981.-OSSEZIA: LA PICCOLA TERRA DEL CAUCASO CHE MUOVE LE GRANDI POTENZE

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Il Caucaso è una regione a cavallo tra l’Asia e l’Europa. I suoi confini geografici sono la Regione del Volga a Nord, il Mar Caspio ad Est, l’Altopiano Iranico a Sud ed il Mar Nero ad Ovest. Gli abitanti dell’Ossezia parlano una lingua iranica del ceppo persiano ed appartengono ad un gruppo etnico che ha, probabilmente, avuto origine dalla fusione di popolazioni nomadi, in particolare Sarmati ed Alani. Praticano in via prevalente, la religione cristiano-ortodossa, con una minoranza di fede islamica. L’unità politica di cui gli Osseti hanno goduto durante i primi anni del Novecento ha subito un primo drastico cambiamento nel momento in cui Stalin spartì l’Ossezia in una parte settentrionale, assegnata alla Federazione Russa ed una meridionale, parte integrante della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.

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Con il passaggio da Shevardnadze a Saakashvili presidente della Georgia, il nazionalismo georgiano, con l’aiuto del senatore americano McCain, è diventato russofobia. Questo T-72 AV sfondato a Tskhinvali, nella Georgia del Sud, ci ricorda che lì è scoppiato il finimondo.

La stazione dei treni di Vladikavkaz è color pastello, tra l’ocra e l’arancio. L’aria pesa. Il freddo sembra fermo, attaccato alle cose intorno. Camminando sembra di ingoiare ferro.

Nevica spesso qui, a metà strada tra Mar Nero e Mar Caspio, immersi in un catino rigido tra pareti di montagne blu e grigie. Le vette del Caucaso che staccano sullo sfondo oltre la ferrovia fanno paura. Pare che si chiudano da un momento all’altro.

Vladikavkaz significa “dominatrice del Caucaso”. Fino a Kavkaz ci si arriva. Per Vladi può aiutare Vlad, il padrone di racconti tenebrosi venuti da Est…

Verso le 10 arriva il treno notturno da Rostov. Ci mette 13 ore ore e come un giocattolo rotto si ferma gelido nel cuore dell’Alania, altro nome di questa terra grande come l’Umbria, ma chiusa nel fondo della Federazione Russa.

Nell’androne della stazione, prima delle scale, sfilano baffi, colbacchi lanuti e molta gente con addosso i segni eterni della modestia socialista. Siamo all’estremo sud, siamo in Ossezia, siamo in Russia.

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Nazran’ è una città della Russia meridionale, centro maggiore della Repubblica di Inguscezia e sua capitale fino al 2002.

20 km oltre la stazione è Inguscezia; dopo altri 15 è Cecenia. Fa paura a dirlo, ma le strade e i treni della Federazione arrivano ovunque.

Ingusci e ceceni vanno a braccetto. Sarà per l’Islam o perché al contrario degli osseti, hanno entrambi un rapporto controverso con i russi. Osseti e russi fanno comunella, si sa: forse perché sono cristiani ortodossi o forse perché la Storia del Caucaso ha voluto così.

A queste latitudini l’intreccio di popoli era un groviglio pieno di nodi già ai tempi degli zar. Leggendo “Un eroe del nostro tempo” di Lermontov si capisce: non è cambiato nulla in due secoli.

Di tutte le entità geografiche del Caucaso, ben 7 stanno nella Federazione Russa. Sono il cosiddetto Caucaso del Nord: oltre a Inguscezia, Cecenia e Daghestan, a un’ora da qui c’è la Cabardino-Balkaria, poi la Circassia e il Territorio di Stavropol’.

Fa freddo ed è giusto così. Nel parcheggio della stazione ci sono due marshrutki gialli e due Lada, le nostre vecchie 124 FIAT, che nel Caucaso sono tutt’altro che vintage. Hanno la targa col 15 che identifica l’Ossezia-Alania.

Tirando dritto lungo Kirova, in dieci minuti a piedi si arriva a Prospekt Mira. È la Vladivkaz da bere, piena di caffè e ristoranti. Tutto ciò che non è orrore sovietico è in stile russo-francese come spesso capita nella Russia profonda.

In Prospekt Mira ci passano i tram e ci passano le persone. Al centro ci sono gli alberi che invece sono immobili, come le scritte in cirillico. Come tutte le repubbliche autonome di Madre Russia la Costituzione permette all’Ossezia-Alania una lingua ufficiale da affiancare al russo. Ma a Vladikavkaz il problema non c’è. Qui la gente si sente più russa che altrove.

Qualcuno guarda e s’incuriosisce.

Bastano pochi rubli per un pirog e una birra Daryal. In Ossezia si mangia pesante ma decentemente. Da queste parti si produce anche il vino, ma il migliore viene da sud, dalla Georgia.

Sì, la Georgia. Non quella di Via col Vento, ma quella oltre il monte Kazbek, a 30 km da Vladikavkaz.

