1005.-DALLA METABOLIZZAZIONE INVERTITA DEL REFERENDUM, AL PUNTO DI ROTTURA DELLA SOFFERENZA COLLETTIVA

I temi costituzionali ci chiamano con l’affetto di una madre; alla geopolitica prestiamo la nostra ansiosa speranza di sapere; ma quando si scende nella politica sorge il dubbio se la democrazia non sia utopica e presuntuosa per l’umanità troppo lurida. Il Presidente e Maestro Luciano Barra Caracciolo ci ha dato ieri queste considerazioni. Ve le propongo perché, se pur morire si deve, è meglio farlo con l’anima pulita. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere.


L’espediente del Libro Bianco (ennesimo) poteva funzionare negli anni ’80 e ’90; esattamente come quello del governo tecnico negli ultimi 20 anni.

Ora mi pare realmente difficile che qualcuno possa abboccare e persino entusiasmarsi, resuscitando il legame ridicolo tra euro e pac€.

Ma l’esito di questo accanimento terapeutico rimane un mezzo mistero: almeno nel breve periodo.

A me, ESSI e i loro mandatari-margravi, paiono indecisi se preferire l’abolizione delle elezioni per sostituzione mediante sondaggi (manipolati per definizione), ovvero se vanificare qualsiasi esito delle votazioni, con governi tecnici o di “unità nazionale” (!!!), etichettati “di salute pubblica”, che si stabilizzano per tutta una legislatura (e intanto 5 anni sono sistemati per mandare avanti il luna park: il colpo gli è già riuscito e gode tutt’ora dell’appoggio istituzionale più compatto).

Quindi, trasformare qualunque esito delle elezioni in burla, se non altro consente, con comodo, di trovare una forma normativa, preferibilmente €uropea, per giungere comunque a sostituire le elezioni con sondaggi manipolati…

Questo post è il montaggio coordinato e attualizzato di post precedenti in modo da raccordarlo a parti nuove che riguardano direttamente il presente; quindi, avendo a disposizione il maggior numero possibile di premesse e variabili da considerare…
Ho ritenuto fosse utile per “fare il punto” della stagnazione attuale.

1. Ripeterlo anche oggi ha molto senso. E proprio perché ci dà il “senso” della rimozione e della metabolizzazione invertita (cioè addirittura controproducente rispetto al suo esito) del referendum costituzionale.
Deflazione, insolvenze diffuse delle famiglie, fallimenti seriali di imprese e deindustrializzazione non contano nulla. E aggiungiamoci la solita “overdose” di privatizzazioni, almeno nelle intenzioni, per mettere” i conti in ordine e (perciò!) tornare alla crescita” (Padoan ci tiene alla sua reputazione internazionale…).
Quello che conta è mantenere la moneta unica.

L’euro, lo diciamo in altre parole rispetto a quelle che abbiamo tante volte detto, è una scelta politica volta a eradicare definitivamente la possibilità di redistribuzione del potere sociale al di fuori dell’oligarchia.
L’euro è infatti il presupposto e il fine ultimo – in un processo circolare inavvertito dalle masse anestetizzate dai media- che conferisce la legittimazione per poter adottare misure come quelle cui fanno riferimento le dichiarazioni sopra riportate.
In assenza del vincolo dell’euro, la necessità di quanto preannunciato anche in questi giorni, ma ovviamente lasciato al dopo-elezioni, ovvero a un governo tecnico da formare sull’anarchia tripolare nata dalla incapacità orchestrata di focalizzare nell’€uropa la radice dei nostri problemi, non avrebbe nè la priorità assoluta nè l’intensità che gli viene, variamente ma costantemente attribuita, da quando l’Italia ha intrapreso il cammino della convergenza dettata da Maastricht, aderendo poi alla moneta unica.
2. Accettiamo pure quello che non appare affatto così scontato, cioè che l’Italia debba essere una economia fortemente “aperta”, in modo massimizzato rispetto all’area UE, e in modo negoziato “in crescendo”, in base alla intensificata apertura prevista da altri trattati rispetto al resto del mondo.
Il free-trade non è infatti una condizione “naturale” delle comunità sociali che, non ne subirebbero, ove possano saggiamente autogovernarsi, la potenziale spinta all’asservimento politico, e spesso militare, di chi prevale in questo free-trade; quello che esso determina è una competizione che si instaura INEVITABILMENTE tra comunità sociali politicamente autonome.
Per “autonome”, intendiamo sia territorialmente e organizzativamente distinte fra loro, sia caratterizzate, in base alla loro identità linguistica e culturale, dall’aspirazione al benessere collettivo; aspirazione, a sua volta, basata su un alto e spontaneo grado solidarietà interna al gruppo complessivo. Una solidarietà che, come ben sapevano i fondatori del federalismo europeo, è, in base all’esperienza millennaria della Storia umana, assente tra comunità politiche diverse.
Inutile dire, che in quanto ipotizzato dalle attuali classi politiche, il ritorno al protezionismo, magari intelligente (?), non è che un palliativo, scientificamente sbilenco, privo di qualsiasi attendibilità: il quadro dei trattati contraddice questa singolare eccentricità, pro-bono elettorato confuso, e, più ancora, ogni ipotesi di revisione dei trattati muove nella direzione della istituzionalizzazione della trojka come strumento di un’integrazione €uropea che si compendia nell’intensificazione del metodo esproprivativo della sovranità.

