1039.- I KAGAN NEOCON VOGLIONO LA RIVINCITA: IN SIRIA E IN UCRAINA

Le speranze di pace dell’era Trump si scontrano contro le forze del male che, in tutto il mondo, non vogliono cedere né alle armi né alle volontà delle urne. In Siria e in Ucraina si continuano a combattere le prime battute di una nuova guerra. Gli USA sono sbarcati in Siria, per non esserne esclusi: ufficialmente per combattere il loro ISIS e sono a contatto con i russi, ma determinati a smembrare quella nazione e, forse, l’Iran, insieme ai Turchi, a Israele, all’Arabia Saudita e ai Curdi. Putin domina in Siria e sostiene l’Iran e sembra abbia, a sua volta, sbarcato le sue Forze Speciali in Egitto, a Sidi el Barrani, 60 km dal confine libico. Stendo un velo pietoso sull’Unione europea.

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Puntuali le note di Maurizio Blondet, del 17 marzo 2017, sulle forze del male.

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“Nella notte del 17 marzo, caccia israeliani hanno colpito diversi obiettivi in Siria. A missione compiuta, sono stati bersagliati da missili terra-aria dalla Siria. Le forze della difesa anti-aerea hanno intercettato uno di questi missili”. Così il comunicato delle forze armate israeliane. Sembra la prima volta che i siriani rispondono alle continue incursioni israeliane. Forse è solo la prima volta che gli israeliani lo dicono apertamente, per creare un casus belli. La presenza dei centinaia di Marines con artigliere in territorio siriano, non invitati, con la scusa di conquistare Rakka e in realtà di ritagliarsi una zona permanente di occupazione propria – oltre la zona-tampone occupata dalle truppe di Erdogan tra Azaz e Jarabulus sull’Eufrate, e la zona del Golan più la enclave dei terroristi del Sud mantenuti e curati da Israele – indica che i neocon stanno ancora attuando il piano di smembramento della Siria, indicato da Oded Yinon nel 1983. Trump non Trump, la capacità eversiva dei neocon sembra intatta.

“Armare altri ribelli sunniti” (terza volta).  

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Ho scritto neocon, dovrei scrivere “famiglia Kagan”. Una vera e propria dinastia neocon, che vanta capostipiti riparati in Usa dalla Russia come trotzkisti sconfitti da Stalin, che numera fra i suoi esponenti Robert Kagan co-fondatore del PNAC (Project for a New American Century), il think tank che nel 2000 auspicò “una nuova Pearl Harbor”, e Victoria Nuland (Nudelman) la sovvertitrice dell’Ucraina, è di ritorno con grande chutzpah.

Robert Kagan, il 7 marzo, ha scritto un editoriale sul Washington Post in cui rimproverava i repubblicani di non odiar abbastanza la Russia, che notoriamente ha manipolato le elezioni americane. Il 15 marzo, sul Wall Street Journal, due rampolli della dinastia, Frederick Kagan e Kimberley Kagan, hanno proclamato apertamente la necessità di una nuova invasione-sovversione Usa in Siria.

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I due Kagan in Irak (2008) a godersi le devastazioni che hanno creato.

Frederick sta attualmente nel notorio think tank dei Ledeen, Wolfowitz & Co detto American Enterprise (una centrale dell’11 Settembre), dove dirige il programma chiamato “Critical Threats Project” (Progetto sulle Minacce Critiche – o come crearle); Kimberley Kagan, la moglie, ha fondato un suo proprio think tank, lo Institute for the Study of War, che ha quindi lo stesso scopo del PNAC e dell’American Enterprise: studiare come far fare le guerre per Israele.

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Kimberley Kagan, neocon di 3a generazione, col gen. Petraeus (Gen. David Petraeus posing before the U.S. Capitol with Kimberly Kagan, founder and president of the Institute for the Study of War). (Photo credit: ISW’s 2011 Annual Report).

