959.- Immigrazione, tutti i dettagli del piano di Gentiloni e Minniti e un commento.

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Nato a Reggio Calabria il 6 giugno 1956, Domenico Minniti, detto Marco, è il nuovo ministro dell’Interno del governo di Paolo Gentiloni

Fra chiacchiere e numeri. Dal 1° gennaio al 10 febbraio sono arrivati in Italia 9.446 migranti contro i 6.030 dello stesso periodo dell’anno scorso, ma vediamo il piano di Minniti e Gentiloni.

Il ministro dell’interno italiano Marco Minniti ha presentato il 18 gennaio il piano del governo sull’immigrazione, davanti alla commissione affari costituzionali della camera  e, il giorno successivo, alla conferenza stato regioni. L’estensione della rete dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) e la riforma del sistema d’asilo sono i cardini del programma del governo Gentiloni.

Un Cie in ogni regione
Com’era stato già annunciato la rete dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) sarà estesa: i Cie attivi passeranno da quattro a venti, su tutto il territorio nazionale. Dovrebbero essere escluse Valle d’Aosta e Molise. I centri si chiameranno Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), potranno essere detenute in un regime di detenzione amministrativa al massimo cento persone in attesa di essere rimpatriate. Infine per rispondere a chi denuncia le violazioni dei diritti umani nei centri, verrà nominata un’autorità garante del rispetto dei diritti umani.

Abolizione del grado di appello per i richiedenti asilo
Già nel giugno del 2016 il ministro della giustizia Andrea Orlando aveva anticipato questa proposta di riforma della legge sull’asilo. Il ministro Orlando, durante un’audizione davanti al comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, aveva parlato di un disegno di legge delega al vaglio del dipartimento per gli affari giuridici e amministrativi (Dagl) della presidenza del consiglio. Il cuore della riforma è l’annullamento del grado d’appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado.

Lavoro obbligatorio per i richiedenti asilo
Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Corriere della Sera e dal Messaggero, sarà obbligatorio per i richiedenti asilo lavorare dal secondo mese dalla presentazione della domanda di asilo. Il loro impiego è pensato soprattutto nei lavori socialmente utili e potrebbe essere un requisito obbligatorio per l’ottenimento della protezione. Si faranno convenzioni con le aziende per gli stage.

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E’ ormai evidente che il governo Gentiloni abbia deciso di affrontare il problema dell’immigrazione in maniera più decisa rispetto al recente passato e che la dinamicità del ministro dell’Interno, Marco Minniti, unita a una collegialità delle decisioni sempre mancata nel governo di Matteo Renzi, potrebbe produrre effetti concreti a breve. Almeno è quello che si augurano tutti perché, a fronte delle difficoltà con l’Europa e con il continente africano, la situazione in Italia è sempre più “pericolosa” sia per le difficoltà oggettive di gestione da parte dello Stato, sia per le ricadute su un’opinione pubblica innervosita: dal 1° gennaio al 10 febbraio sono arrivati in Italia 9.446 migranti a fronte dei 6.030 dello stesso periodo dell’anno scorso. In sintesi: piccoli Centri permanenti per i rimpatri (Cpr) in tutte le regioni, maggiore rapidità nel concedere o negare l’asilo, accordi con i Comuni per un’accoglienza diffusa, sezioni con magistrati specializzati in 14 tribunali, 250 persone competenti per rinforzare le commissioni prefettizie che diventano una sorta di primo grado di giudizio con l’abolizione dell’appello, maggiore controllo del territorio e più sicurezza urbana. Va detto anche che i testi erano in lavorazione al Viminale da mesi, e infatti Minniti ha citato il suo predecessore Angelino Alfano, ma il Giorno del Giudizio, cioè il referendum costituzionale, aveva bloccato tutto.

