1063.- Integrazione europea: dopo Roma c’è chi dice: possiamo tornare ottimisti

AVER TRASFORMATO UN’ITALIA RICCA IN UN PAESE DI POVERI È UN CRIMINE.
Un disastro: 4,6 milioni di italiani sono sotto la soglia della povertà e 17,5 milioni a rischio.

Marco Da Prato: “Se c’è una cosa che i governi non possono ammettere è che sotto la loro guida il paese si sta impoverendo. È la prova provata del loro fallimento. Ragion per cui non lo dichiareranno mai, i media ne parleranno sempre troppo poco e noi capiremo solo se saremo contagiati dalla malattia della miseria. Presto sarà epidemia. Un imprenditore fallito rischia il carcere per bancarotta, ai governanti che falliscono e rovinano l’Italia sono assicurati incarichi e pensioni. Gli italiani non sono più sudditi, ma schiavi.”

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Colgo l’occasione della lettura di un editoriale di Sergio Romano, ambasciatore e studioso a me ben noto, per commentare le opinioni su questa Unione europea diverse dalla mia.

Sergio Romano scrive: mai come oggi le prospettive di un’Europa più federale sono state tanto favorevoli. Ma la Commissione deve fare di più per affrontare la frattura crescente tra Europa settentrionale e meridionale. E mi dice niente? La frattura non è stata certo casuale. E, poi, la Commissione chi è?

 

I trattati di Roma CEE e EURATOM furono l’inizio di un sogno, soprattutto dei giovani, fino agli anni 1990 (1992 trattato di Maastricht). Peccato che a Roma siano andati a celebrarlo proprio coloro che hanno distrutto quel sogno, trasformandolo in uno dei più grandi imbrogli che mai siano stati fatti a una comunità di persone con elevato livello di istruzione.

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Dissento dalla dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “La nostra Unione costituisce una garanzia per la democrazia e la solidarietà. Ho vissuto dietro la Cortina di Ferro dove era vietato anche sognare questi valori”. Mi dispiace che Lei, Tusk, abbia patito dietro la cortina di ferro, ma parlare di democrazia e solidarietà nell’Unione e dalla carica che riveste, fa venir meno le segrete speranze di chi, come me, è convinto europeista, ma non di un’Europa così: Democrazia? Il potere legislativo e la politica economica non esprimono la volontà dei cittadini europei. Solidarietà? La Grecia è stata letteralmente divorata, il popolo greco è stato affamato e la Grecia e l’Italia devono subire l’invasione dei migranti economici, alla quale, con la missione farlocca EUNAVFOR partecipano le marine europee e verso la quale gli altri stati membri chiudono le frontiere. Senza contare il voto di pochi giorni fa di ben sei stati: Germania, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Regno Unito, per abbassare al 90% il finanziamento al 100% con fondi Ue della ricostruzione post terremoto.

Terremoto: reportage da Tolentino

Terremoto: Germania e altri 5 votato ribasso finanziamento Ue

Condivido, invece, il preoccupato commento di Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo. “Chiunque abbia vissuto la privazione della libertà sa che la nostra Unione è una conquista preziosa che non va data per scontata”, dice, ma parla anche di “crescente disaffezione” e aggiunge: “Servono cambiamenti profondi per dare risposte a chi non trova lavoro o a chi si sente minacciato dal terrorismo. Serve un’Europa concreta, dei fatti“.

Da L’inkiesta:

Il Vertice di Roma e le prospettive dell’Unione

Qual è il modello di società che vogliamo per l’Unione Europea? A chiederselo è il ministro degli Esteri della Repubblica Ceca Lubomír Zaorálek, su Social Europe. Secondo Zaorálek è necessario che, dopo tanti discorsi su “più Europa o meno Europa”, l’Unione si concentri sulla definizione di un pilastro sociale che controbilanci gli effetti del Mercato Unico, sulla creazione di pari opportunità nell’epoca della rivoluzione digitale e – last but not least – sulla protezione da minacce interne ed esterne alla sicurezza dei cittadini. È di fondamentale importanza che la sostanza politica venga prima delle logiche dei processi istituzionali.

Secondo Mario Monti (intervistato da Handelsblatt) la Commissione deve fare di più per tenere insieme l’Unione, in particolare per affrontare la frattura crescente tra Europa settentrionale e meridionale, tenendo in dovuto conto le differenze culturali tra le due aree.

Sergio Romano (ISPIonline) sostiene che dopo il Vertice di Roma le prospettive per l’Unione sembrano tutto sommato discrete, ed elenca diversi motivi per cui essere ottimisti sul progetto di integrazione europea. Innanzitutto, i nemici dell’Ue sono chiaramente identificati; in secondo luogo, l’uscita del Regno Unito comporta una minore resistenza ai futuri sforzi di integrazione; inoltre, l’isolazionismo degli Stati Uniti amplifica la necessità di un’Unione europea più autonoma nel settore della sicurezza e della difesa; infine, i movimenti populisti non sembrano rappresentare una concreta alternativa ai partiti tradizionali. Pertanto, conclude Romano, mai come oggi le prospettive di un’Europa più federale sono state tanto favorevoli.

