1179.- La Russia nel puzzle libico

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La situazione in Libia è sempre più caotica: la Tripolitania, sotto il Governo nazionale di Al Sarraj, resta preda di numerose milizie armate, mentre la Cirenaica è formalmente in mano al Governo di Tobruk e al generale Haftar, che però devono guardarsi dalle azioni di gruppi fedeli al Governo di Tripoli.

Nel frattempo il Fezzan è un enorme buco nero esposto all’influenza delle milizie jihadiste che operano nel Sahel e nel Maghreb. In questo difficile contesto la Russia prova a gettare un altro tassello del suo “nuovo” Medio Oriente, con l’aiuto del Presidente egiziano Al Sisi.

Parallelamente alla Russia, anche la Cina ha avviato una sua marcia di avvicinamento al generale Haftar. Infatti è stato recentemente concluso un accordo miliardario con una cordata di imprenditori cinesi per la costruzione di diecimila unità abitative, un ospedale con trecento posti letto, un porto, un aeroporto commerciale e una linea ferroviaria in direzione del Sudan. Il tutto nella regione di Tobruk, roccaforte del nuovo rais libico.
LA RUSSIA “LIBICA” AI TEMPI DI GHEDDAFI – Nel 2008 si tenne a Mosca la prima visita ufficiale, dalla dissoluzione dell’URSS, del rais libico Mu’ammar Gheddafi. In quell’anno le relazioni russo-libiche sembrarono toccare un nuovo promettente apice dopo un lungo periodo di ambiguità e discontinuità. Partendo dall’azzeramento del debito che il Paese nordafricano aveva contratto con l’URSS durante gli anni della guerra fredda, furono infatti stipulati una serie di accordi e di memorandum di intesa che, all’epoca, sembrarono dare ai rapporti tra i due Paesi quella continuità che non era mai stata trovata in precedenza. Tra i più importanti vanno menzionati, la stipula di una commessa per la vendita di armi pari a circa due miliardi di dollari, la disponibilità della ROSATOM a fornire competenze e mezzi per la creazione di una centrale nucleare libica, la costruzione di una tratta ferroviaria tra Bengasi e Sirte ad opera della compagnia ferroviaria russa e l’intesa di massima nell’istituire un “OPEC del Gas”, progetto che alla Libia non era mai stato particolarmente gradito. Inoltre sembra che all’epoca ci fossero anche ottime opportunità che la Russia fosse sul punto di strappare un accordo per la concessione di una base navale nei dintorni di Bengasi. 

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Fig. 1 – Il rais libico Muammar Gheddafi incontra l’allora Primo Ministro russo Vladimir Putin durante la sua visita a Mosca del novembre 2008 

Nel 2011, quando i fiori della primavera araba iniziarono a germogliare in Libia e il Governo di Gheddafi avviò la sua dura repressione contro i rivoltosi, la Russia concesse di fatto carta bianca per la creazione di una no-fly zoneche la coalizione internazionale avrebbe poi utilizzato per colpire il regime, astenendosi dal voto nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite 1973.La stessa astensione al voto fu motivo di attrito tra l’allora Presidente russo Medveded e il Primo Ministro Putin che definì la risoluzione come un’autentica crociata” contro GheddafiLa successiva caduta del rais relegò la Libia nelle sabbie del caos nelle quali si trova tutt’ora e fece uscire il Paese nordafricano dal radar del Cremlino. Inoltre l’infiammarsi della rivolta in Siria, altro Paese alleato della Russia, e l’acuirsi di altre crisi in zone del mondo di interesse più diretto per Mosca contribuirono a far sì che il dossier libico non rientrasse nelle preoccupazioni più immediate dell’establishment russo. Tuttavia il fallimento dei recenti tentativi di stabilizzazione del Paese hanno concesso alla Russia un nuovo margine di manovra in cui inserirsi per recuperare influenza in Nordafrica. Ora la Libia è nuovamente vista come parte integrante del disegno del “Nuovo Medio Oriente” russo.

