1023.- Ddl povertà, perché il reddito di inclusione è un altro passo indietro nei diritti sociali.

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I REDDITI DI INCLUSIONE O DI CITTADINANZA NEGANO I PRINCIPI DEL LAVORO
Troppo bella la Costituzione per un popolo che aveva trovato la sua forma di governo nella dittatura e che, senza quella maledetta guerra, l’avrebbe ancora. La Costituzione repubblicana ha rappresentato una scelta di civiltà. Invece, con i vincoli di stabilità, con la politica dell’austerità e, per essere più chiari, restando nell’Unione europea, sotto il giogo dei trattati, vengono a mancare le risorse per rendere possibili le politiche per la piena occupazione che permeano i dettati costituzionali, talché l’intera Costituzione è svuotata dei contenuti. Il Lavoro è lo strumento attraverso il quale il cittadino realizza la sua dignità, quindi, la sua Libertà. La solidarietà prevista dall’art. 38 può e deve supportare il cittadino in casi di bisogno, ma si affianca e non sostituisce le politiche cui il Governo è tenuto per garantire lo strumento Lavoro. Il fine della solidarietà non è l’elemosina di Stato, bensì garantire la partecipazione attiva dei cittadini anche nei casi delineati nell’art.38. Così come il Governo finge di non sapere e si vanta del suo reddito di inclusione, altrettanto i 5Stelle propongono il loro reddito di cittadinanza, di fatto, entrambi negano il diritto al Lavoro, cioè, lo sostituiscono con un diritto a una elemosina, pure condizionata alle disponibilità economiche e, perciò, questa volta, di 500 euro. Abbiamo parlato più volte del reddito di cittadinanza; oggi, dopo aver ascoltato il presidente del consiglio, oggi, accompagnando il funerale della Costituzione fondata sul principio lavoristico, spendiamo due parole sul reddito di inclusione. Gentiloni dice: “..“Mi fa molto piacere che il Parlamento ha approvato la Legge sulla povertà. Un passo importante per venire incontro alle famiglie in difficoltà. L’Impegno sociale è una priorità del Governo”. …” …bene l’aiuto, ma è un colpo d’accetta alla trama dei principi costituzionali, dico io. In pratica, da oggi alla persona bisognosa il governo del Partito Democratico potrà dare un aiuto, un’elemosina di Stato anziché un lavoro come previsto in Costituzione per il cittadino e il Lavoro significa LIBERTA’.

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Il concetto di cittadinanza chiama all’eguaglianza. Nell’uguaglianza “formale” trova espressione la matrice liberale della democrazia Italiana, in quella “sostanziale” si rivela il suo carattere sociale.
Uguaglianza formale vuol dire che tutti sono titolari dei medesimi diritti e doveri, in quanto tutti sono uguali davanti alla legge e tutti devono essere, in egual misura, ad essa sottoposti. Le varie specificazioni «senza distinzioni di» furono inserite affinché non trovassero posto storiche discriminazioni, quali, ad esempio, la divaricazione dei diritti tra uomini e donne, alla quale intendeva porre fine l’affermazione di un’uguaglianza «senza distinzioni di sesso», tendente ad abolire il divario culturale fra i due sessi, che nel XX secolo aveva sconsigliato l’adozione della “comunione legale”. Così, l’uguaglianza «senza distinzioni di razza» serviva a preservare l’ordinamento costituzionale, mettendolo al riparo dall’infamia delle leggi razziali.
Tuttavia, la nostra Costituzione non si arresta al riconoscimento dell’uguaglianza formale: essa va oltre assegnando allo Stato il compito di creare azioni positive per rimuovere quelle barriere di ordine naturale, sociale ed economico che non consentirebbero a ciascuno di noi di realizzare pienamente la propria personalità. Questo passaggio concettuale è pregnante, poiché consente di affermare che le differenze di fatto o le posizioni storicamente di svantaggio possono essere rimosse anche con trattamenti di favore che altrimenti sarebbero discriminatori.
Attraverso l’uguaglianza sostanziale, lo Stato e le sue articolazioni si assumono l’impegno di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini: questo non significa che il compito dello Stato sia quello di tendere verso un malinteso egualitarismo, inteso come uguaglianza dei punti d’arrivo, dove l’individuo finirebbe per essere annichilito, schiacciato dal peso di una società di eguali. Il compito dello Stato è invece quello di agire concretamente per metter tutti nelle stesse condizioni di partenza, dotando ognuno di pari opportunità per sviluppare e realizzare pienamente e liberamente la propria personalità. Libertà, quindi, che implica Dignità e non c’è Dignità senza il Lavoro. Il motore che deve favorire il raggiungimento di questi traguardi è, dunque, il Lavoro e non le elemosine di Stato.  Queste elemosine parlano di mantenimento e di assistenza sociale, di solidarietà economica e sociale, ma non parlano di Libertà. Non sono un mero passo indietro: sono la negazione dell’effettività del diritto al lavoro (artt.1 e 4 Cost.), come obbligo incombente sugli organi di governo della Repubblica (art.3, comma 2, Cost.). In questa situazione di violazione sistemica dei principi fondamentali della Costituzione da parte dei trattati UE-UEM e dei governi italiani che li hanno accompagnati, reddito di inclusione e reddito di cittadinanza rappresentano un aggravamento esiziale di tale contrasto. Crea fastidio dover contestare le false affermazioni e gli inviti a sopprimere il dialogo che provengono dal presidente del Consiglio. Perciò, è opportuno approfondire questi concetti.