Più poteri ai sindaci. Cominciamo da qui. Il Consiglio dei ministri del 10 febbraio ha varato due decreti legge: uno sull’immigrazione e uno sulla sicurezza urbana, mai messi in relazione nella conferenza stampa successiva eppure certo non casuali perché il segnale che si vuole mandare è “ordine e sicurezza”, visto che si va dalla gestione dei flussi migratori al degrado urbano. Un concetto da sempre considerato “di destra” e che invece da sempre è un pallino di Minniti. La sicurezza urbana “è un grande bene pubblico” ha detto il ministro negando che ci sarà un “sindaco sceriffo”, forse memore delle polemiche del 1999 quando era a Palazzo Chigi con Massimo D’Alema, al Viminale c’era Rosa Russo Jervolino e in Italia una recrudescenza della criminalità fece proporre (e mai attuare) poteri ai sindaci anche riguardo alle forze dell’ordine. Sceriffi o meno, i sindaci avranno più poteri di ordinanza sulla vendita di alcolici, sugli esercizi pubblici e sul decoro urbano: si vuole mettere un freno alla movida notturna che nelle città è causa di violenze e incidenti. Novità, poi, con un Daspo analogo a quello in vigore per impedire l’accesso agli stadi per chi è stato violento: le questure potranno impedire a soggetti che hanno deturpato beni pubblici o sono stati condannati per spaccio di droga a non frequentare determinate zone per un anno o più. In generale, ci sarà una maggiore cooperazione tra prefetti e comuni e, nel caso delle città metropolitane, nascerà un Comitato metropolitano con a capo il sindaco.

Un’accelerazione sull’immigrazione. Nell’audizione che ha tenuto l’8 febbraio davanti alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato, sull’immigrazione Minniti aveva di fatto anticipato quanto deciso dal Consiglio e alla fine si era preso i complimenti persino del leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e parlamentare autorevole, che aveva parlato compiaciuto di “federalismo della sicurezza”. Anche se poi dopo l’annuncio delle misure prese in Consiglio, lo stesso Calderoli e altri esponenti dell’opposizione hanno calcato la mano sulla necessità di fermare le partenze, vero tasto dolente: i 6 miliardi dati dall’Ue alla Turchia sono lì a ricordarlo.

Trasformare il fenomeno dell’immigrazione da irregolare e gestito da criminali a regolare, cioè arrivando in modo sicuro e controllato, è l’ambiziosissimo obiettivo del decreto legge così come spiegato dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, per il quale “ora bisogna rendere effettivo il principio di condivisione dell’onere dell’accoglienza in Europa”. Finora, dei 40 mila da ricollocare entro settembre 2017, l’Ue ne ha presi solo 3.200 anche se la Germania, disse Minniti in quell’audizione, ne accetterà 500 al mese. I punti centrali sono due: l’istituzione dei Cpr, più piccoli e facili da gestire e dove il Viminale potrà fare ispezioni per verificarne la gestione, e la velocizzazione delle pratiche sulle richieste di asilo. Ci saranno norme per rendere più rapide ed effettive le espulsioni e su questo, naturalmente, sarà fondamentale stipulare accordi con altri paesi di provenienza oltre ai pochi già in vigore. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha spiegato che le procedure davanti alle commissioni territoriali per verificare il diritto o meno all’asilo saranno modificate con l’introduzione di una sorta di rito camerale e la videoregistrazione dell’interrogatorio: in caso di ricorso, viene abolito l’appello e si potrà ricorrere in Cassazione se anche il Tribunale dovesse negare il diritto. I tempi per la decisione prima di ricorrere in Cassazione vengono ridotti da sei a quattro mesi. Oggi il 44 per cento delle domande viene respinto e la prospettiva, secondo il ministro, è che velocizzando l’iter le pratiche diminuiranno perché molti migranti oggi presentano la domanda anche se sanno che non sarà mai accolta, ma lucrando una lunga permanenza.

Il “vuoto dell’attesa” è il concetto fatto proprio da Minniti per spiegare il lasso di tempo tra l’arrivo e il rimpatrio o l’asilo. Nel decreto legge sarà previsto che i Comuni, utilizzando i fondi europei destinati all’immigrazione e all’asilo, possano favorire lavori con finalità sociali da parte dei migranti, ma volontari e gratuiti. Questa è una pecca perché, come avviene in altri Paesi europei, sarebbe stato giusto prevedere l’obbligo di un’attività in cambio dell’accoglienza pur se temporanea: l’immigrato di buona volontà già svolge lavori in tanti piccoli Comuni, chi invece non ha voglia di lavorare e spera solo nella buona sorte continuerà a bivaccare nei centri di accoglienza e nelle città. I tempi per il riconoscimento dello status di profugo stanno aumentando, ha detto Orlando, passando da 167 a 268 giorni. Ciò si aggiunge alla difficoltà dell’identificazione perché non sempre c’è collaborazione da parte del (probabile) paese di provenienza.

