996.-IL CETA È UN CAVALLO DI TROIA PER L’EUROPA

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Torniamo sul CETA con Tiziana Beghin, eurodeputato del Movimento 5 Stelle, che ci spiega cosa è il CETA, il trattato di libero scambio economico con il Canada, e a quali reali pericoli espone l’Europa.

Il 15 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha approvato con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astenuti il Comprehensive Economic and Trade Agreement (letteralmente l’accordo economico e commerciale globale) meglio conosciuto come “CETA”. L’accordo entrerà in vigore il 1° aprile 2017, nelle sue parti fondamentali, in maniera provvisoria, in quanto deve essere comunque ratificato dai parlamenti nazionali dei 28 Stati membri e di alcuni regionali, per un totale di 38 assemblee.

Ad un anno di distanza della nostra intervista sull’accordo gemello TTIP, abbiamo incontrato di nuovo per parlare del CETA l’europarlamentare Tiziana Beghin (Movimento 5 stelle), membro della Commissione sul commercio internazionale e membro del gruppo di monitoraggio sugli Stati Uniti, che si occupa dei maggiori trattati di libero scambio per conto del suo gruppo parlamentare europeo (EFD) e del suo partito.

Onorevole Beghin, ad un anno di distanza, cosa è cambiato riguardo al TTIP e al CETA?
Il TTIP ha vissuto un periodo difficile, nel senso che i negoziati sono andati avanti molto a rilento, anche in considerazione della campagna elettorale statunitense. Trump, comunque imprevedibile, si sapeva che avrebbe fermato l’accordo TPP (Trans Pacific Partnership). Per quanto riguarda l’accordo con l’Europa si era detto contrario, ma i negoziati erano comunque in stallo dal momento che erano state rivelate all’opinione pubblica le modalità con le quali si stavano portando avanti. Non si sono più trovati quegli equilibri e le intese che potessero garantire un ritorno profittevole per ambo le parti.

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Quali sono state le nazioni che maggiormente si sono opposte al trattato?
Parlare di nazioni è difficile, perché è un qualcosa di trasversale. L’opposizione politica maggiore è arrivata da Paesi del Nord Europa, in quanto hanno una sensibilità ambientale e civica un po’ più forte. Anche l’Austria aveva posto alcune perplessità. Per il CETA il Belgio, con il Parlamento Vallone, si era opposto alla prima parte del trattato (salvo poi fare marcia indietro sulla base di un documento interpretativo), e, in periodi pre-elettorali come questi, ci sono state diverse forze politiche che hanno fatto opposizione al TTIP che è destinato a morte quasi certa (dal momento che Cecilia Malmström, commissario europeo per il Commercio non ha comunque dichiarato conclusi i negoziati, almeno da un punto di vista tecnico).

Parliamo del CETA: quali le differenze e le analogie con il TTIP, e a che punto sono i negoziati?
Il CETA è un accordo differente dal TTIP rispetto alle parti in causa (Canada ed Europa), ma molto simile per quanto riguarda le modalità che comprendono una serie di regolamentazioni o non regolamentazioni molto vaste e di forte impatto sui entrambi i mercati. Il testo era stato scritto nel 2014 e successivamente ratificato dal Parlamento europeo. È un accordo che elimina le barriere tariffarie, ma soprattutto elimina un certo numero di barriere non tariffarie. Il CETA è stato forse meno considerato per via dei numeri più piccoli di cui stiamo parlando (il Canada è una nazione piccola in quanto a numero di abitanti rispetto all’Europa), ma in un mercato di libero scambio con gli Stati Uniti e soprattutto delle 47mila aziende statunitensi, che avrebbero potuto fare causa in caso di controversia agli Stati europei, già oggi 41mila hanno sede in Canada. Quindi morto il TTIP si potrebbe utilizzare un accordo come il CETA per avere gli stessi effetti. Il sistema giuridico è lo stesso.

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Sia gli studi pro, sia quelli contro il trattato (così come quelli sul TTIP) ci dicono che la crescita economica sarà nel migliore dei casi dello 0,012 per cento annuo, a fronte di una perdita di posti di lavoro di 167mila unità, secondo le stime della Ue (la “Tufts University” del Massachusetts ne preventiva 200mila). Inoltre ci sarebbe una compressione dei salari, nei Paesi ad alto tasso di disoccupazione come l’Italia e la Francia, stimabile fra i 316 e i 1.331 euro all’anno. Se c’è compressione dei salari non ci può essere un aumento dei consumi.
Questo tipo di accordi porta benefici solo per le grandi aziende che possono approfittare dei maggiori sgravi fiscali. C’è invece un problema relativo alla tutela dei cittadini e della sovranità della nostra legislazione. Il CETA prevede una cooperazione normativa, il che significa OGM approvati più velocemente, senza il principio di precauzione; ci sono poi problemi relativi ai servizi, perché rispetto al TISA (l’accordo sui Servizi che è in corso di negoziazione) circa cui sono stati stabiliti dei paletti quali la lista positiva (cioè l’elenco dei servizi che possono essere liberalizzati) e la reversibilità, nel caso del CETA questi non sono previsti.

