977.-Quanti migranti dalle metropoli africane: costose, affollate, disconnesse?

Pochi hanno visto uno slum, una baraccopoli e nessuno di voi immagina che possa contenere milioni di individui; ma in quali condizioni morali e in quale degrado? Non parlatemi di igiene. L’incremento demografico batte gli allevamenti in batteria. E’ questo che ci attende?

matharevalleyslumgo-inside-the-last-surviving-slum-of-seouls-glitzy-gangnam-district-before-south-korea-demolishes-itSolo le metropoli dell’Africa sub-sahariana avranno un miliardo di abitanti entro il 2050. Dove ci stanno portando quattro predoni che hanno imparato a sventolare i principi spalancando le fauci?

Boda-boda and passenger waiting for the traffic light at the Jin

Guardiamo ai migranti, ma da dove vengono, con Antonella Sinopoli, Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Antonella si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Disconnesse, affollate, costose oltre la media. È la fotografia delle metropoli africane sub-sahariane che emerge dal nuovo rapporto della World Bank.

Continua il trend dell’urbanizzazione in Africa, 472 milioni di persone vivono oggi nelle grandi città e si calcola che saranno un miliardo entro il 2050.

Il mito del grande centro urbano attrae in modo inesorabile, ormai, gli abitanti delle aree rurali. Le ragioni sono diverse, la ricerca di una vita migliore e di un lavoro stabile prima di tutto. Ma da qualche tempo anche le conseguenze dei cambiamenti climatici stanno provocando una fuga dalle aree interne o costiere dove desertificazione, erosione, piogge intense o, al contrario siccità, hanno effetti devastanti sulla produzione agricola e sulla pesca.

Il problema è: quanto le città sono pronte ad accogliere una popolazione in costante crescita? Il lavoro accademico della Banca Mondiale porta un titolo che in qualche modo entusiasma, Africa’s cities: opening doors to the world. In realtà le “porte aperte sul mondo” sono ancora per lo più una speranza. La vita nelle metropoli africane, infatti, non è affatto semplice. Una famiglia può spendere fino al 55% in più per vivere nella grande città rispetto ad altre aree – e non sempre questo vuol dire accesso a servizi primari, come l’acqua corrente o l’energia elettrica, che spesso può subire interruzioni per molte ore. Per non parlare del sistema fognario, elementare o inesistente, e dei servizi ospedalieri pubblici. E per quanto riguarda gli alloggi, spesso le paghe sono talmente basse che ci si può permettere solo alloggi di fortuna. Un esempio su tutti: a Lagos, Nigeria, due persone su tre vivono in uno slum.

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Il problema è che vivere in città – soprattutto se non si è scolarizzati e non si hanno competenze lavorative specifiche – diventa un inferno per molte persone che rimangono intrappolate nel ciclo della povertà. Come evidenzia il rapporto della Banca Mondiale, mentre in altri continenti, come quello asiatico, l’urbanizzazione ha anche significato un aumento del PIL pro capite, nell’Africa Sub-Sahariana questo rimane il più basso, una media di 1.000 dollari annui.

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Ghana – Zona rurale. Foto di ©Antonella Sinopoli

C’è poi la questione della “disconessione” dal resto del Paese. Spesso le grandi città africane si sono sviluppate senza un corrispondente adeguato sistema di trasporti e di strade, aspetto che ovviamente incide nelle relazioni tra le persone e le famiglie divise, ma anche sulle capacità di trasporto delle merci.

A volte i trasferimenti nelle città sono dovuti al costo dei trasporti e soprattutto al tempo di percorrenza, troppo elevati per i pendolari. Traffico caotico e incontrollato, strade e mezzi di trasporto pubblico inadeguati incidono non poco sulla scelta di trasferirsi nei maggiori centri abitati.

Tornando ai costi, è stato calcolato che chi vive in una città africana spende tra il 20 e il 31% in più per affitto e servizi rispetto ai cosiddetti Paesi Sviluppati, il 35% in più per il cibo.

Ovviamente tali problemi riguardano non solo i singoli abitanti e famiglie ma anche le imprese, sia locali che estere, che decidono di investire con una sede in una metropoli africana. Se per una serie di servizi e uffici è indispensabile stare in una città, spesso la carenza di infrastrutture adeguate e la distanza dagli altri centri e le aree interne provoca una sorta di bolla che chiude le porte al business anziché favorirlo.

Il dinamismo delle metropoli africane garantisce certo molti vantaggi, ma mostra i rischi derivati dall’impreparazione e dalla mancanza di pianificazione. Le aspettative sono tante, così come le potenzialità, ma la trappola di uno sviluppo abortito è troppo chiara e visibile per non essere riconosciuta. Formalizzare l’acquisto dei terreni e garantire i diritti di proprietà, elaborare piani urbanistici, incrementare i sistemi di trasporto e assicurare i servizi essenziali: sono alcune delle soluzioni possibili. Non solo possibili, indispensabili.