Cambiare l’approccio interno sarà importante, ma poco utile se sul fronte internazionale non si sbloccherà la situazione libica e se l’Ue non si farà carico di molte migliaia di migranti come promesso. La Libia rappresenta un groviglio diplomatico quasi inestricabile e se i libici non lo chiederanno apertamente (come non hanno intenzione di fare) è del tutto inutile continuare a polemizzare in Italia sulla necessità della cosiddetta fase 2-B dell’operazione Eunavfor Med: non possiamo entrare nelle loro acque territoriali senza permesso. Nello stesso tempo, sono sempre più urgenti accordi con altre nazioni africane per organizzare i rimpatri.

Nel complesso, con questi due decreti legge il governo lancia un chiaro messaggio ai cittadini che hanno manifestato in tanti modi (anche alle elezioni amministrative) il forte disagio che vivono in determinati centri urbani e in quasi tutte le periferie. Proprio per questo, in sede di conversione dei decreti sarebbe importante che in Parlamento si raggiungesse un’intesa il più possibile bipartisan. Fonte, Formiche.

Dalle chiacchiere ai fatti. Che cosa sono i Cie e perché non servono.

132966-md.jpgIl Cie di Ponte Galeria, a Roma, il 27 dicembre 2013. (Stefano Montesi, Corbis/Getty Images)

L’approccio all’immigrazione è generalmente falsato e strumentale all’agone politico. Benchè sia arcinoto che la finanza mondiale sta combattendo contro gli Stati sociali conquistati dagli europei, si persevera da parte di politici ammaestrati e dei media padronali ad affrontare il problema sotto un falso profilo umanitario. Non basta una branda e un piatto di maccheroni per accogliere un uomo. Ribadiamo che si sta compiendo un reato contro l’umanità: contro i popoli europei, che vengono privati della loro identità e, non di meno, contro i popoli africani, che vengono illusi e sospinti ad abbandonare la loro; ma li attende, prima o poi, una tragica scelta fra la disperazione e la delinquenza nelle favelas e nei nuovi ghetti. Leggiamo l’opinione di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale.
Che cosa sono i Cie.

I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono i luoghi in cui vengono trattenuti i cittadini stranieri irregolari in attesa di essere identificati ed espulsi. Sono stati creati in Italia con l’approvazione della prima legge organica sull’immigrazione, la legge Turco-Napolitano del 1998.

All’inizio i Cie si chiamavano Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) e consentivano la detenzione amministrativa per un periodo massimo di 30 giorni di chi non aveva i documenti in regola. In seguito il periodo di detenzione è stato esteso a 18 mesi, quindi ridotto di nuovo a 90 giorni. Oggi è di 12 mesi.

I Cie attivi in Italia sono quattro, per una capienza totale di 359 posti: si trovano a Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino. Il Cie di Trapani, attivo fino al 31 dicembre 2015, dal 2016 è stato convertito in hotspot. Al 30 dicembre 2016 risultavano trattenute nei Cie italiani 288 persone.

Originariamente i Cie erano quindici, ma sono stati gradualmente dismessi a causa di problemi legali, umanitari e di ordine pubblico. Strutture simili sono presenti in tutta Europa, create in concomitanza con la nascita dello spazio di libera circolazione delle persone cioè lo spazio Schengen. Mentre si aprivano le frontiere interne dell’Unione con la creazione dello spazio Schengen, s’investiva sulla difesa di quelle esterne e sulla distinzione tra i cittadini europei e quelli extraeuropei. I Cie europei sono circa duecento.

Aprire nuovi Cie.

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di questi centri dopo che il capo della polizia Franco Gabrielli ha annunciato in una circolare piani straordinari di controllo del territorio nei confronti dei migranti irregolari. Per il Corriere della Sera, la circolare fa parte di “una strategia più ampia” del nuovo ministro dell’interno, Marco Minniti, per aprire un Cie in ogni regione d’Italia. Secondo una fonte della polizia citata da Repubblica, l’obiettivo del ministero dell’interno è raddoppiare i rimpatri dei migranti irregolari nel 2017.

