1043.- ATTENTI IN LIBIA! PERCHÉ QUELLO CHE STA FACENDO LA RUSSIA IN LIBIA CI INTERESSA. Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta, sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Al Serraj sempre più in bilico.

Mentre a Roma Gentiloni fa accordi sui migranti con Al Serraj, in Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta. Al Serraj è in bilico.

Le ultime mosse di Putin nel paese del Nord Africa, dove l’Italia ha più di un interesse.

collage1

Martedì scorso Reuters ha scritto che – secondo alcune sue fonti la cui identità non è stata resa nota – la Russia ha dispiegato diversi uomini delle forze speciali in una base aerea dell’Egitto occidentale, vicino al confine con la Libia. La base sarebbe quella di Sidi Barrani, a circa 100 chilometri dal confine libico-egiziano, e l’obiettivo della missione sarebbe aiutare il generale libico Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale grazie alle forze armate libiche e che è sostenuto dal parlamento di Tobruk, uno dei due parlamenti del paese. La notizia, che non è stata confermata dai diretti interessati, è ritenuta plausibile da diversi osservatori (tra le fonti di Reuters ci sono anche alcuni funzionari egiziani che si occupano di sicurezza). Negli ultimi mesi, infatti, la Russia si è interessata sempre più alla Libia e si è schierata dalla parte di Haftar.
Haftar non è solo un potente generale a capo di una delle tante milizie che combattono la guerra libica: è il principale nemico del governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, cioè l’unico governo riconosciuto come legittimo dall’ONU e quello su cui sta puntando da mesi la diplomazia italiana, il paese europeo storicamente più influente e coinvolto negli affari che riguardano la Libia.

barrani

Le due città indicate con le frecce sono Sidi Barrani (in Egitto, a destra) e Tobruk (in Libia, a sinistra)

Il coinvolgimento della Russia nella guerra libica è cresciuto negli ultimi mesi ed è interessante per almeno tre ragioni. Primo: potrebbe cambiare effettivamente i rapporti di forza tra i gruppi che stanno combattendo, soprattutto se i russi dovessero cominciare a impiegare le forze speciali e addestrare gli uomini di Haftar. Secondo: perché rischia di diventare un motivo di scontro diplomatico tra Italia e Russia, visto che il governo italiano è impegnato a difendere il potere di Serraj (con risultati peraltro non particolarmente brillanti). Terzo: perché mostra come il governo russo abbia intenzione di continuare a perseguire una politica estera aggressiva e interventista, confermando quello che si era già visto in Siria.
Di cosa parliamo quando parliamo di Russia in Libia

CeQVN4hWAAAl6qD
I rapporti tra i due paesi arrivano da lontano. Dalla metà degli anni Settanta, durante la Guerra fredda, l’allora presidente libico Muammar Gheddafi si rivolse all’Unione Sovietica per tutelarsi da eventuali ingerenze americane. Il governo libico era già uno dei più importanti acquirenti di armi russe e Gheddafi firmò dei contratti che fecero arrivare in Libia migliaia di ingegneri e istruttori militari russi, oltre a 11mila soldati. Dopo due decenni di relativo isolamento, dovuto anche alle sanzioni occidentali, Gheddafi riprese le intense relazioni con la Russia di Vladimir Putin e furono firmati nuovi contratti per miliardi di dollari. Nel 2011 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò una risoluzione per imporre una no-fly zone sulla Libia, che aveva l’obiettivo di fermare la guerra civile che si stava combattendo nel paese ma che di fatto diede il via libera all’intervento aereo straniero che portò alla destituzione di Gheddafi. La Russia, uno dei cinque paesi con il potere di veto al Consiglio di Sicurezza, si astenne: Putin, che allora era primo ministro, si oppose pubblicamente alla risoluzione appoggiata invece dal presidente Dmitri Medvedev, dicendo che gli ricordava «una chiamata medievale per combattere le crociate».
L’atteggiamento della Russia nella Libia post-Gheddafi fu inizialmente prudente. Dopo avere ricevuto rassicurazioni che i contratti firmati in precedenza tra i due governi sarebbero stati rispettati, Putin cominciò ad appoggiare apertamente il primo ministro del governo di Tobruk, nell’est del paese, quello che oggi sostiene il generale Haftar. L’appoggio della Russia al generale Haftar ha cominciato a crescere dalla fine del 2016. A novembre Haftar ha fatto un viaggio a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: dell’incontro non si hanno molte informazioni, ma diversi giornali internazionali hanno scritto che il tema centrale delle conversazioni sarebbe stato l’aiuto del governo russo per combattere i gruppi radicali islamisti in Libia (Haftar ha combattuto diverse milizie islamiste, ma anche non islamiste: è importante tenere a mente che il suo obiettivo principale è prendersi il controllo di tutto il territorio libico e diventare l’unico capo militare del paese).

