1092.- Goldman Sachs all’arrembaggio della nave di Trump

Dopo la vittoria di novembre nelle elezioni per la Casa Bianca, le critiche populiste di Trump alla Goldman Sachs sono di colpo cessate e il presidente eletto ha attinto a piene mani tra i dirigenti della banca per vari incarichi di governo.

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Dina Powell (all’estrema destra) durante l’operazione di attacco missilistico contro la Siria. The New York Times, April 7, 2017

Molti negli Usa si riferiscono all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs” in quanto ha imbarcato un numero impressionante di personaggi che, in vario modo, hanno lavorato o collaborato con Goldman Sachs, la più chiacchierata banca d’affari americana.

Dall’esplosione della crisi globale la banca ha scalato molte posizioni nella lista delle banche americane più esposte in derivati finanziari over the counterfino a conquistare la terza posizione con oltre 45,5 trilioni di dollari di valore nozionale.

Rispetto alle prime due, la Citigroup e la JP Morgan Chase, c’è una “piccola” differenza. Essa vanta il peggiore rapporto in assoluto tra il valore dei derivati e gli asset (gli attivi), che sono soltanto 880 miliardi di dollari. Il che significa che per ogni dollaro di asset, la Goldman Sachs ha quasi 52 dollari di derivati, mentre  la Citigroup ne ha 28,5 e la JPMorgan 20. Per cui, se queste due ultime non navigano in mari tranquilli, per la Goldman Sachs il mare rischia di essere sempre in burrasca.

Sono dati significativi quanto preoccupanti tanto che anche l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia di controllo delle banche americane, a fine settembre 2016 ha affermato che il rapporto tra l’esposizione dei crediti e il capitale di base (credit exposure to risk-based capital) era del 433% per Goldman Sachs, rispetto al 216% della JP Morgan e al 68% della Bank of America. 

Sempre secondo il citato rapporto, sei anni dopo l’entrata in vigore dellariforma finanziaria Dodd-Frank, che obbligava le banche a sottoscrivere tutti i contratti derivati attraverso piattaforme regolamentate, la Goldman Sachs mantiene ancora il 76% dei suoi derivati in otc non regolamentati. Si tratta della percentuale più alta tra tutte le banche quotate a Wall Street.

Come è noto l’opacità dei derivati otc ha giocato un ruolo determinante nella crisi finanziaria, in quanto le banche in quel periodo avevano in gran parte sospeso di farsi credito reciprocamente sospettando buchi nascosti. Di conseguenza le stesse hanno cercato di garantirsi contro eventuali crolli accendendo polizze presso le grandi assicurazioni, in particolare con il gigante AIG.

Solo di recente è diventato noto che circa la metà dei 185 miliardi di dollari versati dal governo americano per salvare la citata AIG è andata a beneficio delle grandi banche “too big to fail”.  Infatti la Goldman Sachs ne avrebbe ricevuti ben 12,9 miliardi.

Crediamo non debba sorprendere il fatto che la Goldman Sachs sia sempre stata al centro delle grandi indagini per far emergere i responsabili della crisi globale, né tanto meno il conoscere che la banca sia stata in prima fila nel tentativo di bloccare tutte le riforme del sistema bancario e finanziario americano.

E’ sorprendente, invece, che il presidente Trump continui a reclutare molti dei suoi uomini tra gli ex leader della Goldman Sachs. Da ultimo il suo team economico si è “arricchito” con l’arrivo di Dina Powell, presidente della Fondazione della Goldman Sachs.

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Gary Cohn, presidente e COO, Goldman Sachs; James Dimon, Chairman, Presidente e CEO di JP Morgan; Mary Callahan Erdoes, CEO di JP Morgan Asset Management; e Dina Habib Powell, gennaio 2013. Dalla Goldman – e quindi con quel suo specifico “marker” finanziario – provengono il neo-ministro del tesoro Steven Mnuchin, che vi ha lavorato per 17 anni, dal 1985 al 2002; Gary Cohn, che è stato dal 2006 il numero due della Goldman dopo Lloyd Blankfein e che ora guida il gruppo di consiglieri economici della Casa Bianca.

Ma la nomina più provocatoria indubbiamente è quella di Jay Clayton a capo della Security Exchange Commission (SEC), l’agenzia governativa preposta al controllo della borsa valori, l’equivalente della nostra Consob. Clayton è un importante avvocato che ha lavorato per la Goldman Sachs, cosa che la di lui moglie fa ancora.

