1108.- La Russia di Putin e l’Occidente: verso un “catastrofico successo”?

L’informazione libera è uno dei cardini della democrazia, ma anche il livello culturale di una nazione gioca la sua importanza. Leggendo questo editoriale di un mese fa, ci rendiamo conto della falsità delle accuse, spesso infantili, che la politica NEO-CON pone a carico dei suoi avversari, prima politici, poi, economici. Queste accuse false sfociano, usualmente, in sanzioni economiche a danno di un popolo, in organizzazioni di ribelli, invariabilmente definite democratiche, fino all’arrivo delle bombe di qualche alleato e allo sbarco dei marines. Ecco che la conoscenza storica aiuta a comprendere il presente e a vedere nel futuro. Seguendo il filo conduttore dell’editoriale, sappiamo che:

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Sebastopoli è il porto della Crimea. Era ed è la base della Flotta russa del Mar Nero dal 1703 e, dato che i ghiacci bloccano Odessa e San Pietroburgo per una buona parte dell’anno, era ed è, praticamente, il porto russo d’importanza strategica. La Marina russa è nata, appunto, nel 1702-3 con Pietro il Grande e, oggi, si articola: nella Flotta del Nord, di Severomorsk, con le più potenti unità di superficie, con compiti di attacco anfibio e due squadroni di sottomarini nucleari, capaci di navigare in immersione fino al Pacifico; nella Flotta del Pacifico, dotata di sottomarini nucleari, nella Flotta del Baltico di Kaliningrad, BaltijskKronštadt e nella Flotta del Mar Nero di Sebastopoli, senza dimenticare la Flottiglia del Caspio.

Secondo la Convenzione di Montreau del 1936, nel Mar Nero le navi da guerra che non appartengono ai paesi che si affacciano su questo mare possono stazionare non piu’ di 21 giorni all’anno. Ebbene le navi NATO e quindi anche quelle americane sono due anni, cioè dal 2014 anno del golpe in ucraina, che stazionano su questo mare. Altro che provocazione. Meglio sarebbe dire invasione. Vi rimando alla sanguinosa Guerra di Crimea del 1854 e all’assedio di Sebastopoli, per una citazione fatta da Napoleone III: “Semmai decideste di prendere la Crimea, sappiate l’origine dell’iniziativa non è vostra ma mia che già da tempo ho riconosciuto la sua importanza dal punto di vista strategico. La sua conquista è l’unico mezzo per portare un decisivo colpo alla Russia.  Per la cronaca storica, citerò la Guerra di Crimea e i suoi antefatti.

Durante l’assedio di Sebastopoli si svolse a Vienna dal 15 marzo 1855 una conferenza fra Austria, Francia, Gran Bretagna, Russia e Turchia, durante la quale si capì che i russi non avrebbero accettato una limitazione della loro flotta. La Gran Bretagna chiese dunque alla Russia in quale modo intendeva rispettare il 3° dei “Quattro punti”, quello sulla revisione del trattato del 1841 che regolava gli equilibri navali del Mar Nero. Il rappresentante russo decise di scrivere a San Pietroburgo e il 2 aprile la conferenza fu sospesa. Quando riprese, il 17, Francia e Gran Bretagna proposero alla Russia la “neutralizzazione” del Mar Nero: tutte le navi da guerra russe e turche dovevano scomparire. La Russia non accettò.
Venendo incontro alla Russia, il ministro degli Esteri austriaco Buol propose una flotta russa di pari forza rispetto a quella di prima della guerra e la possibilità per le navi francesi e inglesi di entrare nel Mar Nero per bilanciarla. Il 16 aprile, però, Napoleone III era arrivato a Londra dove era stato accolto entusiasticamente e dove si convinse che l’alleanza della Gran Bretagna valeva la pena di una guerra seria. Sulla proposta austriaca, appoggiata anche dal ministro degli Esteri francese Drouyn, Napoleone III dapprima fu esitante poi, sentiti l’ambasciatore inglese Cowley e il ministro della Guerra Vaillant, si rifiutò di presentarla alla Russia. Drouyn si dimise e al suo posto fu nominato Alexandre Walewski (che era per la pace a tutti i costi).
Quando la conferenza di Vienna si riunì di nuovo, il 4 giugno, l’ambasciatore russo Gorčakov rifiutò ogni limitazione della flotta russa e i rappresentanti occidentali ruppero le trattative. L’Austria, ora, avrebbe potuto attaccare la Russia, e invece l’esercito austriaco fu smobilitato il 10 giugno: l’alleanza conservatrice di Francia e Austria era durata meno di 6 mesi

