1136.- ERDOGAN, PRESO TRA AUTORITARISMO E FRAGILITA’, bombarda i curdi in Rojava. Ricordate Kobane?

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In Siria, la Turchia non ha potuto partecipare alla battaglia di Raqqa, attaccando l’ISIS nella sua “capitale” e ora si sfoga sui curdi. La campagna militare su Raqqa era stata per mesi al centro di un braccio di ferro tra Ankara e Washington, ma il Pentagono aveva preferito le forze curde alle ultime speranze dei turchi di potersi sostituire, insieme ai gruppi ribelli che appoggia, ai curdi siriani come principale forza di terra per l’assalto finale alla città. Il generale statunitense Townsend aveva posto la parola fine ai piani alternativi di Erdogan. 

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Non c’è solo lo Stato Islamico: per la Turchia, la guerra al confine con la Siria è anche e da sempre contro i combattenti curdo-siriani dell’Ypg, alleati degli statunitensi. Ricordo che le bombe turche seguivano, immancabilmente, a pochi minuti, i rifornimenti paracadutati dagli aerei USA.

A marzo scorso, tutto si era giocato in un fazzoletto di terra nel nord della Siria. L’epicentro era al-Bab, città a metà strada tra Aleppo e l’Eufrate a pochi chilometri dal confine turco. A fine febbraio Ankara era riuscita a strapparla all’Isis, fuggito in ritirata in una notte, dopo tre mesi di tentativi infruttuosi. Nelle intenzioni dei turchi doveva essere un (improbabile) trampolino di lancio per continuare l’avanzata in direzione di Raqqa. Ma a scombinare i loro piani ci pensò l’esercito di Assad, che tagliò la strada arrivando da sud. Ai turchi restò solo uno spicchio di Siria, sostanzialmente inutile.

Inutile perché non serviva allo scopo ultimo dell’intervento turco: impedire che i curdi siriani unificassero i loro territori, divisi tra il cantone di Efrin a ovest e quelli di Kobane e Hasakah più a est. Lì in mezzo si sono incuneate le forze turche fin dallo scorso agosto. L’arrivo dei lealisti di Assad ad al-Bab, però, ha creato una sorta di ‘ponte’ tra i cantoni. Adesso i curdi – certo non alleati di Assad in senso stretto, ma neppure avversari – hanno una continuità territoriale. Possono spostare mezzi e uomini, difendere meglio Efrin a lungo isolata e sotto il tiro dei turchi. Insomma, una mezza vittoria che è sempre meglio di nulla.

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Ed ecco, a marzo, i marines. Le Forze Speciali USA c’erano già, a dire il vero, dispiegate nel nord della Siria per supervisionare e fornire assistenza alle forze curde impegnate contro lo Stato Islamico. Trump, escluso dalle vittorie russe, doveva riconquistarsi uno spazio in Siria.

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Il blitz dei reparti congiunti curdi e americani, con l’impiego di aerei Osprey a decollo verticale, è avvenuto pochi giorni dopo a Tabqa, una cittadina della provincia di Raqqa. L’obiettivo dell’operazione perciò è stato solo quello di mettere le mani su quell’area. nel frattempo, riprende vigore la campagna USA contro «l’apostata» Assad.

I curdi chiedono aiuto ad Assad

L’attacco su Manbij è stato una mossa che Ankara aveva minacciato da tempo. Ma i curdi sono corsi ai ripari. Hanno stretto un accordo con Assad: le forze di Damasco hanno  avuto da presidiare una parte dei territori attorno a Manbij. In pratica, un cuscinetto siriano fra curdi e turchi. Adesso se Ankara vuole proseguire l’operazione deve combattere contro Assad, ma finirebbe di distruggere il già distrutto cessate il fuoco di cui è stata garante e su cui si sono basati gli ultimi negoziati di pace a Ginevra. Non solo. ma c’è sempre il pericolo di trovarsi contro la Russia, alleata di Assad. La Turchia è di nuovo imbrigliata.

Si è sparato sul monte Sinjar

Manbij è un fronte di attrito tra curdi e Turchia, ma non l’unico. Ankara ha bombardato la base di Menagh, occupata l’anno scorso dai curdi siriani e vicina ad Efrin. Scaramucce anche dalla parte opposta, sul Sinjar al confine tra Iraq e Siria. La zona è in mano a milizie yazide create e addestrate dal Pkk. Nei primi giorni di marzo si sono scontrate con i Peshmerga siriani, che sono addestrati dalla Turchia a Bashiqa in Iraq e vicini al presidente del Kurdistan iracheno Barzani, a sua volta alleato di Erdoğan con cui si era incontrato in Turchia pochi giorni prima. Alcune fonti sostengono che i Peshmerga abbiano attaccato gli yazidi cercando di tagliare la loro linea di rifornimento con la Siria. Altre parlano di un semplice malinteso: sarebbero stati diretti al confine e non avrebbero avuto alcuna intenzione di attaccare. Quel che è certo è che gli scontri hanno lasciato presto spazio alle trattative e non si spara più. Ma la situazione è rimasta tutt’altro che tranquilla, ed ecco che le bombe passano il confine.