Richiamando gli Artt 1, 4, 3, 38, ma perché no, il 32, voglio ricordare che la dimensione costituzionale della libertà, quindi, della dignità, ma anche del tendere all’eguaglianza sostanziale (Art.3,2 comma) parla di concorso al progresso materiale o spirituale, di espressione e sviluppo della personalità, di rimozione dei limiti e ostacoli di ordine economico e sociale e non si limita a parlare di redditi massimi o minimi di cittadinanza. Il dubbio che sostengo, è che il reddito minimo di cittadinanza possa rappresentare un concetto riduttivo rispetto alla novella della Costituzione repubblicana, che, rispetto agli Statuti, ha previsto, non già una mera assistenza dello Stato “signore”, ma la cooperazione fra le politiche dello Stato e il lavoro del cittadino, verso il raggiungimento della massima eguaglianza non più solo formale ma sostanziale, attraverso l’ascensore sociale racchiuso nel principio lavoristico. Quell’ascensore può non poter progredire, ma il cittadino deve continuare a esprimersi nella trama dei principi costituzionali. Quindi, ritengo che il reddito di inclusione e il reddito di cittadinanza, ridotti a misura solo economica e condizionata dall’economia, possano rappresentare, rectius, rappresentano un passo indietro, non solo un minus, ma una negazione rispetto alla garanzia della dignità offerta dal Lavoro e alla quale dobbiamo parallellare il livello della partecipazione dello Stato. Infatti, sul livello e sull’ampiezza del reddito di inclusione e sul reddito di cittadinanza gravano e graveranno l’incidenza negativa delle risorse economiche che saranno disponibili per gli inabili,i disoccupati involontari ..e quant’altri e senza sorvolare sui milioni di diseredati, cui stiamo avviandoci a offrire lo status di cittadino (atti Camera e Senato sul divieto di respingimento dei minori, i ricongiungimenti familiari e lo ius soli).
Come si vede, i governi che hanno riscosso la fiducia di questo Parlamento illegittimo seguono le politiche dell’UE-UEM sottoscritte a tradimento nei trattati e vanno contro la vecchia Costituzione, che è sempre proiettata nel futuro e, perciò, la chiamo rivoluzionaria.

Il reddito di inclusione è un assegno mensile che dovrebbe sostituire il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e passare dai 400 euro a circa 500 euro per nucleo familiare. I poveri assoluti in Italia sono 4,5 milioni. la misura di contrasto alla povertà che dovrà essere «unica a livello nazionale» e «condizionata» alla «prova dei mezzi». Sul tavolo ci sono 1 miliardo e 640 milioni di euro per il 2017 e 1,8 miliardi nel 2018. Lo strumento interesserà, secondo stime del governo, 400mila nuclei familiari pari a un milione e 77mila persone e dovrebbe poter garantire circa 500 euro al mese ad ogni famiglia coinvolta.

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Schermata 2017-03-13 alle 17.16.03.pngGiovannini ex ministro del lavoro del Governo Monti confessa il loro reale progetto: portare le persone e le famiglie alla soglia di povertà 

“In Italia 1 persona su 4 è a rischio povertà. E i nuovi poveri sono i giovani”

I poveri assoluti sono 4,5 milioni

Le persone in povertà assoluta certificate dall’Istat sono 4,5 milioni. Sinora, con il Sia sono state accolte solo 65mila domande per un totale di 230mila persone. A questo punto bisognerà vedere come il passaggio al Rei (che dovrà essere strutturale e potrà contare su più risorse) si concretizzerà sul territorio e se riuscirà a dare i risultati annunciati dal governo. Con il Rei arriverà anche il riordino delle prestazioni di natura assistenziale, fatta eccezione per quelle rivolte agli anziani, al sostegno della genitorialità e alla disabilità. Ci sarà poi il rafforzamento del coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali con l’obiettivo di garantire in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni.

