1046.- IL TRAFFICO DI ESSERI UMANI, l’accusa dell’ammiraglio Credendino: “Così le Ong attraggono i soccorsi”

Migranti

un gommone usa e getta
ONLY EDITORIAL
Uno sbarco di migranti al porto di Pozzallo.  I migranti erano a bordo di una nave di Medici Senza Frontiere, che li aveva soccorsi da un gommone partito dalla Libia e in mare già da due giorni. A bordo del barcone c’erano 140 persone provenienti dai paesi dell’Africa sub sahariana, tutte soccorse da Medici Senza Frontiere. Sono stati messi su un pullman diretto allo hotspot di Pozzallo, uno dei quattro centri di accoglienza di questo genere attivi in Italia.

I sospetti che diverse Ong attive nel mar Mediterraneo si siano sostituite quasi del tutto agli scafisti trafficanti di esseri umani è sempre più una certezza. Poche settimane fa l’agenzia europa Frontex aveva denunciato con un rapporto dettagliato la pratica sempre più diffusa di imbarcare gli immigrati con le navi umanitarie a poche miglia dalle coste libiche. L’ennesima conferma arriva dalle pagine del Corriere della sera con un’intervista all’ammiraglio Enrico Credendino, comandante dell’operazione Sophia per i respingimenti in mare e da due anni a capo dell’operazione Ue Navfor Med. Secondo Credendino: “Nonostante abbiamo salvato 34 mila persone, abbiamo fatto solo l’11,8% dei soccorsi. Ci sono ong – ha detto l’ammiraglio – che fanno quasi il 40% e attraggono molto più”.

eunavfor-med-operation-commander---amm-div-enrico-credendino_2090127       L’ammiraglio di divisione Enrico Credendino

Quando l’ammiraglio Credendino usa la parola “attirare” non lo fa a caso, ma riferendosi a un metodo ben collaudato messo in atto dalle Ong, che “lavorano spesso al limite delle acque libiche, la sera hanno questi grossi proiettori: gli scafisti li vedono e mandano il gommone verso questi proiettori”. Che le Ong debbano salvare chi è in difficoltà in pieno mare è fuori discussione, eppure anche secondo l’ammiraglio la loro attività fa nascere più di un sospetto. A cominciare dai budget a disposizione, evidentemente importanti visto che dispongono di attrezzature di tutto rispetto: “State in nave 24 ore è costoso. Alcune navi Ong sono avanzate, hanno anche piccoli droni. Sono investimenti importanti”.

I dubbi dell’ammiraglio Credendino fanno il paio con le accuse dell’agenzia Frontex che ha ipotizzato anche un rapporto di collusione tra le Ong e le organizzazioni criminali degli scafisti. Grazie alla presenza sempre garantita di navi a poche miglia dalla Libia, per gli scafisti il business è assicurato e sempre più al riparo da perdite, secondo la logica: “tanto li vengono a salvare quelli delle missioni”.

“Fanno da taxi per gli immigrati in Libia”. Affari loschi delle Ong: come guadagnano.

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Tra la mafia degli scafisti e alcune associazioni umanitarie ci sarebbero rapporti poco trasparenti, anzi vere e proprie “collusioni con gli scafisti” secondo le accuse dell’agenzia Frontex. Ora sono i magistrati italiani a volerci vedere chiaro. Dalla procura di Catania il fascicolo è stato aperto per “capire chi c’è dietro tutte queste associazioni umanitarie che sono proliferate in questi anni – ha detto a Repubblica il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro – da dove vengono tutti questi soldi che hanno a disposizione e soprattutto che gioco fanno”.

L’indagine non dovrebbe toccare le organizzazioni “di chiara fama”. Certo nel rapporto presentato alla Commissione europea, Frontex solleva sospetti sul fatto che ai migranti: “verrebbero date chiare istruzioni prima della partenza sulla direzione da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle Ong”. Sono navi che arrivano fin sotto le coste libiche e di fatto farebbero da taxi poche miglia dopo la partenza dall’Africa. Un fenomeno che si è verificato per il 40% delle richieste di soccorso lanciate solo a ottobre 2016, un bel salto visto che all’inizio dell’anno le Ong riuscivano a rispondere solo al 5% degli Sos.