INTERESSI ECONOMICI: ARMI E PETROLIO – Il 21 febbraio scorso la NOC (National Oil Company) libica ha siglato un duplice accordo con il gruppo russo ROSNEFT, che nonostante la recente privatizzazione è ancora una compagnia al 50% statale. L’accordo prevede da un lato l’istituzione di un tavolo di lavoro congiunto tra le due società per valutare investimenti e zone di esplorazione, e dall’altro la garanzia che la ROSNEFT acquisterà – totalmente o in parte – il risultato della collaborazione tra i due enti. Nel periodo in cui l’accordo veniva siglato la NOC era riuscita a raggiungere la produzione di 700mila barili al giorno di greggio. Questo a grazie alla concomitanza di due fattori :

  • La concessione da parte del OPEC di un esonero dal taglio di produzione dei barili di greggio per incentivare la ripresa economica del Paese. La Libia – quindi la NOC – gode di questo esonero insieme a Iran e Nigeria.
  • Nel settembre 2016, una volta ripreso il controllo dei giacimenti della “Mezza Luna Petrolifera”, il Governo di Tobruk ha concesso l’utilizzo dei terminali petroliferi – e di conseguenza i loro proventi – alla NOC di Tripoli. Questo perché la NOC di Bengasi – ente parallelo che rispecchia la divisione politica del Paese – non ha l’autorizzazione a commerciare con l’estero e quando ha tentato di rovesciare tale situazione il Governo di Tobruk è andato incontro alle sanzioni della comunità internazionale.

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Fig. 2 – Marsa el Brega, uno dei terminali della “Mezza Luna Petrolifera” in mano al Governo di Tobruk ma gestito dalla NOC di Tripoli 

L’accordo descritto sopra ha un’enorme valenza strategica per la Russia. Innanzi tutto perché la NOC è l’unica compagnia in Libia ad avere una spinta unificatrice, in un contesto che al contrario sembra premiare le forze centrifughe che spingono il Paese verso la divisione. Essa gestisce infatti i giacimenti di al Feel (l’Elefante) e Wafa nel Fezzan, il terminal petrolifero di Mellitah e la raffineria di Zawaiya nella Tripolitania e i terminali della “Mezza Luna Petrolifera” nella Cirenaica. Tra giacimenti, terminali petroliferi e raffinerie la compagnia copre quindi tutto il territorio della Libia e potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella riunificazione del Paese, anche se parte di questi è ad esempio fortemente influenzato da attori esteri non russi come, per esempio, proprio l’italiana ENI che su quegli stessi giacimenti e terminal ha importanti quote di partecipazione. Ma le attenzioni economiche del Cremlino verso il Paese nordafricano non si limitano solo al settore energetico, che resta comunque l’autentico “cavallo di Troia” usato da Mosca per gettarsi nella bagarre libica. Secondo un’inchiesta di Middle East Eye sembra infatti che la Russia aggiri il blocco nella vendita di armi al generale Khalifa Haftar tramite l’Algeria. Questo le garantisce il doppio vantaggio di recuperare in parte i mancati profitti dovuti alla perdita delle commesse d’armi stipulate con Gheddafi e di rafforzare direttamente l’interlocutore privilegiato di Putin in Libia. Lo stesso schema sembra avvenire con la complicità degli Emirati Arabi Uniti, altri importanti sostenitori di Haftar, che hanno recentemente acquistato dalla ROSTEC 24 caccia SU-35. Ad ogni modo né gli Emirati né l’Algeria sono i Paesi che più di tutti stanno aiutando Mosca a “fare ordine” nel ginepraio libico. Bisogna invece guardare ad est della Cirenaica, nella terra dei faraoni.

DUE STATI, UN FARAONE – Al Sisi e Putin hanno due visioni del Nordafrica che se non possono essere definite uguali sono quantomeno sovrapponibili. Questo spiega per quale motivo l’Egitto possa essere considerato l’asse portante dell’architettura geopolitica russa nella regione. Sarebbe riduttivo però ricercare il movente degli sforzi egiziani in Libia soltanto nella forte alleanza che lega Mosca al Cairo. Una Libia frammentata e ingovernabile per chiunque è quanto di peggiore si possa aspettare l’Egitto. La paura più grande di al Sisi è che il caos libico possa fomentare ancor di più gli enormi problemi di stabilità che tormentano il suo Paese sin da quando è diventato Presidente nel 2014. Problemi che in Egitto portano principalmente due nomi: Fratellanza Musulmana e Stato Islamico. Minacce che, in misura differente, il Presidente egiziano rivede anche in Libia. Così l’imperativo è di non dare continuità territoriale alle istanze islamiste che, nel periodo successivo alle primavere arabe, hanno trovato terreno fertile nella maggior parte del Nordafrica. E tale imperativo si traduce inevitabilmente in una continua ricerca di profondità strategica del Cairo in Libia. Al fine di conseguirla, l’Egitto non esclude a priori nessuna opzione. Né quella che prevede uno Stato libico con Haftar riconosciuto come uomo forte dell’Esercito – magari persino a capo di qualche Ministero – né quella che prevede una balcanizzazione del Paese, con la Cirenaica a fungere da protettorato de facto dell’Egitto. Con il placet di Mosca, ovviamente.

