1052.- La rivitalizzazione dell’opposizione siriana attraverso l’invasione e lo schieramento delle truppe USA e l’arma del terrorismo come lotta al regime

 

Syria

“C’erano” una volta dei dittatori che opprimevano i loro popoli e c’è ancora un popolo salvatore della democrazia che, per un po’ di petrolio, li manda in Paradiso. Quanto ridicola è questa ipocrisia, ormai e perché non si dice “pane al pane e vino al vino”?

Il governo americano ha confermato l’invio in Siria a Manbij, a 140 chilometri a nord-ovest di Raqqa, di centinaia di marines e di una unità di artiglieria per partecipare alle operazioni militari anti-ISIS contro la capitale dello Stato Islamico. Il loro compito sarà principalmente quello di aiutare le “forze locali siriane” anti-governative nell’offensiva per la riconquista di Raqqa. Il generale americano responsabile della campagna militare contro lo Stato Islamico, Stephen Townsend, ha detto che un numero limitato di forze convenzionali era già presente in Siria, con compiti di appoggio alle Operazioni speciali impiegate anch’esse contro lo Stato Islamico. La missione sarà simile a quella che è stata avviata un anno fa a Mosul, in Iraq e non è stata coordinata, né, tanto meno, autorizzata da Assad. I  marines di Townsend avranno funzioni di controllo dei territori siriani liberati dallo Stato Islamico: sono stati incaricati di proteggere i loro alleati arabi e curdi – quelli che fanno parte delle “Forze democratiche siriane” (grande definizione!) – da eventuali attacchi della Turchia (la situazione è molto complicata, perché anche la Turchia è alleata degli Stati Uniti, oltre a essere un membro della NATO: la rivalità tra curdi e turchi è uno dei problemi non ancora risolti della strategia americana in Siria). È la prima volta che i militari americani vengono impiegati espressamente per sedare le rivalità locali che hanno fomentato in Siria. Come ha scritto Liz Sly sul Washington Post, la missione a Manbij è il primo passo per un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti nei problemi che sono nati e nasceranno nella gestione dei territori liberati dallo Stato Islamico. Per il momento la nuova amministrazione americana sembra avere intenzione di dare continuità alla strategia adottata da Obama in Siria, anche se con qualche differenza. Sul legittimo governo siriano neppure un cenno. Ma non c’è già stato un’altro che “liberava” le nazioni dai loro legittimi governi?

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Assistiamo al tentativo USA di ridare le carte dopo la sconfitta subita per mano russa, ritagliandosi, comunque, una presenza nel territorio siriano, sia con lo schieramento delle proprie truppe, entrate illegalmente in Siria sia con una strategia capace di restituire prestigio ai cosiddetti ribelli dell’HTS. Gli attacchi suicidi di questi ultimi a Damasco, a mezzo di  autobombe, sono solo l’inizio. Si profila, perciò, un altro bagno di sangue per i cittadini innocenti di Damasco. Due anni fa, Zahran Alloush, leader del gruppo ribelle siriano noto come “Esercito dell’Islam”, aveva dichiarato: “Dato che la capitale è piena di caserme, centri dell’intelligence, impianti di artiglieria e missilistici […] dichiariamo la città di Damasco come zona militare e arena per le operazioni [militari]”. La giustificazione addotta dagli americani, che accompagna le loro imprese, ormai dal 2011, è sempre la lotta ai “loro” terroristi. Il silenzio ipocrita e subalterno dell’Unione europea, che accompagna questa prosecuzione del bagno di sangue siriano, testimonia il ridicolo delle celebrazioni di ieri del suo sessantennale.

Da Arabpress, Mona Alami, ricercatrice e giornalista franco-libanese, ci propone le sue riflessioni.

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Nella cornice del fallimento dei colloqui di Astana e Ginevra, il conflitto siriano sembra avviarsi verso una nuova fase di violenza e di morte, segnata da un numero crescente di attacchi terroristici nelle aree controllate dal regime.

