914.-W. SCHÄUBLE L’ASTUTO E IL “BUCO” DI BILANCIO ITALIANO

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il Deutsch Italia, 16 GENNAIO 2017. La Germania ha chiuso il bilancio statale 2016 con un forte attivo, di oltre 6miliardi di euro. E il ministro delle Finanze Schäuble ne è giustamente orgoglioso. Ma anche l’Italia lo ha chiuso con un forte attivo, molto più grande di quello della Germania. Allora come mai il nostro Paese è sempre più nei guai finanziari? 

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Grande festa in Germania per i brillanti risultati economici riscontrati durante il 2016. E ne ha ben donde l’austero ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble (Cdu), d’essere contento. Il Governo tedesco è infatti riuscito anche per lo scorso anno a chiudere il bilancio con un surplus di 6,2 miliardi di euro. Non c’è proprio male. Lo stesso Ministro ha così dichiarato: “Finora, per ogni anno di questa legislatura, abbiamo completato il bilancio senza l’assunzione di nuovo debito”, ed ha ragione. Lo scorso anno lo Stato tedesco ha dovuto affrontare la crisi dei profughi, che gli è costata quasi 10 miliardi di euro, oltre ad altre spese dovute alla sicurezza nazionale, alle forze armate tedesche e per le politiche di sviluppo. E nonostante ciò i risultati sono quelli appena elencati. Ma come ha fatto il Ministro della Cancelliera Merkel a raggiungere questo egregio risultato? Lui stesso ha ammesso che il merito è dovuto a molti fattori, non ultimo la politica dei tassi d’interesse a zero applicata dalla Bce di Mario Draghi.

Secondo i calcoli della “Bundesbank”, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 gli Stati federali, i comuni e la sicurezza comune sono riusciti ad accantonare un disavanzo enorme, di 240miliardi di euro. Solo lo scorso anno lo Stato federale avrebbe dovuto spendere 47miliardi di euro, se i tassi d’interesse fossero stati quelli di prima dello scoppio della crisi. Mentre nel 2009 il Ministro tedesco aveva dovuto spendere 38miliardi di euro per la gestione del debito, nel 2016 ne ha dovuti spendere solo 17,5. In pratica un risparmio di 20miliardi. La Germania durante il periodo di crisi ha rappresentato pertanto “un porto sicuro” per gli investitori di tutto il mondo. Durante l’estate scorsa, per la prima volta, gli interessi sui titoli tedeschi con scadenza decennale sono scesi al di sotto dello zero. Nel complesso la Germania, con una normalizzazione dei tassi d’interesse, avrebbe un deficit dell’1,5 per cento con la spesa attuale, secondo i calcoli di Moritz Kraemer, dell’agenzia di rating “Standard & Poor’s”. Schäuble conosce il rischio e vorrebbe un lento ritorno alla normalità, anche perché se da un lato è vero che l’economica tedesca dà ottimi risultati, grazie alla manovra di Draghi, dall’altro la stessa penalizza gli interessi dei fondi pensione dei tedeschi. E questo è senz’altro un problema. Anche da un punto di vista elettorale.

Fin qui il giusto peana all’economia tedesca. Ma occorre analizzare bene la situazione e fare un po’ di chiarezza al riguardo. Iniziamo con il dire che anche il bilancio italiano negli ultimi anni non è andato poi così male. Anzi, l’Italia è andata sempre meglio della Germania. E di gran lunga. Come ha scritto Federico Fubini sul “Corriere della Sera”, “Dal 1996 a oggi l’Italia ha accumulato nel complesso un surplus primario medio del 2 per cento l’anno, nel complesso pari al 43 per cento del Pil o circa 700miliardi di euro ai valori attuali. Nello stesso periodo la Germania ha accumulato un surplus dello 0,7 per cento l’anno in media prima di pagare gli interessi. La Germania è stata persino in deficit primario per un terzo del tempo negli ultimi due decenni, l’Italia meno di un anno ogni dieci. Eppure durante questo lungo periodo il debito del governo di Roma, rispetto al Pil, è salito del 5 per cento più di quello di Berlino. Effetti simili sono visibili su periodi più recenti. Dal 2006 in media il surplus primario di bilancio dell’Italia (1,15 per cento del Pil) è stato allineato a quello della Germania (1,19 per cento). Misurato poi dal 2010, quando esplode la crisi dell’euro, l’Italia risulta di nuovo più efficace della Germania nel controllare il bilancio: negli ultimi sette tormentatissimi anni l’attivo del governo prima di pagare gli interessi sul debito è in media dell’1,18 per cento del Pil, mentre quello di Berlino è un po’ inferiore all’1,10 per cento”.