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Fig. 3 – L’ambasciata egiziana a Tripoli, in Omar El-Mokhtar St., spesso teatro di proteste e violenze dopo la rivoluzione del 2011

Conscio del fatto che la seconda ipotesi resta percorribile, sembra che al momento al Sisi si stia sforzando, così come Putin, di coinvolgere tutte le parti in conflitto. L’ultimo tentativo, naufragato abbastanza velocemente, è andato in scena proprio al Cairo. Ma al Sarraj, al termine del summit, ha dichiarato che sedersi a negoziare con Haftar è impossibile. In ogni caso il generale libico non si preoccupa più di tanto; egli sa bene di avere “le spalle coperte” da potenti alleati. Nel precedente mese di ottobre Mosca e Il Cairo hanno infatti condotto due settimane di esercitazioni nei pressi del confine libico e, notizia recente, l’Egitto ha ultimato la costruzione di una base aerea per droni a pochi chilometri dal confine con la Cirenaica. Prove concrete che gli sponsor di Haftar fanno sul serio e che i tentativi di negoziato, anche se non ancora del tutto accantonati, non dureranno in eterno. Un successo diplomatico nella partita libica permetterebbe ad al Sisi di ergersi, agli occhi dell’Occidente, come stabilizzatore del Nordafrica e come baluardo contro il divampare del fondamentalismo islamico. Conseguenza di questo successo sarebbe la ripresa di cospicui finanziamenti occidentali, di cui l’economia egiziana ha disperato bisogno, e un rinnovato slancio nel combattere il dissenso che in patria sembra ancora piuttosto vivace nonostante le tante repressioni governative.

GLI OBIETTIVI DI MOSCA – Il rinnovato interesse di Mosca in Libia non può essere motivato solamente con il desiderio di recuperare gli introiti perduti in seguito al regime change, né tantomeno con la volontà di accordarsi su altri progetti sempre di natura economica. Al contrario va collocato in una politica di più ampio respiro del Cremlino che impone alla Federazione un rinnovato attivismo in tutta la macroregione del Mediterraneo, e di conseguenza in tutto il Medio Oriente. In particolare la risoluzione del caos libico aiuterebbe Mosca a conseguire una serie di obiettivi utili per continuare a perseguire la grand strategy che il Cremlino si è autoimposto nel Mare Nostrum. Ponendosi come garante del nuovo “ordine libico” la Russia otterrebbe innanzitutto un nuovo fedele alleato nel Mediterraneo. Questo, in un futuro neanche troppo lontano, potrebbe agevolare Mosca nel dare continuità alla sua ricerca di sbocchinel Mediterraneo. Continuità che potrebbe essere rappresentata da una nuova base navale russa che potrebbe sorgere nei pressi di Bengasi – dono concesso da un potenziale nuovo Governo libico o da una nuova entità statale sorta in Cirenaica – o nei pressi di Sidi Barrani, come regalo di al Sisi per l’aiuto prestato dalla Russia nel riportare ordine ai confini del Paese. Il nuovo corso libico andrebbe di conseguenza a cementare sempre di più l’alleanza tra Mosca e Il Cairo.

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Fig. 4 – Fayez al Sarraj a colloquio con il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, marzo 2017.

Per quanto riguarda un eventuale intervento militare russo nella regione, sembra comunque che i tempi non siano maturi. L’intervento russo in Siria fu doveroso poiché nella regione era già presente una base navale – e una base aerea – da difendere. Al momento invece in Libia non esistono interessi esistenziali che spingano Mosca a inviare truppe nel Paese, almeno per il momento. D’altra parte un intervento russo nella regione non farebbe altro che esacerbare le ostilità nel Paese e potrebbe anzi fungere da collante per cementare ancor di più l’alleanza tra il Governo di Tripoli e le varie fazioni islamiste che lo sostengono, seppure a corrente alternata. Resta solo da capire fino a quando Mosca sarà disponibile a fare da garante per i colloqui tra le varie anime libiche. In ogni caso, se Haftar dovesse avviare una nuova escalation militare contro il GNA, sarà perché avrà ricevuto “luce verde” da Putin o perché tenterà di forzare la mano alla Russia e gli altri attori regionali che lo sostengono.

Valerio Mazzoni


 

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