Haftar

Il generale libico Khalifa Haftar mentre lascia il ministero degli Esteri russo a Mosca, il 29 novembre 2016 (VASILY MAXIMOV/AFP/Getty Images)

A gennaio Haftar è salito a bordo della portaerei russa Admiral Kuznetsov, dove ha parlato in video-conferenza con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu; diverse settimane dopo la Russia si è fatta carico di fornire cure mediche a un centinaio di uomini di Haftar rimasti feriti in battaglia. E ci sono anche sospetti di un coinvolgimento più significativo: il 13 marzo Reuters ha pubblicato un articolo secondo cui diverse decine di contractor privati provenienti dalla Russia – i contractor tecnicamente sono “mercenari” – sono stati operativi fino a febbraio in una parte della Libia sotto il controllo di Haftar. Reuters ha aggiunto che è improbabile che i contractor siano arrivati in territorio libico senza l’approvazione del governo russo. La notizia della presenza dei contractor non è stata confermata né dalla Russia né da Haftar. Non sarebbe comunque la prima volta che la Russia ne fa uso: era già successo in Siria, dove i contractor russi con incarichi di combattimento si erano uniti alle forze regolari russe e alle forze alleate al regime di Bashar al Assad. Come detto, qualche giorno fa Reuters ha scritto in una seconda esclusiva che alcuni uomini delle forze speciali russe sarebbero arrivati a una base aerea egiziana vicino al confine con la Libia. In altre parole, la Russia avrebbe cominciato a fare sul serio.
Perché la Russia è andata in Libia?
Perché ha interessi economici, ma soprattutto perché ambisce a tornare a essere una grande potenza, riprendersi gli spazi che aveva prima della caduta del muro di Berlino, a tornare a contare qualcosa negli equilibri del mondo.
Gli interessi economici russi in Libia sono legati al petrolio e alla vendita di armi. Nell’ultimo mese Rosneft, la principale compagnia petrolifera russa, ha firmato degli accordi con la National Oil Corporation (NOC), la principale compagnia petrolifera libica. Non sono accordi così rilevanti dal punto di vista puramente energetico, visto che la capacità della Libia di sfruttare le proprie risorse è da tempo compromessa a causa della guerra, ma hanno grande valore strategico.
L’analista russo Peter Kaznacheev ha detto al Moscow Times che per la Russia «qualsiasi cosa abbia a che fare con il Nord Africa e il Medio Oriente è strategico. Prendersi uno spazio in Libia – attraverso Khalifa Haftar o la NOC libica e la produzione di petrolio – può rendere la Russia essenziale in Libia senza doversi sporcare le mani come ha dovuto fare in Siria». Un discorso simile può essere fatto per Rosoboronexport, l’agenzia statale russa che si occupa della vendita di armi all’estero. Ai tempi di Gheddafi, Rosoboronexport firmò diversi importanti contratti con il regime libico (si parla di più di 4 miliardi di dollari), contratti che però l’attuale governo di unità nazionale guidato da Serraj non ha mostrato di voler rinnovare. Theodore Karasik, analista di Gulf State Analytics, ha detto: «La Russia sta cercando di entrare in Libia e condizionarne il futuro. È altamente probabile che l’enorme debito contratto durante l’era di Gheddafi verrà cancellato attraverso delle concessioni», che saranno probabilmente legate al settore dell’energia e della vendita di armi.