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Facciamo un esempio.

Napoli: se il Comune decidesse di appaltare il servizio pubblico di gestione dell’acquedotto ad una ditta straniera e volesse successivamente tornare indietro, non potrebbe farlo. Non c’è una vera e propria tutela dei servizi pubblici. Per non parlare dell’ambito dell’agricoltura. In Canada oltre l’80 per cento delle coltivazioni è OGM, per 11,6 milioni di ettari (80 per cento di grano, 81 di mais, 60 di soia e persino una varietà di salmone sono OGM). Le importazioni di grano passerebbero dalle circa 38mila tonnellate l’anno alle circa 100mila. Si aprirebbe anche il mercato a prodotti con ormoni. Su questo le norme sanitarie europee sono chiare, quindi il Canada potrebbe richiedere delle compensazioni economiche ingenti in proposito. Inoltre tenga presente che nelle oltre 1.400 pagine dell’accordo non ci sono norme certe. Esiste un comitato congiunto (CETA Joint Committee) che auto interpreta e auto modifica alcuni protocolli del CETA stesso; basti pensare che circa il 75 per trattato è formato da protocolli ed allegati, molti dei quali sono stati volutamente lasciati in bianco. Testi molto importanti quali l’elenco dei prodotti o le specifiche normative degli stessi.

Spesso si fa l’obiezione circa il fatto che, se il trattato è tutto a vantaggio del Canada, non si capisce come mai l’Europa non ci avrebbe messo bocca. Ma mi sembra di capire che il piano della discussione sia altro, o sbaglio?
Esatto. Il piano è del modello economico, non una questione di nazioni e loro rappresentanti politici. Oggi delle circa 200/300 “Denominazioni di origine controllata”, solo una quarantina sono tutelate. Questo senza contare che basta anteporre il termine “like” ad un prodotto per aggirare il problema (come nel caso dei formaggi). Il punto non è che il prosciutto “San Daniele” possa andare in Canada (dipende poi dalla grandezza dell’azienda e se ha le capacità di poterlo fare). Un’azienda oggi è in grado di andare sul mercato americano se ha una sua nicchia di mercato molto particolare, pertanto non ha bisogno di un accordo di libero scambio; oggi in Europa solo un 13 per cento di piccole medie imprese si affacciano sul mercato extra-Ue, quindi non avrebbero la capacità nella stragrande maggioranza dei casi di usufruire del libero scambio. Al contrario si avrebbe un’invasione di prodotti da oltreoceano, poiché la grande maggioranza delle aziende americane ha dimensioni enormi in confronto alle nostre.

Facendo un esempio con le aziende agricole, mediamente quelle europee hanno una grandezza di 16 ettari, le italiane 7, mentre in Canada la media è 314 ettari. È evidente che un imprenditore agricolo canadese avrebbe ben altra forza sul mercato. La nostra specificità risiede nella trasformazione delle materie prime, anche se molte aziende hanno oramai chiuso o non sono più italiane, ma la maggior parte di esse sono medio-piccole. Nella migliore delle ipotesi potrebbero vedere i loro prodotti esposti assieme a quelli di qualche altro produttore canadese (ad esempio un formaggio tipico assieme ad uno del tutto simile, ma con la dicitura “like”, come si diceva prima), nella peggiore non ce la farebbe proprio a competere con i concorrenti di oltre oceano (altra cosa è il mercato interno attuale europeo). Si perderebbero quote di mercato all’interno dell’Unione Europea stessa.
Ciò che solitamente viene detto è: “A seguito di questo accordo gli scambi sono aumentati”. E meno male! Perché se a seguito di un accordo gli scambi diminuissero pure, non se ne vedrebbe ragione alcuna per farlo. Però prendere come riferimento i flussi commerciali non è corretto, perché se all’aumento di questi ultimi aumenta il benessere e la ricchezza per i cittadini è senz’altro un dato positivo, altrimenti c’è da preoccuparsi.

E la politica, sia nazionale che europea, come si rapporta rispetto a questo quadro che lei sta prospettando?
La politica ha un distacco totale dai cittadini. Ci sono politici che vivono in una bolla, che cercano solo il consenso elettorale. L’informazione ha fatto sì che si cambiasse rotta sul TTIP e, grazie a Wikileaks, abbiamo saputo che addirittura la “Exxon” scriveva i testi del capitolo energetico del trattato. Le aziende hanno tutto l’interesse di incentrare un tipo di politica mirata solo al profitto, che dal punto di vista aziendale ci può anche stare. Se un’azienda non fa profitto chiude. Ma il punto è il come si fa un certo tipo di profitto. Se io apro le porte alla delocalizzazione più selvaggia e permetto ad un’azienda di avere una ragione sociale dove paga meno le tasse, la produzione dove paga meno il lavoro, gli utili di distribuirli tra i soci anziché ridistribuirli, è chiaro che sto permettendo ad un’azienda di non avere un ruolo sociale, ma solo speculativo. La politica qui deve intervenire. Ahimè noi stiamo assistendo da anni al fatto che il profitto di pochi viene al di sopra del bene dei molti. Il reddito andrebbe più equamente redistribuito. Il mondo che ci circonda non ha più rispetto per l’ambiente e per le persone, e questo gioco non potrà andare avanti molto a lungo. Lo sfruttamento fa sì che chi non ha i mezzi economici per sopravvivere è costretto ad accontentarsi di usufruire di beni di scarsa qualità.