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Il kurdistan è il vero nemico di Erdogan

Redazione Medio Oriente  2 giorni fa

Dopo mesi di schermaglie e proclami bellicosi, Ankara ha sferrato il primo serio colpo oltre confine. Nella notte di lunedì 24 aprile i caccia turchi hanno condotto un doppio attacco contro i curdi. Il primo è avvenuto a Malikiya (Derik in curdo), nell’estremo nord-est della Siria. La zona è da anni sotto il controllo delle milizie curde dell’Ypg e fa parte del sistema di cantoni del Rojava. L’altro bombardamento ha colpito il monte Sinjar, poche decine di chilometri più a sud ma già in territorio iracheno. Lì si fronteggiano da oltre due anni delle milizie locali formate dalla minoranza yazida (Ybş), addestrate dal Pkk, e i peshmerga del Kurdistan iracheno appoggiati dall’esercito turco.

L’esistenza del Rojava continua a essere il grattacapo principale per la Turchia (e, ora, ne parleremo.ndr). Ankara sta provando in tutti i modi a bloccare i curdi siriani. Lo scorso agosto aveva lanciatol’operazione Scudo dell’Eufrate in Siria, nel nord, per impedire che i curdi unissero tutti i loro territori a ridosso del confine. Ma i turchi sono riusciti ad avanzare poco per bloccarsi poi ad al-Bab, mentre l’esercito di Assad tagliava la strada da sud. I cantoni curdi (Efrin a ovest, Kobane e Hasakah a est) oggi non sono uniti formalmente, ma i buoni rapporti con le truppe di Assad e con la Russia garantiscono una sorta di ponte via terra.

Negli ultimi mesi la Turchia ha aumentato la pressione schierando uomini e mezzi a Silopi, da dove in pochi minuti potrebbero entrare tanto in Siria quanto nel Kurdistan iracheno e dirigersi verso Sinjar. Il timore di un’offensiva non è venuto meno e le bombe della scorsa notte lanciano un segnale chiaro. A frenare Ankara c’è però il veto opposto dagli Stati Uniti, che hanno nei curdi siriani il miglior alleato nella lotta contro l’Isis e sono impegnati in queste settimane nell’accerchiamento di Raqqa, l’autoproclamata capitale del califfato.

La Turchia ha implorato gli Usa di abbandonare i curdi e appoggiarsi alle sue truppe per quell’offensiva, ma Washington finora ha sempre rifiutato. E in un certo senso quest’ultimo attacco è un segnale anche agli americani. A cui anche i curdi siriani oggi fanno appello: «Una nazione che combatte il più brutale gruppo terrorista oggi è sotto attacco – ha dichiarato Salih Muslim, leader del partito curdo siriano Pyd legato alle milizie Ypg – La coalizione internazionale non può più stare in silenzio e accettare questo assalto».

Dal canto suo, la Turchia giustifica i bombardamenti come autodifesa, sottolineando i legami tra curdi siriani e Pkk, che con la primavera ha rinvigorito la campagna di attentati contro l’esercito turco. L’ultimo, a metà aprile, ha sventrato una caserma della polizia a Diyarbakir con due tonnellate di esplosivo. In un comunicato, l’esercito di Ankara ha presentato l’attacco contro le postazioni dell’Ypg vicino a Malikiya come il tentativo di prevenire l’afflusso di armi e esplosivi dalla Siria al Pkk in Turchia.

Identica la retorica usata da tempo per l’area del monte Sinjar: lo stesso Erdoğan ha minacciato più volte di intervenire per evitare che diventi “una seconda Qandil”, riferendosi alle montagne tra Turchia e Iraq, ben più a est, dove il Pkk ha il suo quartier generale storico. All’inizio di marzo vicino a Sinjar erano avvenuti scontri tra le milizie addestrate dal Pkk e alcuni gruppi di peshmerga. Incidente chiuso in pochi giorni, che però aveva fatto salire di nuovo la tensione. Arrivata a un nuovo picco con il bombardamento avvenuto nella notte del 24, che ha colpito alcune posizioni delle Ybş in cima al monte, a pochissima distanza dai campi profughi yazidi. Uno dei missili ha colpito, per sbaglio, anche un edificio in cui si trovavano i peshmerga, alleati di Ankara, uccidendo 5 militari e ferendone altri 7.

Che sia il preludio a un intervento più massiccio della Turchia, è ancora presto per dirlo. Certo è che Ankara sta mettendo bene in chiaro la sua determinazione. È difficile immaginare che l’esercito turco possa osare un’azione diretta nel Rojava, dove sono presenti anche numerosi militari americani. Meno problematico, anche grazie all’appoggio quasi incondizionato del presidente del Kurdistan iracheno Barzani, sarebbe un attacco a Sinjar. Ma scatenerebbe senza dubbio l’ira di Baghdad (Sinjar è occupato de facto dai curdi ma è in realtà un territorio conteso tra la regione autonoma del Kurdistan e l’Iraq), con cui la Turchia sta a fatica ricucendo i rapporti. Vista da Ankara, la situazione è ancora incerta: troppi i rischi, troppo vago il guadagno. Almeno per il momento.

 

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