911.- LA LISTA DEI GRANDI DEBITORI INSOLVENTI E INTOCCABILI DI MPS

Una chiara immagine del buco MPS da Il Sole 24 Ore

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Nella lista nera dei grandi debitori morosi, che hanno affossato Mps portandola a cumulare 47 miliardi di prestiti malati, ci sono nomi eccellenti dell’Italia che conta. Dai grandi imprenditori, agli immobiliaristi, al sistema delle coop rosse fino alla giungla delle partecipate pubbliche della Toscana. Il parterre è ecumenico sul piano politico. Centro-sinistra, Centro-destra pari sono. Del resto per una banca guidata per decenni da una Fondazione espressione della politica era quasi naturale l’arma del credito come strumento di consenso e di scambio.
IL GRANDE FALÒ 27 dicembre 2016
Siena e quei 18 miliardi di valore bruciato
Tra i protagonisti di spicco più emblematici, come ha ricostruito Il Sole24Ore, figura sicuramente la famiglia De Benedetti e la sua Sorgenia. Emblematica per dimensioni e per quel ruolo innaturale che ha svolto Mps. La Sorgenia si è indebitata per 1,8 miliardi con il sistema bancario. La sola Mps, chissà come, si è caricata di ben un terzo di quel fardello. Seicento milioni erano appannaggio del solo istituto senese che ha fatto lo sforzo più ingente rispetto al pool di 15 istituti che avevano finanziato la società elettrica finita a gambe all’aria. I De Benedetti capita l’antifona della crisi irreversibile non si sono resi disponibili a ricapitalizzare come da richiesta delle banche. Alla fine il «pacco» Sorgenia è finito tutto in mano alle banche che hanno convertito l’esposizione creditizia in azioni. E Mps si ritrova ora azionista della Nuova Sorgenia con il 17% del capitale. Per rientrare dal credito prima o poi, occorrerà risanare la società e venderla. Oggi Sorgenia è tra gli incagli di Mps. Non solo, nel 2015 la banca ha svalutato i titoli Sorgenia per 36 milioni di euro.

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Le chiacchiere non fan faville

IL PIANO INDUSTRIALE CHE DOVRÀ ESSERE RIVISTO
Proiezioni finanziarie previste dal piano industriale 2016-2019. Dati in milioni di euro (Fonte: Mps)

Ma Mps da anni si porta dietro (insieme ad altre banche) anche la fiducia accordata a Luigi Zunino. L’ex immobiliarista rampante cumulò debito con il sistema bancario per 3 miliardi. Tuttora la sua ex Risanamento è inadempiente con Mps che ha, sempre nel 2015, svalutato titoli in portafoglio per 11,6 milioni. Tra i grandi incagli di Siena ecco spuntare anche un altro nome di spicco.

È Gianni Punzo azionista di peso di Ntv e patron e ideatore dell’interporto di Nola, la grande infrastruttura logistica del meridione. Da tempo la Cisfi, la finanziaria che sta in cima al complesso reticolo societario è in affanno per l’ingente peso debitorio. Anche qui le banche Mps in testa hanno convertito parte dei prestiti in azioni. Mps è oggi il primo socio della Cisfi sopra il 7% (con Punzo al 6,1%).

Anche la Cisfi Spa che recepisce la crisi dell’interporto di Nola è un incaglio per Mps che ha titoli in pegno svalutati anch’essi per 11 milioni a fine del 2015. Ed ancora la ex banca di Mussari deve tuttora metabolizzare il disastro della BTp, il general contractor della ditta Bartolomei-Fusi, che aveva in Verdini un grande sponsor, protagonista più delle cronache giudiziarie recenti che di quelle economiche.

Dal dissesto del contractor delle grandi opere toscano è rinata la Fenice Holding. Anche qui Mps se la ritrova in portafoglio in virtù dei prestiti non ripagati. Tra gli immobiliaristi come non citare Statuto che ha visto pignorato il suo Danieli di Venezia su cui Mps (con altri) aveva ingenti finanziamenti.
L’ANALISI 10 gennaio 2017
Banche, trasparenza e il dovere della verità
E c’è il capitolo amaro della Impreme della famiglia di costruttori romani Mezzaroma che hanno portato i loro guai in casa Mps. E poi residua a bilancio dal 2007 il disastroso progetto immobiliare abortito di Casalboccone a Roma eredità dei Ligresti che vede Mps azionista (in cambio dei crediti non pagati) con il 22% del capitale. Il capitolo Coop vede Mps protagonista della ristrutturazione del debito di Unieco.