L’articolo dei due nuovi Kagan ha come titolo: A New Strategy Against ISIS and al Qaeda – The U.S. has been relying too heavily on Shiites and Kurds. It needs to cultivate Sunni Arab partners.

Ossia “Nuova strategia contro ISIS e Al Qaeda – Gli Usa si sono appoggiati troppo agli sciiti e ai curdi. Devono coltivare solo i partner arabi Sunniti”-. Nella pratica, il consiglio (o il comando) alla Casa Bianca dei due Kaganini è: abbandonare i curdi; non collaborare con russi e iraniani; formare una nuova milizia sunnita irregolare, che combatta “ISIS e Al Qaeda”, ma beninteso anche il governo siriano di Assad. “Le truppe americane devono combattere a fianco di questi partners per ridurre la attuale perdita di fiducia dei sunniti, nostri alleati, verso gli Usa. I partner non dovranno appoggiare i jihadisti-salafiti, i complici dell’Iran né il separatismo israeliano”.

Quante volte i Kagan hanno proposto e fatto attuare a Washington la stessa ricetta? Armare i jihadisti sunniti contro Assad? Entità come Al Qaeda, poi ribattezzata Al Nusra, e ISIS (Daesh), sono lì a provare le tante volte che l’hanno fatto. L’ultima o penultima volta, il Pentagono ha speso decine di milioni di dollari per addestrare una milizia jihadista sì, ma che combattesse i takfiri insieme al governo di Assad; appena lasciati sul campo, questi miliziani si sono riuniti ad Al Nusrah, portando in dote l’armamento Usa, nuovo fiammante.

Ma che importa: i Kagan premono per un altro tentativo. Se non ci sono più guerriglieri sunniti che non siano alle corde, è facile crearne di nuovi: l’Arabia Saudita, la vera grande alleata di Israele, è lì pronta a fornire stipendi, armamenti e captagon. Una nuova tornata di guerra sul popolo siriano, perché no?

“La guerra perpetua è un affare di famiglia per i Kagan”, ha scritto il professor Robert Parry, esimio arabista, mostrando la forza con cui i Kagan, ancora nella Washington di Trump, tramano e si confricano con i democratici, repubblicani, i media, i generali. Potete leggere qui:

https://consortiumnews.com/2017/03/15/the-kagans-are-back-wars-to-follow/

The Kagans Are Back; Wars to Follow
March 15, 2017

Exclusive: The neocon royalty Kagans are counting on Democrats and liberals to be the foot soldiers in the new neocon campaign to push Republicans and President Trump into more “regime change” wars, reports Robert Parry.
By Robert Parry: The Kagan family, America’s neoconservative aristocracy, has reemerged having recovered from the letdown over not gaining its expected influence from the election of Hillary Clinton and from its loss of official power at the start of the Trump presidency. 
Back pontificating on prominent op-ed pages, the Family Kagan now is pushing for an expanded U.S. military invasion of Syria and baiting Republicans for not joining more enthusiastically in the anti-Russian witch hunt over Moscow’s alleged help in electing Donald Trump.
In a Washington Post op-ed on March 7, Robert Kagan, a co-founder of the Project for the New American Century and a key architect of the Iraq War, jabbed at Republicans for serving as “Russia’s accomplices after the fact” by not investigating more aggressively.
Then, Frederick Kagan, director of the Critical Threats Project at the neocon American Enterprise Institute, and his wife, Kimberly Kagan, president of her own think tank, Institute for the Study of War, touted the idea of a bigger U.S. invasion of Syria in a Wall Street Journal op-ed on March 15.
Yet, as much standing as the Kagans retain in Official Washington’s world of think tanks and op-ed placements, they remain mostly outside the new Trump-era power centers looking in, although they seem to have detected a door being forced open.
Still, a year ago, their prospects looked much brighter. They could pick from a large field of neocon-oriented Republican presidential contenders or – like Robert Kagan – they could support the establishment Democratic candidate, Hillary Clinton, whose “liberal interventionism” matched closely with neoconservatism, differing only slightly in the rationalizations used for justifying wars and more wars.
There was also hope that a President Hillary Clinton would recognize how sympatico the liberal hawks and the neocons were by promoting Robert Kagan’s neocon wife, Victoria Nuland, from Assistant Secretary of State for European Affairs to Secretary of State.
Then, there would have been a powerful momentum for both increasing the U.S. military intervention in Syria and escalating the New Cold War with Russia, putting “regime change” back on the agenda for those two countries. So, early last year, the possibilities seemed endless for the Family Kagan to flex their muscles and make lots of money.
A Family Business
As I noted two years ago in an article entitled “A Family Business of Perpetual War”: “Neoconservative pundit Robert Kagan and his wife, Assistant Secretary of State Victoria Nuland, run a remarkable family business: she has sparked a hot war in Ukraine and helped launch Cold War II with Russia and he steps in to demand that Congress jack up military spending so America can meet these new security threats. 
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Prominent neocon intellectual Robert Kagan. (Photo credit: Mariusz Kubik, http://www.mariuszkubik.pl)
“This extraordinary husband-and-wife duo makes quite a one-two punch for the Military-Industrial Complex, an inside-outside team that creates the need for more military spending, applies political pressure to ensure higher appropriations, and watches as thankful weapons manufacturers lavish grants on like-minded hawkish Washington think tanks.
“Not only does the broader community of neoconservatives stand to benefit but so do other members of the Kagan clan, including Robert’s brother Frederick at the American Enterprise Institute and his wife Kimberly, who runs her own shop called the Institute for the Study of War.”
But things didn’t quite turn out as the Kagans had drawn them up. The neocon Republicans stumbled through the GOP primaries losing out to Donald Trump and then – after Hillary Clinton muscled aside Sen. Bernie Sanders to claim the Democratic nomination – she fumbled away the general election to Trump.
After his surprising victory, Trump – for all his many shortcomings – recognized that the neocons were not his friends and mostly left them out in the cold. Nuland not only lost her politically appointed job as Assistant Secretary but resigned from the Foreign Service, too.
With Trump in the White House, Official Washington’s neocon-dominated foreign policy establishment was down but far from out. The neocons were tossed a lifeline by Democrats and liberals who detested Trump so much that they were happy to pick up Nuland’s fallen banner of the New Cold War with Russia. As part of a dubious scheme to drive Trump from office, Democrats and liberals hyped evidence-free allegations that Russia had colluded with Trump’s team to rig the U.S. election.
New York Times columnist Thomas L. Friedman spoke for many of this group when he compared Russia’s alleged “meddling” to Japan’s bombing of Pearl Harbor and Al Qaeda’s 9/11 terror attacks.
On MSNBC’s “Morning Joe” show, Friedman demanded that the Russia hacking allegations be treated as a casus belli: “That was a 9/11 scale event. They attacked the core of our democracy. That was a Pearl Harbor scale event.” Both Pearl Harbor and 9/11 led to wars.
So, with many liberals blinded by their hatred of Trump, the path was open for neocons to reassert themselves.
Baiting Republicans
Robert Kagan took to the high-profile op-ed page of The Washington Post to bait key Republicans, such as Rep. Devin Nunes, chairman of the House Intelligence Committee who was pictured above the Post article and its headline, “Running interference for Russia.” 
