1182.- LA DEMOCRAZIA E’ USCITA DI STRADA

L’Unione europea di 27 stati non può essere democratica e andrà in rovina per l’avidità di potere, come la democrazia è andata in rovina a causa dell’eccessiva libertà. L’Unione è serva dei mercanti del denaro, ma il denaro è uno strumento. I popoli europei, drogati da decenni di malintesa libertà, sono frammentati al loro interno, incapaci di difendere i loro principi, i loro diritti. Seguo il filosofo austriaco Karl Popper e seguo la sua interpretazione di Platone come pensatore totalitario, che avversò in maniera radicale la società aperta e la democrazia: “L’avversione platonica nei confronti della democrazia è di natura profonda e investe importanti aspetti del suo pensiero filosofico, sia sul versante antropologico sia su quello etico e morale. Per Platone la democrazia assume in maniera del tutto ingiustificata l’uguaglianza degli uomini e rinuncia programmaticamente al principio di competenza. Inoltre essa è destinata inevitabilmente a degenerare nella più terribile delle forme di governo: la tirannide.” Temo sia così e ho argomentato a me stesso, poi, a Voi queste riflessioni.

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La forza del capitale finanziario monta in un’epoca che la dà per vincente. Marcia spedita fra le contraddizioni e le lacune delle democrazie, trovando sempre più proseliti fra i loro difensori, fra quelli astiosi, incapaci di desiderare una società coesa, democratica nella realtà e non solo a parole; fra quelli immaturi politicamente e ineducati, incapaci di provare amore e rispetto per la cosa comune. Marcia spedita fra la degenerazione del principio di eguaglianza dei cittadini e la rinuncia programmatica al principio di competenza; fra i pedaggi imposti dal suffragio universale e dalla rinuncia al vincolo di mandato a entrambi i livelli, politico e amministrativo.

La leadership del capitale finanziario sta producendo l’aumento della povertà e il contestuale aumento dei redditi elevati: sopra i 30.000 dollari, per capirci. È stato notato che “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. È vero, ma non si tratta di un avvicendamento naturale, ciclico, che, com’è naturale che sia, avrebbe anche i suoi pregi, se fosse frutto di virtù e se fosse portatore di un progetto di sviluppo semplicemente diverso. Fosse il frutto di un’alternanza democratica, dovrebbe, per converso, favorire – ma non ha favorito – la nascita di una controproposta della parte cedente e generare una controspinta positiva. Sarebbe così in natura, dove a ogni azione corrisponde un’altra contraria. Così, invece, non sembra. Il tempo scorre invano e assistiamo alla resa delle democrazie, degli Stati sovrani eretti a loro difesa sistemica, con gli ordinamenti giuridici che dettavano le regole all’economia, con le frontiere che li garantivano, con i welfare che accompagnavano i cittadini, ma, soprattutto con le Costituzioni post-moderne, con le quali la società occidentale ha raggiunto il suo apice nello sviluppo politico-sociale. Apice e non traguardo! Perché il traguardo vogliamo ancora immaginarlo in una società ideale, utopica forse, i cui principi prevalgono sui vizi, sulle carenze degli uomini. Sembra di assistere alla crescita di un castello di carte, perfettamente eseguito, che, ciò malgrado, inizia a cedere dalla base.

La resa delle democrazie ha una ragione profonda nella contraddizione fra i principi fondamentali primigeni e i modelli politici ed economici con cui sono state attuate. In realtà, dovremmo più dire “con cui non sono state attuate”. La resa è avvenuta quando le ragioni dell’economia hanno prevalso su quelle del diritto; quando la capacità finanziaria di una multinazionale ha superato quella degli Stati sovrani. E’ quello lo spartiacque che segnò la rottura degli equilibri e la sudditanza dei cittadini ai soggetti giuridici.