sipri
sipriLe esportazioni di armi alla Libia dal 1970 al 1989, secondo i dati del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). I valori sono espressi in milioni di dollari ai prezzi del 1990. Come si vede dalla tabella, in quel periodo l’Unione Sovietica fu il principale paese esportatore di armi verso la Libia. Nel decennio successivo la vendita di armi crollò a causa delle sanzioni internazionali contro il regime di Gheddafi (Fonte: Sipri)
Sarebbe fuorviante comunque sostenere che la Russia sia interessata alla Libia principalmente per ragioni economiche. Negli ultimi tre anni e mezzo il governo russo ha mostrato di voler fare una politica estera più aggressiva rispetto al passato, pur non avendo a disposizione più risorse economiche per sostenere lo sforzo: ha annesso la Crimea, ha appoggiato i ribelli separatisti in Ucraina orientale ed è intervenuta massicciamente in Siria per garantire la sopravvivenza del regime di Assad (e ha interferito nella campagna elettorale per le ultime elezioni statunitensi). Nessuno di questi interventi ha portato grandi fortune alle già precarie casse russe, anzi. Tutti sono stati motivati da forti ragioni politiche e strategiche, come l’opposizione alla NATO in Europa orientale, la volontà di mantenere una presenza militare nel Mediterraneo e più in generale l’intenzione di proporsi come alternativa agli Stati Uniti. Molti analisti interpretano il coinvolgimento della Russia in Libia come una specie di continuazione dell’intervento in Siria: una mossa per rendersi indispensabili nella soluzione di una pace e un modo per dire, “siamo riusciti dove avete fallito voi” (voi inteso come Occidente, e soprattutto come Stati Uniti). Oggi è difficile pensare che si possa risolvere qualcosa in Libia senza che la Russia abbia un ruolo. Come ha detto ad al Jazeera Arturo Varvelli, esperto di Libia dell’Istituto per gli studi della politica internazionale (ISPI), «se Haftar non accetta il piano dell’ONU non c’è modo di uscire dalla crisi. Lui ormai ha un ruolo centrale».
L’Italia ha un problema con la Russia in Libia?
Il governo italiano, a differenza di quello russo, non appoggia ufficialmente il generale Haftar, ma il governo di unità nazionale guidato da Serraj e insediato a Tripoli un anno fa. La Libia non è un paese qualsiasi per l’Italia, non è una priorità di qualcun altro a cui il governo italiano ha deciso di accodarsi per ragioni di alleanze. Fu colonia italiana tra il 1912 e il 1942 e durante la Guerra fredda i governi italiani democristiani mantennero relazioni strette con la Libia, nonostante Gheddafi fosse accusato di appoggiare il terrorismo internazionale. Negli ultimi anni, dopo l’uccisione di Gheddafi, l’Italia ha avuto un ruolo centrale nei tentativi dell’ONU di pacificare la Libia ed è stata il primo paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli dopo la fine della guerra.
Gli ultimi due governi guidati dal Partito Democratico – Renzi e Gentiloni – sono stati i principali promotori dell’accordo ONU per la formazione del governo di Serraj. Oggi ci sono di mezzo interessi sia economici che di sicurezza. L’ENI, che prima della guerra estraeva da sola circa il 10 per cento di tutto il petrolio prodotto in Libia ed era praticamente un monopolista nel settore del gas naturale, è stata l’unica grande azienda energetica a rimanere in territorio libico durante la guerra, trovando la protezione di alcune milizie locali. La presenza di un governo solido in Libia non andrebbe a beneficio solo dell’ENI, ma sarebbe anche un passo avanti molto importante nella gestione dei flussi migratori diretti verso l’Italia, una delle questioni politiche più dibattute dai partiti politici italiani negli ultimi anni. Il governo italiano sta affrontando questo problema da diverso tempo e a febbraio ha concluso un accordo con Serraj per il controllo del flusso migratorio (la Libia è il principale paese di transito per i migranti che sono diretti verso l’Italia attraversando il Mediterraneo). Il problema è che se non c’è un governo stabile, come nel caso del governo di unità nazionale libico di Serraj, l’accordo non potrà mai funzionare e l’Italia continuerà a non risolvere il problema.
Serraj sembra ormai essere una scommessa persa. Da quando si è insediato a Tripoli non è mai riuscito a ottenere la legittimazione interna per governare: non è stato riconosciuto dal parlamento di Tobruk né tantomeno da Haftar, e nelle ultime settimane ha perso il controllo di alcuni ministeri a cause delle offensive delle milizie di Khalifa al Ghwell, il capo del governo insediato nella capitale libica prima dell’arrivo di Serraj. Non è chiaro se ci sia una qualche forma di accordo tra gli ex nemici Haftar e Ghwell per mandare via Serraj, e quale sia il ruolo della Russia in tutto questo. La cosa certa è che la Russia e l’Italia sembrano avere due piani opposti per la pacificazione della Libia, incompatibili tra loro.
La situazione potrebbe ulteriormente complicarsi. Primo, perché in Italia non tutte le forze politiche sono d’accordo con la linea del governo del PD e ci sono partiti che stanno facendo pressioni per cambiare le cose. Nelle ultime settimane si è parlato per esempio di una vicenda che ha coinvolto Angelo Tofalo, esponente del Movimento 5 Stelle e membro del Copasir (l’organo parlamentare che controlla i servizi segreti). Sulla vicenda sta indagando la magistratura, ma da quanto emerso finora sembra che alla fine dello scorso anno Tofalo abbia partecipato a un incontro a Istanbul con Ghwell e una donna sospettata di essere una trafficante di armi, poi arrestata; inoltre Tofalo avrebbe cercato di organizzare a Roma un incontro tra i vertici del suo partito e alcuni libici “golpisti”, che in Libia si stanno muovendo per cacciare Serraj. La posizione del Movimento 5 Stelle – diffidente verso buona parte della politica estera promossa dal governo guidato dal PD – sembra essere stata condizionata dalle numerose simpatie dello stesso M5S per la Russia (il M5S ha cominciato a essere filo-russo alla fine del 2014; prima era molto critico verso le politiche di Mosca). Posizioni simili a quelle del M5S sono condivise anche dalla Lega Nord, che il 6 marzo ha firmato un accordo di cooperazione con Russia Unita, il partito di Putin.
Un altro elemento di incertezza sul futuro della Libia è la nuova amministrazione americana. Se Barack Obama aveva appoggiato gli sforzi dell’Italia e del governo Renzi di sostenere Serraj, non si è ancora capito cosa farà esattamente Donald Trump. Nonostante le dichiarazioni di amicizia alla Russia di Putin fatte in campagna elettorale, nelle ultime settimane l’amministrazione Trump sembra essere rientrata un po’ nei ranghi, scegliendo di proseguire le politiche avviate da Obama, anche se con qualche differenza. Per il momento non sembra che gli Stati Uniti siano intenzionati ad aumentare il loro impegno in Libia – finora finalizzato principalmente alla guerra contro lo Stato Islamico, e poco altro – e sarebbe molto complicato per l’amministrazione americana sganciarsi dalla posizione dell’ONU su Serraj. Se però Serraj dovesse perdere il controllo di Tripoli – e potrebbe succedere presto – allora il governo italiano dovrebbe ripensare alla sua strategia e la Russia potrebbe avere molti più spazi per promuovere Haftar come nuovo capo legittimo della Libia.