Kagan wrote: “It would have been impossible to imagine a year ago that the Republican Party’s leaders would be effectively serving as enablers of Russian interference in this country’s political system. Yet, astonishingly, that is the role the Republican Party is playing.”
Kagan then reprised Official Washington’s groupthink that accepted without skepticism the claims from President Obama’s outgoing intelligence chiefs that Russia had “hacked” Democratic emails and released them via WikiLeaks to embarrass the Clinton campaign.
Though Obama’s intelligence officials offered no verifiable evidence to support the claims – and WikiLeaks denied getting the two batches of emails from the Russians – the allegations were widely accepted across Official Washington as grounds for discrediting Trump and possibly seeking his removal from office.
Ignoring the political conflict of interest for Obama’s appointees, Kagan judged that “given the significance of this particular finding [about Russian meddling], the evidence must be compelling” and justified “a serious, wide-ranging and open investigation.”
But Kagan also must have recognized the potential for the neocons to claw their way back to power behind the smokescreen of a New Cold War with Russia.
He declared: “The most important question concerns Russia’s ability to manipulate U.S. elections. That is not a political issue. It is a national security issue. If the Russian government did interfere in the United States’ electoral processes last year, then it has the capacity to do so in every election going forward. This is a powerful and dangerous weapon, more than warships or tanks or bombers.
“Neither Russia nor any potential adversary has the power to damage the U.S. political system with weapons of war. But by creating doubts about the validity, integrity and reliability of U.S. elections, it can shake that system to its foundations.”
A Different Reality
As alarmist as Kagan’s op-ed was, the reality was far different. Even if the Russians did hack the Democratic emails and somehow slipped the information to WikiLeaks – an unsubstantiated and disputed contention – those two rounds of email disclosures were not that significant to the election’s outcome.
2016-01-18t12-04-30-766z-1280x720.nbcnews-ux-1080-600-300x169Former Secretary of State Hillary Clinton and Sen. Bernie Sanders. (NBC photo)
Hillary Clinton blamed her surprise defeat on FBI Director James Comey briefly reopening the investigation into her use of a private email server while serving as Secretary of State.
Further, by all accounts, the WikiLeaks-released emails were real and revealed wrongdoing by leading Democrats, such as the Democratic National Committee’s tilting of the primaries against Sen. Bernie Sanders and in favor of Clinton. The emails of Clinton campaign chairman John Podesta disclosed the contents of Clinton’s paid speeches to Wall Street, which she was trying to hide from voters, as well as some pay-to-play features of the Clinton Foundation.
In other words, the WikiLeaks’ releases helped inform American voters about abuses to the U.S. democratic process. The emails were not “disinformation” or “fake news.” They were real news.
A similar disclosure occurred both before the election and this week when someone leaked details about Trump’s tax returns, which are protected by law. However, except for the Trump camp, almost no one thought that this illegal act of releasing a citizen’s tax returns was somehow a threat to American democracy.
The general feeling was that Americans have a right to know such details about someone seeking the White House. I agree, but doesn’t it equally follow that we had a right to know about the DNC abusing its power to grease the skids for Clinton’s nomination, about the contents of Clinton’s speeches to Wall Street bankers, and about foreign governments seeking pay-to-play influence by contributing to the Clinton Foundation?
Yet, because Obama’s political appointees in the U.S. intelligence community “assess” that Russia was the source of the WikiLeaks emails, the assault on U.S. democracy is a reason for World War III.
More Loose Talk
But Kagan was not satisfied with unsubstantiated accusations regarding Russia undermining U.S. democracy. He asserted as “fact” – although again without presenting evidence – that Russia is “interfering in the coming elections in France and Germany, and it has already interfered in Italy’s recent referendum and in numerous other elections across Europe. Russia is deploying this weapon against as many democracies as it can to sap public confidence in democratic institutions.” 
kerry-and-nuland-b-300x200      U.S. Secretary of State John Kerry, flanked by Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs Victoria “Toria” Nuland, addresses Russian President Vladimir Putin in a meeting at the Kremlin in Moscow, Russia, on July 14, 2016. [State Department Photo]
There’s been a lot of handwringing in Official Washington and across the Mainstream Media about the “post-truth” era, but these supposed avatars for truth are as guilty as anyone, acting as if constantly repeating a fact-free claim is the same as proving it.
But it’s clear what Kagan and other neocons have in mind, an escalation of hostilities with Russia and a substantial increase in spending on U.S. military hardware and on Western propaganda to “counter” what is deemed “Russian propaganda.”
Kagan recognizes that he already has many key Democrats and liberals on his side. So he is taking aim at Republicans to force them to join in the full-throated Russia-bashing, writing:
“But it is the Republicans who are covering up. The party’s current leader, the president, questions the intelligence community’s findings, motives and integrity. Republican leaders in Congress have opposed the creation of any special investigating committee, either inside or outside Congress. They have insisted that inquiries be conducted by the two intelligence committees.
