908.-IL QUARTO PARTITO? PARTITO: MA NON TROVA LA VIA DEL RITORNO

Orizzonte48

Le Istituzioni riflettono la società o esse “conformano” la società e ne inducono la struttura? In democrazia, la risposta dovrebbe essere la prima. Ma c’è sempre l’ombra della seconda…il “potere” tende a perpetuarsi, forzando le regole che, nello Stato “democratico di diritto” ne disciplinano la legittimazione. Ultimamente, poi, la seconda si profila piuttosto…ingombrante, nella sintesi “lo vuole l’Europa”. Ma non solo. Per capire il fenomeno, useremo la analisi economica del diritto.

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[Dal vocabolario Treccani]: eṡiziale agg. [dal lat. exitialis, der. di exitium: v. esizio1]. – Rovinoso, che reca gravissimo danno: fu un errore e.; è stato un provvedimento e. per le nostre industrie; che reca grave danno alla salute, mortale: quel clima è e. per gli Europei; la minima emozione potrebbe essere e. al malato.

1. Dagli editoriali a reiterazione pluridecennale dei giornaloni, e dai frequenti interventi nei talk show di politologi & filosofi, nonché espertologi a vario titolo, dovremmo prendere atto che, ormai, siamo una “democrazia liberale”.
Nonostante la clamorosa smentita che, (solo) in astratto (da quel che pare), ha dato l’esito del referendum costituzionale, l’Italia sarebbe divenuta de facto una democrazia liberale, per dichiarata correlazione con la costruzione europea, come predicato dai più accessi sostenitori di questa tesi.
La democrazia italiana si sarebbe trasformata extra ordinem in tale nuova forma – opposta a quella della “democrazia sociale”, che pure è stata disegnata nei principi fondamentali e immutabili della nostra Costituzione-, in virtù delle necessità e degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione politica e monetaria europea.
Tali “sostenitori”, culturalmente e accademicamente consolidatisi, sono divenuti maggioranza politica, mediante vari metodi elettorali e rivolgim€nti istituzionali, lungo una vicenda politico-internazionale di cui abbiamo più volte indagato le origini.

2. La definizione politico-teorica del “liberalismo” di questa democrazia “all’€uropea” oscilla tra varie formulazioni: tra esse campeggia il socialismo liberale, in cui le “liberalizzazioni” (e privatizzazioni) economiche portano il mercato al centro del “sociale”, ma per il…”bene comune”, trattandosi dunque di un modo retorico, e smentito dai suoi stessi teorici italo-tedeschi (pp.9-10), di denominare “l’economia sociale di mercato”, formula chiarita dall’uso del termine “sociale” come “innocuo vezzo linguistico”..per tacitare gli “agitati sociali”.
Ma esistono formule più avanzate, e meglio adattate all’irreversibile “sfida del globalismo”, come quella della democrazia post-liberale che comunque preserva il carattere “liberale” della ipotizzata “democrazia” nel transito dallo Stato-nazione all’Europa.
D’altra parte, l’innocuo e strumentale vezzo linguistico, di cui sopra detto, campeggia al centro delle previsioni del principale trattato €uropeo e sta ad indicare che la democrazia liberale è quella che si fonda sull’economia di mercato tout-court e sulla tutela delle “mere” libertà negative della cittadinanza, assunta, quest’ultima, come riflesso della qualità di operatore del mercato, anche solo come consumatore (v.p.6).