Roma, 20 mar 14:00 – (Agenzia Nova) – Haftar potrebbe chiudere i rubinetti del petrolio

Con la recente conquista della Mezzaluna petrolifera, il generale libico Khalifa Haftar potrebbe decidere di “sfidare la comunità internazionale” e “chiudere i rubinetti” del petrolio al governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, indebolendo ulteriormente il rivale Fayez al Sarraj, presidente del Consiglio presenziale riconosciuto dall’Onu. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” Mattia Toaldo, analista sulla Libia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) e fra i massimi esperti di Libia in Europa. I porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf hanno cambiato padrone due volte a marzo. Prima le Brigate della difesa di Bengasi, una milizia islamista, li ha sottratti all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, che ne ha poi ripreso il controllo dopo che le Brigate avevano consegnato i terminal al governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Adesso il rischio è che Haftar, l’uomo forte di Tobruk sostenuto da Egitto ed Emirati arabi uniti, possa consegnare i porti alla National Oil Corporation (Noc) “parallela” con sede ad al Baida e Bengasi, fedele alle autorità della Libia orientale non riconosciute. Uno smacco per il governo di Tripoli, che perderebbe in tal modo una fonte di sostentamento cruciale per la sua stessa sopravvivenza. L’11 settembre scorso le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico avevano preso il controllo dei terminal della Mezzaluna petrolifera, consegnandoli poi alla Noc “riconosciuta”. “E’ probabile che il generale Haftar, dopo aver consegnato questi stessi terminal alla Noc di Tripoli (e quindi a Sarraj) a settembre, abbia pensato che il gioco non era valso la candela. Aveva sì mostrato buona volontà, ma non ne aveva tratto nulla politicamente, a suo modo di vedere”, ha spiegato Toaldo.