“Yet the Republican chairman of the committee in the House has indicated that he sees no great urgency to the investigation and has even questioned the seriousness and validity of the accusations. The Republican chairman of the committee in the Senate has approached the task grudgingly.
“The result is that the investigations seem destined to move slowly, produce little information and provide even less to the public. It is hard not to conclude that this is precisely the intent of the Republican Party’s leadership, both in the White House and Congress. …
“When Republicans stand in the way of thorough, open and immediate investigations, they become Russia’s accomplices after the fact.”
Lying with the Neocons
645997-300x200Russian President Vladimir Putin, following his address to the UN General Assembly on Sept. 28, 2015. (UN Photo)
Many Democrats and liberals may find it encouraging that a leading neocon who helped pave the road to war in Iraq is now by their side in running down Republicans for not enthusiastically joining the latest Russian witch hunt. But they also might pause to ask themselves how they let their hatred of Trump get them into an alliance with the neocons. 
On Wednesday in The Wall Street Journal, Robert Kagan’s brother Frederick and his wife Kimberly dropped the other shoe, laying out the neocons’ long-held dream of a full-scale U.S. invasion of Syria, a project that was put on hold in 2004 because of U.S. military reversals in Iraq.
But the neocons have long lusted for “regime change” in Syria and were not satisfied with Obama’s arming of anti-government rebels and the limited infiltration of U.S. Special Forces into northern Syria to assist in the retaking of the Islamic State’s “capital” of Raqqa.
In the Journal op-ed, Frederick and Kimberly Kagan call for opening a new military front in southeastern Syria:
“American military forces will be necessary. But the U.S. can recruit new Sunni Arab partners by fighting alongside them in their land. The goal in the beginning must be against ISIS because it controls the last areas in Syria where the U.S. can reasonably hope to find Sunni allies not yet under the influence of al Qaeda. But the aim after evicting ISIS must be to raise a Sunni Arab army that can ultimately defeat al Qaeda and help negotiate a settlement of the war.
“The U.S. will have to pressure the Assad regime, Iran and Russia to end the conflict on terms that the Sunni Arabs will accept. That will be easier to do with the independence and leverage of a secure base inside Syria. … President Trump should break through the flawed logic and poor planning that he inherited from his predecessor. He can transform this struggle, but only by transforming America’s approach to it.”
A New Scheme on Syria
In other words, the neocons are back to their clever word games and their strategic maneuverings to entice the U.S. military into a “regime change” project in Syria.
The neocons thought they had almost pulled off that goal by pinning a mysterious sarin gas attack outside Damascus on Aug. 21, 2013, on the Syrian government and mousetrapping Obama into launching a major U.S. air assault on the Syrian military.
But Russian President Vladimir Putin stepped in to arrange for Syrian President Bashar al-Assad to surrender all his chemical weapons even as Assad continued to deny any role in the sarin attack.
Putin’s interference in thwarting the neocons’ dream of a Syrian “regime change” war moved Putin to the top of their enemies’ list. Soon key neocons, such as National Endowment for Democracy president Carl Gershman, were taking aim at Ukraine, which Gershman deemed “the biggest prize” and a steppingstone toward eventually ousting Putin in Moscow.
It fell to Assistant Secretary Victoria “Toria” Nuland to oversee the “regime change” in Ukraine. She was caught on an unsecured phone line in late January or early February 2014 discussing with U.S. Ambassador to Ukraine Geoffrey Pyatt how “to glue” or “to midwife” a change in Ukraine’s elected government of President Viktor Yanukovych.
Several weeks later, neo-Nazi and ultranationalist street fighters spearheaded a violent assault on government buildings forcing Yanukovych and other officials to flee for their lives, with the U.S. government quickly hailing the coup regime as “legitimate.”
But the Ukraine putsch led to the secession of Crimea and a bloody civil war in eastern Ukraine with ethnic Russians, events that the State Department and the mainstream Western media deemed “Russian aggression” or a “Russian invasion.”
So, by the last years of the Obama administration, the stage was set for the neocons and the Family Kagan to lead the next stage of the strategy of cornering Russia and instituting a “regime change” in Syria.
All that was needed was for Hillary Clinton to be elected president. But these best-laid plans surprisingly went astray. Despite his overall unfitness for the presidency, Trump defeated Clinton, a bitter disappointment for the neocons and their liberal interventionist sidekicks.
Yet, the so-called “#Resistance” to Trump’s presidency and President Obama’s unprecedented use of his intelligence agencies to paint Trump as a Russian “Manchurian candidate” gave new hope to the neocons and their agenda.
It has taken them a few months to reorganize and regroup but they now see hope in pressuring Trump so hard regarding Russia that he will have little choice but to buy into their belligerent schemes.
As often is the case, the Family Kagan has charted the course of action – batter Republicans into joining the all-out Russia-bashing and then persuade a softened Trump to launch a full-scale invasion of Syria. In this endeavor, the Kagans have Democrats and liberals as the foot soldiers.
Investigative reporter Robert Parry broke many of the Iran-Contra stories for The Associated Press and Newsweek in the 1980s. You can buy his latest book, America’s Stolen Narrative, either in print here or as an e-book (from Amazon and barnesandnoble.com).

