1166.- Migranti, le carte che testimoniano il patto scellerato tra scafisti ed equipaggi noleggiati da Ong

Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia

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Non è colpa del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, se altre procure hanno sottovalutato gli elementi investigativi che nei mesi scorsi erano finiti sotto la loro percezione. Chiunque si è sbilanciato in queste settimane dando addosso a Zuccaro, peraltro attribuendogli intenzioni e giudizi che mai gli sono appartenute, avrà di che scusarsi. Anche il tentativo di far poggiare le esternazioni del procuratore di Catania sullo studio fatto da un giovane che ha tracciato le rotte battute dalle navi dei soccorritori, si sta appalesando fuorviante e falso. In mano a Zuccaro c’è ben altro e soprattutto ci sono relazioni e atti ufficiali. Tracciano due piste in particolare, la prima parte dalla Calabria, l’altra dalla Spagna con tappa a Bruxelles. Spezzoni che in maniera disorganica sono finiti negli uffici delle cinque procure italiane che, prima del “terremoto Zuccaro”, avevano aperto fascicoli sui flussi migratori e sugli scafisti legati alla “mafia islamica”: Trapani, Palermo, Reggio Calabria, Cagliari, Napoli. Forse è il caso di abbandonare le polemiche per realizzare un coordinamento investigativo, magari affidandolo alla Direzione nazionale antimafia che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la struttura titolata al coordinamento delle inchieste sulla “criminalità transnazionale”. Ma torniamo alle due piste che hanno acceso l’attenzione del procuratore di Catania Zuccaro. Un elicottero della marina spagnola impegnato nell’«Operazione Sophia» (decisa in seguito al terribile naufragio della primavera del 2015, quando l’Unione Europea decide di dare vita all’European Union Naval Force Mediterranean – Eunavfor Med -, un’operazione militare per contrastare l’opera dei trafficanti) capta una conversazione radio che provvede a registrare e, successivamente, a far tradurre. Due persone dialogano in lingua ucraina. Il chiamante è sulla terra ferma, in Libia. Il secondo è a bordo di una nave noleggiata da una Ong. La traduzione attesterà che il tono è amichevole, la chiamata era attesa e il suo contenuto, estremamente conciso, non lascia spazio ad equivoci: viene comunicato il via libera per la partenza di alcuni gommoni, la nave li attende nel “punto stabilito”. Insomma nessun recupero “casuale” ma un vero e proprio appuntamento in mare tra scafisti e soccorritori. L’intercettazione viene trasmessa a Bruxelles. Una copia finisce nelle mani del procuratore Zuccaro: è inutilizzabile non perché vi siano dubbi sulla sua provenienza ma perché trattasi di un’intercettazione “non ortodossa” e quindi non può fornire prova in un processo. Tutto qui.

Zuccaro però decide che sia giunto il momento di far scoppiare il caso e concede un’intervista, nella quale fa presente che spesso il rapporto tra scafisti e soccorritori appare viziato da comportamenti che oggettivamente portano vantaggi, non solo economici, a chi specula sulla pelle di un esercito di disperati ammassati sulle coste libiche. La sortita del procuratore Zuccaro provoca violente reazioni spesso animate da un insano pregiudizio. Ma provoca anche l’effetto che forse Zuccaro si proponeva: cominciano ad essere girate al suo ufficio anche altre segnalazioni e altre informative, queste invece, legittime e utilizzabili, che fino a quel momento avevano preso strade diverse ed erano rimaste senza riscontro. Tra queste due in particolare. La prima parte dalla Calabria e reca le firme di alcuni solerti agenti della Polizia di frontiera. La seconda è uno studio dell’Aise, il nostro servizio segreto all’estero. E’ il 30 maggio 2016. A Schiavonea, in Calabria, attracca la motonave “Dignity One”. Da questa vengono sbarcati 403 migranti. La polizia di frontiera detta le regole, imponendo che si dia priorità ai minori senza accompagnatori, poi ai “casi clinici”. Il resto dei naufraghi potrà sbarcare solo dopo i controlli di polizia sulla loro identità. Già, perché la polizia sospetta la presenza tra questi anche di alcuni “scafisti”. Ne nasce un contenzioso tra i responsabili della Ong tedesca che ha noleggiato la nave e i poliziotti. Alla fine tra i centodue “minori” sbarcano anche alcuni soggetti che appaiono aver ben più di 18 anni. La polizia non può opporsi visto che i soccorritori certificano il contrario ma decide di fotosegnalare i casi più sospetti. E bene fa perché qualche mese più tardi uno dei segnalati verrà identificato come un membro dell’organizzazione che aveva organizzato più “pellegrinaggi” (li chiamano così sui loro siti internet) verso l’Italia. E’ il primo riflettore acceso sulla motonave “Aquarius” che oggi è tra le più attenzionate nelle esternazioni del procuratore di Catania che osserva: “Su 134 navi gestite dalle organizzazioni non governative – a fronte delle tre che operavano nel 2015 – sei sono gestite da cinque Ong tedesche. I costi di gestione – prosegue il procuratore Zuccaro – sono molto elevati. La nave “Aquarius” di SOS Méditerranée spende 11.000 euro al giorno mentre il peschereccio Jugend 40.000 al mese”.