“Ora il campo che fa capo ad Haftar può puntare allo sfascio: consegnare i porti alla Noc Bengasi sapendo che questa non è autorizzata a vendere petrolio; sfidare la comunità internazionale a votare sanzioni individuali contro i membri della Noc Bengasi; bloccare di fatto l’esportazione da questi terminal e quindi far crollare i proventi per lo stato libico i cui rubinetti ora sono in mano a Sarraj”, ha detto ancora l’analista di Ecfr. “In questa strategia, ci perdono tutti i libici ma ci perde soprattutto Sarraj che ne esce ulteriormente indebolito, una prospettiva che non può che fare piacere ad Haftar”, ha aggiunto Toaldo. In questo contesto rientra anche l’intesa raggiunta tra la compagnia libica National Oil Corporation di Tripoli e la russa Rosneft per porre le basi dei futuri investimenti dell’azienda di Mosca nel settore petrolifero della Libia. “I russi sarebbero costretti a votare le sanzioni per non fare arrabbiare la Noc di Tripoli ma ad Haftar va bene lo stesso. La Noc di Bengasi non deve per forza funzionare, a lui va bene anche se non si esporta greggio da questi terminal”, ha concluso Toaldo.

La Noc libica “parallela” ha deciso nei giorni scorsi di respingere l’accordo raggiunto lo scorso anno con la Noc di Tripoli, riconosciuta a livello internazionale, per “unificare” le due amministrazioni rivali. Attraverso un comunicato, l’azienda della Cirenaica spiega che l’amministrazione di Tripoli guidata da Mustafa Sanallah avrebbe violato l’accordo per non aver spostato la sede centrale della compagnia a Bengasi, come era stato invece concordato nell’intesa dello scorso anno. “Mustafa Sanallah era anche assente durante la sessione della Camera dei rappresentanti (il parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale che si riunisce a Tobruk, nell’est del paese) per discutere dell’attivazione del contratto”, aggiunge il comunicato. Le due parti hanno firmato un accordo nel luglio 2016 per unificare le due amministrazioni rivali a seguito di una disputa di potere e di legittimità.

La National Oil Corporation di Tripoli, da parte sua, ha ribadito che la sua posizione sugli scontri nella Mezzaluna petrolifera è molto chiara: “Noi siamo per l’unità del paese sempre e comunque. Il nostro obiettivo è quello di aumentare la produzione di petrolio e di conseguenza aumentare il reddito pubblico. Abbiamo fatto buoni progressi in questi ultimi mesi per ripristinare la produzione e aumentare i tassi di esportazione. Ma la questione è ancora una priorità nazionale. Siamo contrari a tutti gli atti che possano danneggiare le infrastrutture petrolifere”, si legge in un comunicato pubblicato sul sito ufficiale della Noc. “Abbiamo anche bisogno di passi concreti per evitare eventuali danni, e ribadiamo ancora una volta che la National Oil Corporation e le sue strutture non dovrebbero essere merce di scambio nei conflitti politici”.

Nel frattempo la Camera dei rappresentanti di Tobruk ha emesso un duro comunicato in cui ringrazia “le Forze armate per gli sforzi nella riconquista della Mezzaluna petrolifera”, in riferimento agli uomini di Haftar. “Non permetteremo che questi porti finiscano nelle mani di gruppi terroristici dei Fratelli musulmani”, afferma il parlamento libico che si riunisce nell’est della Libia e che, ad oggi, non è in grado di prendere decisioni vincolanti per la mancanza del numero legale. “Chiediamo che queste strutture siano sotto il controllo di un unico organismo scelto dalla Camera dei rappresentanti”, prosegue il parlamento libico guidato da Aguila Saleh, personaggio considerato assai vicino al generale Haftar. “Lavoreremo come una sola squadra finché non riprenderemo tutte le istituzioni statali che ci sono state sottratte dalle milizie e dalle bande estremiste”, prosegue la nota, promettendo ulteriori “sacrifici per riprendere ogni singolo granello di sabbia libico”. (Asc) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Oggi: Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta: Al Serraj sempre più in bilico

L’attacco alla sede del Governo di Accordo Nazionale evidenzia tutti i limiti dell’esecutivo del premier, oggi a Roma per partecipare al Gruppo di contatto sui flussi migratori nel Mediterraneo. Intanto Haftar riprende il controllo totale di Bengasi.