Tradotto: l’Italia ha fatto i “compiti”, tanto quanto e meglio della Germania. I dati sono del FMI (Fondo Monetario Internazionale). Il nostro disavanzo primario, ossia la differenza fra le spese e le entrate è in attivo per circa 38miliardi di euro, contro appunto i poco più di 6 della Germania. E allora? Come mai se così fosse l’Italia è messa così male ed è “bacchettata” in continuazione dalle Istituzioni europee e dalla stessa Germania?

Per capirlo occorre fare un passo indietro e un po’ di chiarezza. Innanzitutto non è affatto vero che l’Italia, come molti affermano nel Belpaese, sia l’unico Paese che ha in Costituzione il pareggio di bilancio (fatto approvare al Parlamento nel 2012 dall’allora Presidente del Consiglio Mario Monti). La Germania lo ha nella sua Grundgesetz dal 1949, all’articolo 110, laddove dice testualmente: “Tutte le entrate e le uscite della Federazione sono incluse nel bilancio; … Il bilancio deve essere in pareggio in entrate e spese.”. Il ricordo di Weimar è ben stampato nell’anima dei tedeschi, e ce l’hanno così a cuore che l’hanno imposto anche agli altri Paesi dell’Unione. Per l’esattezza tutto è iniziato nella primavera del 2010, allorquando la Germania chiese agli altri Stati membri di inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio: questo avrebbe comportato una rigorosissima applicazione del requisito riguardante il rapporto deficit/PIL inferiore al 3 per cento, Inoltre il rapporto tra il debito pubblico lordo e il PIL non deve superare il 60 per cento. Dopo qualche mese di trattative, il 30 gennaio 2012 i rappresentati degli esecutivi dei Paesi dell’Unione, costituenti il Consiglio europeo, con l’eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, approvarono il nuovo patto di bilancio, denominato “fiscal compact”. Tale patto non è mai passato al vaglio del Parlamento Europeo, né è stato proposto come direttiva dalla Commissione.

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Solo i Paesi che hanno introdotto tale regola entro il 1° marzo 2014 possono ottenere eventuali prestiti da parte del “Meccanismo Europeo di Stabilità” (MES), ossia quello che fino al 2011 si chiamava ancora “Fondo europeo di stabilità finanziaria” (FESF), detto anche Fondo salva-Stati (in inglese European Stability Mechanism – ESM), istituito dalle modifiche al Trattato di Lisbona (art. 136) approvate il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo e ratificate dal Consiglio europeo a Bruxelles il 25 marzo 2011.

L’attuazione del fondo era stata temporaneamente sospesa in attesa della pronuncia da parte della Corte costituzionale della Germania sulla legittimità del fondo stesso con l’ordinamento tedesco, in seguito ad un ricorso del partito dei “die Linke”. La Corte di Karlsruhe sciolse il nodo giuridico il 12 settembre 2012, quando si pronunciò, purché venissero applicate alcune limitazioni, in favore della sua compatibilità con il sistema costituzionale tedesco (il Bundestag non può mettere in atto procedure permanenti da cui derivi l’assunzione di responsabilità per le decisioni volontarie di altri Stati membri e che per la ratifica del patto di bilancio in Parlamento occorre la maggioranza dei due terzi, prevista per le leggi costituzionali).

