1031.- Vedo neri ovunque. Quanti sono in Italia gli stranieri? a Trento, per esempio?

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In Italia oggi ci sono circa 5.5 milioni di stranieri, pari all’9,2% della popolazione.

Questo dato va però scomposto meglio per capire il senso dell’articolo: 1.691.865 sono gli stranieri di altri paesi dell’Unione Europea, mentre i cosiddetti extra-comunitari sono 3.821.825 (6,1% della popolazione). I dati, che sono rilevati alla fine del 2015 sono in netto aumento, se teniamo conto che solo nel 2016 sono arrivati circa 180 mila nuovi migranti e che nel 2017 sono stimati nuovi arrivi per circa 250 mila unità (dati ministro dell’interno di ieri)

Oggi quindi vivono da noi circa 4 milioni di stranieri, di cui oltre mezzo milione sono immigrati irregolari. Praticamente il totale della popolazione del Trentino (534 mila)

Siamo in proporzione il paese al mondo che attrae più migranti. Un flusso vorticoso, ingestibile dallo Stato, orientato dalle singole comunità etniche e dai loro capi, intermediari fra paese d’origine e Belpaese d’accoglienza o di transito.
Le affermazioni di ieri del consigliere della provincia autonoma di Trento Walter Kaswalder sulla differenza fra profughi e clandestini ci hanno spinto ad approfondire il tema. Ma quanti sono i clandestini, per esempio, in Trentino? e dove vivono? e come campano? La vita del clandestino è come la «terra di mezzo», e spesso racconta storie di degrado ed abbandono ai limiti.

I clandestini hanno molti nomi, clochard che nella vita sono stati sfortunati o abbandonati e che non hanno più nessuna residenza, balordi cacciati di casa da madri o mogli, migranti in cerca di un riparo per la notte dove consumare un pasto scaldato con la bottiglietta dell’alcol.

Si stima che in Trentino vivano circa 300 immigrati irregolari sbarcati a Lampedusa quasi tutti dalle navi e pochi dai barconi, e per irregolari intendiamo coloro che vivono per strada, senza regolari documenti di viaggio, e che non hanno nessuna residenza o lavoro «regolare». Nella quasi totalità questo numero di persone agisce, si muove e di fatto «vive» in città.

DOVE VIVONO – Per strada o in qualche pertugio o baracca di fortuna. I più fortunati, cioè quelli che hanno molta disponibilità economica, grazie ai proventi dello spaccio, di qualche rapina o furto, sono spesso ospitati in case di qualche ragazza italiana oppure del cliente a cui pagano l’affitto con la droga. Sembra che il fenomeno a Trento sia piuttosto radicato e per questo sfugge alle forze di polizia. Molti di questi sono ospitati da connazionali spesso conniventi o magari tacitamente consenzienti sullo strano giro di affari dell’amico.

CHI SONO – Sono migranti che non avendo ricevuto lo status di profugo sono abbandonati dalle cooperative sociali, che non ricevono più i 35 euro al giorno per il loro mantenimento dalla provincia. Alcuni arrivano da fuori regione, nella speranza di sbarcare il lunario e purtroppo si trovano alla fine a dover scegliere se spacciare droga e rubare o morire di fame. Molti si arrangiano con l’accattonaggio, quasi sempre taglieggiati dai «padroni» di turno o vendendo qualcosa agli angoli della strada.

C’è anche chi lavora in nero, facendo lavoretti come qualche trasloco, lavori di pulizie o in genere di fatica. Sono pagati per contanti e subito, e naturalmente senza «Voucher». Ma loro certo per il nostro capoluogo sono il male minore, anzi, forze andrebbero anche aiutati per la volontà e l’intraprendenza, e per non essere, almeno fino ad ora, caduti nella trappola della criminalità.

C’è poi l’immigrazione che diventa clandestina solo in un secondo momento, quella di chi entra nel nostro Paese con un permesso regolare a tempo – magari ottenuto corrompendo funzionari nel Paese di provenienza – e diventa irregolare e clandestino alla scadenza del permesso.

