1088.- QUANDO MATTEOTTI RIFIUTAVA I PROFUGHI. MA ERANO ITALIANI

La storia di ieri con gli occhi di oggi: Un episodio di Matteotti che conferma, se ce ne fosse stato bisogno, del fallimento del Partito Socialista, dopo lo stesso passaggio di Benito Mussolini a tesi nazionaliste, forse al soldo di inglesi e francesi, e poi fasciste.
Cos’ha in comune chi, oggi, di sinistra, accoglie i migranti con chi, ieri, rifiutava i profughi (ma erano italiani)?

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Era il 15 maggio 1916 quando l’esercito austriaco, guidato dal generale Conrad von Hötzendorf, dette il via alla più ampia manovra offensiva della Grande guerra, conosciuta come Battaglia degli Altipiani. Le manovre militari interessarono Asiago e gran parte dell’Alta vicentina e, in poco più di un mese,cioè fino al 27 giugno, quando cioè l’esercito italiano con delle imponenti manovre militari respinse l’avanzata austriaca fin nel Tirolo, rimasero sul campo complessivamente più di 230 mila uomini di ambo gli schieramenti. In questo contesto si verificarono episodi di autentico eroismo come le battaglie sul monte Pasubio, dove ad esempio venne catturato Cesare Battisti per poi essere trasferito a Trento ed impiccato nel Castello del Buonconsiglio.

In due anni esatti di guerra questo fu il primo momento in cui la popolazione civile italiana si sentì realmente minacciata dall’avanzata austriaca. Molte migliaia di cittadini vicentini perciò si trovarono per strada, con le abitazioni lesionate od evacuati a causa delle manovre militari. Il 5 giugno 1916 si riunì il Consiglio provinciale di Rovigo, all’ordine del giorno la redazione di un documento ufficiale di solidarietà alla vicina città assediata e la congiunta approvazione di un programma di accoglienza degli sfollati vicentini. Tra gli scranni dell’aula sedeva un trentenne Giacomo Matteotti che accalorò l’aula con una veemente oratoria tanto da far sospendere la seduta per rissa, di essere contestualmente prelevato dalla forza pubblica e giudicato in un procedimento giudiziario. L’episodio è abbastanza famoso e circondato da una luminosa aurea di eroismo quasi a predirne la prematura scomparsa da martire antifascista. Della vicenda si parla spesso di “intervento pacifista e anti-militarista”, rimanendo però sul vago riguardo ai reali contenuti adoperati dal futuro deputato socialista. Raramente nelle fonti si trovano parole come “A noi non importa che il nemico sia alle porte, siamo dei senza patria”, che realmente pronunciò in quell’occasione, aggiungendo, rivolto ai consiglieri dei partiti avversari: “Siete degli assassini, dei barbari in confronto agli austriaci” (G. ROMANATO 2011, p. 214).

Gli strascichi della vicenda giudiziaria si protrassero a lungo: il Presidente dell’aula chiede che le parole di Matteotti non vengano messe a verbale perché inqualificabili, il prefetto, che era presente in aula, esorta l’arresto del consigliere, liberato poi per l’intervento del procuratore del Re. Comunque denunciato per le sue esclamazioni, processato per il reato di grida e manifestazione sediziosa e condannato dal pretore di Rovigo, la condanna venne confermata in Appello nel 1917, finché la Cassazione non ne annullò il dispositivo senza rinvio con la motivazione dell’insindacabilità dei discorsi dei consiglieri provinciali nell’esercizio delle funzioni (M. DEGL’INNOCENTI 2014, p. 5). Sempre nel 1916 venne richiamato alle armi, assegnato ad un reggimento di artiglieria da campagna di stanza a Verona, ma invece di combattere al fronte, ritenuto «un pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali» (Roma, Arch. centr. dello Stato, Casellario politico centrale, b. 3157, f. Matteotti Giacomo) viene mandato in una periferica caserma semiabbandonata di Campo Inglese, nella Sicilia orientale, da dove riceverà il congedo solo nel 1919. Gli oppositori politici non esitarono a chiamarlo con epiteti come “imboscato” o “austricante” per via del discorso che tenne a Rovigo, ma anche per i legami familiari che spesso lo portarono a fraternizzare con le sorti austriache anziché italiane.