La Germania nel giugno del 2011 mise nel MES ben 211miliardi di euro per “salvare” la Grecia (di qui le proteste della “Linke”). In realtà quel che è sottaciuto, è che quei miliardi non servirono per aiutare i greci, i cui governi sicuramente colpevoli avevano indebitato fortemente il Paese, bensì le banche creditrici che erano tedesche e francesi. Risultato la Grecia non ne ebbe affatto beneficio.

Da allora il pareggio di bilancio lo hanno inserito quasi tutti i Paesi dell’Unione. Per la precisione, solo per fare due esempi, la Spagna nell’art. 135 della Costituzione, con legge del 27 settembre 2011, e la Francia con la “Loi organique” (che non è però in Costituzione) il 17 dicembre del 2012.
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Ma per tornare a noi, dicevamo, come mai l’Italia pur risultando così ligia ai parametri imposti dall’Europa ha un risultato economico così apparentemente disastroso? Il perché è presto detto. Il disavanzo primario dell’Italia, cioè la differenza fra entrate e uscite, che come abbiamo detto è di gran lunga più positivo della Germania (oltre per la capacità produttiva del nostro Paese, nonostante tutto, esso è dovuto al fatto che non abbiamo praticamente più spesa pubblica, al contrario della Germania, proprio per rispettare i parametri imposti dall’Europa) non va a nostro vantaggio, e serve a pagare non il debito pubblico, bensì gli interessi sullo stesso. In parole povere, lo Stato per pagare gli interessi accumulati sul debito pubblico si rivolge al “mercato”, e gli investitori internazionali (fra i quali le stesse banche tedesche) scommettono sulla capacità economica del nostro Paese, in base al giudizio che della stessa danno le tanto famose, quanto famigerate, agenzie di rating internazionali come “Standard & Poor’s” o “Merrill Lynch” (che sono private e parte in causa esse stesse). Proprio perché parte in causa hanno dunque tutto l’interesse a dare un giudizio poco lusinghiero (le famose tripla A o tripla B) sulla capacità economica dell’Italia. Più il giudizio è negativo, più salgono i tassi d’interesse che l’Italia deve pagare per finanziare appunto gli interessi sul debito. In pratica un cane che si morde la coda. Se non esistessero gli interessi sul debito, con il disavanzo primario l’Italia potrebbe, seppur in un lunghissimo periodo, colmare quel pozzo senza fine del debito pubblico, che diventa ogni giorno più grande proprio grazie agli interessi che gravano su di esso.

Schäuble tutto questo lo sa, e giustamente fa gli interessi del suo Paese, anche se fortemente contestato, in primis dalle opposizioni oltre che da molti membri della Große Koalition, per le restrizioni alla spesa pubblica della Germania. Nonostante non conceda, il severo ministro delle Finanze tedesco, molti soldi ai suoi colleghi, chiunque viva nel suo Paese può constatare quanto esso sia benestante, oltre naturalmente al fatto che quelli che vengono utilizzati per la spesa pubblica sono per lo più denari ben spesi. Se nel nostro di Paese si smettesse di dare tutto per scontato e se i nostri politici, nessuno schieramento escluso, invece di ripetere quanto hanno sentito dire sull’argomento dai cosiddetti “esperti” (giornalisti inclusi), iniziassero ad approfondire il problema per porvi una volta per tutte rimedio, forse la disastrata condizione della Penisola potrebbe intravedere una via d’uscita.

Pubblicato il 10 mar 2016

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Stavolta la Banca centrale europea non ha deluso. Anzi, il direttivo guidato da Mario Draghi si è spinto oltre le aspettative con un ampio pacchetto di misure mirate a incoraggiare il credito e a sostenere l’inflazione.

Alessandro Brogani

Nato a Roma, laureato in Filosofia all’università “la Sapienza”, è giornalista professionista. Ha collaborato con ilSole24Ore in Italia e con l’agenzia stampa Orao News. In Germania con il magazine online ilMitte. Vive a Berlino dove ha trovato una nuova visione della vita

 

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