1127.- Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario..Soros

Pubblicato il 20 aprile 2017 in Internazionale/Medio Oriente  
gabrieledelgrande
I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro…

Un free-lance e un magnateLA FIABA DI UN FREE-LANCE IDEALISTA E DI UN MAGNATE FILANTROPO

Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundationdel miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europa, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi. Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link:

“Non aspettano più niente dal mondo”

I civili siriani convivono da due anni con le violenze della guerra. L’Aleppo bombardata e che tenta di sopravvivere nell’intervista al freelance italiano Gabriele Del Grande).
Che rumore ha la guerra ad Aleppo? “Il rumore è quello dei botti e delle mitragliate e degli aerei” che trasportano le bombe che saranno gettate sulla città. “Un altro rumore sono le pallottole sopra la testa, di quando attraversi le strade da una parte all’altra correndo” (ascolta l’audio a lato). E’ la descrizione che ci fa Gabriele Del Grande , classe 1982, giornalista freelance italiano, che abbiamo raggiunto telefonicamente a Gaziantep, in Turchia dove si trova da venerdì.
Nella città, patrimonio dell’UNESCO dal 1996, Del Grande ha viaggiato più volte: fino a ieri si trovava proprio tra le strade di Aleppo, che si è mostrata cambiata. Sei mesi fa, ci racconta, ci si poteva muovere tranquillamente, “ora è tutto diverso, sia gli attivisti, sia le persone legate al regime hanno paura di girare da un quartiere all’altro, hanno paura di essere fermati da miliziani di al Qaida”.
L’organizzazione infatti si è resa responsabile di sequestri arbitrari, omicidi, …”che indeboliscono chi crede ancora nel cambiamento”. Un cambiamento che, secondo i civili incontrati da Del Grande, non avverrà grazie alla diplomazia: “La gente non si aspetta niente dal mondo”, l’esercito libero invece afferma che un intervento americano non è utile, “preferisce ricevere strumenti per far fronte alle forze del regime, senza interventi diretti esterni”.
Il cumino, il profumo della resistenza
In una città, in un paese, in cui le violenze scandiscano ogni ora del giorno, le persone cercano la normalità. Da una parte i giovani si organizzano per diffondere le informazioni “attraverso radio, canali televisivi (vedi Aleppo news o Orient TV), Facebook e Twitter”, dall’altra le persone cercano di continuare a garantire un servizio sociale minimo: “Le scuole accolgo i bambini, gli insegnanti volontari impartiscono le lezioni e i medici si adoperano, in sale operatorie di fortuna, a medicare i feriti delle violenze”.
In questa realtà fatta da contraddizioni, oltre ai rumori delle bombe, ad Aleppo, ci confida Del Grande, c’è un odore che si diffonde nelle strade, tra le vie, è l’odore delle spezie dei mercanti, del cumino, un odore che parla di voglia di normalità e che “rappresenta la resistenza”.
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   Gabriele Del Grande, al centro, con gli attivisti siriani della radio libera Nevroz, davanti a una bandiera dell’insurrezione filo-atlantica

Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato …negativo! Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe… in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra. “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X…

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Un pensiero su “1127.- Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario..Soros

  1. On the Bride’s Side: A Conversation with Filmmaker Gabriele Del Grande
    October 2, 2014 Antonia Zafeiri
    The documentary On the Bride’s Side details the journey from Milan to Stockholm by five undocumented Syrian and Palestinian refugees fleeing the war in Syria. The refugees and their supporters traveled as a fake wedding party complete with a bride in a white gown, hoping to avoid detection and arrest. We spoke with one of the directors, Gabriele Del Grande, about the film.
    How did you come to be involved in making a film about refugees?
    It happened by chance. I live in Milan which has become a gathering point and transit hub for Syrian refugees. They come here straight from the coast and travel on to their final destination elsewhere in Europe. You can tell the refugees because they all have sunburnt noses from their time at sea.

    This was October 2013. I had been in Syria until September, and my friend Khaled [Soliman Al Nassiry] and I wanted to help some of these people. We were in the station and a man overheard us talking in Arabic. He asked us which platform the train for Sweden left from. I told him that unfortunately there was no such train, but we’d be happy to buy him a coffee and talk.

    We quickly became friends with this man, Abdallah. He had survived the terrible shipwreck off the island of Lampedusa, when more than 350 refugees had died. Khaled and I said we had to do something for him, and we talked to Antonio [Angliaro] and came up with the idea of the fake wedding and the film. Antonio is a filmmaker, I am a journalist, and Khaled is a writer and a poet, and we combined our skills to make the movie.

    In the film, Abdallah talks about the refugee ship sinking. It’s such a powerful scene.
    At this point the high seas were not being patrolled and there were two devastating sinkings in the same month. Now with the Mare Nostrum policy, the Italian Navy is picking up refugees far from the Italian coast and bringing them to Sicily or the mainland and not to the island of Lampedusa, which is causing political problems with the xenophobic parties in the north of the country.

    The passage is still extremely dangerous.
    It is. People come to Italy from North Africa, the Horn of Africa—Eritrea and Somalia. Since the war started, half are from Syria. It is very difficult to get a visa to travel to Europe from these regions, so the only way they can escape a war, or look for a better life, is to take to the ocean. And because they have no documents, they have to pay a trafficker to take them to a sympathetic country like Germany or Sweden.

    What is the solution?
    We must allow people to travel. If Europe had a common system of asylum, and refugees were free to move from one country to another, they wouldn’t have to put themselves in the hands of the smugglers.

    We have the experience of the Balkans, and the liberalization of movement from the new member states of the EU. Albanians used to need a visa to come to Italy, and thousands used smugglers to get here. Then the rules were changed. Now we have more than 100,000 people coming here across the sea when we could be issuing visas.

    You believe that Europe has a responsibility to help these people?
    Of course. Syria is a neighbor, and the war has caused seven or eight million people to become refugees or displaced people. Our Interior Ministry says that 11,300 Syrians came to Italy in 2013 by boat, and only 600 applied for asylum. The rest went somewhere else in Europe. This is a tiny percentage, and apparently we cannot supply them even with a minimum of services.

    To me it is very simple. If my neighbor’s home is burning, I open my door. There’s nothing to consider—you let them in and figure out how you can share what you have later. If you shut the door, the neighbor is going to die.

    We have the war in Syria, war in Gaza, war in Libya, the war against the Islamic State. The region is in a perilous state. I’m not just an Italian; the Mediterranean Sea is part of my identity and it has two shores: north and south. It’s my sea, these are my people, and we have to show solidarity.

    I’m not the government, so I don’t make the decisions. But I know a lot of people feel the same way I do. The film proves that—we were supported by the biggest crowdfunding campaign in Italy.

    There’s a strong sense from the film of people coming together to help, notably the bride herself, Tasneem Fared. Tell us about her.
    She describes in the film how she stayed behind in Syria to continue her work as an activist even as her friends were being killed. She has a German passport and could have left at any time. When she finally left, we asked her to be our bride and she accepted.

    She talks about living in Syria in this war. Despite all the death and destruction, there is so much life, she says. I want that to be the message of the film. More than 20,000 people have died on the Mediterranean in the last 20 years. But we are alive, and we have to fight to change what has happened. The Mediterranean should not be the mass graveyard it has been, but a sea of life and of peace.

    The Open Society Foundations have previously supported director Gabriele Del Grande and his blog Fortress Europe. On the Bride’s Side was entirely crowdfunded and premieres in Italy on October 9.

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