Io corro per relazionarvi sull’Ucraina e su come i neocon hanno escogitato un nuovo bellissimo casus belli per recuperare le leve, in parte perdute, della sovversione messa così bene in atto dalla Nuland – moglie di Robert Kagan – quando era al Dipartimento di Stato di Hillary e Obama.

Il punto morto, in un certo senso, per i Kagan era l’accordo di Minsk: che ha congelato la guerra guerreggiata, e che avrebbe dovuto portare ad una ri-sistemazione dell’Ucraina di tipo federale. Le due repubbliche russofone di Donetsk e Lugansk sarebbero rimaste in Ucraina, come entità federate, con larga autonomia.

Poroshen

I tentativi della junta – e specialmente delle milizie neonazi, poco o tanto controllate dal regime – di riprendere i territori con la guerra sono stati raffreddati dopo la disfatta della sacca di Debalsevo, costosa in vite umane, che ha dimostrato che l’esercito ucraino è troppo debole. Sono seguite continue provocazioni e violazioni del cessate-il-fuoco, da parte essenzialmente di Kiev; assassini mirati compiuti da specialisti (gli addestratori sono della Cia?) hanno ucciso popolari capi della sezione: Aleksey Mozgovoy nel 2015, il capo militare Arsen Pavlov detto Motorola nell’ottobre 2017, e poche settimane fa, l’8 febbraio, il leader del Donbass Mikhail Tolstykh, detto “Givi”, eliminato da una bomba di tipo, si direbbe, islamista..

Ma nulla otteneva Poroshenko e la giunta, anche per il raffreddarsi degli entusiasmi UE per il regime di Kiev, l’Europa non approverebbe altre azioni militari, e la dipartita della Nuland.

A questo punto, ecco la nuova strategia, il piano B. Le milizie neonazi hanno cominciato bloccare i binari per non far passare i vagoni di carbone del Donbass. Da principio quasi di nascosto, perché non se ne accorgessero gli osservatori dell’OSCE (che se ne sono accorti, ma poco poco); e in ogni caso fingendo di presentarle il tutto come iniziative dei fanatici irregolari, da scaricare se la UE avesse protestato per la violazione di Minsk. La Ue non ha protestato, e adesso è Poroshenko, che ufficialmente, rompe i rapporti economici e politici con le provincie secessioniste.