Se le capitali africane – la maggior parte di loro – non smetteranno di essere un gigantesco formicaio dove ci si muove e si vive con disordine e fatica, certo lo sviluppo sarà lento e probabilmente non raggiungerà i risultati auspicati a parole. Un’inversione di rotta, quella sì, aprirà le porte dell’Africa Sub-Sahariana al mercato globale con un vantaggio per il continente e non solo per le imprese estere, grandi e piccole, che hanno comunque trovato il loro interesse a investire in Africa.

slum-mumbai1aHomeless, non solo slum. I più poveri nelle città ricche. 

slum : Nonostante l’avvio di diversi programmi per il miglioramento delle condizioni di vita nelle baraccopoli, gli slum restano una realtà diffusa in molte regioni del mondo.  Guardiamole per capire quale futuro ci attende se non impariamo a gestire i numeri dell’immigrazione.

 

La maggior parte delle baraccopoli si trova in Africa subsahariana ma non è qui l’insediamento più popoloso al mondo.

Intorno a Rio de Janeiro abbiamo Rocinha, Brazil – 69 mila persone. Questa è la più grande tra le 700 favelas che sono sorte attorno alla città.

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Rocinha

Makoko, Nigeria – 110 mila persone. Detta anche Venezia nera o Venezia d’Africa, è una baraccopoli situata alla periferia di Lagos. Makoko, fondata nel 18esimo secolo come villaggio di pescatori, è costituita da strutture poggianti su palafitte e collegate da canali percorsi dagli abitanti con canoe in legno. In ogni casa vivono in media otto persone, originarie principalmente del Togo e del Benin. L’area è soggetta ad una sorta di autogoverno anche se dal 2012 l’interesse delle autorità è aumentato per sfruttare la sua posizione privilegiata sul lungomare.

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Makoko

Cité Soleil, Haiti – 241 mila persone. Sorta alle porte della capitale haitiana di Port-au-Prince è una delle aree più povere e densamente popolate del paese. All’interno dello slum sono presenti soltanto due scuole e pochi ambulatori medici. Anche i negozi e le attività commerciali sono rare. Dopo il terremoto del 2010, ci vollero circa due settimane per portare i soccorsi umanitari alle famiglie di questo slum.

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Cité Soleil

Petare, Venezuela – 370 mila persone. L’insediamento si trova a quasi mille metri d’altezza a est della capitale Caracas. Conosciuto come uno dei quartieri più violenti dell’America Latina, il governo ha avviato un’impressionante programma per debellare le criminalità portato avanti da polizia ed esercito.

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Petare

Dharavi, India – 1 milione di persone.

La baraccopoli sorge alle porte di Mumbai, la più popolosa città indiana e cuore finanziario del subcontinente, e ricopre una superficie di circa 1,7 chilometri quadrati. Originariamente un villaggio di pescatori, oggi il governo vorrebbe trasformare questo insediamento in una moderna città satellite dotata dei servizi fondamentali. L’investimento necessario ammonta a più di 2 miliardi di dollari ma al momento resta solo un’ipotesi.

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Dharavi

Khayelitsha, Sud Africa – 1,2 milioni di persone

Questo insediamento, il cui nome significa “Casa Nuova” in xhosa, fu creato nel 1983 per ospitare i neri che giungevano a Città del Capo. Secondo le leggi raziali, infatti, non potevano andare ad abitare negli stessi quartieri popolati dai bianchi. Ancora oggi circa il 90% della popolazione di questo slum è costituita da neri.

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Khayelitsha

Manshiet, Egitto – 1,5 milioni di persone

Questo è uno dei più grandi slum nel mondo arabo ed è diventato meta di coloro che cercano un lavoro nella capitale egiziana ma non possono permettersi gli alti affitti delle abitazioni. All’interno dell’insediamento esiste una sorta di slum nello slum dove risiedono i profughi sudanesi fuggiti dal genocidio in Darfur. Poiché non sono musulmane, queste famiglie sono costrette a vivere in un vero e proprio ghetto dove le condizioni di vita sono drammatiche.

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Manshiet

Orangi Town, Pakistan – 1,8 milioni di persone

La baraccopoli si trova a nord-ovest del porto pachistano di Karachi. La sua impressionante crescita demografica iniziò nel 1965 e in breve è diventata il più grande slum asiatico secondo l’UNDP. Oltre l’80% dei suoi abitanti non ha un lavoro fisso.

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Orangi

Kibera, Kenya – 2,5 milioni di persone

Con i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti, lo slum accoglie circa il 60% della popolazione della capitale keniota. Solo il 20% delle abitazioni ha la corrente elettrica e praticamente non esiste acqua potabile. Secondo dati dell’UN-Habitat una latrina è in media condivisa da 50 persone. Non esistono ospedali, né ambulatori pubblici. Le prestazioni mediche di base sono assicurate solo dalle Ong internazionali quali Amref, MSF o dalle associazioni di matrice religiosa, soprattutto cattolica e protestante.