Iniziati lo scorso gennaio con un attentato suicida nel quartiere damasceno di Kafr Sousa, gli attacchi sono continuati a febbraio quando, proprio durante la seconda giornata dei colloqui di Ginevra, sono state colpite le basi militari nella parte occidentale di Homs, provocando 32 vittime, tra le quali il generale Hassan Daabul, capo dell’intelligence militare siriana e stretto alleato di Assad. A marzo, un duplice attacco ha ucciso 74 persone, tra cui 43 pellegrini sciiti, a Damasco, nell’area di Bab Saghir, sede di numerosi santuari sciiti, tra cui il mausoleo Sayyida Zeinab, una delle mete di pellegrinaggio sciita più visitate in Siria, mentre un’esplosione nel palazzo di giustizia di Damasco ha provocato 31 vittime. Lunedì 20 marzo, infine, una grande esplosione è stata seguita da un’incursione dei ribelli nella zona est di Damasco, due giorni prima di un altro ciclo di colloqui fissati in Svizzera. Gli attacchi sono stati quasi tutti rivendicati da Hayat Tahrir al-Sham una coalizione di forze guidata da ex membri salafiti di Ahrar al-Sham e da Jabhat Fateh al-Sham, ex affiliato di Al-Qaeda.

L’attacco ai pullman dei pellegrini sciiti, che domenica 12 marzo erano arrivati a Damasco per visitare i mausolei sciiti del cimitero di Bab al Saghir, ha causato 74 morti. L’attacco  è stato rivendicato da Jabhat Fatah al Sham, prima conosciuto come la divisione siriana di al Qaida. Jabhat Fatah al Sham ha già compiuto attacchi di questo genere in passato: a fine febbraio aveva attaccato la sede delle forze di sicurezza siriane a Homs causando almeno 20 morti.
SYRIA-CONFLICT-BLASTL’interno del Palazzo di giustizia dopo l’esplosione, a Damasco (LOUAI BESHARA/AFP/Getty Images). Mercoledì 15 marzo, a Damasco, la capitale della Siria, ci sono stati due attentati suicidi che hanno ucciso almeno 31 persone e ne hanno ferite altre decine. Il primo attacco è stato compiuto nel Palazzo di giustizia di Damasco, vicino alla città vecchia, mentre il secondo in un ristorante del quartiere al Rabweh, più a ovest.

Questi attacchi sottolineano due importanti tendenze: in primo luogo, data la poca attrattiva di altre opzioni negoziali o militari, i gruppi di ribelli guidati da Hayat Tahrir al-Sham potrebbero scegliere l’arma del terrorismo come corsia d’azione preferenziale alle sconfitte militari. Secondo l’esperta di terrorismo Martha Crenshaw, il terrorismo come strumento politico è generalmente abbandonato in tre casi: quando raggiunge il suo scopo, quando diminuisce la sua utilità o quando sono disponibili nuove alternative. Nessuno di questi casi si applica alla realtà attuale della Siria, dove il fallimento del dialogo si traduce in nuove violenze. Il terrorismo è visto, quindi, come uno strumento efficace nelle mani di un’opposizione indebolita e divisa, in lotta contro un regime abbastanza forte da vincere sui principali teatri militari, ma troppo debole per imporre qualsiasi tipo di pace duratura.

La seconda tendenza è il dominio del terrore da parte di Hayat Tahrir al-Sham che, a differenza di Ahrar al-Sham, Jeish al-Islam e dell’Esercito Siriano Libero, sotto forte pressione da parte delle forze regionali e internazionali per negoziare con il regime, ha un margine di manovra più ampio e insiste sul fatto che le uniche modalità di opposizione sono il terrore e la guerra. Il discorso di Hayat Tahrir al-Sham è sostenuto dai recenti eventi in Siria, dove sono in corso attacchi aerei che colpiscono aree abitate, nonostante un debole cessate il fuoco. La sua politica di colpire il regime proprio a Damasco ha accresciuto la sua popolarità e credibilità, ridefinendo le priorità dell’opposizione contro il regime. In tale contesto, gli attacchi terroristici contro le istituzioni militari e i luoghi sacri sciiti, saranno probabilmente l’arma prediletta.

 

Di Mona Alami, ricercatrice e giornalista franco-libanese.. Middle East Eye (21/03/2017). Traduzione e sintesi di Laura Formigari.

 

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