Tra i dossier immobiliari c’è il finanziamento di alcuni fondi andati in default: come un veicolo gestito da Cordea Savills, finanziato con eccessiva leva da Mps, che aveva in portafoglio gli ex-immobili del fondo dei pensionati Comit. Ma Mps ha finanziato anche alcuni dei fondi di Est Capital, società finita in liquidazione che gestiva il progetto del Lido di Venezia.

E infine c’è il capitolo della partecipate pubbliche. Mps è inguaiata con pegni o titoli in Scarlino Energia; Fidi Toscana; Bonifiche di Arezzo; l’Aeroporto di Siena e persino le Terme di Chianciano. La banca si ritrova a fare l’imprenditore di società in crisi quando avrebbe dovuto solo fare la banca.

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Dal Socio Di Montezemolo Al Re Del Brunello, Il Nuovo Elenco Dei Guai Mps di Libero

 

Elezioni americane, crisi finanziaria: il nuovo tempo della storia

Giorgio Tonini

La commissione Finanze del Senato che ha il potere di approvare un emendamento al decreto legge salva banche, che leghi l’intervento finanziario dello Stato alla pubblicazione dell’elenco dei grandi debitori, si è ben guardata dal farlo. E a Libero con onestà si dice contrario alla messa in piazza di quell’elenco un renziano importante come il presidente della commissione Bilancio di palazzo Madama, Giorgio Tonini: “A me non piacciono queste guardonate. Già stano scappando tutti i capitali dall’Italia…”.Visto che dalle istituzioni e dalla politica difficilmente si otterrà quell’elenco che i vertici della banca senese proteggono da qualsiasi curiosità, tocca a noi continuare a scavare e proporre non quei primi 100 nell’elenco delle sofferenze di Mps, ma la lista di chi ha avuto più di una difficoltà a restituire i soldi avuti in prestito. Ecco le seconda puntata.

Pegno Mps sul 50% del capitale sociale di Enerco distribuzione della famiglia Casellato di Padova. Energia e fonti rinnovabili sono i settori in cui probabilmente Mps ha perso più soldi in assoluto. Come nella disavventura di Scarlino energia, società che gestisce il locale inceneritore e che appartiene alla coop rossa Unieco, in concordato preventivo e su cui pende dall’estate scorsa anche una procedura di fallimento e una indagine per bancarotta fraudolenta da parte della procura della Repubblica di Grosseto. Anche in questo caso Mps ha in pegno il 50% del capitale sociale, ma rischia di farsene assai poco. Pignorata invece da parte di Mps capital services una quota azionaria della Amalfitana gas della famiglia Mazzitelli.

Per restare nel campo delle coop rosse, dove Mps ha la leadership assoluta nella concessione di finanziamenti che poi non tornano mai indietro, qualche settimana fa è stato ristrutturato il debito esistente con Holmo, la holding che attraverso la controllata Finsoe ha le leve di comando del gruppo Unipol: un’operazione costata 190 milioni di euro insieme a Carige. Sempre a braccetto con Carige per altro nell’ultimo anno Mps è stato protagonista di una altra operazione di ristrutturazione e rimodulazione delle scadenze del debito con uno dei gruppi più importanti dell’agroalimentare, come quello della famiglia ligure Orsero, leader italiano nella commercializzazione della frutta. Giuseppe Stefanel

In compagnia con altri importanti istituti di credito Mps ha parzialmente graziato nell’estate scorsa il gruppo emiliano Ceramiche Ricchetti che era esposto con il pool bancario di cui faceva parte l’istituto senese per 90 milioni di euro, pari a circa la metà del fatturato consolidato (180 milioni). Con Unicredit e Banca Intesa nel 2016 Mps ha poi accettato la terza ristrutturazione in pochi anni del debito di Stefanel, l’imprenditore del settore moda che non riesce ad uscire dalla crisi industriale. L’esposizione della banca senese però è limitata a una ventina di milioni di euro.