3. In pratica, con le nuove “visioni” di neo-trattati €uropei, si aumenta a dismisura – per società dove territorio e mercato del lavoro sono già ora al collasso per come è finora attuata l’€uropeizzazione coatta- la contribuzione a un presunto bilancio federale dei paesi dell’eurozona per far sì che la RESTITUZIONE dei soldi prelevati dalle tasche dei cittadini italiani sia fatta, – e solo in parte- “a condizione” di realizzare ulteriori riforme strutturali del mercato del lavoro nonché privatizzatrici degli assets nazionali più (attualmente) impensabili.
In questo programma di “riforma dei trattati”- cioè la riprova di quello che si ottiene a “sbattere i pugni sul tavolo”!-, “ridotto il perimetro dello Stato” nella versione hayekiana più drastica (cioè fine istruzione, sanità e pensioni pubbliche) il sedativo della disperazione – per la “protezione” fisica e sociale della casta oligarchia- viene propinato in qualche forma di reddito di inclusione o “di cittadinanza”, o comunque denominato (i dettagli non contano per chi voglia “capire”), meglio se condito dalla eutanasia legalizzata per chi abbia superato, per età o condizione di malattia, la soglia di costo fiscale considerata tollerabile (e il bello è che lo chiamano “solidarietà tra generazioni”).

4. Dunque se il trade internazionale è un fenomeno storicamente naturale per l’umanità (pure sulle piroghe del paleolitico, passando per i fenici e per i Danaos dona ferentes), è il “free” che non funziona: cioè la formalizzazione mediante un trattato (spesso imposto con la guerra) del fatto giuridico che non ci si possa in alcun modo difendere dai problemi di aggressione socio-politica derivanti dalla supremazia commerciale raggiunta da un altro gruppo. Per il benessere della comunità.

Quel “free”, dunque, non è mai la libertà del gruppo sociale che – chissà come e perchè- è finito nella maglie dell’altrui trade, ma è, immancabilmente, una “free-competition” industriale e poi commerciale che impegna i sistemi sociali apertisi reciprocamente ad uno sforzo collettivo contrastante gli interessi dell’altro gruppo, sforzo del tutto omogeneo a quello espresso durante la guerra.
Pure il conflitto armato, come tutti dovrebbero sapere, è essenzialmente vinto attraverso uno sforzo industriale: sia per produrre le armi, sia per supportare e finanziare l’azione bellica dei propri, tesa ad eliminare e ad uccidere abbastanza soldati e cittadini “nemici” da indurli alla resa, cioè alla sottomissione.
L’apertura delle economie al free-trade – lo abbiamo tante volte detto, come pure Bazaar- è dunque un vincolo (da trattato) allo scontro permanente.
Nella guerra vera e propria muoiono i lavoratori delle classi economiche subalterne divenuti soldati.
Nello scontro industrial-commerciale fra “economie aperte”, sono sempre i lavoratori a subire le perdite; sia con la disoccupazione, cioè con la miseria, sia con la costrizione all’emigrazione, sia col subire la propaganda dell’oligarchia del proprio regime che, comunque, riduce il loro benessere e la rappresentatività generale dello Stato, come pure le loro aspettative di vita e persino di riprodursi, mettendo su famiglia in condizioni di dignità e sopravvivenza.