ABU-SITTA-LIBIA

(La base navale di Abu Sitta a Tripoli, foto Daniele Raineri)

Nella serata di ieri, domenica 19 marzo, uomini armati hanno dato l’assalto alla base navale di Abu Sitta nelle vicinanze della capitale libica Tripoli. Ne ha dato notizia il quotidiano online libico The Libya Observer. La base navale è da oltre un anno sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA), istituito dalle Nazioni Unite nel dicembre 2015 per tentare di riportare la stabilità politica nel Paese dilaniato da sei anni di guerra civile.

Secondo quanto riferito dall’agenzia libica Al Wasat, il capo del GNA Fayez Al Serraj, «viste le critiche condizioni del Paese», aveva inizialmente deciso di rinunciare alla prevista partenza per Roma dove oggi, lunedì 20 marzo, si riunisce il Gruppo di contatto sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale, un gruppo di lavoro internazionale organizzato per verificare la possibilità di controllare in modo coordinato i flussi migratori dal continente africano verso l’Europa. Nelle ultime ore, poco prima dell’inizio del summit, è però alla fine arrivato a Roma dove è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del consiglio Paolo Gentiloni. Il Gruppo di contatto è composto dai ministri dell’Interno di Italia, Algeria, Austria, Francia, Germania, Libia, Malta, Slovenia, Tunisia e Svizzera, oltre che dal commissario europeo per le Migrazioni, il greco Dimitris Avramopoulos.

Russian Foreign Minister Lavrov meets with Libyan Prime Minister Seraj in Moscow

(Mosca, 2 marzo 2017: Al Serraj incontra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov)

Al Serraj punta molto sulla sua partecipazione al vertice di Roma, poiché si tratta di un’utile occasione per discutere non solo di migranti ma anche della definizione, con il supporto italiano, di una road map per la ricerca di una soluzione politica alla crisi libica. Nonostante la sua partecipazione alla riunione all’ultimo minuto, la situazione a Tripoli dimostra la sostanziale incapacità del Governo di Accordo Nazionale di raggiungere un’intesa con le altre forze politico-miltari che si contendono il potere in Libia dopo l’abbattimento nel 2011 del regime del colonnello Gheddafi.

Da quando si è insediato alla guida del GNA, Al Serraj non è riuscito neanche ad assumere il controllo della capitale, rimanendo praticamente confinato nella base navale di Abu Sitta che, come detto, nella giornata di ieri è stata assaltata da miliziani probabilmente appartenenti alla fazione islamista di Khalifa Ghwell, il capo del destituito Governo di Salvezza Nazionale di Tripoli, appoggiato da un parlamento che finora si è rifiutato di riconoscere l’esecutivo designato dall’ONU.

Il governo di Ghwell è stato riconosciuto dalla comunità internazionale fino all’inizio del 2016, quando è stato considerato decaduto dalle Nazioni Unite per far luogo al governo di Al Serraj. Ma né il suo capo, né le milizie che lo appoggiano, hanno accettato di fare marcia indietro e hanno invece tentato di mantenere il controllo militare della capitale. Tra il 12 e il 16 marzo le forze della Guardia presidenziale di Al Serraj hanno stretto d’assedio l’Hotel Rixos e gli edifici adiacenti che fungevano da quartier generale di Khalifa Ghwell. Questi, dopo essere rimasto ferito negli scontri, è stato costretto alla fuga e secondo diverse fonti potrebbe aver trovato riparto a Misurata.

L’attacco di ieri alla base di Abu Sitta rappresenta adesso l’evidente risposta delle milizie fedeli all’esecutivo di Ghwell ai tentativi di Al Serraj di assumere il controllo della situazione e, al contempo, sancisce il fallimento della tregua che il 16 marzo il Consiglio presidenziale del GNA aveva annunciato di aver raggiunto con diversi gruppi politici e armati di Tripoli e Misurata.