punzo-1400x930Gianni Punzo

Altro guaio della banca senese è l’intreccio debiti-azioni esistente alle porte di Napoli con il Cis e l’Interporto di Nola. Il grande centro commerciale di Gianni Punzo (che è socio nel treno Italo di Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle) in cui sono azionisti grandi firme della moda (in primis il gruppo Yamamay della famiglia Cimmino) non ce l’ha fatta a ripagare i 272 milioni di debiti che aveva con un gruppo di banche di cui faceva parte pure Mps. Così circa la metà (149 milioni di euro) sono stati trasformati in patrimonio del Cis, e il resto è stato rimodulato allungandone in modo consistente le scadenze. Stessa crisi per l’Interporto che è controllato dalla Cisfi spa (stessi azionisti del Cis, a cominciare da Punzo e i Cimmino). Qui il debito era assai più alto- 339 milioni di euro- ed è stato ristrutturato portandone le scadenze al 2034-2035. Le banche hanno trasformato parte del loro credito in azioni, e oggi Mps ne controlla il 7,54%, che si aggiunge al 100% del capitale in pegno di una controllata Cisfi, la Aliport srl.

Dopo varie ristrutturazioni del debito con il pool di banche che la finanziava, ha chiuso i battenti ed è stata messa in liquidazione la Sila Holding industriale di Torino, attiva nella componentistica per auto e uno dei grandi fornitori del gruppo Fiat. Anche in questo caso Mps deve leccarsi le ferite, avendo ricevuto in pegno il 28,15% del capitale social in cambio degli ultimi finanziamenti erogati inutilmente per cercare di salvare l’azienda e nella speranza di vedere la restituzione almeno parziale del credito erogato negli anni. Identiche difficoltà nell’erogazione del credito ci sono state con molte società del gruppo Semeraro di Lecce: dalla Fin-Beta srl dove Mps ha in pegno l’intero capitale sociale, al Borgo Materdomini (in pegno alla banca senese il 44,32% del capitale sociale).

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In Basilicata a Potenza addio soldi prestati alla famiglia Matteo per il loro pastificio Triticum, e a Mps non è restata altra strada che pignorare il capitale sociale dell’azienda. Pignoramento avvenuto anche per il 60% del capitale di Rosso Corsa di Giancarlo Altieri, concessionario auto di Formia in provincia di Latina. E pure per il re del Brunello di Montalcino, Biondi Santi, in difficoltà anche lui a restituire i prestiti ottenuti da Mps che ha così fatto scattare il pignoramento sul 21,97% della loro società agricola Greppo. Ormai perduti i finanziamenti all’Italian group Costruzioni di La Spezia, che ha chiuso i battenti nel 2005. E a Mps dei soldi concessi all’egiziano Khalil Khaled Mohamed Sawy sono restati in mano solo i 9.500 euro pignoratigli, pari al 95% del capitale sociale dell’azienda di costruzioni.

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Hotel Danieli di Venezia

Più seria la situazione dei finanziamenti concessi al gruppo di Giuseppe Statuto, che divenne noto alla metà del decennio scorso per le scalate bancarie dei cosiddetti “furbetti del quartierino”. Anche in questo caso non vedendosi restituire il credito concesso Mps non ha potuto fare altro che pignorare il capitale sociale della Danieli Management, che nel gruppo si occupava del prestigioso hotel Danieli di Venezia. Ma la banca senese ha in mano così solo il 33,33% del capitale sociale che vale giusto 3.333,33 euro. Un po’ pochino rispetto alle linee di credito milionarie erogate.

De Benedetti, la verità sui debiti Mps:

“Vi dico io dove sono quei soldi”

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il presidente della La Nuova Sorgenia Chicco Testa

Tra le tante “storie” che riempiono i libri di bilancio dei cattivi pagatori del Monte, forse quella di Sorgenia è la più emblematica. Mai come in questo caso, infatti, Siena è accompagnata nella sventura da tutte le banche del sistema creditizio italiano che alla fine hanno dovuto convertire in capitale parte dei circa 2 miliardi di debiti accumulati negli anni dalla Cir della famiglia De Benedetti. Insomma si sono messe a gestire l’ impresa per recuperare le sofferenze.

