1129.- “Abbiamo le prove dei contatti tra scafisti e alcuni soccorritori”

Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro: “Ci sono telefonate con chi organizza gli sbarchi e gruppi finanziati da personaggi discutibili. Ma deve intervenire la politica”. A seguire, un pezzo di MAURIZIO BELPIETRO per “La Verità” del 21 aprile 2017

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FABIO ALBANESE, corrispondente da Catania

Nel mare agitato dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia, non tutte le ong che recuperano migranti sono uguali: «Ci sono quelle buone e quelle cattive», dice il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. La sua è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità prima ancora che per scelta. Altre, come Palermo, Cagliari e ora pure Reggio Calabria, stanno indagando su naufragi, salvataggi, sbarchi e ruolo delle Ong. Ma Catania lo fa da più tempo, dal tragico affondamento di un barcone davanti Lampedusa il 3 ottobre 2013 con 368 morti. Inoltre ha competenza su quella parte di Sicilia, la zona orientale, dove affacciano i porti di Pozzallo, Augusta, Catania e Messina che da soli assorbono il maggior numero di arrivi di migranti; qui dove questa enorme massa di persone «sta creando problemi di ordine pubblico e crisi di carattere criminale – spiega Zuccaro – che potrebbero influire sul tessuto sociale delle popolazioni. Catania a proposito dei reati di tratta, e di tratta minorile in particolare, ha più procedimenti di Roma, anzi ha il dato più alto in Italia; e poi ci sono i problemi del caporalato, quelli della gestione del denaro per l’accoglienza e l’ospitalità, che lasciano intravvedere fatti gravi».

E dunque, siccome l’anno scorso di migranti ne sono arrivati 181 mila, e quest’anno si prevede che saranno almeno 250 mila, il fenomeno va osservato sotto tutti i punti di vista e quello giudiziario ha un peso enorme. Come un peso enorme, da poco più di un anno, hanno le Ong – le organizzazioni non governative – che stanno con le loro navi, qualcuna anche con droni e aerei, a pattugliare il tratto di Mediterraneo davanti alla Libia. Perché sono lì, come si finanziano, hanno contatti diretti con i trafficanti? A queste domande sta cercando di dare risposte il pool di cinque pm catanesi, alcuni della Dda altri della «ordinaria», che con Squadra mobile e Guardia di finanza indagano ormai da tempo: «Su Ong come Medici senza frontiere e Save the Children davvero c’è poco da dire – dice Zuccaro – discorso diverso per altre, come la maltese Moas o come le tedesche, che sono la maggior parte» (cinque delle nove Ong schierate in mare, c’è poi la spagnola Proactiva Open Arms). Le buone e le cattive, dunque: «Abbiamo evidenze che tra alcune Ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti – dice Zuccaro – non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni ma siamo abbastanza certi di ciò che diciamo; telefonate che partono dalla Libia verso alcune Ong, fari che illuminano la rotta verso le navi di queste organizzazioni, navi che all’improvviso staccano i trasponder sono fatti accertati».

Come abbia queste informazioni, il procuratore non lo dice; ma che l’agenzia dell’Ue Frontex nel suo rapporto «Risk analysis 2017» abbia definito «taxi» alcune Ong e che i servizi segreti italiani in Libia abbiano notizie dettagliate e di prima mano non è un mistero. Ed è probabilmente per questo che Zuccaro parla di prove che non è possibile utilizzare in un processo. Tutte le nove Ong sono, comunque, sotto la lente della procura etnea: «Per quelle sospette dobbiamo capire cosa fanno, per quelle buone occorre invece chiedersi se è giusto e normale che i governi europei lascino loro il compito di decidere come e dove intervenire nel Mediterraneo».

La procura di Catania sa che i trafficanti, alcuni dei quali già identificati, hanno due fonti principali di finanziamento: il contrabbando di petrolio e i migranti. Sa pure che negli ultimi tempi i gommoni – di scarsa qualità e in grado di galleggiare solo per poco, giusto il tempo di un salvataggio dentro le venti miglia – partono quasi tutti da Zuara, in Tripolitania, zona non controllata dal governo Serraj; ora sta cercando di capire se dietro qualcuno dei finanziatori di Ong ci siano gli stessi trafficanti, e segnali in questo senso sono stati raccolti.