5. Ma riprecisato questo, l’Italia non era, fino all’irrompere del “vincolo esterno”, un paese così “debole” da essere destinato a soccombere in ogni scontro industriale e commerciale con altri sistemi-paese (come si dice oggi, in tecno-pop, per dissimulare la conflittualità inesorabile che deriva dalla “apertura delle economie”…per trattato free-trade, cioè un trattato free-fighting one-against-each-other, che è poi esattamente l’opposto di quello che ammette l’art.11 Cost., come saprà ormai chiunque abbia letto “La Costituzione nella palude”…o anche solo abbia veramente seguito questo blog).
Per porlo in condizioni di debolezza, cioè per far sì che la situazione divenisse tanto sfavorevole, per il popolo italiano, – e tanto favorevole per l’elite capitalista (nazionale e sovranazionale: in ciò naturalmente solidali) che vede sempre con favore questa situazione (per i motivi che vedremo, ben indicati da Kalecky e Caffè), si è dovuto inventare il vincolo esterno: al suo meglio, l’euro. Che ha epigraficamente gli effetti che segnala più sopra la frase di Padoan.

6. Dunque, per Costituzione, questo non si sarebbe potuto fare: in realtà, governanti che intendano fare gli interessi del proprio popolo e mantenerne il consenso, non avrebbero avuto nemmeno bisogno del precetto inderogabile di una Costituzione (rigida) per concepire, con la logica della democrazia sostanziale, di non intraprendere una strada del genere.
Governanti saggi, coscienti che l’opposta logica della massimizzazione del potere di pochi sull’intera società che dovrebbero governare non porta mai al benessere collettivo e alla stabilità sociale, dovrebbero tendere piuttosto al pieno impiego e propugnare, di fronte all’insorgere, sempre possibile, dei problemi di bilancia dei pagamenti determinati dal fenomeno “naturale” dello scambio internazionale, la condizione dell’equilibrio dei conti con l’estero come unico limite al perseguimento del “pieno impiego” democraticamente accettabile.
Ma è qui che, dove la logica democratica non avrebbe consentito spazi di manovra (sorretti dal consenso), subentra la scelta politica di forzare le cose col trattato free-trade e di indebolire ogni capacità di resistenza democratica (cioè del lavoro) attraverso il cambio fisso-moneta unica.
7. Vediamo dunque se, in qualche modo, il fenomeno Trump, – che pure aveva segnato una sconfitta delle alte aspettative dell’oligarchia mondialista del free-trade, ossia della guerra alle classe medie del lavoro e ai “ceti indipendenti” (indipendenti dal controllo politico degli oligopoli/monopoli sovranazionali, come avvertiva, nel 1949, Lelio Basso), – ha mutato questo scenario. Attualmente no: forti tensioni politiche sono sorte tra le due sponde dell’Atlantico ma essenzialmente su dichiarazioni e enunciati di astratto principio.

8. Ma tutto questo non si potrà presumibilmente tradurre in un cambiamento tangibile, almeno nel breve periodo:
a) né delle classi dirigenti che realmente controllano la traiettoria delle economie occidentali, al di là di questa o quella formazione politica che si affanni, in tutta €uropa, a raccontare che porterà il “cambiamento”;
b) né della cultura mediatico-accademica che a tale controllo è funzionale: semplicemente perché un “riposizionamento” sostanziale implica una profonda autocritica e, per lo più, si sono estinte le risorse cognitive persino per concepirla, mentre le risorse morali per assumersi la responsabilità delle proprie colpe non è…roba di questo mondo.
Ribadiamo che Trump è un segno dei tempi, non la soluzione a una deriva sempre più drammatica; è quindi “l’accettabile compromesso” (per le elites, certamente), che cerca di salvare capra e cavoli, dell’interesse USA, in teoria “popolare” e legato al malcontento delle classi medie impoverite, mediante la sostanziale intangibilità delle cause del problema, ricorrendo, in vario modo, alla consueta tecnica di attaccare gli “effetti” nella forma dell’acutizzazione dei conflitti sezionali.