Nel 2016 sono stati rimpatriati 5.066 migranti a fronte di 38.284 migranti irregolari e la volontà del governo guidato da Paolo Gentiloni sarebbe d’incrementare i rimpatri di cittadini stranieri nei prossimi mesi. Questo nel quadro di politiche europee sempre più orientate al rimpatrio delle persone che non riescono a ottenere una forma di protezione in Europa, un gruppo sempre più esteso in cui rientrano i migranti per ragioni economiche.

L’annuncio di retate e controlli contro i migranti irregolari e la probabile estensione della rete dei Cie è la prima presa di posizione importante in materia d’immigrazione del nuovo ministro dell’interno e rilancia il vecchio approccio securitario al fenomeno migratorio sperimentato alla fine degli anni novanta, un approccio che ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue inefficienze nella lunga stagione culminata con l’introduzione del reato di clandestinità nell’ordinamento penale italiano nel 2009.

La demagogia alla base di questo tipo di messaggio si fonda sulla criminalizzazione del migrante.

Nei 18 anni dalla creazione dei Cie, le critiche da parte dei difensori dei diritti umani e di organizzazioni indipendenti hanno mostrato che la detenzione amministrativa dei cittadini stranieri irregolari è inefficace da tutti i punti di vista, tranne uno: quello della comunicazione politica.

Come ha spiegato Reece Jones nel suo libro Violent borders, la demagogia che è alla base di queste scelte si fonda sull’equazione secondo cui tutti i migranti sono “criminali, trafficanti di droga e stupratori”. Un’equazione, smentita dalle statistiche, e che tuttavia è stata usata molte volte, come nella campagna per le presidenziali statunitensi e in quella per il referendum sulla Brexit nel Regno Unito.

E c’è da aspettarsi che i migranti saranno al centro anche della campagna elettorale italiana, che nella peggiore delle ipotesi durerà un anno. I migranti saranno usati come terreno di scontro e come capro espiatorio dagli schieramenti politici in cerca di consensi tra un elettorato sempre più disilluso.

L’annuncio dell’apertura di nuovi Cie sembra quindi una mossa di comunicazione del partito di governo che si prepara a una lunghissima campagna elettorale dominata nei temi e nei modi dai partiti populisti e dalla destra.

I Cie sono disumani e inutili.

Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1999, diciassette anni fa, in uno dei primi Cie italiani, il Cpta di Serraino Vulpitta a Trapani, sei ragazzi tunisini rimasero uccisi in un incendio. Alcune persone detenute nel centro avevano tentato di fuggire e le forze dell’ordine avevano rinchiuso dodici ragazzi in una piccola cella. Uno di loro aveva dato fuoco a un materasso causando un incendio. Tre di quei ragazzi morirono nella notte, altri tre pochi giorni dopo in ospedale a causa delle ustioni riportate. Si chiamavano Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim.

Da allora sono state registrate numerose violenze, rivolte, atti di autolesionismo, suicidi e morti all’interno dei Cie italiani. L’inchiesta Morti di Cie ha denunciato più di venti casi di persone che hanno perso la vita nei centri. Già nel 2007, dieci anni fa, una commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’inviato dell’Onu Staffan de Mistura stilò un rapporto in cui si sosteneva la necessità di “superare i centri” e un sistema inefficace che faceva registrare violazioni e soprusi. Il sistema dei Cie, si legge nel rapporto, “non consente una gestione efficace dell’immigrazione irregolare” e “comporta costi elevatissimi con risultati non commisurati”.

Bisogna ricordare infatti che i Cie non funzionavano neanche quando erano a pieno regime, o almeno non funzionavano per lo scopo per il quale erano stati creati: il rimpatrio dei migranti irregolari.

Rimpatriare i migranti irregolari è un’operazione costosa ed è possibile solo in presenza di accordi bilaterali con i paesi di origine dei migranti. Ma questi accordi nella maggior parte dei casi non esistono, anche se l’Unione europea sta facendo pressione perché ne siano stipulati di nuovi.

Negli ultimi quindici anni, i paesi europei hanno speso circa 11,3 miliardi di euro per espellere i migranti irregolari.