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D’altronde, di cose che meritano di essere chiarite ce ne sono: ci si chiede, ad esempio, che ci fa uno come Robert Pelton, che produce coltelli da guerra, o l’ex ufficiale maltese Ian Ruggier, noto per non essere mai stato tenero con i migranti sbarcati sulla sua isola, tra le persone vicine ai ricchi coniugi maltesi Cristopher e Regina Catambrone che nel 2014 si sono «inventati» l’Ong Moas; o perché tra i finanziatori di alcune Ong ci sia il miliardario George Soros. «L’inchiesta richiede tempi che l’Europa non si può permettere – avverte il procuratore Zuccaro – e d’altronde la risposta giudiziaria non è sufficiente, nonostante la notevole collaborazione che riceviamo da tutti. Il problema resta essenzialmente politico e i governi europei, non solo quello italiano, devono intervenire subito; l’ho detto il mese scorso al comitato Schengen del Senato, l’altro giorno alla Commissione libertà civili del Parlamento europeo venuta in Sicilia, e lo ripeterò la prossima settimana alla Commissione difesa del Senato. Per me, quei 250 mila in arrivo quest’anno sono una stima per difetto».

I coniugi Catrambrone gestiscono una Onlus basata a Malta: in tre anni ci hanno portato 33.000 stranieri. Adesso indagano i pm.

di MAURIZIO BELPIETRO per “La Verità” 21 aprile 2017

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Belpietro: “Li vedete questi due signori? Ci riempiono di immigrati”

La bella coppia che vedete nella foto qui di fianco è responsabile di gran parte degli sbarchi di profughi sulle nostre coste. Sono loro, i coniugi Regina e Christopher Catrambone, imprenditori italoamericani trapiantati a Malta, a dirigere e finanziare le operazioni di «salvataggio» dei migranti a poche miglia dalla Libia. Sempre loro che, con navi, droni e da poco un aereo, pattugliano le acque del Mediterraneo alla ricerca di extracomunitari da portare in Italia. Nella sola giornata del sabato di Pasqua si vantano di avercene consegnati poco meno di 2.000, ma da quando operano nella zona, cioè dal 2014, il loro palóttoliere indica con orgoglio più di 33.000 persone. Certo, forse non tutte sono state sbarcate nei porti della Penisola, perché qualcuna è finita anche in Grecia, ma diciamo che il grosso dei «soccorsi» ci è stato donato da loro.

La loro fondazione, quella che sta dietro a tutti i salvataggi, ha sede a La Valletta, isola di Malta, dove Regina e Christopher hanno messo le radici delle lucrose attività nel ramo assicurativo e della copertura di chi opera in zone di guerra o a rischio terrorismo. È da lì. che partono le missioni nel Mediterraneo. Vi chiedete perché, se la nave della coppia esce dai porti della piccola repubblica mediterranea, non vi faccia poi ritorno dopo la pesca, cioè con il suo carico di migranti? Bella domanda.

Forse perché la polizia maltese ha già dato prova di non gradire il traffico di profughi su una nave che batte bandiera del Belize e ha già respinto le imbarcazioni cariche di stranieri che si avvicinano alle coste dell’isola? La risposta non c’è, ma è molto probabile che sia così. Mentre Malta respinge, noi accogliamo e i coniugi Catrambone dunque fanno la spola tra le acque di fronte alla Libia e i porti della Sicilia. Negli ultimi tempi, quello in atto sembra un regolare servizio di traghetto a diposizione di chi voglia emigrare.

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Regina e Laura

Naturalmente, i due italoamericani non lo fanno per soldi, ma per filantropia. Fatta una vacanza a Lampedusa e avvistata sulla rotta verso Tunisi una giacca a mare, forse appartenuta a qualche profugo, i signori Regina e Christopher, decisero che invece di comprarsi una casa avrebbero acquistato una nave che facesse avanti e indietro da una sponda del Mediterraneo all’altra. Detto fatto, con una Onlus, cioè una fondazione che raccoglie finanziamenti senza dichiarare bene da dove arrivino, si sono fatti la navetta tra Libia e Italia. Risultato, in appena tre anni, 33.000 passeggeri. Bel traguardo e ovviamente gli italiani ringraziano, perché finalmente c’è qualcuno che porta un po’ di extracomunitari a domicilio.