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Kibera

Neza-Chalco-Itza, Messico – 4 millioni di persone

Alla periferia nord del Distretto Federale di Città del Messico, sorge questo insediamento che prende il nome dall’antico re Azteca Nezahualcóyotl. Fino all’inizio del 20esimo secolo l’area era occupata dal lago Texcoco, poi un intervento governativo ne prosciugò le acque e la terra fu venduta a privati. Ma solo a partire dagli anni 60 si iniziò a realizzare una rete di fognature e ha portare acqua potabile ed elettricità nell’insediamento. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni dal governo federale per migliorare la qualità dei servizi disponibili, la situazione resta tuttavia alquanto critica.

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Neza-Chalco-Itza

Abbiamo visto abbastanza? quella gente non vive in quei formicai, ma impone la sua inciviltà nelle città.

Art. 25, comma 1 Dichiarazione universale dei Diritti Umani

Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari […]

Un diritto fallito, negato, dimenticato in ogni parte del globo. Basta essere poveri e i diritti diventano utopia. La povertà, la mancanza di futuro, servizi sociali scarsi, inadeguati o inesistenti, accomunano persone la cui vita sembrerebbe così diversa. Si chiamano homeless o persone senza fissa dimora.

Europa, Asia, Oceania, America, Africa: nessun continente è fuori dalle statistiche internazionali che riguardano il problema dei senza tetto. L’ultima raccolta dati dell’ONU, a livello globale, risale a dieci anni fa, la stima era allora di 100 milioni di homeless in tutto il mondo e un miliardo alloggiato in case e condizioni non adeguate agli standard minimi.

Naturalmente mappare i territori non è semplice, ma qualche dato disaggregato può aiutare a inquadrare meglio la misura del problema.

In Italia la crisi economica ha triplicato il numero dei senza tetto, la cifra stimata è di 48.000 persone, ma questa non comprende i Rom e gli immigrati poiché vivono in “insediamenti informali”. Come se, nel caso degli immigrati questa fosse una scelta, uno stile di vita…

Che non è uno stile di vita lo sanno i 3.5 milioni di homeless che vivono in USA. Lo sanno i 250.000 del Giappone, altra grande potenza industriale, lo sa quel 44% di donne che costituiscono la più alta percentuale di homeless in Australia (105.000 in totale). Veterani di guerra, gente che ha perduto il lavoro, ragazze madri, persone con disturbi mentali: sono gli homeless delle città ricche. Giovani senza lavoro, padri e madri di famiglia che vivono arrangiandosi nei campi o con piccole attività dei mercati locali, persone che vivono con poco più di un dollaro al giorno, orfani: sono gli homeless dei Paesi in via di sviluppo.

Ovviamente i dati sono approssimativi ma ricordano che i diritti fondamentali non sono acquisiti una volta per tutte, né tantomeno scontati. Una lettura di questo recente Report sullo stato della povertà negli USA aiuta a comprendere il fallimento (o perlomeno le impressionanti contraddizioni) del capitalismo e la difficoltà di assicurare un alloggio e una vita dignitosa ai propri cittadini che, nel caso degli homeless, spesso possono contare solo sulla compassione e sulle azioni caritatevoli di Charity e associazioni private.

In Africa contare il numero dei senza tetto è ancora più complesso che nel mondo industrializzato. Qui esistono relazioni e sistemi di sostentamento che spesso sono più funzionali e dignitosi di quelli d’oltreoceano. Come il gruppo familiare allargato delle zone rurali, dove in uno stesso compound – o anche una semplice struttura in materiale locale e pericolosamente fatiscente – possono comunque alloggiare più famiglie.

In questa lista dei 25 Paesi con il più alto tasso di senza tetto, non figura nessun Paese africano, molte invece le metropoli statunitensi. In cima alla classifica c’è Manila. Secondo Homeless International circa 22.8 milioni di persone nelle Filippine vivono in slum e, secondo il Governo filippino 1.2 milioni sono bambini che sopravvivono attraverso attività di vendita ambulante o chiedendo l’elemosina.

La seconda città nella lista risulta New York City, la terza è un’altra città americana, Los Angeles.

E la situazione nel mondo non sembra destinata a migliorare. Homeless International, Reall – Real Equity for All, calcola che, nel 2020, 1miliardo e 400 milioni di persone vivranno in slum – il 60% nell’Africa sub-sahariana – con una crescita annuale del 10%. Le città nei Paesi in via di sviluppo assorbiranno il 95% della crescita della popolazione mondiale.

Che abbia a che fare con la mancanza di infrastrutture, di un basso indice di Prodotto Interno Lordo, di politiche sociali inesistenti o inadeguate, di un sistema economico al collasso, di un welfare scadente – a seconda dei Paesi in questione – la negazione del diritto alla casa rende dunque uguali milioni di persone a latitudini diverse, vittime di politiche indifferenti al benessere di ciascun essere umano. Non solo di quelli che una casa vera possono permettersela.

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