Il Rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione della Commissione diritti umani del senato nel febbraio 2016 affermava che il 50 per cento delle persone raggiunte da un decreto di espulsione e transitate dai Cie in effetti non viene rimpatriato perché i costi sono altissimi e perché i paesi che hanno formalizzato delle intese di riammissione con l’Italia sono pochi: l’Egitto nel 2007, la Tunisia nel 2011 e più di recente la Nigeria e il Marocco. Esistono degli accordi di collaborazione infine con la polizia del Gambia e del Sudan.

Negli ultimi quindici anni, i paesi europei hanno speso circa 11,3 miliardi di euro per espellere i migranti irregolari e 1,6 miliardi per rafforzare i controlli alle frontiere. L’hanno calcolato i giornalisti dei Migrants files, un collettivo internazionale di venti cronisti, statistici ed esperti. Questi dati in realtà sono sottostimati, avvertono gli stessi giornalisti. I paesi europei non hanno una normativa comune per i rimpatri e non c’è trasparenza sui costi sostenuti da ogni stato. Una cosa è certa: accogliere i migranti invece di respingerli costerebbe meno.

La Campagna LasciateCIEntrare, che chiede di far entrare giornalisti e attivisti nei centri, denuncia da anni le condizioni disumane di detenzione e le violazioni dei diritti umani all’interno dei Cie italiani. “Sono strutture inutili, inefficienti e costose con condizioni di trattenimento lesive della dignità umana e soprattutto inutili al contrasto dell’immigrazione irregolare”, ha detto la portavoce Gabriella Guido. “Accoglienza è la parola d’ordine. LasciateCIEntrare proseguirà nella lotta per la loro completa e definitiva chiusura”.

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Un pensiero su “959.- Immigrazione, tutti i dettagli del piano di Gentiloni e Minniti e un commento.

  1. Flavio Tosi
    «Aspetterei prima di cantar vittoria». Quando a tarda sera Flavio Tosi, sindaco di Verona, prova a fare un’analisi sul decreto approvato dal governo Gentiloni in materia di sicurezza, che introduce il «Daspo urbano», è più che dubbioso perché «bisogna prima vedere le sanzioni».

    Cosa non la soddisfa delle norme introdotte dall’esecutivo? «Le ripeto: vorrei prima leggere il testo. In questi ultimi anni abbiamo assistito a una inversione di tendenza sulla sicurezza delle città. Si è partiti da Roberto Maroni, negli in cui fu ministro dell’Interno, con una serie di provvedimenti che andavano nella giusta direzione, poi però impugnati e smontati da una serie di sentenze. E poi si è giunti a un aumento progressivo del degrado delle città causato da politiche sbagliate ma anche dall’aumento degli sbarchi».

    Il ministro dell’interno Minniti ha però annunciato che «sul modello del Daspo applicato nelle manifestazioni sportive, in caso di reiterate violazioni delle regole, le autorità potranno proporre per i responsabili il divieto di frequentare determinate zone.
    «La questione non si riduce al Daspo sì, Daspo no. Perché qui noi sindaci ci troviamo sempre più spesso davanti a persone, che sanno come violare le regole e non hanno nulla da perdere. Le faccio un esempio concreto».

    Quale? «Ci sono casi di cittadini e di migranti che, nonostante abbiano una fedina penale lunga, ovvero risultino condannati per più reati – spacciatori, ladri – continuano a violare la legge. Vengono spediti ai domiciliari? Ma qual è il problema, se ne fregano ed escono come se nulla fosse. Poi saranno nuovamente arrestati e non si fermeranno davanti a un altro arresto».

    E allora qual è l’approccio migliore?
    «Sono mesi che noi sindaci diciamo di intervenire. Dunque il piglio del ministro Minniti è quello giusto ma voglio che si scoprano le carte. Dobbiamo avere dei poteri effettivi».

    Il piano urbano è legato a un altro decreto del governo in materia di migranti che ha come obiettivo quello di trasformare il fenomeno da «irregolare a regolare» aprendo ai migranti il lavoro volontario e gratuito. È sufficiente?
    «È da tempo che dico che i migranti devono prestare la loro opera alla comunità. Con un migrante si verifica la seguente cosa: il prefetto dispone l’allontanamento, quello torna al suo Paese di origine, si fa firmare il rientro dalla sua ambasciata, e torna in Italia come se nulla fosse».

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