3. E dunque, nonostante le varie implicazioni della sovranazionalità dell’economia liberale di mercato che l’€uropa intende realizzare, assorbendo (sempre per il “bene comune” che, peraltro, coincide con l’esistenza stessa del superiore “ordine del mercato) la sovranità dei singoli Stati-membri, la democrazia liberale rimane pur sempre definibile nei termini illustrati da Costantino Mortati e così riassumibili, muovendo dal concetto specifico di sovranità che tale tipo di democrazia ammette (pp.11-11.2):
“…la funzione sostanziale del potere sovrano è quella di assicurare la pacifica coesistenza di interessi diversi e anche contrastanti tra loro; “come” questa essenza della sovranità sia concretamente attuata dipende da quali interessi, cioè da quali tipologie di gruppi sociali che ne sono portatori, siano considerati “bisognevoli di tutela”.
…Così, se gli interessi considerati “meritevoli” e quindi da tutelare sono, in base al principio di eguaglianza formale, quelli di “tutti i cittadini” formalmente indistinti, al vedersi garantite delle libertà negative, cioè delle sfere soggettive di esclusione dello stesso potere di comando (altrimenti “incondizionato” dello Stato), avrò la democrazia parlamentare “liberale” (in quanto ispirata a tale concetto di “libertà”): in essa soltanto il parlamento (eletto dai portatori degli interessi riconosciuti come titolari degli stessi), con le sue leggi, potrà stabilire dei limiti alle libertà (tipiche quelle personale, domiciliare, di espressione pubblica del pensiero e, soprattutto, di intrapresa dell’attività economica), ma non potrà comunque comprimerle oltre i limiti ammessi dai Bill of rights (o dalle costituzioni “liberali” che li ricalcano). Non a caso la Magna Carta, invocata come riferimento positivo della Costituzione britannica, è detta “libertatum”.
…Dunque, in questo tipo di democrazia, “valori” (cioè le valutazioni storico-politiche che portano a considerare meritevoli certi, e non altri, interessi da tutelare mediante il potere sovrano) e fini (cioè gli obiettivi che, verso il “lato interno”, potrà porsi l’esercizio della sovranità) sono obiettivamente funzionali all’economia di mercato, intesa come “free competition” e “free trade”. In questo tipo di Stato (liberale), la sovranità stessa, come potere dotato di certi contenuti strumentali e dipendenti dagli interessi effettivamente tutelati, definisce un regime/”forma di Stato” che si disinteressa del conflitto sociale: cioè non conferisce rilievo giuridico supremo alla soluzione del contrasto tra interessi propri di tutti i gruppi, o meglio classi sociali, considerate ciascuna portatrice di interessi meritevoli di tutela. Ciò che noi sappiamo essere, invece, la caratteristica della nostra Costituzione e quindi del contenuto e della funzione della sovranità in esso assunta (la “Costituzione nella palude” è stato scritto proprio per riorganizzare la gran quantità di materiale che il blog aveva fornito al riguardo nel corso del tempo). Mortati precisa i rispettivi caratteri della “democrazia liberale” e della “democrazia sociale”, ora sintetizzati, alle pagine 140-143 del Tomo I”.
4. Ora, sulla scorta di tale premessa, (su cui mi sono dilungato per consentire un utile ripasso di un percorso già approfondito), la situazione politico-economica italiana, nel preciso frangente storico che stiamo vivendo, risulterebbe piuttosto “interessante”, ove fosse vista da un osservatore esterno e non coinvolto nell’agone, molto contingente e confuso, della lotta per la supremazia politica.
Interessante perché mostra una “crisi” di tale democrazia liberale “de facto”, tutta incentrata sulla leggerezza con cui è stato affrontato, pur in una visione ideologica “di mercato”, il problema della perdita di sovranità nazionale e delle implicazioni di ciò sulla specifica “elite” liberale nazionale!
La “questione bancaria”, determinata dalla perdita della sovranità monetaria unita alla perdita della sovranità fiscale, che ha condotto al presunto magico rimedio dell’Unione bancaria, e quindi alla perdita di sovranità anche nella vigilanza bancaria, pone infatti un grave problema di identità e addirittura di perdurante posizione di controllo politico-istituzionale, alla classe dirigente naturale, cioè a pretesa legittimazione scientifica, di una “democrazia liberale”.

5. La sintesi di questo non trascurabile problema è che, desovranizzando e affidando la sovranità sottrattta all’odiato Stato (democratico e sociale, cioè costituzionale) all’ordine sovranazionale dei mercati instaurato dai trattati europei, non solo si perde il controllo dell’economia reale, cioè si deve cedere tutto il cedibile dell’industria nazionale, chiudendo il resto e deindustrializzando per sempre, ma, com’è inevitabile, si perde anche il controllo nazionale del sistema bancario; e, per di più, non prima di aver speso (pro-investitori esteri!) denaro pubblico, in situazione di soggiogamento ai mercati finanziari (simultaneamente interessati ad impadronisri dei nostri asset bancari!) per via della perdita della sovranità monetaria e fiscale.