Ma segni premonitori s’erano visti da settimane prima; un paio di oligarchi miliardari che tenevano i piedi in due scarpe con la Russia sono stati bastonati. Ihor Kolomoisky (valutato 1,1 miliardo di dollari), avversario e concorrente di Poroshenko, s’è visto nazionalizzare la sua banca, Privatbank, il 18 dicembre scorso; Dimitro Firtash (titanio e media) è stato arrestato a Vienna a febbraio 2017, su richiesta Usa, e sarà estradato per mazzette e tangenti.

Poi, il 15 marzo, il governo di Kiev ha annunciato la chiusura di tutte le strade e le ferroviere con il Donbass. La filiale ucraina della Sberbank è stata attaccata da estremisti, e sarà nazionalizzata, come risposta al fatto che con decreto presidenziale, Putin ha autorizzato la Sberbank a servire clienti che dispongono solo dei documenti d’identità emessi dalle due repubbliche secessioniste del Donbass, che non sono riconosciute internazionalmente. Misura necessaria sul piano umanitario, perché con il blocco ferroviario che dura da mesi, gli abitanti del Donbass non possono fare altro che acquistare in Russia.

Il punto è che le due zone di Donetsk e Lugansk non possono sopravvivere autonomamente. Fra poco Putin dovrà prendere la decisione che voleva evitare: prendere in carico economicamente e politicamente le due provincie. Potete scommettere che appena lo farà, il “Mondo libero” e la sua libera grancassa mediatica strilleranno che “Putin ha violato Minsk” e “Si è incamerato un altro pezzo di sacro suolo ucraino”. Il progetto della Nuland, interrotto dalla tregua e i negoziati di Minsk 2 (organizzato nel febbraio 2015 in fretta e furia dalla Merkel che si trascinò dietro Hollande, essendosi resa conto che il Dipartimento di Stato stava provocando una vera guerra ai confini germanici), si compierà comunque. Sarà il caso di ricordare che il noto senatore McCain, con il compare di sempre, senatore Lindsey Graham, ha passato le gelide notti di Capodanno con la truppa ucraina sulla linea del fuoco, e Trump disse allora per tweet che McCain dove smettere di cercare di scatenarla terza guerra mondiale.

Poroshenko blocca il Donbass. “E’ colpa di Putin”.

Questo il progetto che Putin e Lavrov hanno perseguito pazientemente, nonostante tutte le provocazioni armate di Kiev, i colpi di mano, le uccisioni mirate di capi del Donbass; nonostante le accuse demenziali che “Putin ha mandato truppe in Donbass” perché “se lo vuole annettere”, è vero il contrario: vuole che il Donbass resti all’Ucraina federale futura.

Di fatto, i rapporti economici fra il Donbass secessionista e il resto dell’Ucraina non si sono mai interrotti; essenzialmente, Kiev ha continuato per esempio a comprare il carbone delle miniere del Don, vendendo in cambio alimentari ed altro. Ciò migliorava i bilanci di Kiev e nello stesso tempo permetteva di continuare a lavorare nelle due repubbliche secessioniste. Le banche russe continuano a funzionare in Ucraina (hanno il 30% del mercato bancario), gli oligarchi ucraini, che han sempre bisogno di far denaro, hanno mantenuto contatti e contratti col paese “nemico”. Kiev continuava a pagare le pensioni, i residenti nel Donbass, nelle tregue, attraversavano le linee per andare a Kiev ad ottenere i documenti.