9. Ora la (quasi fisiologica) correzione verso l’alto dei prezzi petroliferi (e di conseguenza delle commodities), riporta l’inflazione, in €uropa, verso il 2% senza alcun merito di Draghi: che infatti indirettamente lo ammette nel rispondere alle stucchevoli pretese tedesche di por fine al QE e di ricominciare a far salire spread e tassi di interesse.
Ma il fatto è che la (mitica) guerra (s)valutaria tra euro e dollaro, cioè una rivalutazione del primo sul secondo (e il conseguente “colpo finale” alla moneta unica), è ancora al di là da venire: la Yellen incombe col rialzo dei tassi e comunque l’effetto Trump su Wall Street, pur privo di qualunque logica, ostacola e imprigiona qualsiasi efficace politica strutturale di correzione, ex parte USA, dei conti con l’estero, unita ad un rilancio dell’occupazione manifatturiera, in assenza di investimenti in capitale fisico che il settore pubblico avrà grandi, se non insormontabili, difficoltà a innescare.

10. E dunque?
Ebbene, si rivela ancora del tutto attuale la previsione che abbiamo formulato a settembre:
“In questo contesto, tutto sommato,…sono segnali contraddittori nel complesso.

E confermano che, negli USA, si ha una prevalente visione non “destabilizzante” dei rapporti con la Germania: perchè ci sono fin troppe questioni intrecciate, e convergenti visioni prevalenti, rispetto ai motivi di dissapore.
In particolare, gli USA non possono non considerare l’enorme utilità della Germania per disciplinare il resto dei paesi UEM, quelli con le “Costituzioni antifasciste”, ed eliminare una volta per tutte la tutela del lavoro, flessibilizzandolo e privandolo del welfare (salario indiretto di “resistenza” alla durezza del vivere), e liquidare anche solo una parvenza di senso del sindacato.
Prima questo: poi si ragiona eventualmente sul resto.
Salvo complicazioni: che gli USA possono avere dal fronte interno, cioè dalla fine della loro mobilità sociale e dai suoi riflessi elettorali forse imminenti, ovvero da Putin. Ma non dalla Germania”.
“E noi italiani, in mezzo a tutto questo?
Attendiamo appunto.
Attendiamo che si completi la riforma incessante del mercato del lavoro, lo smantellamento del welfare in vista della sua privatizzazione (TTIP o meno che sia), e, in sostanza la fine della democrazia sociale (non liberale, che è invece l’obiettivo che, se siamo fortunati, ci viene riservato dal capitalismo finanziario e oligopolistico).

10.1. Con questa nostra traiettoria rigidamente prestabilita, il referendum ha, in fondo, solo un’interferenza strumentale: la Costituzione, nei suoi principi fondamentalissimi che delineano il modello socio-economico voluto dal Potere Costituente democratico, è ormai praticamente già disattivata.
Il referendum sarebbe, se vincessero i sì, una mesta ratifica formalizzatrice di questo stato di cose. E servirebbe da propulsore nell’accelerazione della traiettoria.
Se vincessero i no, (solo) l’indebolimento di una serie di personalità che si sono autopromosse come “i migliori garanti” del completamento del disegno delle oligarchie sovranazionali riservato a noi italiani (ovviamente non soltanto a noi italiani, ma per noi “di più”…et pour cause).
E servirebbe come presupposto per uno “stato di eccezione” (v. n.4 successivo) da cui rafforzare la traiettoria stessa.
Ma il disegno e la sua scansione inarrestabile – almeno da parte di forse endogene- rimarrebbero in qualsiasi dei due casi.

11. Ed infatti, in questi giorni, assistiamo sia all’indebolimento di queste “personalità” sia all’inarrestabilità del disegno stesso: che può sempre trovare nuovi interpreti, non meno avviluppati nelle spire del rilancio dell’€uropa ad ogni costo, peraltro senza badare più ad alcuna verosimiglianza delle loro previsioni e confuse rivendicazioni.
L’attuale situazione (politico-mediatica) oscilla tra il semplice preparare una maggioranza eurista, quale che sia la forma ircocervica o chimerica che essa debba assumere, e la sub-ipotesi, sempre più probabile e segretamente preferita da tutti, del governo tecnico o “di emergenza nazionale” che segua le elezioni e riprenda il discorso interrotto negli ultimi tre anni.
Un discorso, nei fini dell’oligarchia sovranazionalista – e quindi esterocontrollata- che si è rivelato un pieno successo.
Non possiamo non tenere conto di questo: le politiche economico-fiscali succedutesi a partire (almeno) dal 2010 (neppure dal 2011, a rigor di…conti), sono considerate un indubbio successo dalla classe politico-mediatica a “pensiero unico” che, in qualche modo, ritiene di poter continuare a governare secondo il metro delle Conferenze di Bruxelles e di Genova (pp.7-8), rispettivamente, del 1920 e del 1922.