Non ci bastava la nostra Guardia costiera, comandata in servizio permanente non a pattugliare le nostre acque, ma a svolgere un servizio di trasporto di cui approfittano gli scafisti e i trafficanti di vite umane. No, ci volevano anche gli imprenditori privati, i quali da un lato vendono assicurazioni e dall’altro si assicurano un posto in paradiso soccorrendo i profughi.

Adesso l’andirivieni di imbarcazioni e l’aumento del flusso di migranti consegnatici direttamente a domicilio cominciano a insospettire le forze politiche e perfino gli inquirenti, che si interrogano sul ruolo di queste cosiddette organizzazioni non governative.

Davanti agli esponenti della commissione parlamentare sono sfilati i procuratori che si occupano del fenomeno e anche alcuni dirigenti delle organizzazioni umanitarie. E dalle testimonianze è emerso il dubbio che dietro i salvataggi ci sia una struttura che si muove quasi in maniera militare, che i soccorsi non siano casuali, ma che ci sia una regia.

Finalmente qualcúno comincia dunque a chiedersi che ruolo abbiano le Ong, chi siano i loro finanziatori e quali obiettivi si pongano, e soprattutto quali accordi abbiano preso e con chi per riuscire a esercitare la cosiddetta ricerca attiva. Non più cioè soccorsi in mare a persone che rischiano di affogare, ma ricerca di chi vuole emigrare.

Il direttore di Save the Children, la più nota delle Ong, pare che in commissione abbia dichiarato che «quando girano così tanti soldi, non si può escludere qualche affare sporco». Ecco, forse è il caso di fare un po’ di pulizia.

Perché se ormai le flotte private ci consegnano più profughi di quelli raccolti dalla Guardia costiera c’è qualcuno che ha interesse a farlo. E non è detto che l’interesse sia solo guadagnarsi un posto in paradiso.

La notizia vola in Francia: Un procureur italien accuse certaines ONG de collusion avec les trafiquants de migrants

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Un procuratore italiano ha accusato alcune ONG di collusione con i trafficanti di migranti
Un procuratore italiano si dice in possesso di “prove” che dimostrano che alcune organizzazioni umanitarie che vengono in soccorso dei migranti nel Mediterraneo sono in contatto diretto con i trafficanti di esseri umani con sede in Libia (A Zuara, fuori del controllo del governo di Tripoli).
“Abbiamo le prove che ci sia contatto diretto tra le ONG e trafficanti di esseri umani in Libia”, ha detto il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, al quotidiano italiano La Stampa.
“Non sappiamo ancora se e come useremo queste informazioni come elementi di prova in tribunale, ma siamo abbastanza certi di ciò che abbiamo anticipato: giungono telefonate a alcune Ong dalla Libia; le navi che illuminano la strada con le lampade alle barche di queste organizzazioni; le navi che improvvisamente spengono i loro transponder [apparato di localizzazione] … Questi sono i fatti provati”, ha spiegato.
Il procuratore capo di un team (Catania) che sta indagando ogni aspetto legale e giuridico della crisi migratoria, compresa l’attività di alcune organizzazioni non governative (ONG). L’accusa parte da Catania, Sicilia, dove è stata aperta un’indagine per determinare l’origine del loro finanziamento e gli obiettivi di queste associazioni.
Secondo La Stampa, i pubblici ministeri stanno indagando tra cui alcune ONG di recente costituzione.
In un rapporto dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex) è stata menzionata la possibile collusione tra le reti dei trafficanti di migranti e i vascelli privati ​​che li raccolgono in mare “come i taxi.” Il capo della Frontex, Fabrice Leggeri aveva criticato le ONG a fine di febbraio, ricordando che il 40% delle operazioni di soccorso sono state effettuate dalle navi private e non come partecipazione alle missioni internazionali.
Ovviamente, le organizzazioni non governative che forniscono assistenza ai migranti nel Mediterraneo negano qualsiasi collusione con i trafficanti e denunciato una campagna volta a  screditare il loro lavoro.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in gennaio, 1.073 migranti sono morti o scomparsi nel Mediterraneo centrale mentre tentacano la traversata verso l’Italia. Nel frattempo, circa 36.700 persone sono sbarcate sulle coste italiane dopo essere state raccolte in mare, che , secondo l’ultimo conteggio dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), rappresenta un incremento di quasi il 45% anno su anno.

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