Il meccanismo ONG del traffico di esseri umani

Abbiamo già parlato ed elencato le navi negriere. La sporca invasione della terra italiana da parte di potenze finanziarie straniere che ci governano e usano contro di noi le nostre navi. Le navi italiane”salvano”vite nel Canale di Sicilia”?  Perchè secondo i trattati internazionali firmati anche dalla Tunisia non li portano a Zarzis? Un governo che prevede 300mila arrivi di afroislamici, all’ anno x 20 anni è irresponsabile e nemico del paese. Intanto, 157.000 italiani sono espatriati, 134.000 sono le nascite in meno, ma 135.000 negrotti regolarizzati declamano Dante per le strade.Il governo importa sconosciuti comprese le bestie feroci, mentre qui siamo tra pecore ammaestrate. È impossibile civilizzarli tutti e nemmeno lo vogliono. C’è un limite anche all’accoglienza; ma non si tratta di accoglienza e lo vedremo molto presto, ma per qualcuno, quel “presto” era ieri. Rovigo, disoccupato si getta sotto un treno: aveva l’auto piena di curriculum. Quando una magistratura indipendente..indagherà seriamente sul Business dell’immigrazione? Chi li finanzia? Chi c’è dietro le Ong?Una sorprendente inchiesta realizzata dall’ Istituto Gefira e pubblicata in questi giorni, rivela la filiera organizzativa dell’ immigrazione clandestina tra la Libia e l’ Italia. Attraverso l’ uso di marinetraffic.com, un sito che monitora il traffico marittimo mondiale è emerso che nei soli mesi di ottobre e novembre sono stati trasportati illegalmente sulle coste italiane più di 39.000 migranti africani. La storia è ben diversa dai resoconti ufficiali forniti dai media: i trafficanti dell’ immigrazione clandestina non si spingono affatto ad attraversare il tratto di mare che separa le coste libiche da quelle del Canale di Sicilia, ma avvertono direttamente le Organizzazioni Non Governative per essere trasportati verso i porti italiani dalle coste libiche.

Il traffico marittimo monitorato nel mese di novembre rivela che sono 15 le navi delle ong che hanno partecipato direttamente nel trasporto dei migranti sulle coste siciliane. Tra queste navi ci sono la Phoenix, di proprietà del MOAS, una ong maltese e questo di certo spiega perché il carico dei migranti non approdi mai a Malta, nonostante sia più vicina alla Libia rispetto alla Sicilia. Le altre navi sono la Topaz Responder, utilizzata dal MOAS e da Médecins sans frontières, ONG con sede in Svizzera, la Iuventa, di proprietà della ONG tedesca Jugend Rettlet, la Golfo Azzurro della ong olandese «Boat Refugee Foundation» e la Vos Hestia noleggiata da Save the Children, ong inglese.

Il meccanismo è il seguente. I trafficanti di esseri umani in Libia lanciano la richiesta di soccorso in mare, dopo entrano in scena le ONG che mandano le loro navi dai porti italiani sulle coste libiche e tornano indietro cariche di migranti.
Il coordinamento delle navi delle ong è diretto dalla guardia costiera italiana, e su questo c’ è una diretta conferma nel recupero di un gommone carico di 113 migranti a circa 8 miglia marine dalle coste libiche, avvenuto il 12 ottobre.
Nella giornata del 12 ottobre la guardia costiera avverte alle 8 di mattina la Golfo Azzurro per mandarla sul luogo del recupero, a circa 8 miglia marine dalle coste di Mellitah in acque territoriali libiche, e farà lo stesso con la Phoenix, ma questa verrà avvertita solamente alle 19:00. Nel frattempo vengono mandate sul posto anche la Astral e la Juventa.

Sembra alquanto inusuale che la guardia costiera avverta una nave alle otto di mattina e un’ altra alle sette di sera, e lasci passare tutto questo per lanciare un’ operazione di salvataggio che avverrà solamente dopo le 9 di sera. Il Malta Today descrive le fasi che hanno portato al recupero dei 113 migranti: «Verso le 19:00 del 12 ottobre, il Centro di Coordinamento del Soccorso Marino di Roma ha contattato la Phoenix. Solamente alle 21:20 è stato avvistato il gommone dei migranti attraverso l’ uso di droni a bordo della Phoenix. In cooperazione con altre navi ONG presenti sull’ area interessata, è stata lanciata un’ operazione di recupero».

Ma ancora più strano durante quella notte è il comportamento del rimorchiatore italiano Megrez. Come si vede nella mappa della zona in questione, il Megrez ha lasciato il porto di Mellitah alle 20:00, si porta a due sole miglia marine dal luogo del recupero verso le 20:40 e torna indietro al porto di provenienza alle 21:17. Possibile che il Megrez non abbia avvistato il gommone dei migranti? Il rimorchiatore italiano arriva nella zona del recupero solamente quaranta minuti prima che arrivino le navi delle ong. Secondo Marine Traffic, il Megrez non si ferma nemmeno un istante nella zona, procede dritto, arriva a poca distanza da dove si trova il gommone dei migranti e torna immediatamente indietro. Forse il suo compito era solo quello di liberarsi di un «carico»? Ad ogni modo restano molte domande senza risposta. Non si comprende perché mai la guardia costiera italiana debba partecipare in operazioni di recupero marittimo in acque territoriali straniere e debba farlo servendosi di navi di ong straniere.

Se l’ interesse del governo italiano è quello di salvaguardare le vite umane, allora i migranti andavano accompagnati al porto di Zarzis in Tunisia, distante solamente 60 miglia nautiche dal luogo del recupero, mentre sono stati portati dalle navi delle ong a Pozzallo in Sicilia, lontano 275 miglia nautiche. Cosa ottengono queste ong dalla partecipazione a un traffico di migranti clandestini e perché il governo italiano difatti favorisce i trafficanti di esseri umani?