La nostra “intelligence” dal canto suo, avrebbe monitorato l’attività di 14 navi, scegliendo quelle che da sole hanno praticamente coperto il 40% dei “recuperi in mare” effettuati negli ultimi dieci mesi. E qui occorre premettere una riflessione: le ONG utilizzano quasi esclusivamente barche noleggiate e non di loro proprietà. Inoltre, gli equipaggi non sono composti da personale appartenente alle ONG stesse, quindi motivato nel lavoro da spirito “umanitario”, bensì da “marittimi di professione”. E veniamo alle 14 navi monitorate. Di queste solo una batte bandiera italiana mentre tre operano sotto l’egida di Panama e delle Isole Marshall, quanto di meno trasparente possa capitare di dover incontrare nell’ambito di un’indagine giudiziaria di qualsivoglia natura. Molte di queste sono quasi totalmente in mano a equipaggi ucraini, dal comandante al mozzo di bordo. Ucraini sono anche molti degli “operativi” reclutati dagli scafisti in Libia. In tre casi l’attenzione viene catturata da organizzazioni umanitarie tra le più note: la Moas italo-americana e le delegazioni di Francia, Italia e Spagna di “Medici senza frontiere”. L’inaffidabilità degli equipaggi, inoltre, è la ragione che ha spinto l’organizzazione “Save the children” a rivolgersi all’unica nave battente bandiera italiana, la “Vos Hestia”. Infine i rilievi satellitari. Questi testimoniano che gran parte dei recuperi avvengono proprio a ridosso delle acque libiche ma ancora in quelle internazionali, vale a dire a più di dodici miglia dalla costa libica. In diversi casi, però, i recuperi sono avvenuti ben dentro le acque territoriali libiche, tra le cinque e le dieci miglia marittime. Il che significa che navi noleggiate dall’Ong hanno scientemente violato le norme del diritto internazionale. Spinte da ragioni umanitarie? Oppure in esecuzione di accordi criminosi stretti anche all’insaputa di chi ne paga il nolo? Carmelo Zuccaro ritiene che questi interrogativi, insieme ad altri, dovranno avere una risposta da parte della magistratura italiana che però può contare su mezzi ridottissimi rispetto a quelli dispiegati dagli altri attori in campo.

 

Continuano a prendere in giro i cittadini italiani. Perché e per chi?

 

 

“L’affermazione più volte ripetuta dai rappresentanti delle ong secondo cui le loro unità navali opererebbero sotto il controllo della Guardia costiera è corretta, nella misura in cui tale controllo naturalmente sussiste solo nelle fasi del soccorso”. Lo ha dichiarato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia costiera, ammiraglio Vincenzo Melone, in audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato. “L’area italiana di responsabilità sar (search and rescue) copre 500 mila kmq di mare, il doppio del territorio italiano, ma di fatto ci troviamo a effettuare interventi di soccorso praticamente in metà del Mediterraneo. Nessuna Guardia costiera al mondo – ha aggiunto – si è mai trovata ad affrontare un problema così pesante nel tempo o a sostenere una così grande responsabilità giuridica e umana: siamo di fronte ad un evento epocale, ad un’emergenza umanitaria enorme e non possiamo voltare le spalle”.

Sul tema questa mattina è intervenuta anche la ong Moas nel corso di un’audizione davanti al comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen. “Non abbiamo svolto nessuna attività di intelligence per nessun governo e per nessun soggetto”, ha precisato un responsabile delle operazione dell’organizzazione non governativa, Ian Rugger. “Per quanto riguarda il nostro intervento in acque territoriali” libiche, “è capitato, si sono verificate queste situazioni, sempre su indicazione da parte dell’Mrcc (il centro di coordinamento per il salvataggio marittimo). Normalmente la prassi prevede che noi riceviamo a bordo delle nostre imbarcazioni una telefonata che ci incarica di recarci all’interno di acque territoriali, perché a volte esplicitamente ci viene detto che è stata individuata un’imbarcazione. O a volte ci viene chiesto di avvicinarci e poi solo successivamente individuiamo effettivamente l’imbarcazione. In ogni caso quando ci viene richiesto, e quindi i nostri interventi non sono mai autonomi e indipendenti ma sempre su indicazione dell’Mrcc, noi chiediamo sempre se le autorità omologhe in Libia sono state avvisate”.

Sanno di poter mentire e, alla fine, tutto si tradurrà nel divieto di approdo a due-tre ONG, prontamente rifondate con altro nome.
Che il traffico sia pianificato e coordinato, lo dicono il numero delle navi impiegate e la frequenza delle rotte e degli sbarchi. Che lo sia da parte della guardia Costiera italiana, dimostra che vi sono cointeressenze e cooperazione volte a violare le leggi italiane. Che non si tratti di attività umanitaria,  risulta dalla assenza come dalla impossibilità di garantire un futuro a questa gente e dallo sfruttamento selvaggio contemporaneamente in atto nel nostro e nei loro paesi.
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Che mentano, lo dicono le registrazioni delle rotte e del traffico e questa immagine, dove vedete l’ONG che sta operando a meno di un miglio dalla costa libica.
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