È lì che si comincia a discutere. Per russi e osseti, oltre la frontiera è ancora Ossezia, non Georgia. Una terra grande come il Molise che chiede di riunirsi al nord, con cui condivide perfino la bandiera.

Finché Georgia e Ossezia erano sotto Mosca i confini restavano questione interna. Dal 1991 però, Russia e Georgia hanno preso strade diverse e ognuna si è portata dietro un pezzo di terra: il nord nella Federazione; il sud con Tbilisi.

Con Shevardnadze presidente della Georgia non ci sono state rogne grosse. Con l’elezione a presidente di Saakashvili invece è cambiato tutto. Il nazionalismo georgiano, con l’aiuto del senatore americano McCain, è diventato russofobia e nel 2008 è scoppiato il finimondo. Nel 2015 Saakashvili è stato nominato governatore della regione di Odessa dal presidente ucraino Porošenko, ma questa è un’altra storia…

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Osseti e georgiani dopo l’armistizio del 2008 rimangono così, in bilico su un futuro critico. Nel territorio autonomo dell’Ossezia, l’amministrazione di Tbilisi non arriva da anni. Anche le targhe delle auto sono diverse. Quelle con la bandiera biancogiallorossa e la sigla RSO, in Georgia non possono circolare.

La comunità internazionale nicchia, ma intanto si comincia a scaldare. I nodi che non si sciolgono prima o poi vengono al pettine.

Per il 9 aprile 2017 il governo autonomo dell’Ossezia del Sud ha indetto un referendum per cambiare nome alla repubblica, aggiungendo il nome Alania alla dicitura ufficiale. Tbilisi protesta, paventando la prossima annessione alla Russia.

Il referendum segue quelli sull’indipendenza del 1991 e del 2006, ma ora è diverso. Gli spettri occidentali antirussi pensano alla Crimea e le acque tornano agitate. Tornano le minacce e i toni da Guerra fredda. Da una parte si accusa la Russia di fomentare il separatismo. Dall’altro si ricorda che l’Ossezia del Sud, già de facto indipendente e legata a Mosca per il 90% dell’economia, abbia diritto a scegliere il suo futuro.

La domanda della gente di qui è sempre la stessa: perché i confini internazionali valgono per gli osseti ma non per i kosovari?

Per certi versi, la questione fa sorridere. Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud ha solo 35.000 abitanti. Tutta l’Ossezia Meridionale ha la stessa popolazione di Rieti. Nord e Sud messi insieme non superano gli abitanti della provincia di Lecce.

Come fa una terra così piccola a pesare così tanto?

La risposta è nella paura stessa.

Gli spazi ex sovietici sono ovunque terreno di conflitto dopo il ritorno di Mosca sul tavolo grande della politica mondiale. Succede in Ucraina, succede nei Paesi baltici, succede in Transnistria, succede nel Caucaso…

Il buon senso però dovrebbe aiutare a distinguere.

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Ci sono Paesi che hanno fatto parte dell’URSS subendo la supremazia russa come un’invasione. Fatti i salvi i diritti delle popolazioni russe di Estonia, Lettonia e Lituania, un certo sentimento ostile dei baltici verso Mosca, può anche starci. Fu la guerra a imporre lingua e bandiera.

Per altre terre l’attrito è artificiale, volutamente pretestuoso. L’esempio dell’Ossezia, vale più di tutti. Gli osseti sono parte della galassia russa, non ci sono molti margini. Non è storia, non è geografia, è solo logica… A differenza dell’Abcasia, l’altra regione autonoma georgiana che vuole staccarsi da Tbilisi, l’Ossezia del Sud non chiede nemmeno l’indipendenza: chiede direttamente l’annessione a Mosca. Lo fa capire senza mezze misure Leonid Tibilov, l’attuale presidente osseto. Per assurdo è proprio Mosca a prendere tempo per evitare accuse di ingerenze.

Espansionismo russo dunque o autodeterminazione dei popoli? Basta girare per Vladikavkaz per farsi un’idea…

Non è facile mettere d’accordo visioni radicali opposte, soprattutto da queste parti.

Papa Ratzinger nel 2008 espresse il rammarico per tanta gente cristiana che si ammazzava a vicenda. Solo quattro anni prima, in piena Seconda guerra cecena, la strage di Beslan aveva dato la sveglia: mentre USA ed Europa si preoccupavano di arginare la Russia, l’estremismo islamico lasciava il segno. A mezz’ora da Vladikavkaz c’è il sacrario del massacro…

Questa è terra di confine, terra piena di sangue e dolore.

Intanto il fiume Terek scorre freddo nel cuore della città. Dà il nome alla squadra di calcio di Grozny, in Cecenia, che milita con l’Alania Vladikavkaz nella serie A russa. Beffardo il pallone: lega i popoli più della politica o di mille parole.

Il sole scende, la neve delle cime intorno alla città rende tutto come l’acciaio.

Dietro a una panchina gelata del parco, cammina la gente e passa un tram.

È Vladikavkaz, Ossezia del Nord, Russia.

Digital image

di Giampiero Venturi

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