E’ un matrimonio impossibile quello fra politica, diritto ed economia? Torniamo alle Costituzioni e alle forme di Stato con cui si è tentato di rendere puro questo matrimonio: dalle costituzioni moderne, dagli Imperi Centrali, alla costituzione di Weimar, alle non-costituzioni del fascismo e del nazionalsocialismo, fino a queste post-moderne e fino a questa anomalia giuridica, chiamata Unione europea, costruita sull’inganno. Si pensò di equilibrare la vita politica eliminando il pluralismo e ponendo al centro lo Stato e si ebbero le dittature. Ponemmo, poi, al centro della Costituzione la persona umana, il Lavoro, la Libertà, ma non vigilammo. La politica fu libera. I partiti degli eletti furono liberi, nel tu per tu con la finanza. I partiti hanno fatto propria la partecipazione popolare, dirazzando, mano, mano, dalla loro funzione strumentale, hanno posto in subordine anche gli eletti. Le istituzioni devono rappresentare e attuare la “reale volontà del popolo sovrano”. La sovranità appartiene e non emana verso gli eletti dal popolo che è e resta il sovrano. La Libertà implica partecipazione; vuole il pluralismo e la massima coesione e non significa arbitrio del più forte. Dalle elezioni non devono scaturire vincitori né vinti. Magnifica l’equazione “Lavoro = Dignità = Libertà” della nostra Costituzione. Bisogna chiarire a tutti che l’equazione su cui regge l’Unione europea: “Profitto = arbitrio del più forte” cancella la democrazia, azzerandone la trama dei Principi e offrendo dei succedanei usa e getta. Siamo già al trionfo della demagogia. “Panem et circenses” diceva una famosa locuzione di Giovenale; “Uno vale uno” dice la locuzione di un tragico pifferaio, caro alle masse ignoranti.

Il capitale finanziario riuscì sempre a indirizzare la politica degli Stati europei e non solo, per creare le premesse del suo successo; ma il suo non sarà il successo di una parte nel gioco dell’alternanza, perché l’uomo non è solo materia e perché la finanza è strumentale e non può e non deve reggere la politica. Perché, dunque, siede sullo scranno? E’ qui che si diagnostica il male di questa epoca; che si comprende come e perché “la società dei due terzi che stanno bene e del terzo che soffre sta rovesciando le sue percentuali”. La nave prende il mare e le tempeste e il timoniere la guida a vincere i marosi. L’equipaggio le pone i ripari; ma se il timoniere poggia ai suoi interessi e se l’equipaggio pensa a imitarlo e a salvarsi con lui, ebbene, la forza del mare non perdona. A controbattere ogni forza, necessita un’altra forza almeno eguale e contraria. Gli uomini che abbiamo intitolato hanno ceduto al capitale finanziario e alle sue sirene. E noi? Siamo, siete capaci di risollevarvi e di rigenerare la democrazia? Possiamo ancora.

I costituenti non hanno fissato, non hanno voluto fissare i principi cui devono conformarsi gli strumenti di partecipazione alla vita politica. Non vollero e cancellarono l’art. 50,2 “Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”. Era troppo garantire la democraticità della politica? Da studioso della Costituzione, cerco in “Lei” le cause di questo destino tragico e ribadisco: Come siamo giunti a questo disastro se veramente era la più bella? Non sarà il caso di analizzare dove sono le sue falle? Sono proprio negli articoli 39 e 49, che fissano i principi della partecipazione dei cittadini alla politica attraverso i sindacati e, sopratutto, attraverso i partiti. L’art. 49, con cui iniziammo questo percorso di studio, dice: “con metodo democratico”, che non significa nulla e che è stato scritto per non vincolare troppo i partiti dei costituenti, smarcando il dovere. L’astensionismo ne è la prova, la volontà referendaria delusa ne è la conferma, le primarie…sono ciò che la massa realmente vuole: responsabilità zero e vociare tanto. Per risorgere, democraticamente, dobbiamo ritrovare quell’articolo 50, 2 comma e riformare quegli articoli, 39 e 49, introducendovi i necessari principi ché si possano guidare le formazioni intermedie della nostra vita sociale, come la trama dei Principi della Prima Parte della Costituzione guida la nostra vita.

Mario Donnini

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