Così, a febbraio, la Corte dei Conti ha smontato l’accoglienza: “Si muovono milioni senza controllo”

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L’accoglienza degli immigrati? L’affare che per Coop e chiesa vale 4 miliardi. Magna-magna all’italiana, tra conti che non tornano, bandi inesistenti e controllati che sono allo stesso tempo controllanti. Una serie di anomalie molto sospette che riguardano enti locali, coop e associazioni che lucrano sulla pelle dei disperati. Un quadro, come riporta Il Giornale, messo nero su bianco dalla Corte dei Conti, con un documento licenziato a fine dicembre 2016 ma passato inosservato che analizza i progetti del biennio 2014-2015 di 73 enti locali che hanno offerto ciascuno 25 posti di accoglienza e 147 enti locali che ne hanno offerti 15.

Dunque, le anomalie. Per esempio il Comune di Grottammare, provincia di Ascoli Piceno, nel 2015 per badare a 15 rifugiati ha strappato 279mila euro di soldi pubblici; Ercolano per un progetto identico ne ha incassati 146.170, sostanzialmente la metà. E ancora: per l’inserimento socio-economico di 25 richiedenti asilo, il comune di Cassino ha ottenuto 400mila euro mentre Potenza Provincia solo 275mila. Differenze sospette sulle quali i magistrati contabili hanno indagato. E ancora, le cifre relative al ministero degli Interni: nel 2015 ha speso 208,072 milioni di euro per quasi 30mila persone contro i 196 milioni del 2014: un vero e proprio tesoro. Soldi sui quali è assai probabile che qualcuno speculi, e incassi.
Ma lo scandalo, come detto, riguarda anche i progetti delle associazioni locali, per i quali spesso non viene indetto alcun tipo di bando: il punto è che i soggetti che dovrebbero controllare sono gli stessi enti che gestiscono l’accoglienza, ossia l’Anci, che affida alla connessa fondazione Cittalia le verifiche (al “modico” costo di 11 milioni di euro per il triennio 2014-16). La Corte dei Conti, infatti, sostiene la necessità di un soggetto indipendente che funga da guardiano.

La situazione in generale
Nel corso del 2016, 249.801 persone hanno attraversato il Mar Mediterraneo, più o meno lo stesso numero dell’anno scorso nello stesso periodo. Diversi fattori, però, fanno pensare che il totale dei migranti che arriveranno in Europa quest’anno sarà inferiore al totale del 2015, quando gli sbarchi furono più di un milione. Da gennaio, il numero degli sbarchi mensili sta continuando a calare. Il calo è particolarmente pronunciato in Grecia, dove il flusso sembra essersi quasi completamente arrestato. Gli sbarchi, invece, restano costanti in Italia. Nel 2015, più della metà del totale degli arrivi nel corso dell’anno avvenne tra settembre e novembre. A meno di improvvise inversione di tendenza, quindi, il numero degli sbarchi quest’anno sarà sensibilmente inferiore.
I morti in mare
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), quest’anno nel Mediterraneo sono morti 3.034 migranti, mentre in tutto il 2015 i morti sono stati 3.771. La maggior parte muoiono per annegamento quando le imbarcazioni che utilizzano si rovesciano o affondano a causa del loro cattivo stato, ma ci sono stati anche numerosi casi di asfissia a causa delle esalazioni dei motori. La rotta del Mediterraneo centrale, che dalle coste del Nordafrica porta in Italia, è ritenuta la più pericolosa, a causa delle maggiori distanze che è necessario coprire. Tre quarti dei migranti morti nel 2015 hanno perso la vita lungo la rotta tra Italia e Libia. Il viaggio tra Turchia e isole greche è ritenuto molto più sicuro, perché il viaggio dura poche ore anziché giorni.
Gli arrivi in Italia
Secondo la IOM, fino al 30 giugno 2016 sono sbarcati in Italia 78.487 migranti, contro i 70.354 sbarcati nello stesso periodo del 2015 (PDF). Secondo i dati dell’UNHCR, che fornisce i dati degli sbarchi mese per mese, nel solo mese di luglio sono sbarcate in Italia 17.878 persone, contro le 23.186 sbarcate nel luglio 2015. Le cifre mese per mese mostrano come nel corso del 2016 gli sbarchi di migranti siano stati più o meno pari a quelli avvenuti nello stesso periodo dell’anno scorso. Nella comparazione tra i due anni si vede che all’inizio del 2016 c’è stato un aumento, a cui ha corrisposto una diminuzione in primavera e nei mesi estivi. La chiusura della rotta balcanica, quindi, non ha prodotto, come molti temevano, un aumento dei flussi verso l’Italia.
La nazionalità dei migranti
Secondo i dati dell’UNHCR, che coprono il periodo che va dal gennaio 2015 al marzo 2016, il 23 per cento delle persone sbarcate in Italia proveniva dall’Eritrea, il 14,9 dalla Nigeria e l’8,1 per cento dalla Nigeria (PDF). I dati del ministero dell’Interno confermano che l’Italia è per molti migranti un paese di transito. A maggio, l’ultimo mese per cui sono disponibili dei dati, 9.320 migranti hanno fatto richiesta di asilo, sui quasi 20 mila sbarcati nello stesso mese. Il numero maggiore di richieste è arrivato da cittadini nigeriani e pachistani, con circa 1.300 richiedenti per ciascuno dei due gruppi.
Rotta balcanica
La chiusura della rotta balcanica nel marzo dell’anno scorso e l’accordo tra Unione Europea e Turchia hanno ridotto moltissimo il numero di persone che sbarcano in Grecia, il paese europeo dove nel corso del 2015 sono arrivati più migranti. Secondo i dati UNHCR, nel mese di luglio sono arrivate in Grecia 940 persone, contro le quasi 50 mila sbarcate nel corso dello stesso mese l’anno scorso. Una delle ragioni che hanno portato al rallentamento del flusso verso la Grecia è l’accordo con cui la Turchia si è impegnata a bloccare i migranti che cercano di partire e a rimpatriare quelli che arrivano in Grecia. In cambio l’Unione Europea ha offerto 6 miliardi di euro in aiuto alla Turchia. L’accordo è stato molto criticato per le sue implicazioni umanitarie e per il fatto di essere stato sottoscritto con un governo che, in particolare nelle ultime settimane, ha dimostrato di essere molto autoritario. Dal punto di vista pratico, però, funziona, ha scritto il New York Times insieme a molti altri esperti.