Commento: A pensar male… la stessa posizione assunta apertamente dalla Regina Elisabetta a favore del BREXIT  mi ha rafforzato nel dubbio che l’uscita del Regno Unito sia stata voluta perché la patria di Wall Street doveva essere salvata dalla macelleria sociale che si prospetta per i popoli europei e perché, appunto, la sua uscita comporta una minore resistenza ai futuri sforzi di integrazione.

Sergio Romano: «Mai come oggi le prospettive di un’Europa più federale sono state tanto favorevoli»

Di segno opposto il commento di Eszter Zalan (EUobserver) che definisce il vertice del Sessantenario “poco più che una dimostrazione di unità”. L’autore richiama una serie di episodi che segnalano l’indebolimento dell’Unione, a partire dal Vertice di Bratislava dello scorso autunno, quando l’allora Primo ministro Matteo Renzi si è rifiutato di tenere una conferenza stampa congiunta con Angela Merkel e Francois Hollande. Secondo Zalan, nonostante il risultato positivo delle elezioni olandesi e lo sviluppo del dibattito sul Libro bianco della Commissione sul futuro dell’Europa, lo snodo più importante dell’anno saranno le elezioni presidenziali francesi.

Commento: Enfatizzare il risultato positivo delle elezioni olandesi è una lettura accomodata di quel risultato elettorale, che ha visto un’affluenza da record, vicina all’82%, la discesa del partito pro Ue e la forte crescita del partito cosiddetto populista, favorevole all’uscita dell’Olanda dalla Ue. A meno che la democrazia non venga distorta attribuendo ai risultati elettorali, il potere di incoronare vincitori e vinti: gli uni, d’alloro e gli altri, di spine, la parte pro Ue, vincitrice (quella liberale, vincitrice, passata dal 26,5 al 21,3%, che ha preso 33 seggi su 150, perdendone 9 e con i laburisti che ne hanno persi 20),  dovrà confrontarsi con l’altra parte: i cosiddetti populisti dell’estrema destra di Wilders, anti Ue (balzati dal 13,1 al 16,1%, secondi, perciò e perdenti, che ne hanno presi 20, guadagnandone 5), perché la democrazia è fatta di dialogo e tutti i cittadini hanno pari dignità politica in base al principio di eguaglianza. Purtroppo, la parte soccombente non viene considerata dal vincitore Mark Rutte, come non avesse più diritto di parola. Così non deve essere. In democrazia non possono esserci vinti e vincitori e la rappresentanza della parte soccombente, come anche di tutte le minoranze, deve avere pari considerazione e diritto di parola della parte che ha conquistato il miglior risultato elettorale. Senza contare il ristretto margine di vantaggio dei liberali di Mark Rutte, che salutano i risultati delle urne con molti problemi per la formazione del Governo. Quindi, enfatizzare il risultato positivo delle elezioni olandesi, per fondarvi le prospettive favorevoli di un’Europa federale, è irrealistico e antidemocratico. Più condivisibile l’opinione di Ester Zalan che rimanda il suo apprezzamento all’appuntamento più importante dell’anno: le elezioni presidenziali francesi.

Secondo l’editoriale di IndyVoices pubblicato dall’Independent, nonostante la Brexit il Vertice di Roma ha ricordato a tutti che in Europa le forze di unione sono più forti rispetto a quelle centrifughe. Rivolgendosi a quanti sabato scorso hanno preso parte alle manifestazioni pro-UE a Londra, gli autori chiedono agli Europeisti britannici di prepararsi alle lotte politiche che dovranno affrontare nei prossimi anni nel Regno Unito. L’articolo si conclude con una nota positiva, ovvero con la speranza di vedere un Primo ministro britannico unirsi agli altri Capi di Stato e di governo dell’Unione in occasione del centenario dei Trattati di Roma, nel 2057.

Su Bruegel un’analisi condotta da Uuriintuya Batsaikhan e Zsolt Darvas mostra che – dopo anni di diffidenza nei confronti delle istituzioni sovranazionali – i Paesi dell’Europa meridionale sembrano riguadagnare fiducia verso l’Unione europea. Fa eccezione la Francia, che mostra invece un calo progressivo. Gli autori mettono in evidenza un altro risultato interessante, ovvero la crescita della popolarità dell’euro in Germania. Più in generale, emergono nette differenze nella percezione dell’Europa tra vecchi e nuovi Stati membri dell’UE.

Dopo anni di diffidenza nei confronti delle istituzioni sovranazionali, i Paesi dell’Europa meridionale sembrano riguadagnare fiducia verso l’Unione europea. Fa eccezione la Francia.

e faccio eccezione anch’io.

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