1147.- La prima portaerei made in China

‘Type 001A’, una sigla prima del vero nome, per la prima portaerei cinese costruita interamente in casa. Copiatori d’eccellenza, gli ingegneri cinesi avevano a comprato la loro prima portaerei dalla Russia, e ora fanno da soli. Corsa al riarmo anche se la gara con gli Usa per ora è dispari, ma è dal 2000 che l’US NAVY prevede il sorpasso dei cinesi per il 2025.

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Ieri 26 aprile Pechino ha varato la prima portaerei completamente «Made in China». La nuova nave da guerra, la seconda portaerei della flotta cinese, è stata costruita nei cantieri navali di Dalian, nel Nord-Est della Cina. La nuova unità, ancora da ‘armare’ nel saenso navale e non soltanto, entrerà però in servizio tra due o tre anni.
Con una stazza di 50 mila tonnellate e una lunghezza di 315 metri, la nuova Type-001A è di poco più grande rispetto alla Liaoning, la portaerei di fabbricazione sovietica, acquistata dalla Cina in Ucraina e che dal 2012 è parte della flotta della Repubblica Popolare.

Grande enfasi nazionalista per l’evento, ma c’è anche chi ha voluto rimarcare il forte divario con la potenza navale Usa. La US Navy può contare su dieci portaerei, con altre due sono in costruzione. Inoltre, le portaerei cinesi mostrano limiti nelle dimensioni e in altri dettagli tecnici rispetto alle navi da guerra a propulsione nucleare che fanno parte della flotta americana.
Anche se la Cina sta già lavorando a navi da guerra di nuova generazione, per ora la dottrina militare di Pechino sembra concentrata a livello regionale: Taiwan, le contese territoriali con il Giappone e sulle isole nel Mar Cinese Meridionale.

Nell’ultimo decennio, però, la marina cinese ha iniziato ad ampliare i ‘proprio orizzonti’ in senso letterale. Dal 2008 è impegnata in missioni anti-pirateria al largo della Somalia, la prima presenza al di fuori delle proprie acque territoriali condotta da Pechino. Una fregata cinese aveva partecipato alla scorta internazionale per l’evacuazione dei gas tossici dalla Siria. Attualmente, nel Golfo di Aden, a Gibuti, la Cina sta costruendo la sua prima base navale all’estero. Una posizione strategica, quella del Corno d’Africa, da cui si controllano le rotte commerciali ed energetiche tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.

Una delle priorità dell’amministrazione del Presidente Xi Jinping è stata proprio la modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina prevede il progressivo spostamento di uomini e risorse dalle forze di terra – oggi l’enormità di un milione e 600 mila soldati – verso la marina e l’aviazione. Come si legge nei documenti ufficiali di Pechino, è già una trentina d’anni che la Cina ha iniziato a trasformare la propria dottrina militare, dalla tradizionale difesa dei confini terrestri per iniziare a rivolgere la propria attenzione agli oceani. La Cina che apriva alle riforme economiche doveva, infatti, proteggere le rotte marittime su cui viaggiano le esportazioni di Pechino.

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J-15 Flying Shark Carrier Borne Naval Fighter

Nel 2016 la Cina aveva messo a bilancio 954,35 miliardi di yuan per la spesa militare, 138,4 miliardi di dollari. L’aumento deciso per quest’anno, +7%, la porta a 147,9 miliardi di dollari, la spesa più alta dopo quella degli Stati Uniti, superiore alla somma dei rivali regionali Giappone e Corea del Sud. D’altra parte quella cinese è la seconda economia del mondo.
Il +7% «circa» del 2017 porta il budget delle forze armate oltre la soglia simbolica dei 1.000 miliardi di yuan (147,9 miliardi di dollari). Ma 9 miliardi di dollari in più sul 2016 sono una frazione dei 54 miliardi chiesti da Donald Trump davanti al Congresso di Washington. E il Pentagono ha a disposizione 603 miliardi di dollari, il quadruplo dell’Esercito cinese.

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