Le violenze subite dai migranti prima di arrivare in Italia

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Abbiamo visto la situazione in generale, ma guardiamola anche dal lato dei migranti. E non dimentichiamoci dei cristiani uccisi o gettati in mare dagli islamici. Un dettagliato rapporto di Amnesty International ha raccolto le storie di torture e stupri subiti in Libia da più di 90 migranti, che ora si trovano in Puglia e in Sicilia. La nota ONG Amnesty International – Potrebbe destare sorpresa sapere che Amnesty International, erroneamente considerata da molti come la voce finale in materia di diritti umani nel mondo, è, nei fatti, uno dei più grandi ostacoli alla causa di tali diritti in tutta la Terra.  – ha intervistato circa 90 persone fra migranti e richiedenti asilo che hanno raccontato di avere subito violenze mentre si trovavano in Libia aspettando di viaggiare fino in Italia. Molti hanno detto di essere stati picchiati o abusati da trafficanti, membri di organizzazioni criminali o gruppi armati. In particolare, Amnesty ha parlato con 15 donne che hanno detto di aver avuto costantemente paura di essere stuprate nel viaggio fino alle coste della Libia: molte hanno raccontato di aver preso delle pillole contraccettive prima di iniziare il viaggio per evitare di rimanere incinte dei loro possibili stupratori. I medici, gli psicologi e gli assistenti sociali che lavorano nei centri di accoglienza hanno confermato ad Amnesty che questa pratica è molto comune tra le donne migranti. In totale Amnesty ha raccolto 16 testimonianze di stupri, raccontate da testimoni o dalle stesse vittime. Amnesty ha intervistato i migranti mentre si trovano nei centri di accoglienza in Sicilia e in Puglia.
Mentre sappiamo abbastanza bene cosa succede nei paesi da cui scappano i migranti, e come funzionano le tratte dei trafficanti, non esistono moltissime testimonianze di ciò che accade fra il momento in cui i migranti – specialmente quelli sub-sahariani – lasciano il proprio paese e quello in cui salpano nel Mediterraneo. Da quel poco che sappiamo, queste persone devono affrontare viaggi molto difficili e in condizioni pericolose, per poi trovarsi a che fare con persone che approfittano della loro disperazione per arricchirsi. Le testimonianze raccolte da Amnesty mostrano in parte cosa succede ai migranti, e in particolare alle donne, in Libia, cioè il paese da cui proviene la stragrande maggioranza dei migranti che arriva alle coste italiane (anche a causa della recente instabilità politica).