È ovvio che il fenomeno nei prossimi anni è destinato a crescere. Ed è prevedibile che insieme aumentino anche degrado e criminalità. Un certa cultura, per lo più di sinistra, quando l’esodo epocale è iniziato, pensava di far arricchire i migranti grazie alla nostra cultura e alle nostre tradizioni. Non ditemi che non pensava che avrebbero contribuito invece ad impoverire lo Stato e i cittadini italiani.

Senz’altro i flussi migratori devono essere controllati, e allo scopo servono leggi che siano in grado di affrontare il problema nella sua complessità, tutelando le persone e i loro diritti. Un’immigrazione che ormai ora è fuori controllo e che ha portato i centri di accoglienza ad essere ormai saturi. Un controsenso se si pensa che l’Italia spende quasi 4 miliardi di euro ogni hanno per gestire questa immigrazione. Una bomba ad orologeria pronta a scoppiare in ogni momento.

Prendiamo un recente esempio, proprio a Trento.

15 marzo.- Clamorosa protesta dentro il centro di accoglienza di via Fersina a Trento.  Una cinquantina di finti profughi hanno mostrato il loro vero volto: alle 7.00 di mattina, hanno chiuso con un grosso catenaccio il portone di accesso alla struttura di accoglienza e si sono asserragliati all’interno del centro allestito e ristrutturato per loro dalla Provincia con 572.000€ di soldi pubblici. Hanno sequestrato gli operatori della “benefica coop Cinformi”, bloccando, contro la loro volontà anche gli operatori e i volontari, che avevano finito il loro turno. Oltre al classico “cibo no buono e paga troppo piccola…” pretendevano alloggi privati, velocità nelle pratiche di riconoscimento dello status di profugo e documenti subito. La grande bugia della fuga da guerra e fame, viene miserabilmente messa a nudo dal loro atteggiamento di pretesa e prepotenza. La questura è subito intervenuta e dopo circa tre ore di trattativa ha sfondato i cancelli liberando di fatto la struttura.

«I richiedenti asilo spesso sono fagocitati da persone che sognano la sostituzione etnica ed hanno interessi economici rilevanti. Al contempo dobbiamo ricordarci che sono richiedenti asilo e non profughi, rimangono in una situazione di limbo a volte per anni ( a nostre spese) grazie all’incapacità delle autorità competenti di svolgere velocemente la loro attività di riconoscimento o meno dello status.
La legge italiana è molto netta e chiara a riguardo. Lo sanno bene anche coloro che fanno si che ci siano questi ritardi nell’elaborazione delle richieste di asilo politico. Dobbiamo dire basta a queste pagliacciate.
Quando torneremo ad avere un minimo di dignità? il Ministro Orlando, per cercare di gettar acqua sul fuoco, ha invocato manifestazioni a favore dell’immigrazione, ma parla di immigrazione di persone che scappano dalla guerra, o di importazione di risorse economiche per le cooperative di parenti e amici? E in tutto questo scenario di affari mascherati da solidarietà, schiavismo mascherato da accoglienza, il Trentino cosa fa? China il capo agli ordini di partito, chiede e implora che Roma ci mandi sempre più clandestini, per assicurarsi un posto comodo per un futuro romano? Per accontentare il padron Renzi»? Questa non è accoglienza.

Non sono poveri e non scappano dalla guerra né dalla fame, ecco perché i cosiddetti profughi vengono in Italia.

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Anna Bono, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa all’Università di Torino

Anna Bono, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa, conoscendo a fondo la materia, ribalta un bel gruzzolo di luoghi comuni.

Al giornalista Marco Dozio in un’intervista molto interessante, spiega che chi sbarca o viene traghettato sulle nostre coste, arrivando prevalentemente dall’Africa subsahariana, per la stragrande maggioranza dei casi non è un profugo.

E nemmeno un povero in fuga dalla fame. Ma un giovane maschio, spesso appartenente al ceto medio, che non scappa da guerre o persecuzioni. “La maggior parte di chi lascia l’Africa subsahariana per l’Europa non scappa né dalla guerra né dalla povertà estrema”.