Anche il Regno di Sardegna fu coinvolto da Cavour in quella guerra e l’esercito marciò al comando di Alfonso La Marmora, lasciandovi 2050 morti. In tutto, tra russi, inglesi, francesi e piemontesi si contarono 230.000 morti; ma, dal punto di vista del Potere Marittimo, Sua Maestà Britannica fece salva dai russi la via delle Indie e la sua leadership in Mediterraneo. Dal punto di vista internazionale, Napoleone III aveva affiancato l’Impero britannico e il Regno di Sardegna era uscito dall’isolamento internazionale, evitando un’alleanza fra Austria e Francia. Gli Stretti rimasero ottomani e chiusi al libero transito delle navi da guerra. Se l’origine del conflitto trasse da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi della cristianità in territorio ottomano, tuttavia, l’obbiettivo di Gran Bretagna e Francia fu palesato negli atti della Conferenza di Pace di  Parigi (1856), allorché fu imposto il divieto di mantenimento di flotte militari nel Mar Nero. Questa decisione, ovviamente, penalizzava più lo zar che il sultano. Ricordiamo che, attraverso i Dardanelli, la Flotta del Mar Nero gravita in Mediterraneo e, nel Terremoto di Messina del 1905, le navi russe furono le prime a intervenire in nostro soccorso. Secondo la Convenzione di Montreau del 1936, nel mar Nero le navi da guerra che non appartengono ai paesi che si affacciano su questo mare possono stazionare non piu’ di 21 giorni all’anno. Ebbene le navi NATO e quindi anche quelle americane, sono lì due anni, cioè dal 2014, anno del golpe in ucraina. Altro che provocazione. Meglio sarebbe dire invasione. Insomma, cambiano gli attori e gli eventi, ma siamo sempre intorno ai medesimi temi.

Trump-Putin

‘La Russia di Putin ha lanciato un guanto di sfida verso l’Occidente, e verso l’intero sistema internazionale di cui l’Occidente è paladino’: sembra essere una delle poche affermazioni sulle quali, in un dibattito pubblico sempre più frammentato e lacerato che sconfina spesso nella polarizzazione aperta, è possibile registrare consensi pressoché unanimi. In realtà ci si trova d’accordo sull’affermazione generale, ovvero sulla circostanza che trattare con la Russia di questi tempi è un esercizio a dir poco ‘challenging’. Perché poi, quando si tratta di scendere nei dettagli di cosa questa sfida rappresenti in concreto, differenze e divergenze affiorano inesorabili. Persino nella rappresentazione di coloro che caratterizzano la Russia putiniana con le tinte più fosche, di vera e propria minaccia, i connotati effettivi di questa minaccia sono destinati a cambiare a seconda di interlocutore e circostanze contingenti, e forse della stessa crisi.

In questi ultimo scorcio di decennio, infatti, la Russia è stata accusata di attentare, nell’ordine:

alle fondamenta dell’architettura di sicurezza dell’intero continente euroasiatico: per aver violato il principio d’intangibilità delle frontiere attraverso l’annessione illegittima della Crimea, e per tenere successivamente l’Ucraina sotto scacco mediante la destabilizzazione ‘ibrida’ condotta dalle milizie separatiste nell’est del Paese);

alla tenuta degli accordi internazionali di non–proliferazione: per essere venuta meno, con l’annessione della Crimea, al memorandum di Budapest siglato nel 1994 mediante il quale l’Ucraina aderiva al Trattato di Non Proliferazione, rinunciando ad utilizzare l’arsenale nucleare lasciatole in dote dall’Unione Sovietica ricevendo in cambio l’assicurazione da Mosca, di cui USA e Regno Unito si rendevano garanti, che la Russia avrebbe rispettato l’integrità delle frontiere ucraine, e al tempo stesso rinunciato a sua volta  all’uso (o alla minaccia dell’uso) della forza nei riguardi dell’Ucraina;

alla stabilità ed alla sicurezza dell’Europa stessa, messa a repentaglio dal rischio che manovre destabilizzanti, di tipo ibrido (e quindi rinnegabili fino a quando non siano riuscite a produrre una situazione di fait accompli) analoghe a quelle messe in atto con successo in Crimea, possano essere riprodotte altrove, segnatamente nei Paesi baltici;

alla sicurezza della navigazione aerea, profondamente scossa a seguito del tragico incidente dell’aereo MH17 le cui responsabilità vanno ascritte seppure indirettamente al sostegno offerto da Mosca ai separatisti filorussi presenti nell’Ucraina orientale, i quali porterebbero, secondo le inchieste internazionali più attendibili, la responsabilità principale dell’accaduto;

alla capacità di gestione da parte europea dei flussi migratori, che la Russia avrebbe fomentato la repentina impennata negli spostamenti di rifugiati di provenienza siriana (la cosiddetta ‘weaponization of refugees’: una definizione di per sé oltraggiosa del dramma umano degli individui coinvolti), contribuendo così in maniera determinante ad una delle emergenze che ha messo a dura prova la capacità di tenuta di importanti Paesi europei, e ell’Unione Europea nel suo complesso;

alla stabilità dell’area medio-orientale, in combutta con una atipica multinazionale autocratica (che metterebbe assieme Russia, Iran, Egitto e Turchia), attraverso l’intervento in Siria prima, e poi le crescenti attenzioni rivolte in direzione della Libia;

alla libertà d’informazione, attraverso un’opera sistematica e capillare di disinformazione, di diffusione di notizie false o tendenziose che punta a delegittimare o comunque a svilire i media tradizionali e quello che essi rappresentano nelle democrazie occidentali;

alla sopravvivenza dell’Unione Europea nel suo complesso, attraverso il sostegno diretto e indiretto, morale e finanziario a partiti e movimenti demagogici, euro-scettici o euro-fobici variamente assortiti.