Clayton, Jay
Sullivan & Cromwell
Jay Clayton, avvocato di Wall Street che ha avuto tra i propri clienti Goldman Sachs e Barclays Capital, il presidente della Securities and Exchange Commission. L’avvocato dei big è ora lo sceriffo dei suoi ex clienti.
Nel 2010, quando era ancora a capo dell’Eni, Paolo Scaroni dovette fare i conti con le accuse mosse dal ministero della giustizia degli Stati Uniti di aver violato la Fcpa (Foreign corrupt practuices act), la legge che proibisce alle aziende americane, come a quelle straniere che operano negli Stati Uniti o sono quotate a Wall Street, di versare tangenti in giro per il mondo, prevedendo pene severissime per i colpevoli. Nel caso specifico, gli “sceriffi” di Washington imputavano alla Snamprogetti, ora confluita nella Saipem, anch’essa del gruppo Eni, di aver versato insieme alla Halliburton e ad altri soci, 182 milioni di dollari di bustarelle per una commessa miliardaria nel gas naturale nigeriano. Per uscire dalle sabbie mobili e contenere la multa, Scaroni si rivolse a un avvocato dello studio Sullivan & Cromwell che, pur essendo poco noto al grande pubblico, era considerato a Wall Street il numero uno per problemi del genere: Walter Clayton, detto Jay. Sempre da lui l’Eni si fece aiutare per altre accuse di corruzione in Libia e Algeria. E ora proprio Clayton, l’avvocato dell’Eni ma anche della Goldman Sachs e di molti nomi blasonati di Wall Street, è diventato presidente della Sec (Securities and exchange commission), l’equivalente americano della Consob. “Jay è un grande esperto di leggi e regolamenti finanziari”, ha detto di lui Donald Trump, formalizzando la nomina alla Sec e precisando i contenuti della sua “mission”. “Sarà suo compito – aveva aggiunto il presidente eletto – assicurare che le società finanziarie crescano e creino posti di lavoro nel rispetto delle norme. Dobbiamo eliminare una massa eccessiva di regolamenti che oggi ostacolano gli investimenti nelle aziende americane e al tempo stesso dobbiamo rivedere i controlli cui è sottoposto il settore finanziario in modo che non danneggino i lavoratori”. L’obiettivo di Trump è chiaro: Clayton deve far cambiare direzione alla Sec, procedendo a una deregulation e rispettando le promesse fatte dal tycoon newyorkese durante la campagna elettorale. Cioè smantellare quelle norme che furono introdotte dopo la tempesta finanziaria del 2007-08 per evitare il ripetersi di eccessi e tracolli; facilitare le operazioni di raccolta di capitali da parte delle aziende americane; addolcire le regole sui controlli di bilancio; attenuare le pene per i trasgressori; introdurre deterrenti per i cosiddetti whisteblower (letteralmente “soffiatori di fischietto”), cioè per i dipendenti che denunciano le malefatte delle aziende in cui lavorano. In sostanza, Clayton rappresenterà una inversione di rotta rispetto alla gestione di Mary Jo White, l’ex-procuratore generale di Manhattan (come lo era stato Rudy Giuliani) scelta da Barack Obama nel 2013 per guidare la Sec. Sia pure contestata da sinistra, in particolare dal senatore democratico Elizabeth Warren, negli ultimi quattro anni la White ha sempre dato la priorità alla protezione dei risparmiatori da abusi e operazioni illecite sui mercati. Con Clayton, le scelte saranno diverse, a cominciare dai minori controlli specie sulle attività di raccolta di capitali sui mercati finanziaria: con il vantaggio di rispondere alle richieste delle aziende, ma il rischio – sostiene il senatore democratico Sherrod Brown – di diminuire le tutele per gli investitori “a tutto vantaggio di grandi banche e hedge funds”. Di sicuro Jay Clayton è stato la scelta giusta per imporre la contro-riforma trumpiana ai mercati finanziari.
 Si tratta della stessa SEC che ha multato più volte Goldman Sachs per operazioni illegali di vario tipo: nel 2010 una multa di 550 milioni di dollari per operazioni fraudolente con titoli tossici immobiliari subprime e un’altra di 11 milioni  nel 2012 perché alcuni suoi analisti avevano segretamente favorito dei clienti ben selezionati.

Anche la Federal Reserve nell’agosto 2016  le ha inflitto una sanzione di 36,3 milioni di dollari per aver usato informazioni confidenziali risultanti da operazioni di controllo fatte dalla stessa Fed. Per non dire della condanna a pagare 120 milioni per manipolazioni fatte sui tassi di interesse comminata nel dicembre dell’anno scorso dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia che ha il compito di controllare le borse delle merci e delle relative operazioni in derivati finanziari.

Non è un caso, quindi, che nelle settimane passate alcuni senatori americani abbiano chiesto alla Goldman Sachs di  rendere pubbliche le sue attività di lobby contro la legge di riforma Dodd-Frank e di conoscere l’ammontare dei profitti risultanti dalla sua cancellazione. Si ricordi che tra i primi provvedimenti del presidente Trump c’è stata l’abrogazione della citata legge.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Evidentemente, purtroppo, il presidente americano ha dimenticato quando da lui stesso detto qualche settimana fa: “Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i compensi governativi, mentre la gente ne ha sostenuto le spese. Washington ha prosperato, tuttavia il popolo non ha condiviso la sua ricchezza”. E’ il classico esempio di quanta distanza a volte c’è tra il dire e il fare.

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