Gli stupri in Libia
Le donne che hanno parlato con Amnesty hanno detto che gli stupri avvengono lungo i percorsi per attraversare la Libia e nelle case e nei magazzini dove i migranti aspettano di potersi imbarcare per l’Europa. Una donna eritrea di 22 anni ha raccontato di aver assistito a diversi stupri, compreso lo stupro di gruppo di una donna accusata ingiustamente di non aver pagato il prezzo del viaggio. Lo stupro di gruppo (da parte di cinque uomini libici) avvenne quando la famiglia della donna disse di non poter pagare di nuovo.
Un’altra eritrea di 22 anni, Ramya, ha raccontato di essere stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera vicino ad Agedabia, nel nord-est della Libia: «Le guardie bevevano e fumavano hashish e poi venivano a scegliere la donna che volevano e la portavano fuori. Le donne provavano a rifiutare, ma avevi una pistola puntata alla testa, non avevi davvero una scelta se volevi sopravvivere. Sono stata stuprata due volte da tre uomini… Non volevo morire».
Amal, eritrea di 21 anni di fede cristiana, ha detto che stava viaggiando in un gruppo di 71 persone quando nel luglio 2015 un gruppo armato – ritenuto dai migranti affiliato allo Stato Islamico – li sequestrò vicino a Bengasi, nel nord-ovest della Libia. Il trafficante che li stava guidando fu lasciato andare perché disse che non sapeva che fossero cristiani. Poi gli uomini del gruppo armato divisero cristiani e musulmani, e uomini e donne: «Ci tennero sotto terra: non abbiamo visto la luce del sole per nove mesi. Eravamo undici donne eritree. A volte non mangiavamo per tre giorni di fila, altre volte ci davano un pasto al giorno, solo un pezzo di pane». Gli uomini che le tenevano prigioniere cercarono di convertirle all’Islam, picchiandole o minacciandole con delle armi da fuoco quando rifiutavano: quando alla fine le donne accettarono di convertirsi furono stuprate, dato che gli uomini le consideravano come proprie “mogli”. Amal stessa ha detto di essere stata stuprata da diversi uomini, prima di essere assegnata a uno di loro, che continuò a stuprarla.
Violenze, minacce e omicidi
Molte delle persone che hanno parlato con Amnesty hanno detto di essere state tenute prigioniere da trafficanti che cercavano di estorcere soldi alle loro famiglie: spesso venivano tenuti in condizioni igieniche scarsissime, senza cibo o acqua, e venivano costantemente molestate, insultate e picchiate. Chi non poteva pagare il riscatto, veniva impiegato gratuitamente in vari lavori. Un uomo etiope di 28 anni di nome Adam ha raccontato di essere stato rapito da uomini affiliati allo Stato Islamico mentre viveva con sua moglie a Bengasi, in Libia, solo perché era cristiano: «Mi hanno tenuto imprigionato per un mese e mezzo. Poi uno di loro, che era dispiaciuto per me perché gli avevo detto di avere una famiglia, mi ha aiutato a memorizzare il Corano in modo che mi lasciassero andare».
Semre, un ventiduenne eritreo, ha detto di aver visto morire di fame e malattia quattro persone (tra cui un ragazzino di 14 anni) nel periodo in cui era prigioniero dai trafficanti: «Nessuno li ha portati in ospedale e così è toccato a noi seppellirli». Anche dopo che suo padre ebbe pagato il riscatto, Semre non riacquistò la libertà, perché fu venduto a un altro gruppo criminale. Il ventenne eritreo Saleh ha raccontato di aver assistito alla morte di un uomo torturato con l’elettricità perché non poteva pagare il riscatto per la propria libertà. Entrambi erano prigionieri di un gruppo di trafficanti in un magazzino a Bani Walid, vicino a Misurata, nel nord-ovest della Libia; dopo la morte dell’uomo i trafficanti dissero che chi non pagava sarebbe morto allo stesso modo.

Vediamo chi è l’ ONG Amnesty International.

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Amnesty è gestita da delegati del Dipartimento di Stato degli USA, finanziata da individui riconosciuti colpevoli di crimini finanziari, minaccia le cause di difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Tratto da Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore

Amnesty International, erroneamente considerata da molti come la voce finale in materia di diritti umani nel mondo, è, nei fatti, uno dei più grandi ostacoli alla causa di tali diritti in tutta la Terra.

Nel suo rapporto annuale del 2012, Amnesty afferma una delle più grandi falsità, sistematicamente ripetuta: «Amnesty International è finanziata principalmente dai suoi membri e da donazioni pubbliche. Nessun fondo viene domandato ai governi, oppure accettato da essi, per l’opera di investigazione e la campagna contro gli abusi dei diritti umani. Amnesty International è indipendente da ogni governo, ideologia politica, interesse economico o religione». In realtà, Amnesty International è finanziata e condotta non soltanto da alcuni governi, ma vieppiù da enormi interessi di finanziatori d’impresa; inoltre è intrecciata con ideologie politiche e interessi economici. Amnesty è uno strumento essenziale, utilizzato esclusivamente per perpetrare tali interessi.

Il finanziamento di Amnesty International – Il reperimento delle informazioni relative ai finanziamenti di Amnesty International è reso deliberatamente difficile; questo, chiaramente, per proteggere il mito di “indipendenza” dell’organizzazione. Con modalità simili a quelle di qualsiasi attività criminosa, Amnesty tiene da parte, separati, i legami finanziari compromettenti attraverso una serie di manovre legali e di organizzazioni ombra. Sul sito web di Amnesty si legge: «Il lavoro portato avanti dal Segretariato Internazionale di Amnesty International è organizzato in due entità legali, in conformità alla legge del Regno Unito: Amnesty International Limited (AIL) e Amnesty International Charity Limited (AICL).

Amnesty International Limited prende in appalto le attività caritatevoli per conto di Amnesty International Charity Limited, istituzione benefica registrata». Ed è lì, presso la Amnesty International Limited, il luogo in cui sono mantenuti i legami con i governi e i finanziatori d’impresa. A p.11 del Rapporto e Rendiconto Finanziario del 2011 di Amnesty International Limited è riportato: «I Direttori sono lieti di ringraziare per il loro supporto la John D. e Catherine T. MacArthur Foundation, l’Oak Foundation, l’Open Society Georgia Foundation, il Vanguard Charitable Endowment Programme, Mauro Tunes e l’American Jewish World Service. L’UK Department for International Development (Governance and Transparency Fund) ha prorogato il finanziamento per un progetto quadriennale a favore dell’educazione ai diritti umani in Africa.

La Commissione Europea (Europe Aid) ha generosamente offerto una borsa di studio pluriennale, destinata al lavoro di Amnesty International in Europa a favore dell’educazione ai diritti umani». Dunque è chiaro, Amnesty prende effettivamente del denaro, sia da governi che da finanziatori d’impresa; una di tali imprese è la nota Open Society, presieduta da George Soros, riconosciuto colpevole di crimini finanziari.

