986.-Legge elettorale. Le motivazioni della sentenza della Consulta.

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Ritorniamo sulle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Anzitutto il problema affrontato dalla Corte resta quello della scelta fra rappresentatività e governabilità e, come ebbi il caso di chiedere (inutilmente) al Presidente Grossi “Non è che l’insufficiente disciplina dei partiti, data dall’art. 49 Costituzione, c’entra qualcosa?” Infatti, è il ballottaggio, che così come configurato dall’Italicum – scrive la Consulta -, rischia di “comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto”. E ancora: “Una lista può accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito, al primo turno, un consenso esiguo, e ciononostante ottenere il premio, vedendo più che raddoppiati i seggi che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno”. Da tali disposizioni dunque si produce “un effetto distorsivo” analogo a quello individuato dalla Consulta nella sentenza contro il Porcellum. E siamo sempre lì. Perché è la rappresentatività dei partiti che è in crisi e lo dimostra l’assenteismo. Sostengo che se i cittadini possono partecipare alla politica attraverso i partiti, con metodo democratico, i partiti devono essere disciplinati in modo puntuale, secondo i principi della trasparenza e dell’alternanza, perché la frase “con metodo democratico” non dice abbastanza. E si vede. In altre parole, i candidati dei partiti, una volta eletti, devono legiferare secondo la volontà del popolo sovrano, cioè, non secondo un mandato imperativo di diritto privato o similare, ma rispecchiando un collegamento stabile con l’elettorato. Questo significa anche che quattro governi imposti, senza andare al voto, non sono governi legittimi. trovo, perciò, censurabile che la Corte Costituzionale si applichi sulla legge elettorale e non anche sull’effetto da essa prodotto di inibire lo scioglimento delle Camere al Presidente della Repubblica, sia pure anch’esso votato dal Parlamento illegittimo. Sono diversi i punti in cui è mancata l’intermediazione dei partiti tra società e Stato; senza poi, scandire, neanche sommariamente, i fatti delittuosi o delinquenziali cui hanno dato luogo in questi anni. Certamente la situazione della rappresentanza è mutata relativamente alla progressiva affermazione, avvenuta soprattutto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dei partiti politici (e per alcuni aspetti dei sindacati), che si sono imposti sul Parlamento come luoghi in cui si concentrano le aspirazioni politiche dei cittadini, e quindi sono divenuti il luogo reale della rappresentanza. I cittadini, attraverso le elezioni, in misura forse più palese nei sistemi proporzionali, ma in realtà anche nelle varie forme di maggioritario, non scelgono primariamente una certa persona, bensì il candidato di un certo partito. Ecco che a dominare i meccanismi della partecipazione politica nei paesi democratici sono stati per lo più i sistemi di partito, al punto che difficilmente possiamo immaginare una democrazia senza partiti. Ma il pluralismo della democrazia non ha trovato espressione sufficiente nelle segreterie dei partiti, che sono divenuti , prima, cerchi di potere e, poi, centri di affari, fino a venire fagocitati essi stessi e a identificarsi in uno strumento di quel mondo. A questo ha contribuito la “massimizzazione del profitto” anteposta “alla realizzazione e alla dignità della persona” come espressione del diritto al lavoro” e della sua funzione di ascensore sociale, santificata dalla Costituzione. Qui, l’ascensore non è più il lavoro che non c’è, ma le congreghe della politica. Penso che abbiamo affrontato una guerra civile – e quanti morti – per affermare la democrazia, per scoprire, poi, che non fa per noi.

Tornando alle motivazioni della sentenza, per la Corte costituzionale “ben può il legislatore innestare un premio di maggioranza in un sistema elettorale ispirato al criterio del riparto proporzionale di seggi, purché tale meccanismo premiale non sia foriero di un’eccessiva sovrarappresentazione della lista di maggioranza relativa”. In questo caso, però, la Corte ravvisa una “lesione” della Costituzione per le “concrete modalità dell’attribuzione del premio attraverso il turno di ballottaggio” laddove “prefigura stringenti condizioni che rendono inevitabile la conquista della maggioranza assoluta dei voti validamente espressi da parte della lista vincente”.

Sulla soglia di sbarramento introdotta con l’Italicum la corte Costituzionale dice invece che “non è irragionevolmente elevata” e “non determina di per sé, una sproporzionata distorsione della rappresentatività dell’organo elettivo”. La Corte evidenzia che “non può’ essere la compresenza di premio e soglia, nelle specifiche forme ed entità concretamente previste dalla legge elettorale, a giustificare una pronuncia di illegittimità del premio: ben vero che qualsiasi soglia di sbarramento comporta un’artificiale alterazione della rappresentatività di un organo elettivo, che in astratto potrebbe aggravare la distorsione pure indotta dal premio”.

Per la Consulta inoltre sono necessarie “maggioranze parlamentari omogenee” in quanto la Costituzione, “se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non lo devono ostacolare”.

“Ballottaggio Italicum sacrifica la rappresentatività”. E ancora: “Garantire maggioranze parlamentari omogenee”

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