IDEALE, cerca di risolvere su questo piano puramente formale le sue interne contraddizioni. Coloro che, coscientemente o incoscientemente, sono al servizio degli interessi del grande capitale, sono sempre pronti A TRADURRE IN LINGUAGGIO IDEALISTICO LE BRUTALI SOPERCHIERIE E LE IMPRESE DEL CAPITALISMO. È il compito di un Léon Blum e di un André Philip…” [L. BASSO, Intervento sul disegno di legge “Ratifica ed esecuzione dello Statuto del Consiglio d’Europa firmato a Londra il 5 maggio 1949, Camera dei deputati, 25 maggio 1949].

4. In realtà, se riconosciamo l’importanza democratica, (cioè di tutela dell’interesse maggioritario delle classi sociali più deboli, rispetto ai poteri economici che incarnano la posizione di forza) della gerarchia delle fonti, dovremmo rammentare sempre che il diritto internazionale generale “fondamentale” (cioè le consuetudini accettate dalla maggioranza degli Stati e, con l’affermarsi della democrazia, codificate sempre di più nell’ambito delle Nazioni Unite, almeno nella fase iniziale del secondo dopoguerra), prevale su ogni trattato internazionale: più che mai se, com’è suo connotato normale, risulti “speciale” in molte accezioni (cioè applicabile a aspetti settoriali delle relazioni tra Stati, come la convenzione sui rifugiati, o il “diritto del mare”, o, ancora, risoluzioni dell’Unione europea attinenti a aspetti peculiari come la vigilanza attiva sulle proprie suoi “frontiere esterne”).
La “specialità” (o comunque la settorialità”), infatti, consente un certo grado di deroga alle regole generali del diritto internazionale generale, ma non può mai assurgere a fonte abrogativa dei suoi principi fondamentali: questi ultimi, nel complesso, costituiscono un vincolo interpretativo dei trattati, quali fonti inferiori, al punto che essi valgono in quanto, nella loro applicazione, siano resi compatibili con la norma superiore di diritto internazionale generale, risultando altrimenti nulli per violazione dello ius cogens (basti vedere il concetto di ius cogens e il trattamento riservato dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, agli artt.53 e 64, alle pattuizioni con esso in contrasto).
5. Ora sul legame indissolubile tra tutela dei confini di uno Stato, come forma irrinunciabile della sovranità, più che mai coessenziale anche, e specialmente, agli ordinamenti democratico-costituzionali, e tutela del lavoro come concreta manifestazione di un “valore universale” assurto a principio inderogabile rientrante nello ius cogens (che, dunque, nel suo contenuto incomprimibile neppure i trattati europei potrebbero validamente derogare…per quanto siano ben sospetti di averlo fatto con la loro ossessione per la stabilità dei prezzi e della moneta), abbiamo sufficienti certezze  offerte proprio dalla funzione garantista (della democrazia) propria della gerarchia delle fonti.
E questa garanzia, come vedremo in base all’illuminante analisi di Chang, corrisponde a ragioni istituzionali solidamente appoggiate sulla scienza economica (più attendibile).
6. Il superiore quadro di definizione della tutela del lavoro secondo il diritto internazionale generale, com’è agevole contatare, si risolve (scandalosamente per gli €uropeisti e i cosmopoliti “no borders”), in un obbligo ben preciso, nei suoi contenuti, che grava sugli Stati e, anzi, ne caratterizza più di ogni altro, la connotazione come “democratici”.
Il fondamento come diritto internazionale generale deriva dal (famoso) art. 23 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, e, come vedrete, la considerazione del fenomeno dell’immigrazione e della sua facile degenerazione in forme, vecchie e nuove di schiavitù, è oggetto della vera attenzione dedicata al problema: non certo la fissazione di un principio di illimitata “accoglienza” indifferente sia alla riferibilità ad un certo Stato dell’obbligo di assumersi l’onere dello “stato di necessità” creato da altri e ben al di fuori dei suoi confini e dei suoi ragionevoli obblighi di solidarietà internazionale (riporto il commento per intero, integrandolo con alcune enfasi in grassetto).
Un memento preliminare per agevolare la lettura: l’art.4 della Costituzione, lungi dall’essere l’obsoleto retaggio di una mera aspirazione enfatica, è, oggi più che mai, conforme al diritto internazionale generale inderogabile e si conferma come attualissimo controlimite (v. p.11.4. e qui, p.7, per la sua intera responsabilità applicativa) purtroppo disapplicato, agli arrembanti “obblighi assunti dall’Italia verso l’Unione europea”, nel settore finanziario pubblico e delle politiche monetarie:

Articolo 23 – Per un lavoro dignitoso

Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO “Diritti umani, democrazia e pace” presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova, sull’Articolo 23 della Dichiarazione universale dei diritti umani

Autore: Antonio Papisca

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.
3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Il contenuto di questo Articolo è ulteriormente specificato dagli Articoli 6, 7 e 8 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, dove è innanzitutto stabilito che le misure che gli Stati sono obbligati a prendere “per dare piena attuazione a tale diritto”, dovranno comprendere “programmi di orientamento e di formazione tecnica e professionale, nonché l’elaborazione di politiche e di tecniche atte ad assicurare un costante sviluppo economico, sociale e culturale ed un pieno impiego produttivo” (corsivo aggiunto).
Il messaggio che proviene dal Diritto internazionale è chiaro: il settore del lavoro non può essere lasciato al libero arbitrio del mercato, ma deve costituire oggetto di politiche pubbliche nel quadro di una più ampia programmazione di stato sociale. E’ inoltre stabilito che deve esserci “la possibilità eguale per tutti di essere promossi, nel rispettivo lavoro, alla categoria superiore appropriata, senza altra considerazione che non sia quella dell’anzianità di servizio e delle attitudini personali”. La meritocrazia trova qui i parametri conformi a dignità umana, come tali prioritari rispetto a qualsiasi altra tipologia.
Il diritto umano al lavoro trova anche riscontro nella Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale, nella Convenzione internazionale contro ogni forma di discriminazione nei riguardi delle donne, nella Convenzione internazionale sui diritti dei bambini, nella Convenzione internazionale sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, nella Carta africana sui diritti dell’uomo e dei popoli e in tanti altri strumenti giuridici, internazionali e regionali-continentali.
Nell’interpretazione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e culturali il diritto al lavoro è un diritto che inerisce ad ogni persona ed è allo stesso tempo un diritto collettivo. Esso comprendente tutte le forme legittime di lavoro, dipendente o non.
La produzione di norme giuridiche internazionali in materia di lavoro ha il suo principale laboratorio nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, con sede a Vienna.
La sua Conferenza è formata da delegazioni nazionali ‘tripartite’, comprendenti i rappresentanti dei governi, dei sindacati dei lavoratori, delle organizzazioni padronali. Alcuni organi interni di controllo sull’applicazione della normativa sono formati da persone indipendenti dagli stati. Tra le molte Convenzioni OIL si segnala la numero 22 portante sulla politica dell’occupazione, la quale parla del diritto ad una “occupazione piena, produttiva e liberamente scelta”. Purtroppo questa prospettiva rimane molto lontana per milioni di esseri umani.
La disoccupazione e la mancanza di lavoro sicuro spingono i lavoratori a trovare occupazione nel settore informale dell’economia. Il vigente Diritto internazionale è molto deciso nello stigmatizzare sia il lavoro forzato sia il lavoro prestato in settori dell’economia informale. Il primo è definito dall’OIL come “qualsiasi lavoro o servizio esigito dalla persona sotto la minaccia di una qualsiasi penalità e per il quale la persona non si è offerta volontariamente”.
Gli stati sono obbligati ad abolire, vietare e contrastare qualsiasi forma di lavoro forzato, come anche prescritto dall’articolo 5 della Convenzione sulla schiavitù. Gli stati devono altresì intervenire per ridurre quanto più possibile il numero di lavoratori che operano al di fuori dell’economia formale, obbligando i datori di lavoro a rispettare la legge e dichiarare i nomi dei loro lavoratori in modo da rendere possibile la garanzia dei loro diritti.