Questi i principali criteri cui dovrà attenersi il governo nell’attuare la delega:

  • REDDITO INCLUSIONE NAZIONALE
  • Una misura unica a livello nazionale con carattere universale e condizionata alla prova dei mezzi che dovrà tenere conto, sulla base dell’Isee, dell’effettivo reddito disponibile e di indicatori della capacità di spesa.
  • PRIORITA’ SU MINORI, DISABILI GRAVI, DISOCCUPATI
  • Nel prevedere un graduale incremento del beneficio e una graduale estensione dei beneficiari si dovrà dare la priorità ai nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione.
  • OBBLIGO DI ADERIRE AL PROGETTO PROPOSTO
  • Il beneficiario dovrà aderire a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà.
  • IN CAMPO INPS, COMUNI E TERZO SETTORE
  • L’Inps gestirà l’erogazione dell’assegno mentre i Comuni in collaborazione con le organizzazioni del terzo settore saranno il motore sul territorio della costruzione dei piani personalizzati di inclusione sociale.
  • CONTROLLI PER VERIFICARE I REQUISITI ACCESSO
  • L’Inps dovrà verificare, anche servendosi dei servizi di anagrafe e attraverso il rafforzamento del sistema informativo dei servizi sociali, i requisiti vantati dai beneficiari.
  • REI “A TEMPO” CON EVENTUALE RINNOVO

Il governo dovrà stabilire una durata del beneficio prevedendone la possibilità di rinnovo, subordinatamente alla verifica del persistere dei requisiti, ai fini del completamento o della ridefinizione del percorso previsto dal progetto personalizzato. Si stabiliranno anche le cause di sospensione e decadenza.

Il Reddito di Inclusione è legge e coinvolgerà circa 400mila famiglie. Tuttavia si tratta di una misura insufficiente per far fronte all’emergenza povertà del Belpaese e potrebbe perfino aprire la strada a nuove forme di lavoro mal pagatoROMA – Il Reddito di Inclusione è legge. Il governo Gentiloni mette sul tavolo per questa nuova misura di contrasto alla povertà 1 miliardo e 640 milioni di euro per il 2017 e 1,8 miliardi di euro per il 2018. Lo strumento interesserà, secondo stime dell’Esecutivo, circa 400mila nuclei familiari ai quali dovrebbe garantire un sussidio fino a un massimo di 500 euro al mese. E’ un importante passo avanti. Ma non basta.

Il Reddito di Inclusione è legge

Il Reddito di Inclusione (REI) è stato approvato al Senato in via definitiva ed ora è legge. E’ la prima misura organica nazionale di contrasto alla povertà approvata dal Parlamento da oltre quindici anni. Il provvedimento è stato presentato con baldanzoso entusiasmo dal ministro del Welfare, che lo ha definito un «passo avanti verso l’Europa». Avrà carattere universale e sarà condizionato alla prova dei mezzi che dovrà tenere conto, sulla base dell’Isee, dell’effettivo reddito disponibile del nucleo familiare e di indicatori della capacità di spesa. Lo strumento interesserà, secondo stime del governo, circa 400mila nuclei familiari in gravi difficoltà economiche. E’ una buona notizia. Ma non è abbastanza per vincere la battaglia contro la povertà.

Una misura insufficiente per far fronte all’emergenza povertà

Innanzitutto vale la pena sottolineare, infatti, che l’Italia ha raggiunto il record storico di 4 milioni e 598mila individui che versano in condizioni di povertà assoluta (che corrispondono a 1 milione e 582mila famiglie). Basta un semplice calcolo aritmetico, dunque, per capire che circa l’80% dei poveri sarà escluso dal Reddito di Inclusione, che coinvolgerà – al massimo – 400mila famiglie. Ma c’è di più. La platea dei beneficiari potrebbe restringersi ulteriormente, raggiungendo a stento le 270mila famiglie, qualora l’ammontare dell’assegno del REI fosse confermato tra i 350 e 500 euro a nucleo familiare, a causa delle risorse economiche limitate. La misura è perciò insufficiente a far fronte all’emergenza povertà del nostro paese.

La sforbiciata al Fondo nazionale per le politiche sociali

A tal proposito vale la pena sottolineare che il governo Gentiloni, in accordo con le Regioni, ha appena deciso di tagliare le risorse destinate al Fondo nazionale per le politiche sociali e al Fondo nazionale per le autosufficienze. E la sforbiciata in questione è davvero significativa. Il Ministero dell’Economia ha siglato lo scorso 23 febbraio un accordo in Conferenza Stato-Regioni per ridurre il fondo nazionale per le politiche sociali dagli attuali 311 milioni di euro ad appena 99 milioni di euro nel corso del 2017. E il fondo nazionale per le autosufficienze verrà ridotto di altri 50 milioni di euro, passando da 500 milioni di euro a 450 milioni di euro. A causa di questa decisione una vera e propria ecatombe sociale si abbatterà sulle fasce più deboli della popolazione nazionale.