Nel marzo del 2012, un report di bloomberg, intitolato “Soros perde la causa contro la condanna della Corte francese per Insider-Trading”, riferisce che un ricorso contro Wall Street, basato sulla violazione dei “diritti umani” da parte dello speculatore George Soros, è stato rifiutato dalla “Corte Europea per i Diritti Umani”. Soros, la cui Open Society finanzia anche Human Rights Watch e una miriade di altre associazioni sostenitrici dei “diritti umani”, ha letteralmente cercato di usare il “racket” occidentale dei “diritti umani” per difendere se stesso dall’accusa di frode finanziaria, in quella che forse è stata la manifestazione più trasparente del modo in cui operano queste organizzazioni. Soros, che nel 2002 venne condannato e multato per insider trading in relazione alle azioni della banca francese Société Générale, da lui acquistata nel 1988, ha creato un impero dall’offuscamento di attività criminali globali, grazie alla causa dei “diritti umani”. Il suo supporto, così come quello del governo britannico e dei governi europei, ad Amnesty International mira solamente all’espansione di questa pratica di offuscamento.

La leadership di Amnesty International – Anche la leadership di Amnesty ci dice qualcosa, in merito alla sua reale agenda. Suzanne Nossel, direttrice esecutiva di Amnesty International USA, per esempio, è stata designata direttamente dal Dipartimento di Stato americano; il che contraddice amaramente, ancora una volta, le dichiarazioni di Amnesty sulla sua “indipendenza” da governi e interessi delle corporations. La Nossel ha continuato a promuovere la politica estera statunitense, ma semplicemente dietro un podio con un nuovo logo, quello di Amnesty International, affisso su di esso. Il sito web di Amnesty International menziona specificamente il ruolo della Nossel dietro le risoluzioni ONU appoggiate dal Dipartimento di Stato USA, riguardanti l’Iran, la Siria, la Libia, e la Costa D’Avorio. E’ stato largamente documentato come questi temi girino attorno a un piano decennale, escogitato dalle grandi partecipazioni finanziarie, mirante a dividere, distruggere e saccheggiare le nazioni, viste come un ostacolo all’egemonia globale statunitense.

Specificamente al caso della Siria, l’origine dell’attuale catastrofe della violazione dei “diritti umani” risale a una cospirazione premeditata del 2007 – documentata dal giornalista Seymour Hersh del New Yorker – tra USA, Israele e Arabia Saudita, la quale cercò e ottenne di finanziare, armare e dispiegare degli estremisti settari, che indebolissero e rovesciassero il governo siriano: questo, nonostante la piena consapevolezza della tragedia umana che ciò avrebbe comportato. Il contributo della Nossel, dunque, consiste semplicemente nell’abbellire quella che è solo una cruda aggressione militare e nel collaborare al raggiungimento dell’egemonia da parte delle corporations finanziarie, con il pretesto del supporto dei diritti umani.

Uno sguardo su AmnestyUSA.org rivela che ogni fronte, su cui il Dipartimento di Stato americano sta attualmente lavorando e che costituisce per esso una priorità, è allo stesso tempo una priorità anche per Amnesty International. Questo include le manifestazioni e le campagne a supporto dei gruppi di opposizione al governo russo finanziati dal Dipartimento di Stato americano, l’indebolimento del governo siriano, il rovesciamento del governo bielorusso e il supporto alla creatura di Wall Street, Aung San Suu Kyi del Myanmar (ancora chiamata Birmania dalla stessa Suu Kyi, secondo la nomenclatura imperiale britannica).

Amnesty International tradisce la reale promozione dei diritti umani – Amnesty, in realtà, nasconde tutte le tematiche critiche verso la politica straniera statunitense nei fondi dei suoi siti o nel retro dei suoi report. Allo stesso modo, dai media istituzionali vengono riferite selettivamente solo le questioni che coincidono con i loro interessi [quelli delle politiche estere statunitensi; N.d.T.], mentre le altre problematiche vengono sminuite, in termini di spazio a loro dedicato, o non riportate affatto. Ed è precisamente perché nasconde tutte le questioni, tranne quelle che decide selettivamente di enfatizzare, perché possono contribuire agli interessi delle immense corporations finanziarie, che Amnesty diventa uno dei più grandi impedimenti alla reale promozione dei diritti umani sulla Terra.

Alle persone comuni è data la falsa impressione che “qualcuno sorvegli” sulle violazioni dei diritti umani, quando in realtà ciò che Amnesty e tutte le altre organizzazioni simili fanno è gestire selettivamente la percezione pubblica su tali violazioni, fabbricando o manipolando molti casi affinchè questi si conformino meglio all’agenda delle grandi partecipazioni finanziarie. Questo diviene evidente, se si considera che interi report di Amnesty o di Human Rights Watch si basano unicamente su “dichiarazioni di testimoni” ricavate dai racconti dei gruppi di opposizione sostenuti dagli Stati Uniti. Nei rari casi in cui un report contiene reali prove fotografiche, video o documenti – come quello di Human Rights Watch Descent into Chaos, del 2011 – un linguaggio ingannevole viene intenzionalmente incluso tra i passi, affrontati con rapidità e finta noncuranza, allo scopo di comporre un report selettivo e fuorviante non soltanto per i media istituzionali occidentali, ma anche per una miriade di false ONG finanziate e condotte da sponsor e affiliati di Amnesty International e di Human Rights Watch.