Gli stati sono inoltre obbligati a proibire il lavoro dei minori di sedici anni. Tra i loro obblighi, oltre quelli di assicurare non discriminazione, pari opportunità ed eguaglianza, c’è quello di adottare misure che assicurino che le misure di privatizzazione non ledano i diritti dei lavoratori. In particolare, il Comitato delle Nazioni Unite afferma senza mezzi termini che “specifiche misure destinate a incrementare la flexicurity dei mercati del lavoro non devono rendere il lavoro meno stabile o ridurre la protezione sociale dei lavoratori”.
Già, la flexicurity. Ci si può ubriacare (colpevolmente) di flexicurity così come avvenne con la deregulation.
Anche in sede di Unione Europea c’è il rischio che si istituzionalizzi il vizio della flexicurity.
Il Diritto internazionale dei diritti umani esige che, in tema di occupazione, si parta col piede giusto (anzi, obbligato), cioè dal diritto al lavoro come diritto fondamentale che è, allo stesso tempo, diritto alla piena occupazione e diritto allo stato sociale.
Il diritto al lavoro come tale non ha pertanto nulla a che vedere con l’ideologia neoliberista e relative vischiose varianti.
Il diritto umano al lavoro è strettamente collegato ai cosiddetti diritti sindacali, a fondare e far parte di sindacati.
Il Diritto internazionale ‘riconosce’ i sindacati, non parla invece di ‘partiti’, se non nel contesto regionale dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa.
E’ il caso di ricordare che dal 1961 è in vigore la Carta sociale europea, più volte riformata, sulla cui applicazione veglia il Consiglio d’Europa, in particolare attraverso il Comitato europeo dei diritti sociali, organo formato da esperti indipendenti. Ad esso possono presentare reclami proprio le associazioni sindacali e organizzazioni non governative.
La Dichiarazione universale non fa cenno allo sciopero. Ci pensa invece l’Articolo 8 (1 comma, lettera d) del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che impone agli stati l’obbligo di garantire “il diritto di sciopero, purchè esso venga esercitato in conformità alle leggi di ciascun paese”. Il rinvio è dunque alla legge nazionale, la quale deve però essere conforme ai principi generali del Diritto internazionale, e considerare quindi lo sciopero quale articolazione connaturale al diritto fondamentale al lavoro. E’ appena il caso di sottolineare che l’esercizio di questo diritto deve avvenire nel rispetto di tutti gli altri diritti fondamentali, in uno spirito di alta responsabilità sociale.
Se ne dicono tante sui sindacati. Certamente, essi devono essere guidati da persone che abbiano nella mente e nel cuore i diritti dei lavoratori, e che non  vengano a compromesso con istanze vetero-corporative.
Si possono e si devono criticare quelle dirigenze sindacali che si sono burocratizzate o, più o meno palesemente, partiticizzate. Ma chiediamoci: se non ci fossero stati i sindacati, sarebbe stato possibile avviare la ‘civiltà del lavoro’? E se non ci fossero oggi, sarebbe possibile riprendere quel cammino?
Riflessione finale, forse troppo ovvia. L’Articolo 1 della Costituzione Italiana proclama che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
E se il lavoro non c’è? Senza fondamento(a) la Repubblica crolla. E se al posto del lavoro si mette il precariato o la flexicurity, quanto ne guadagna la statica della Repubblica?”.7. Veniamo ora al connesso fondamento costituzionale della tutela dei confini che, ed è questo il punto ulteriore da rammentare, va necessariamente collegato, (come strumento), al perseguimento dei fini fondamentali della sovranità costituzionale italiana, che sono appunti quelli di una democrazia sociale, e non liberale, in quanto fondata sul lavoro.
Ci serviamo, per comprendere ciò, di questa rassegna della giurisprudenza della Corte costituzionale ad opera del prof.Guido Corso, che smentisce chiaramente ogni legittimità dell’accusa di xenofobia e razzismo quando sia in gioco la ponderazione di interessi tutelati che pone ineludibilmente in gioco la difesa della democrazia costituzionale:

8. Chang, abbiamo visto, ci dice varie cose, con la sua consueta chiarezza fenomenologica da economista istituzionale (e dello sviluppo). Sintetizzando i passaggi essenziali, che vi traduco dai commenti di Arturo, riscontriamo il pieno allineamento di un’attendibile visione economica coi presupposti di diritto internazionale (ius cogens) e diritto costituzionale (nei suoi principi inderogabili da qualunque fonte e caratterizzanti i fini della sovranità).
Chang spiega questo meccanismo autoevidente che discende dal considerare il mercato un “governante” senza confini in contrapposizione alle politiche di tutela dei propri cittadini che legittimano l’esistenza stessa degli Stati democratici: 
“I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell’immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo.
Come si determina il massimo della immigrazione? 

Non in base al mercato del lavoro ‘free’ (ndr; cioè globalizzato) che, se lasciato al suo sviluppo incontrastato, finirebbe per rimpiazzare l’80-90 per cento dei lavoratori nativi (ndr; oggi è trendy dire “autoctoni”), con i più “economici”, e spesso più produttivi, immigranti. L’immigrazione è ampiamente determinata da scelte politiche. Così, se si hanno ancora residui dubbi sul decisivo ruolo che svolge il governo rispetto all’economia di libero mercato, per poi fermarsi a riflettere sul fatto che tutte le nostre retribuzioni, sono, alla radice, politicamente determinate.”

8.1. Ovviamente si fa finta di ignorare come l’accoglienza illimitata, e forzosamente agganciata al territorio dello Stato nazionale, al di fuori di ogni presupposto di diritto internazionale e costituzionale che la possa imporre come regola legittima, è una scelta politica di incisione sul livello dell’occupazione e, conseguentemente, del livello delle retribuzioni, che corrisponde  giocoforza all’interesse dell’ordine internazionale oligarchico del mercato(basta avere la cultura storica ed economica minima per rendersi conto delle parole di Einaudi).
Chang, ne dà una spiegazione chiarificatrice ulteriore (che collima con le enunciazioni del diritto internazionale generale e costituzionale, per l’appunto, sopra riportate):
“Naturalmente, nel criticare l’incoerenza degli economisti free-market in tema di controllo dell’immigrazione (ndr; nel senso che l’abolizione dei confini è esattamente una scelta politica degli Stati e anche consapevolmente forte), non sostengo che il controllo dell’immigrazione debba essere abolito. Non ho bisogno di farlo perché (come in molti avranno ormai notato) non sono un free-market economist.
I vari Paesi hanno il diritto di decidere quanti immigranti possano accettare e in quali settori del mercato del lavoro (ndr; aspetto quest’ultimo, che i tedeschi, ad es; tendono in grande considerazione).
Tutte le società hanno limitate capacità di assorbire l’immigrazione, che spesso proviene da retroterra culturali molto differenti, e sarebbe sbagliato che un Paese vada oltre questi limiti.
Un afflusso troppo rapido di immigrati condurrebbe non soltanto ad un’accresciuta competizione tra lavoratori per la conquista di un’occupazione limitata, ma porrebbe sotto stress anche le infrastrutture fisiche e sociali, come quelle relative agli alloggi, all’assistenza sanitaria, e creerebbe tensioni con la popolazione residente.
Altrettanto importante, se non agevolmente quantificabile, è la questione dell’identità nazionale.
Costituisce un mito – a un mito necessario ma nondimeno un mito (ndr; rammentiamo che lo dice un emigrato)- che le nazioni abbiano delle identità nazionali immutabili che non possono, e non dovrebbero essere, cambiate. Comunque, se si fanno affluire troppi immigrati contemporaneamente, la società che li riceve avrà problemi nel creare una nuova identità nazionale, senza la quale sarà difficilissimo mantenere la coesione sociale. E ciò significa che la velocità e l’ampiezza dell’immigrazione hanno bisogno di essere controllate”.
La catena di montaggio dell’immigrazione punta dunque a questo risultato di “disgregazione” sociale senza curarsi in alcun modo della progressiva impossibilità di correggerlo, rischiandosi un violento collasso delle strutture fisiche e sociali delle società “riceventi”. Può darsi che i privati e solerti sostenitori dell’accoglienza “a prescindere” siano in buona fede, e quindi, per proprio limiti di elementare cultura economica e della legalità costituzionale, all’oscuro di questi riflessi devastanti della loro azione. 
Ma rimane il fatto che la loro azione produce esattamente gli effetti che Einaudi, nel nome del liberismo più drastico (siamo infatti nel 1910, alle soglie di sconquassi mondiali che non vorremmo certo veder ripetuti), auspicava con la “teoria della porta aperta”: in base a tale, anche al tempo, super-emotiva propaganda, i “pacifisti e i liberisti” reclamavano come prioritario il diritto della oligarchia cosmopolita capitalista di “produrre la merci a basso costo”, contro l’assurda pretesa de “i partiti socialisti ed i sindacati operai dei paesi che chiamansi più evoluti” di voler tutelare il livello d’occupazione e le condizioni di dignità del lavoro di intere nazioni…
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