11.1. L’unica vera variabile non controllabile, piaccia o no, è la possibile elezione in Francia di Marie Le Pen: non certo rose e fiori per l’immediato interesse italiano (il che è del tutto ovvio), ma almeno si tratta di un cambiamento che risulterebbe completamente fuori quadro e tale da imporre un ricalcolo delle alchimie auto-mantenitive che, altrimenti, in Italia, nel complesso delle maggiori forze politiche, dovrebbero portare al completamento del “successo” e alla sua stabilizzazione.
E’ poco? E’ tanto? E’ quello che abbiamo…Nessuno, in €uropa, può vincere il dopo-elezioni, come abbiamo detto, ma nondimeno nessuno “può” mollare l’osso prima di averlo completamente spolpato.
E queste sono però considerazioni di breve periodo: nel lungo periodo saremo tutti morti, ma nel “medio”, spolpare l’osso non porterà beneficio e l’€uropa crollerà comunque per la cecità di chi la conduce.
Attendiamo di vedere, in un’Italia totalmente alla deriva e incapace di sprigionare una reazione autoconservativa minima, come la non-vittoria alle elezioni di chiunque, e la prospettiva dell’imposizione, abbondantemente fuori tempo massimo, di un governo tecnico-emergenziale, condurrà alla sofferenza collettiva oltre qualsiasi soglia di tollerabilità.
Il che è già una sconfitta: ma anche nel 1943 si prese atto di una sconfitta…

Quarantotto 4 marzo 2017 13:06

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3 pensieri su “1005.-DALLA METABOLIZZAZIONE INVERTITA DEL REFERENDUM, AL PUNTO DI ROTTURA DELLA SOFFERENZA COLLETTIVA

  1. In estrema sintesi, parliamo di mantenimento e di assistenza sociale, di solidarietà economica e sociale, ma parliamo sempre di Libertà. Richiamando gli Artt 1,4,3,38, ma perché no, il 32, voglio ricordare che la dimensione costituzionale della libertà, quindi, della dignità, ma anche del tendere all’eguaglianza sostanziale (Art.3,2 comma) parla di concorso al progresso materiale o spirituale, di espressione e sviluppo della personalità, di rimozione dei limiti e ostacoli di ordine economico e sociale e non si limita a parlare di redditi massimi o minimi di cittadinanza. Il dubbio che sostengo, è che il reddito minimo di cittadinanza possa rappresentare un concetto riduttivo rispetto alla novella della Costituzione repubblicana, che, rispetto agli Statuti, ha previsto, non già una mera assistenza dello Stato “signore”, ma la cooperazione fra le politiche dello Stato e il lavoro del cittadino, verso il raggiungimento della massima eguaglianza non più solo formale ma sostanziale, attraverso l’ascensore sociale racchiuso nel principio lavoristico. Quell’ascensore può non poter progredire, ma il cittadino deve continuare a esprimersi nella trama dei principi costituzionali. Quindi, ritengo che il reddito di cittadinanza, ridotto a misura solo economica e condizionata dall’economia, possa rappresentare un passo indietro, un minus rispetto alla garanzia della dignità offerta dal Lavoro e alla quale dobbiamo parallellare il livello della partecipazione dello Stato. Infatti, sul livello del reddito di cittadinanza graverà l’incidenza negativa delle risorse economiche che saranno disponibili per gli inabili,i disoccupati involontari ..e quant’altri e senza sorvolare sui milioni di diseredati, cui stiamo avviandoci a offrire lo status di cittadino (atti Camera e Senato sul divieto di respingimento dei minori, i ricongiungimenti familiari e lo ius soli).