Il report Descent into Chaos, che riguardava la Thailandia, fu rapidamente e ampiamente ribaltato e manipolato dall falsa ONG Prachatai “promotrice dei diritti umani”, finanziata dal Dipartimento di Stato americano. Le persone, quando credono erroneamente che delle organizzazioni fidate si stiano occupando della “promozione dei diritti umani”, non solo diventano compiacenti verso di esse, ma trascurano anche la loro responsabilità di esaminare obiettivamente la realtà delle potenziali violazioni e dichiararsi apertamente contrarie.

Le partecipazioni finanziarie di Wall Street e Londra nelle organizzazioni per i diritti umani hanno riempito un vuoto, che dovrebbe essere occupato dai loro più grandi oppositori. Le oligarchie mondiali non solo hanno avallato la violazione dei diritti umani su scala globale, ma utilizzano anche la loro opposizione controllata per attaccare i propri oppositori. E’ chiaro che Amnesty International, più che una “promotrice” di diritti umani, è piuttosto un insulto ai diritti umani. Non c’è bisogno di dire che dovrebbe essere boicottata, o per lo meno considerata illegittima e fraudolenta, a partire dai suoi finanziamenti fino alla sua leadership compromessa. Noi, in quanto persone, dobbiamo contrastare le violazioni reali dei diritti, nostri e del nostro prossimo, partendo dalla base, perché è assolutamente folle pensare che delle organizzazioni di estensione globale, finanziate da corporations economiche che indirizzano l’agenda di governi guidati da interessi costituiti, abbiano a cuore la giustizia e i nostri diritti.

La strategia sui migranti del ministro dell’Interno, Marco Minniti

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Dopo quello che si è letto, preoccupa l’approccio legalitario del ministro, ma si vedranno i risultati. Si articola in due linee ben precise: lavori socialmente utili per chi richiede asilo, rimpatrio per chi non il diritto di restare nel nostro paese. Con l’approvazione del decreto legge in materia di immigrazione, si è fatto un passo avanti verso la regolarizzazione dell’immigrazione e la sicurezza, ma dal punto di vista più formale che sostanziale, perché i numeri imposti agli italiani non sono gestibili nel rispetto della società e perché  l’obbiettivo dell’integrazione non è perseguibile con il modello, non nuovo, dell’accoglienza diffusa, senza limiti. Già l’accoglienza a tempo determinato – tale è – non è accoglienza, perché non garantisce il futuro. Senza contare il salto di civiltà e di culture impossibile da compiersi e nemmeno desiderato dai migranti. Quindi, bene per aver tagliato i tempi della concessione del diritto d’asilo da due anni a sei mesi (vedremo), per la maggiore trasparenza dei meccanismi burocratici e la facilitazione dei rimpatri (A proposito, la stampa da notizia di una nave devastata dai migranti che rimpatriava); bene anche per aver deciso di sopprimere un grado di giudizio per i ricorsi, nonché di assumere 250 specialisti per rafforzare le Commissioni d’asilo e, ancora, per il programma di sostituzione dei grandi centri d’accoglienza con centri regionali gestibili. Meno bene per il progetto di ricercare l’intesa tra prefetture e Comuni, per l’utilizzazione volontaria gratuita in lavori socialmente utili dei richiedenti”: Meno bene, perché non approvo il principio del lavoro gratuito e, perciò, anche mal fatto e perché proprio l’invito del ministro ai sindaci veneti per parlare di immigrazione e sicurezza a Treviso, due giorni fa, è stato accolto da appena 56 sui 575 invitati da tutto il Veneto. Minniti, ha anche annunciato l’introduzione di un “daspo” per garantire la sicurezza urbana, cioè: “Di fronte a reiterate violazioni di alcune regole sul controllo del territorio le autorità possono proporre il divieto di frequentare il territorio in cui sono state violate le regole”. Prevedo molte notizie di vigili urbani picchiati a dovere.

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Lo schiaffo dei sindaci a Minniti All’incontro solo 56 su 575 invitati

Come è organizzata la cosiddetta accoglienza

Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia è diviso tra strutture di prima e di seconda accoglienza. La prima accoglienza è gestita dalle prefetture locali che rispondono al ministero dell’Interno, e ne fanno parte gli hotspot e gli hub regionali (che a loro volta sono nati dalla conversione di altre strutture che prima erano dedicate all’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo, come i CARA e i CDA). La seconda accoglienza è formata dagli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati).