Un crescendo putiniano di tutto rispetto, in cui la capacità manovriera, ai limiti del luciferino, del leader russo si dà la mano con le ossessioni, ai limiti del paranoico (difficile qualificare altrimenti le congetture che vedono la mano di Putin all’origine del passato esodo di massa dai campi profughi della Turchia, oppure le ipotesi che addebitano alla Russia le fibrillazioni medio-orientali che, a dire il vero, gli attori regionali mettono molto del loro a produrre da sé, senza dover ricorrere a stimoli esterni), dei suoi detrattori.

Con il rischio che le isterie di questi ultimi inducano a sottovalutare la serietà della sfida mossa dal primo. Una sfida la cui portata, un po’ come la personalità sfuggente del suo autore, si è trasformata col passare del tempo, al punto da avere registrato da ultimo un preoccupante salto di qualità.

Infatti nelle azioni che avevano portato all’invasione ‘asimmetrica’ prima, e alla  annessione della Crimea poi, con annesso conflitto a fiamma bassa in Ucraina orientale, era possibile cogliere un tratto difensivo, di reazione istintiva e brutale (in linea con le secolari tradizioni del Cremlino) all’asserito tentativo di matrice occidentale di esportare la pratica del regime change alle soglie della Piazza Rossa, che chiamava evidentemente in causa la sopravvivenza del regime russo, e quella fisica del suo attuale titolare. Ma il movente della legittima difesa, per plausibile o meno che sia nel caso dell’Ucraina, non è sufficiente a spiegare le manovre in atto, di interferenza attiva nei processi elettorali delle principali democrazie occidentali, certificate da valutazioni convergenti (caso abbastanza infrequente) delle intelligence occidentali.

A cosa puntano queste manovre russe? A favorire l’ascesa al potere dei populisti (in una specie di versione aggiornata per il Ventunesimo Secolo del manifesto della classe operaia del 1848, a riprova dell’assioma marxiano della storia che ripete in farsa)? A ripagare l’Occidente della stessa moneta, seminatrice di anarchia, che a detta dei russi i neo-cons occidentali erano intenti a propagare su scala regionale e, chissà, planetaria? Ovvero a diffondere una cortina d’imprevedibilità e d’incertezza sul corso futuro non solo delle reazioni russe, ma delle stesse azioni occidentali, per confondere le idee dei propri avversari e in questo modo tenere quanto più possibile distante da sé il confronto strategico tra le democrazie liberali e la riedizione contemporanea del dispotismo orientale?

Gl’interrogativi abbondano; la risposta definitiva non la detiene nessuno; e, probabilmente, nessuno la deterrà mai. Per l’obiettiva difficoltà di decifrare moventi e fini della leadership del Cremlino; e per l’interesse di quest’ultima, oltre che per deformazione professionale da ex-agente del KGB, a tenere le carte coperte, a preferire l’opacità alla trasparenza, l’ambiguità alla chiarezza.

Le reazioni, a volte spropositate, a volte persino isteriche, che caratterizzano il dibattito in corso negli Stati Uniti sui contatti con l’Ambasciatore russo a Washington, che dopo il (ormai ex-) Consigliere per la Sicurezza Nazionale hanno messo in serio imbarazzo l’Attorney General – spingendo un giornale serio e non sospettabile di simpatie putiniane o tantomeno trumpiane come il New Yorker a interrogarsi sui motivi per cui un atto tutto sommato fisiologico come intrattenere contatti con il rappresentante diplomatico di un importante Paese straniero venga considerato alla stregue di alto tradimento – sono figlie di questo clima. Frutto paradossale (e non è dato sapere quanto desiderato) del successo della strategia del Presidente Putin: un ‘catastrophic success’, verrebbe fatto di chiosare, pensando a come di fatto avere rapporti con tutto ciò che sia riconducibile a Mosca viene in queste circostanze percepito come altamente radioattivo. Tenendo presente che un intellettuale europeo brillante e acuto come Ivan Krastev aveva, in tempi non sospetti, etichettato la strategia putiniana come ‘isolazionismo aggressivo’. Verrebbe solo da chiedersi se la reazione occidentale (americana, e non solo) non corra il rischio di sconfinare in quegli stessi eccessi.

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