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    1. Quarantotto5 marzo 2017 11:31
      Non è un mero passo indietro: è la negazione dell’effettività del diritto al lavoro (artt.1 e 4 Cost.) come obbligo incombente sugli organi di governo della Repubblica (art.3, comma 2, Cost.).

      Suggerisco la lettura dei numerosi post del blog relativi al RdC, e dell’apposito paragrafo ne “La Costituzione nella palude”.

      In situazione di violazione sistemica dei principi fondamentali della Cost. da parte dei trattati UE-UEM, si tratta di un aggravamento esiziale di tale contrasto.

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  2. stopmonetaunica, orizzonte48, 4 marzo 2017

    Sì perché, l’ideologia è la stessa, ma la programmazione delle menti è diversa: vi è, da una parte, la programmazione per l’eletto, che è quella erasmus-cosmopolita dei viaggi infiniti intorno al mondo a cazzeggiare; vi è poi, dall’altra, la programmazione per lo schiavo in via di estinzione, che è portata avanti dagli “altermondialisti dar basso” che ci vengono a dire quanto vivevamo già “dignitosamente” quando la nostra unica distrazione era il bar sottocasa e la partita in TV, mentre eravamo costretti ad infinite rinunce per poter ripagare col sudore della nostra fronte un mutuo ventennale per avere il diritto ad abitare in una casa; però adesso, alcuni di loro, PROPRIO IN COINCIDENZA DELL’INTRODUZIONE DELL’EURO, CI DICONO CHE DOBBIAMO FARE MEGLIO….per i MINIONS via macchine E TV, via aerei, viaggi di ogni tipo, via il lavoro, così come i consumi…si ai pomodori e ai fagioli coltivati in casa (per chi ce l’avrà ancora una casa, gli altri si accontenteranno di una baracca), perché se i fagioli sono comperati dal fruttivendolo si trasfigurano in volgare merce che alimenta IL CAPITALISMO; SI AL REDDITO DI CITTADINANZA; in sostanza il fine ultimo è quello di FARCI DESIDERARE DI VIVERE IN UNO SLUM IN STILE ELYSIUM, ANZI, VOLERLO COME NOSTRO DESTINO, PER IL BENE NOSTRO E DI GAIA. Dal MARXISMO allo STRACCIONISMO: COMPAGNI, PER COMPIER LA RIVOLUZIONE “COMUNISTA”, DOBBIAMO TAGLIARCI LE NOSTRE STESSE PALLE E SMETTERE DI RIPRODURCI, DI CONSUMARE, SMETTENDO COSÌ DI ALIMENTARE IL CAPITALE E I SUOI CATTIVISSIMI INFINITI PROFITTI TRATTI DALLA PRODUZIONE DI BENI DI CONSUMO DI MASSA (CHIUDIAMO UN OCCHIO, PERÒ, SULLA FINANZA PARASSITA O I TITOLARI DEL DIRITTO DI PROPRIETÀ), RITENIAMOCI QUINDI FELICI E CONTENTI DEL VIVER DI ELEMOSINA COL REDDITO LATOUCHIANO-HAYEKKIANO GARANTITO.
    PER QUANTO SARÀ ANCORA NECESSARIO RICORDARE LE PAROLE DEI NOSTRI COSTITUENTI CHE AUSPICAVANO UN PROGRESSO MATERIALE E SPIRITUALE DELLA NOSTRA SOCIETÀ PER MEZZO DEL LAVORO? PROGRESSO, NON STAGNAZIONE, NON REGRESSO, NON RIDUZIONE; MATERIALE, PER MEZZO DEL LAVORO, NON DEL REDDITO DI CITTADINANZA, PROGRESSO MATERIALE, NON REGRESSO MATERIALE, NON STAGNAZIONE MATERIALE; DI TUTTA LA SOCIETÀ, QUINDI SOLIDALE, ED ANCHE SPIRITUALE, CULTURALE, PERCHÉ PROGRESSO MATERIALE E SPIRITUALE DEVONO ESSERE INSCINDIBILI. PROGRESSO…PERCHÉ GLI UOMINI NON VOGLIONO VIVERE BENE, VOGLIONO VIVERE MEGLIO, COME SINGOLI E COME COMUNITÀ ALL’INTERNO DI UNO STATO, PROGRESSO VUOL DIRE QUESTO.

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