E allora secondo lei come se ne esce?

Se ne può uscire soltanto con delle politiche che portino ad una redistribuzione del reddito, ma a livello mondiale. Io sono molto lontana dal protezionismo che va molto in voga in molti ambienti politici oggi. Non è possibile pensare che ciò che avviene da una parte del mondo non ricada anche su di noi, prima o poi. La politica deve portare ad una redistribuzione del reddito e non ci sono alternative. Oggi potremmo fare questa cosa come Europa, ma non la facciamo. Potremmo scrivere le regole del commercio, ma non lo stiamo facendo. Anzi ne scriviamo il meno possibile e lasciamo carta bianca alle grandi aziende, che certamente non sono interessate alla redistribuzione del reddito. Il Movimento 5 stelle ha ad esempio proposto che l’azienda che volesse delocalizzare debba restituire tutti i contributi statali che ha ricevuto, oppure la ritassazione per le aziende che vanno a produrre le merci all’estero. Io mi batterò sempre contro accordi commerciali che diano l’apparenza di benessere, in realtà solo nel breve periodo. Ad esempio un’azienda che installa pannelli fotovoltaici può trarre giovamento dal minor costo degli stessi presi dal mercato estero, aumentando quindi il volume d’affari, ma se nel lungo periodo ciò mi causa la perdita di 200mila posti di lavoro, questi disoccupati non si potranno permettere di spendere né per l’impianto dal costo, facciamo conto, di 100 euro, né per quello che di euro ne costa 50 (così come per tutte le atre spese). Così si aiutano solo le grandi aziende.

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Quindi l’Europa cosa dovrebbe fare da un punto di vista legislativo? Di quali strumenti si dovrebbe dotare?

L’Europa dovrebbe adottare un approccio più coerente rispetto a quelli che sono i suoi valori. Quindi con studi d’impatto settoriali e per Paese. Inoltre dovrebbe smettere di considerarsi un mercato unico, non solo da un punto di vista di circolazione delle merci, ma anche dei beni e delle persone. Il fatto che ci possa essere un impatto negativo in Italia non può essere compensato da un impatto positivo in Europa, perché non esiste la mobilità assoluta del mercato del lavoro e delle persone in Europa. Noi non siamo gli Stati Uniti d’Europa, non abbiamo un’unità linguistica, non abbiamo un’unità culturale, non abbiamo un’unica identità come negli Stati Uniti. L’approccio deve essere quello che vada a beneficio di tutti gli Stati. Altra cosa che dovrebbe fare l’Europa è cambiare gli indici con cui si fanno le rilevazioni. Non posso credere che oggi il nostro unico faro sia il PIL (Prodotto interno lordo). Non è accettabile per gli anni che stiamo vivendo, così come non sono accettabili i tassi di occupazione o disoccupazione. Devono essere inseriti dei tassi qualitativi molto più dettagliati e molto più rappresentativi di quello che è la realtà dei cittadini. Non si può accettare un modello economico in cui gli interessi delle grandi società prevalgano su quelli del singolo cittadino.

Quali sono i Paesi che, a suo parere, faranno maggior opposizione all’approvazione definitiva del trattato?

Sicuramente il Belgio. Dall’aprile 2017 entrerà in vigore tutta la parte del trattato che riguarda le tariffe, mentre non entrerà ancora in vigore la parte relativa all’Ics (Investment Court System), cioè alla composizione delle controversie. Si aprirà la ratifica da parte dei parlamenti nazionali. Anche la Francia sembra essere molto critica. In ogni caso occorrerà vedere quali saranno i nuovi assetti a seguito delle elezioni del 2017. In Italia mi aspetto una ratifica iper-rapida, visto che abbiamo un ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che è un iper-liberista. Però c’è un vuoto normativo, perché da Lisbona in poi non si è mai verificato un caso del genere, dove potrebbe decadere tutto il trattato o solo una parte (quella dell’approvazione da parte degli Stati membri). Dovrebbe decadere tutto, ma non ci sono precedenti in proposito. Comunque sono processi che possono durare anche 5 anni, quindi molto lunghi.

Oltre a voi quali gruppi sono contrari all’approvazione del trattato?
I Verdi, la sinistra nordica, l’ENF (la Le Pen e Salvini, per intenderci), e c’è una certa spaccatura fra i socialdemocratici (alcuni, anche italiani, hanno votato contro. I non renziani). Non c’è una compattezza per Stati.

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La ringrazio per l’intervista.

Staremo a vedere se l’interesse pubblico prevarrà su quello privato, o viceversa.

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