Professoressa, ci raccontano che gli immigrati che arrivano in Italia sono profughi.
«I dati dicono che dall’inizio dell’anno il numero di persone che hanno fatto domanda di asilo politico, e che hanno ottenuto risposta positiva, si assesta intorno al 4%. Significa che tutti gli altri non rientrano nei parametri previsti dalla convenzione di Ginevra, quindi non sono persone che hanno lasciato il loro Paese sotto la minaccia di perdere la libertà o la vita: non sono persone perseguitate».

E ci raccontano che chi non scappa dalla guerra però scappa dalla fame.

«I costi elevatissimi dell’emigrazione clandestina contraddicono questa tesi comune. Ormai è risaputo che chi vuole venire in Europa deve mettere insieme 4mila, 5mila o 10mila dollari per potersi appoggiare a un’organizzazione di trafficanti che provveda all’espatrio. Cifre appunto elevatissime soprattutto se rapportate ai redditi medi dei Paesi di provenienza. Chi arriva generalmente appartiene al ceto medio o medio basso, comunque per la gran parte non si tratta di indigenti. C’è chi risparmia, chi si fa prestare il denaro dai parenti, chi paga a rate, chi vende una mandria, però i soldi ci sono, i trafficanti vogliono essere pagati in contanti. È gente che ha una disponibilità economica. Certo c’è la delusione di vivere in Paesi dove avanzano prevalentemente i raccomandati: la spinta può arrivare anche da lì, da delusioni lavorative, come succede per chi parte dall’Italia».

Per quale motivo chi è eventualmente coinvolto in un conflitto dovrebbe far rotta dall’Africa subsahariana verso l’Europa?

«Infatti non succede questo. In Africa i profughi sono milioni e milioni ma la quasi totalità di coloro che ottengono asilo non lascia il continente. I profughi sono più di 60 milioni, dato del 2015, di cui 41 milioni sono profughi interni, sfollati. Quando si vive in uno stato di conflitto o di pericolo ci si allontana solo il minimo indispensabile per mettersi al sicuro, pensando di poter fare ritorno a casa propria. La maggior parte delle persone si allontana restando all’interno dei confini nazionali, mentre un’altra porzione di persone oltrepassa i confini per essere ospitata nei campi dell’Unhcr anche per lungo tempo, come per il caso della Somalia. Benchè la diaspora somala sia una delle più numerose al mondo, a causa di vent’anni di instabilità e del terrorismo di Al Shaabab, solo una parte dei profughi è fuggita all’estero: la gran parte ha oltrepassato i confini nazionali riparando nel vicino Kenya».

Qual è la situazione nei Paesi di partenza?

«Molti emigranti arrivano per esempio da un Paese come il Senegal che non è in guerra, non vive gravi problemi di conflitti e come tutti i Paesi africani, con poche eccezioni, vive un periodo positivo dal punto di vista economico. Da anni quasi tutta l’Africa presenta una crescita del prodotto interno lordo costante e in certi casi consistente. Il problema è che questa crescita non si traduce in vero e proprio sviluppo economico o umano, anche a causa della corruzione endemica e del malgoverno».

Per quale motivo telegiornali, grande stampa e larga parte della politica insistono nel parlare erroneamente di “sbarchi di profughi o rifugiati”?

«Mass media, politici, chiunque parli di immigrazione utilizza emigrante, profugo o rifugiato come fossero sinonimi. Ma ovviamente non lo sono. In parte ciò è frutto di una confusione involontaria. In parte però si tratta di un errore voluto, perché c’è la tendenza ad affermare che chiunque lasci il proprio Paese abbia una forma di disagio e dunque abbia il diritto di essere ospitato. Questo approccio si traduce in ciò che vediamo: centinaia di migliaia di persone in marcia per arrivare in Europa. Molti dei quali non sono indigenti e per la maggior parte, circa l’80%, sono giovani uomini di età non superiore ai 35 anni. Poi c’è una fetta crescente di minori non accompagnati, metà dei quali non si sa che fine faccia. Si parla tanto di accoglienza e poi lasciamo sparire 5mila bambini nel nulla».