Ukrainian President Poroshenko talks to oligarch Kolomoisky during representing ceremony of new Dnipropetrovsk governor

Poroshenko con Kolomoisky

I tentativi della junta – e specialmente delle milizie neonazi, poco o tanto controllate dal regime – di riprendere i territori con la guerra sono stati raffreddati dopo la disfatta della sacca di Debalsevo, costosa in vite umane, che ha dimostrato che l’esercito ucraino è troppo debole. Sono seguite continue provocazioni e violazioni del cessate-il-fuoco, da parte essenzialmente di Kiev; assassini mirati compiuti da specialisti (gli addestratori sono della Cia?) hanno ucciso popolari capi della sezione: Aleksey Mozgovoy nel 2015, il capo militare Arsen Pavlov detto Motorola nell’ottobre 2017, e poche settimane fa, l’8 febbraio, il leader del Donbass Mikhail Tolstykh, detto “Givi”, eliminato da una bomba di tipo, si direbbe, islamista..

Ma nulla otteneva Poroshenko e la giunta, anche per il raffreddarsi degli entusiasmi UE per il regime di Kiev, l’Europa non approverebbe altre azioni militari, e la dipartita della Nuland.

A questo punto, ecco la nuova strategia, il piano B. Le milizie neonazi hanno cominciato bloccare i binari per non far passare i vagoni di carbone del Donbass. Da principio quasi di nascosto, perché non se ne accorgessero gli osservatori dell’OSCE (che se ne sono accorti, ma poco poco); e in ogni caso fingendo di presentarle il tutto come iniziative dei fanatici irregolari, da scaricare se la UE avesse protestato per la violazione di Minsk. La Ue non ha protestato, e adesso è Poroshenko, che ufficialmente, rompe i rapporti economici e politici con le provincie secessioniste.

Ma segni premonitori s’erano visti da settimane prima; un paio di oligarchi miliardari che tenevano i piedi in due scarpe con la Russia sono stati bastonati. Ihor Kolomoisky (valutato 1,1 miliardo di dollari), avversario e concorrente di Poroshenko, s’è visto nazionalizzare la sua banca, Privatbank, il 18 dicembre scorso; Dimitro Firtash (titanio e media) è stato arrestato a Vienna a febbraio 2017, su richiesta Usa, e sarà estradato per mazzette e tangenti.

Poi, il 15 marzo, il governo di Kiev ha annunciato la chiusura di tutte le strade e le ferroviere con il Donbass. La filiale ucraina della Sberbank è stata attaccata da estremisti, e sarà nazionalizzata, come risposta al fatto che con decreto presidenziale, Putin ha autorizzato la Sberbank a servire clienti che dispongono solo dei documenti d’identità emessi dalle due repubbliche secessioniste del Donbass, che non sono riconosciute internazionalmente. Misura necessaria sul piano umanitario, perché con il blocco ferroviario che dura da mesi, gli abitanti del Donbass non possono fare altro che acquistare in Russia.

Il punto è che le due zone di Donetsk e Lugansk non possono sopravvivere autonomamente. Fra poco Putin dovrà prendere la decisione che voleva evitare: prendere in carico economicamente e politicamente le due provincie. Potete scommettere che appena lo farà, il “Mondo libero” e la sua libera grancassa mediatica strilleranno che “Putin ha violato Minsk” e “Si è incamerato un altro pezzo di sacro suolo ucraino”. Il progetto della Nuland, interrotto dalla tregua e i negoziati di Minsk 2 (organizzato nel febbraio 2015 in fretta e furia dalla Merkel che si trascinò dietro Hollande, essendosi resa conto che il Dipartimento di Stato stava provocando una vera guerra ai confini germanici), si compierà comunque. Sarà il caso di ricordare che il noto senatore McCain, con il compare di sempre, senatore Lindsey Graham, ha passato le gelide notti di Capodanno con la truppa ucraina sulla linea del fuoco, e Trump disse allora per tweet che McCain dove smettere di cercare di scatenarla terza guerra mondiale.

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McCain e Graham coi soldati ucraini.
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