Come detto però oggi Sorgenia è un’ altra cosa. O meglio è un’ altra società. È di proprietà per l’ 83% di Nuova Sorgenia Holding SpA (partecipata dalle banche) e per il 17% del Monte dei Paschi di Siena e proprio per spiegare l’ assoluta discontinuità con il passato il presidente Chicco Testa ha accettato di parlare con Libero.

Presidente, una domanda preliminare. È d’ accordo con la pubblicazione della lista degli insolventi di Mps? Insomma, se si chiedono soldi pubblici (6,6 miliardi per l’ aumento di capitale) è giusto sapere a causa di chi ci troviamo in questa situazione.
«In linea di principio sono d’ accordo, però mi permetta di evidenziare dei rischi che si corrono».

Prego.
«Mettiamo che la banca decida di pubblicare i primi cento nomi dei debitori insolventi del Monte. Mi chiedo, come sarà possibile distinguere tra l’ azienda che aveva tutte le carte in regola per chiedere un finanziamento e poi alla fine non è riuscita a ripagarlo a causa della crisi e chi invece ha ottenuto un fido perché amico dell’ amico o per motivi politici? È un distinguo importante. Insomma rischiamo di mettere alla gogna anche “il buon imprenditore” che già ha dovuto subire il peso del fallimento del suo lavoro. E soprattutto rischiamo di accentuare la stretta creditizia».

Certo, magari però con il Monte il rischio che la politica abbia “agevolato” il credito agli amici è un po’ più consistente
«Sono d’ accordo. Nel caso di Mps c’ è l’ aggravante di una banca con una forte connotazione politica e territoriale che non ha favorito l’ indipendenza ed evidentemente ha autorizzato comportamenti non rigorosi. Ma purtroppo viene il dubbio che ogni banca abbia le sue “relazioni”».

In che senso?
«Nel senso che se si andasse a indagare nel giro delle relazioni degli altri grandi istituti, probabilmente si troverebbero delle situazioni simili a quelle di Mps. Diciamo che è un difetto del cosiddetto capitalismo di relazione. E anche le banche del territorio, quelle tanto difese della Lega, mi sembra che abbiano le stesse storture. Basti guardare a quello che è successo con gli istituti veneti».

Tornando a Sorgenia e a Mps. Le chiedo: a quanti artigiani sarebbe stato convertito il debito in azioni? Insomma, con i De Benedetti c’ è stato un comportamento decisamente benevolo.
«Guardi, non voglio entrare in questa polemica. Le evidenzio solo che nel 2000 c’ era la corsa di tutte le banche italiane a finanziare Sorgenia perché veniva considerata una società con grandissime prospettive e che alla fine la famiglia De Benedetti e gli altri azionisti ci hanno rimesso il capitale investito. E poi che oggi Sorgenia è tutt’ altra cosa».

Cioè?
«La Nuova Sorgenia dal punto di vista della struttura azionaria e del management non c’ entra nulla con la vecchia società. C’ è un cacciatore di teste che ha scelto tutti i componenti del consiglio di amministrazione tra professionisti competenti e assolutamente indipendenti».

Ma resta il problema del debito.
«Oggi l’ azienda è in bonis, le banche hanno convertito 400 milioni e messo altri 200 milioni in un prestito convertendo, insomma resta l’ eredità di un debito da 1,2 miliardi che stiamo ripagando».

In che modo?
«Lo scorso anno (il passaggio alla nuova Sorgenia c’ è stato a inizio 2015, ndr) abbiamo restituito alle banche, tra capitali e interessi, poco più di 100 milioni e quest’ anno abbiamo una cassa superiore ai 300 milioni. Di questi, circa 170 dovrebbero servire (l’ ultima parola spetta al cda) a tagliare il debito. Come vede siamo ripartiti e stiamo investendo sia sul mercato business che sul retail… Chiediamo solo di lavorare senza dover continuare a scontare “i peccati” del passato con il quale, mi ripeto, noi oggi noi non c’ entriamo più nulla».

Tobia De Stefano

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