L’esodo è favorito da una sorta di propaganda?

«Nei Paesi dell’Africa subsahariana esistono pubblicità che incitano ad andare in Italia, spiegando che qui è tutto gratis. E in effetti lo è. Mi immagino le telefonate di questi ragazzi ai loro amici, in cui confermano che effettivamente tutto viene assicurato loro gratuitamente».

Come vede la questione in prospettiva?

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«Se continuiamo ad andarli a prendere a poca distanza dalle coste africane, come illustrava la vignetta satirica di Krancic, (sotto) la situazione non potrà che peggiorare. In Grecia non sbarca quasi più nessuno da quando è stato siglato l’accordo con la Turchia. Se chi pensa di venire in Italia ha la certezza di essere rimandato indietro, non avendo le caratteristiche per ottenere l’asilo, alla fine desiste. Manca la volontà politica. Che ci sia un divario notevole tra le condizioni di vita dell’Africa, del Sudamerica o di una parte dell’Asia rispetto all’Occidente è evidente. Però noi abbiamo 4 milioni e 600mila poveri assoluti e il 40% dei giovani senza lavoro, numeri di cui tenere conto».

In molti si chiedono perché i migranti non raggiungono gli stati europei in aereo visto che costa anche meno. Ebbene, per poter fare domanda di asilo politico o di asilo umanitario in uno stato europeo bisogna essere fisicamente presenti sul territorio di questo stato. Questo vuol dire che non è possibile inoltrare una richiesta di asilo ad uno stato europeo da un’ambasciata di questo paese in uno stato terzo. Non esiste neanche la possibilità di avere un permesso temporaneo per giungere nel paese di propria scelta per poter chiedere asilo.

L’unico modo per raggiungere un paese europeo che promette di garantire diritti e assistenza, come ha fatto la Svezia per prima nel 2013, è quello di usufruire di mezzi illegali e pericolosi e di affidare se stessi e la propria famiglia ai trafficanti di persone.

Questo, per chi è in Egitto ed in Libia e per la maggior parte dei siriani, significa arrivare via mare. I trafficanti di esseri umani hanno come primo ed unico interesse il profitto economico e cercano quindi di guadagnare il più possibile stipando fino al limite centinaia di persone in barconi in pessime condizioni. Chi arriva via mare in Europa e sulle coste italiane rischiando la vita, non lo fa né perché è conveniente né per nascondersi dalle autorità, lo fa perché le leggi europee sull’immigrazione non gli permettono di fare altrimenti.

In Trentino il costo dell’immigrazione per la comunità è altissimo e la gestione non prevede un vero e proprio piano di accoglienza e di integrazione. Per ogni immigrato la provincia autonoma di Trento mette a disposizione 35 euro al giorno, più 2,5 euro in contanti per ogni richiedente asilo. Inoltre i benefit per i migranti presenti sul nostro territorio sono molto importanti e vanno dai trasporti gratis, le visite e tutte le medicine in forma gratuita, le card per le ricariche telefoniche e per la spesa al supermercato.

È plausibile pensare che per ogni richiedente asilo la provincia autonoma di Trento spenda oltre 1.500 euro ogni mese, questo per circa 24 mesi, cioè il tempo per decidere se sarà rilasciato lo status di profugo al migrante. Tempo che spesso viene raddoppiato visto che quasi tutti i richiedenti asilo a cui non viene riconosciuto lo status di profugo presentano un ricorso, che viene preso in considerazione dopo altri 24 mesi che nel frattempo il rifugiato passa sul nostro territorio naturalmente mantenuto dai contribuenti. Lo stesso ricorso viene patrocinato dallo stato italiano, quindi tutti coloro che depositano il ricorso hanno diritto alla difesa gratuita, per loro, che però paga la comunità italiana.

Oltre a questo da tenere in seria considerazione sono i professionisti che ruotano intorno al fenomeno, cioè psicologi, mediatori culturali, operatori, medici ecc ecc.. tutti pagati dalla comunità e i costi per la ristrutturazione dei campi profughi.

Purtroppo solo una piccola parte avranno diritto allo status di profugo.

 

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