I single e i giovani senza figli sono tagliati fuori

Lungi dall’essere irrilevanti sul territorio, infatti, le risorse economiche di questi fondi servivano proprio a combattere la povertà e ad aiutare i soggetti economicamente più fragili con servizi assistenziali e domiciliari per anziani, per le persone con disabilità, per i minori disagiati e i centri antiviolenza. Ma, per tornare al Reddito di Inclusione, vi sono anche altre criticità inerenti allo strumento che meriterebbero una riflessione. In base ai parametri decisi dal governo, infatti, nell’assegnazione del sussidio (REI) verrà data priorità ai nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione. Verranno perciò tagliati fuori dal Reddito di Inclusione i single e le famiglie senza figli, in particolare i giovani che faticano a inserirsi nel mercato del lavoro e che per questo non riescono a costruirsi un avvenire.

Dal Reddito di Inclusione al Reddito di Esclusione?

Inoltre, come sottolinea Elena Monticelli su Sbilanciamoci.info, convince poco anche la scelta di legare l’erogazione del sussidio all’obbligo del beneficiario di aderire al progetto che gli verrà proposto. I beneficiari, infatti, dovranno aderire a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà. Ma vista la vaghezza del contenuto è necessario interrogarsi su quali possano essere questi fantomatici progetti. E sorge spontanea la seguente domanda: saranno percorsi davvero utili al reinserimento lavorativo del soggetto oppure diventeranno uno strumento per far sì che le amministrazioni locali e pubbliche possano disporre di manodopera a basso costo per lavori poco qualificati? Se non si prenderanno adeguate precauzioni, il Reddito di Inclusione potrebbe trasformarsi in un «Reddito di Esclusione»: perché potrebbe aprire la strada a una nuova frontiera del lavoro mal pagato.

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2 pensieri su “1023.- Ddl povertà, perché il reddito di inclusione è un altro passo indietro nei diritti sociali.

  1. Vito Maggio
    Giusto dare un aiuto a chi e in difficoltà, non sarà uno stipendio ma almeno un aiuto insomma meglio di niente…
    Io vorrei però ricordare a tutti che un posto di lavoro e uno stipendio risolverebbe mille problemi…ma purtoppo no c’è …..
    In Svizzera qualche mese fa ha tal proposito si è votato un referendum e gli svizzeri hanno deciso di abolire questo tipo di aiuto la maggior parte hanno deciso che un posto di lavoro o meglio uno stipendio pieno e molto meglio di uno aiuto che poi visto che siamo in italia va a finire che si aiuta chi non ne ha bisogno ….
    Concludendo se si avesse un posto di lavoro sarebbe meglio di qualsiasi aiuto alla fine lo si prende ma rende umiliante colui che ne ha diritto quindi queste cose non dovrebbero accadere visto e considerato anche che l’italia è (o era) una republica fondata sul lavoro

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  2. L’EX MINISTRO DI MONTIEnrico Giovannini, la gaffe: “Volevamo portare gli italiani alla soglia di povertà”
    Signore e signori, ecco Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro nel governo di Mario Monti. Ospite a SkyTg24, commenta le misure adottate dall’esecutivo Gentiloni sul reddito di inclusione, e spiega: “C’è una grossa differenza tra ciò che avevamo immaginato e quello che si dice sarà il reddito di inclusione, ovvero che nel nostro schema la famiglia e le persone venivano portate alla soglia di povertà“.
    Poi qualcosa gli è sfuggita di mano e hanno creato piu’ miseria del previsto, CON ANNESSI SUICIDI A RAFFICA
    Una gaffe, insomma. O forse un lapsus. Di sicuro, l’ex ministro ha affermato chiaro e tondo che Monti (col benestare di Napolitano che lo ha nominato) aveva un obiettivo: affamare le persone portandole alla soglia di povertà. Lo aveva affermato lo stesso Monti, vantandosi Monti si vanta alla CNN: stiamo distruggendo la domanda interna (video)
    E D’Attorre lo aveva ampiamente confermato D’Attorre (Pd): annientamento dell’Italia programmato. Da Monti a Renzi è tutto scritto (video)
    Il video è stato rilanciato su Twitter dove qualche incompetente asservito al sistema (non avendo capito un tubo) si è permesso di commentare, dicendo che lo spezzone è decontestualizzato. Capite fino a che punto il regime ha spappolato il cervello delle persone fragili?

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