La famiglia paterna di Matteotti era infatti originaria della valle di Pejo, all’epoca territorio austriaco, arrivata a Fratta Polesine negli anni ’50 dell’Ottocento e li rapidamente arricchitasi a seguito dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, mettendo le mani su vaste proprietà ecclesiastiche espropriate con le leggi del 1866 e del 1867 ed acquistando i terreni che i piccoli coltivatori cedevano al momento della loro partenza sulle vie dell’emigrazione. Finirono così per essere proprietari di circa 156 ettari di terreni sparsi per tutto il Polesine. Ma le dicerie di cui erano oggetto alludevano anche a qualcosa d’altro: i Matteotti – si ripeteva – dovevano la loro consistente ricchezza (nel 1919 si parlava di due milioni in beni immobili, equivalenti a cinque miliardi e duecento milioni di vecchie lire) al prestito a usura, esercitato su larga scala e per molti decenni. Nei documenti dell’archivio notarile di Rovigo, Romanato ha trovato conferma del côté legale di quell’attività: per quello illegale, registra le ripetute accuse che avversari di ogni parte politica rivolsero a Giacomo, rinfacciandogli la ricchezza malamente accumulata dai suoi. In effetti un suo criptotriplicismo si coglie in alcuni passaggi di una lettera del settembre 1914 a Velia Titta, futura moglie e sorella del baritono Titta Ruffo, in cui considerava legittimo da parte del PSI il ricorso all’insurrezione «se si volesse domani con assai poca lealtà lanciarci in una guerra contro l’Austria» (Lettere a Velia, pp. 68 s.). Due sorelle della moglie, Fosca e Settima, avevano sposato due fratelli di nazionalità boema, Emerich e Guglielmo Steiner.

In Italia viveva inoltre un terzo Steiner, Max, il quale, allo scoppio della guerra, era stato internato in Sardegna. Infine, gli Steiner avevano altri due fratelli, ufficiali dell’esercito austro-ungarico, che stavano combattendo sul fronte italiano (M. CANALI 2008). Curioso è notare il carattere non solo neutralista ed antimilitarista della sinistra italiana, a prescindere dalla corrente riformista o massimalista, ma talvolta anche esternando posizioni violentemente antinazionali. Ma questa è una prerogativa solo italiana. Basti pensare all’esperienza di Cesare Battisti: nel momento preciso in cui Matteotti parteggiava palesemente a Rovigo contro l’Italia e quindi implicitamente per l’Austria, Battisti, anch’egli socialista, deputato al Reichsrat, il Parlamento di Vienna, era già partito volontario sul fronte italiano da due anni, veniva catturato sul Pasubio e impiccato come alto traditore dagli austriaci. Ovviamente Battisti, irredentista, si attivò per l’intervento a favore dell’Italia, ma l’intera sinistra austriaca, socialista e social-democratica, fatta eccezione per i soli A. Schnitzler e K. Kraus, si schierò compattamente per l’intervento (V. CALI’). Anche i partiti socialisti francese e tedesco votarono i crediti di guerra, appoggiando i propri governi nello sforzo bellico, ma ovviamente sostenendo la tesi leninista di trasformare la guerra in rivoluzione. Forte era infatti il richiamo nella Russia sovietica del 1917 della parola d’ordine circa “la difesa della Patria”. Fu proprio questo concetto che indusse i bolscevichi a rompere l’unità del Partito Operaio, egemone nel consiglio dei commissari del popolo dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ma messo in crisi dalla parte bolscevica dopo la ratificazione della pace di Brest-Litovsk che portava la Russia fuori dal Primo conflitto mondiale.

La peculiarità italiana nello schierarsi contro la propria Nazione era già stata notata ed analizzata da uno dei massimi esponenti del sindacalismo rivoluzionario: Filippo Corridoni. Egli scrisse in Avanguardia, il foglio del sindacalismo rivoluzionario ed interventista, già nel settembre 1914, riferendosi al presunto “tradimento” della sinistra austriaca, come veniva definita dal socialismo italiano «I fatti ci hanno dato la più solenne smentita, e noi se non siamo dei caparbi, della gente che vuole avere ragione ad ogni costo, siamo in dovere di riconoscere che non vedemmo giusto, e siamo in obbligo quindi di riprendere in esame tutti i nostri piani di guerra per conformarli alle esigenze della mutata situazione». Ancora più esplicito fu in occasione di un comizio dello stesso periodo «I proletari di Germania hanno dichiarato di essere prima tedeschi e, poi, socialisti. Ecco un fatto nuovo che noi ignoravamo e che abbiamo avuto il torto di non intuire».

Riguardo la sorte del Partito Socialista, in ogni occasione schierato contro la Nazione, il 16 maggio 1915 durante un comizio sulle scalinate del Duomo di Milano, Corridoni afferma «Lasciatemi esprimere tutto il mio profondo cordoglio per la bancarotta di un partito che è ormai cadavere. Alludo al Socialista. Un altro cadavere è la Camera del Lavoro. Una delibera si impone per l’igiene pubblica. Il partito socialista e la Camera di Lavoro hanno firmato oggi il loro decesso: non risorgeranno più».

Alessandro Pallini

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