Lo scontro tra Al Serraj e le milizie di Misurata
La situazione per il Governo di Accordo Nazionale si è fatta ancora più difficile quando, sempre nella giornata di ieri, le Brigate di Misurata – che sono state le protagoniste della cacciata dell’ISIS dalla città di Sirte – hanno ufficialmente ritirato il loro appoggio ad Al Serraj.

Lo scontro tra le forze di Misurata e il governo di Al Serraj ha radici squisitamente politiche. I rappresentanti di Misurata hanno protestato perché il GNA non ha condannato le violenze verbali di cui i loro combattenti sarebbero stati oggetto durante una manifestazione popolare tenutasi a Tripoli nella Piazza dei Martiri nella giornata del 17 marzo. I manifestanti, prima di essere dispersi a colpi d’arma da fuoco dalla polizia, hanno lanciato veementi accuse di ingerenza negli affari di Tripoli nei confronti delle forze di Misurata, ma il governo di Al Serraj si è rifiutato di condannarle invocando la «libertà di espressione».

LIBIA-CONFLITTO-2017

I membri del Consiglio di Stato, organismo che risponde alle Brigate di Misurata, hanno dichiarato al quotidiano libico Libya Herald che «quanto avvenuto ieri (durante le dimostrazioni, ndr) non ha a che vedere con la libertà di parola, ma si è trattato di un incitamento all’odio e alla violenza contro di noi. Sospendiamo quindi ogni contatto con il Consiglio Presidenziale (di Al Serraj, ndr) e lo riteniamo responsabile di ogni violenza che verrà rivolta contro Misurata». Parole dure che al momento rendono ancora più precaria la situazione per il Governo di Accordo Nazionale per il quale le Brigate di Misurata sono state finora un supporto fondamentale sul piano militare.

Haftar prende il controllo definitivo di Bengasi
La rottura di Al Serraj con Misurata avviene inoltre nel momento in cui il generale Khalifa Haftar, comandante della Libyan National Army – che risponde al parlamento di Tobruk, organismo politico rivale del GNA – dopo aver riconquistato il controllo dei terminal petroliferi di Es Sider e di Ras Lanuf, ha annunciato la definitiva liberazione di Bengasi dalle milizie islamiste.

Dopo un assedio di oltre un anno, il 18 marzo le forze della Libyan National Army hanno assaltato il distretto di Ganfouda ancora occupato dalle milizie islamiste e, al termine di una furiosa battaglia, le hanno eliminate o costrette alla fuga, assumendo quindi il controllo della seconda più grande città della Libia.

Member of Libyan National Army (LNA) sits on a chair as he guards oil tanks after they were recaptured from fighters of Benghazi Defence Brigades (BDB) south of Ras Lanuf

(Un miliziano della Libyan National Army sorveglia un impianto petrolifero di Ras Lanuf)

È proprio a Bengasi che nel marzo del 2014 Haftar aveva lanciato la sua “Operazione Dignità” dichiarando di voler ripulire la città da gruppi che avevano dichiarato il loro appoggio ad Al Qaeda e successivamente in parte anche all’ISIS. Ora, con questa vittoria, il generale di Tobruk vede indubbiamente rafforzata la propria posizione non solo nei confronti del sempre più debole rivale Al Serraj, ma anche nei confronti della comunità internazionale.

L’Occidente, e in primis l’Italia, dovranno chiedersi fino a che punto potranno continuare a sostenere un governo privo di poteri come quello di Al Serraj, e rifiutare il dialogo con Khalifa Haftar, le cui forze controllano non solo il petrolio libico e tutta la Cirenaica ma rappresentano un’indubbia realtà politica e militare con la quale occorrerà fare i conti se si vorrà ancora sperare in una risoluzione della crisi libica.

di Alfredo Mantici

Intanto, in Siria: Damasco: offensiva di ribelli e gruppi jihadisti nel distretto nord-orientale di Jobar. Decine di morti ”

Annunci

Un pensiero su “1043.- ATTENTI IN LIBIA! PERCHÉ QUELLO CHE STA FACENDO LA RUSSIA IN LIBIA CI INTERESSA. Libia, assalto alla base navale di Abu Sitta, sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Al Serraj sempre più in bilico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...