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Prima accoglienza
Sulla carta i migranti che arrivano “via costa”, come dice la road map del ministero degli Interni del settembre 2015, devono passare per un hotspot. All’interno dell’hotspot ogni persona viene identificata e fotosegnalata. In teoria – molto in teoria – i migranti soccorsi in mare che fanno richiesta di protezione internazionale all’interno degli hotspot vengono ricollocati negli hub regionali: si parla sia di quelli che rientrano nel cosiddetto programma di relocation (siriani, iracheni, eritrei, che dovrebbero andare nei paesi dell’UE secondo una serie di quote) sia di tutti gli altri. Quelli che invece non vogliono fare richiesta di asilo dovrebbero finire nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) e ricevere un decreto di respingimento.
Secondo la road map del ministero, entro la fine del 2016 gli hub regionali dovrebbero arrivare a mettere a disposizione 15.550 posti rispetto ai 12mila del 2015. Qui i richiedenti asilo dovrebbero rimanere tra i 7 e i 30 giorni. Al termine di questo periodo i migranti dovrebbero essere inseriti negli SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), che sono invece strutture di seconda accoglienza.
Seconda accoglienza
La seconda categoria, almeno sulla carta, viene gestita dalle associazioni che presentano dei progetti in collaborazione con i comuni nei quali verrà istituita la loro struttura. Quindi un’associazione che vuole aprire uno SPRAR a Taranto, per esempio, presenta un progetto insieme al comune di Taranto: c’è una graduatoria, il primo vince e apre la struttura. Qui entrano solo i richiedenti protezione internazionale, in attesa che la commissione territoriale competente – composta da quattro membri, di cui due del ministero degli Interni – valuti la loro domanda e decida se accettarla o meno. Nel 2015 i posti garantiti negli SPRAR erano 22mila, nel 2017 il ministero dell’Interno vorrebbe arrivare a 40mila. Gli SPRAR, a differenza degli hub regionali, dovrebbero garantire percorsi individuali di integrazione: si parla di corsi di italiano ma anche di altri progetti che favoriscano una qualche formazione professionale. Secondo la road map del ministero dell’Interno, la commissione territoriale dovrebbe decidere la sorte dei richiedenti asilo entro 180 giorni dalla loro richiesta (di solito le associazioni si fanno carico dei ricorsi, in caso di diniego). In realtà i tempi sono molto più lunghi e ci sono richiedenti protezione internazionale che attendono oltre un anno prima di ricevere la risposta dalla Commissione territoriale competente.
I problemi
Anche a causa dell’intensificazione dei flussi migratori del 2015, l’intero sistema è ingolfato. Gli SPRAR sono pieni e i richiedenti protezione internazionali rimangono nel sistema di seconda accoglienza per più tempo del previsto, proprio a causa delle lentezze delle commissioni territoriali (che sono aumentate di numero, comunque). A questo si aggiungono le resistenze dei comuni a partecipare a progetti che potrebbero portare all’apertura di nuovi SPRAR, visto il costo politico che una decisione di questo tipo potrebbe comportare. Se gli SPRAR sono pieni, si crea una specie di tappo che blocca il trasferimento dei migranti dalla prima alla seconda accoglienza. Per questo sono stati aperti i CAS (centri di accoglienza straordinaria), che sono una specie di replica degli hub ma che di fatto ospitano richiedenti protezione internazionale che avrebbero diritto ad accedere al circuito degli SPRAR. Anche i CAS sono gestiti dalle associazioni e cooperative che rispondono a un bando del ministero dell’Interno.

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Un pensiero su “1046.- IL TRAFFICO DI ESSERI UMANI, l’accusa dell’ammiraglio Credendino: “Così le Ong attraggono i soccorsi”

  1. E’ GEORGE SOROS A FINANZIARE L’INVASIONE AFRICANA DELL’ITALIA. ECCO NOMI, ORGANIZZAZIONI, NAVI E PIANI CRIMINALI
    venerdì 21 aprile 2017
    Le principali ONG impegnate nel traffico di africani verso l’Italia sono: Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

    Il principale finanziatore di questa galassia di organizzazioni che riversano orde immani di africani in Italia è la Open Society di George Soros. A queste ONG Soros ha promesso – e quindi iniziato a “donare” – 500 milioni di dollari per organizzare l’arrivo dei migranti africani in Italia e dall’Italia in altre nazioni europee.

    Il primo a svelare questo retroscena è stato il capo di Frontex, Fabrice Leggeri che ha denunciato il fatto che le navi di queste ONG finanziate da Soros carichino a bordi gli africani sempre più vicino alle coste libiche, spiegando come questo comportamento criminale incoraggi i trafficanti a stiparli su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato.

    Le parole di Leggeri – come ha scritto il Giornale in un documentato articolo pubblicato lo scorso 2 febbraio – rappresentano un’esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros.

    Le navi impegnate in questo traffico di africani verso l’Italia sono: il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf e l’MS di Sea Eye. I costi altissimi di gestione di queste grosse navi sono coperti totalmente dai finanziamenti di Soros. E’ Soros il mandante dell’invasione dell’Italia.

    E c’è un aspetto oltremodo sospetto di un gigantesco piano criminale: questa è una flotta di navi fantasma. Battono bandiera panamense la Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e la Dignity 1, di Medici senza frontiere.

    Batte bandiera del Belize il Phoenix, di Moas, e bandiera delle isole Marshall il Topaz 1, sempre di Moas. Tra le ONG che gestiscono questa flotta fantasma c’è la tedesca Sea Watch armatrice di due di queste navi. E la Sea Watch dichiara di agire per il presunto diritto alla libertà di movimento (di chiunque senza rispettare la sovranità delle nazioni come l’Italia) e di non accettare alcuna distinzione tra profughi e clandestini senza alcun diritto in base alle leggi internazionali di accoglienza.

    E ora, nessuno dica che non sapere chi paga l’invasione dell’Italia dalla Libia e che queste ONG operano nella più totale illegalità.

    Quotidiano, Redazione Milano

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