6. Alberto Bagnai, ad ajuvandum di quanto qui esposto, esprime così la visione (politico)-macroeconomica di tale situazione:
“Ora che gli italiani hanno dato prova di essere meno stupidi di quanto certe aziende e certi organi di vigilanza pensavano che fossero, e pare quindi stiano evitando di immolarsi sull’altare della conversione “spintanea” delle loro obbligazioni in azioni, naturalmente interviene lo Stato. Il fatto che lo Stato intervenga ci dice una cosa ovvia: che può intervenire, e che quindi sarebbe potuto intervenire prima, evitando le massicce perdite del comparto bancario che avevamo in qualche modo delineato qui.
Resta poi una facile previsione: questo salvataggio non ci salverà. Intanto, esso viene proposto e gestito all’interno della logica imposta dall’abbandono della sovranità monetaria: la logica della guerra fra poveri. Ci diranno che il contribuente ha salvato il risparmiatore. Già, proprio quello stesso contribuente al quale si chiede, anzi, si impone, di salvare uno stato che non ne ha bisogno, per il semplice motivo che è sufficientemente “austero”, quello stesso contribuente che si vuole immolare sull’altare di un obiettivo la cui inutilità è chiaramente disvelata dal moralismo di cui si ammanta, diventa improvvisamente specie protetta, soggetto da tutelare, nel momento in cui si delinea il collasso (in questo caso vero) della finanza privata.
Voi direte: bè, meno male! Invece no, non esattamente.
Porre il problema in termini di antagonismo fra contribuente e risparmiatore, due soggetti che, fra l’altro, largamente coincidono, serve solo a fomentare un conflitto insensato per nascondere quello che fino a pochi anni fa era ovvio: il prestatore di ultima istanza del sistema bancario dovrebbe essere la banca centrale, la sua banca centrale, sua di lui, sua di quel sistema bancario. Siamo al sovvertimento totale della logica economica, così macroscopico da passare inosservato, quello che Claudio Borghi descrive così: siamo passati da un sistema in cui la Banca centrale garantiva il risparmio salvando le banche, a un sistema nel quale i cittadini salvano le banche coi loro risparmi, che sono sempre di meno perché la Banca centrale crea deflazione!
La guerra fasulla fra contribuente e risparmiatore è inutile, e la fomenta chi vuole farci dimenticare questa semplice verità. Se, come diceva un anno fa Barbagallo nell’audizione della quale il post linkato sopra riporta ampi stralci, dal 1936 in Italia non succedeva un disastro simile, è perché la Banca d’Italia, finché è stata la Banca d’Italia, fra mille inavvedutezze che la stanno rendendo un’istituzione poco credibile manteneva però la possibilità di emettere moneta per salvare gli istituti di credito. Nessun risparmiatore ha mai perso una lira, e nessun contribuente ha mai dovuto salvare nessun risparmiatore, finché la Banca centrale ha potuto svolgere questa sua funzione essenziale. Ma ora non può. Intervenendo tempestivamente, cosa che si può fare se si opera a livello nazionale, non se si dipende dalla sovrastruttura corrotta e inefficiente chiamata impropriamente Europa (in realtà, Unione Europea), si spende molto meno.
Un anno fa sarebbero bastati tre miliardi (che erano stati stanziati, e che la Commissaria Vestager ci impedì di spendere per mantenere in piedi la finzione del “mercato” moralizzatore e disciplinatore, fustigatore del moral hazard…), un anno fa sarebbero bastati tre miliardi (che c’erano) per evitare il disastro delle quattro banche. Ora venti miliardi, da trovare nel bilanco pubblico (perché Bankitalia non è più liquida nella sua moneta), saranno appena sufficienti per dare un calcio al barattolo (come dicono gli anglofili), cioè per tirare a campare un altro po’.
Ma il problema non è risolto, il salvataggio non ci salverà, per un problema di struttura, che fra quattro anni tutti riconosceranno (perché tanti ce ne sono voluti a Giavazzi per riconoscere che il debito pubblico non c’entrava, e altrettanti glie ne occorreranno per riconoscere che invece l’euro c’entra)”.
7. Dunque, ecco il problema “esiziale” (come si dice in termini “dotti”), di identità e di “controllo”, per tale classe dirigente, che può riassumersi nella formula del “Quarto Partito”. Abbiamo visto in cosa esso consista: essenzialmente nel plesso di potere istituzionale ed economico che fa capo a Banca d’Italia e a Confindustria, e del quale le parole di De Gasperi nel 1947 (qui, p.2) fornirono la sostanziale definizione, mentre Guido Carli ce ne ha ricostruito in dettaglio l’essenziale ruolo di “costituzione materiale” (qui, pp.6-8), da sempre contrapposto all’attuazione della Costituzione formale del 1948.
E il problema che si pone al Quarto Partito (che oggi più che mai potrebbe avere senso anche nella numerazione metaforicamente attribuitagli da De Gasperi), si manifesta ora in modo drammatico e, anzi, piuttosto brutale.

8. Alla base di ciò sta un gigantesco errore di calcolo a cui, però, non corrisponde una tangibile capacità di reazione all’altezza dell’urgenza e della drammaticità della situazione.
Prova ne è che questo plesso di potere economico-istituzionale, al di là del diretto coinvolgimento in questa crisi bancaria dagli incombenti contorni “e devastanti”, non pare essere in grado di formulare una linea di reazione praticabile e veramente capace di tutelare, quantomeno, i propri interessi e, a monte di ciò, neppure un’analisi dei meccanismi causa/effetto che possa servire come base logica per trovare questa linea.
Basti vedere come Bankitalia, ancora nell’aprile 2016, nella “audizione del governatore Visco, in sede di “Indagine conoscitiva sulle condizioni del sistema bancario e finanziario italiano e la tutela del risparmio, anche con riferimento alla vigilanza, la risoluzione delle crisi e la garanzia dei depositi europee”, eviti di interrogarsi sul legame, riconosciuto da tutti i più prestigiosi istituti economici mondiali, compreso ormai il FMI, tra recessione post 2011, moneta unica e politiche economico-fiscali imposte dal suo mantenimento in vita.

9. A sua volta, Confindustria, dopo aver paventato 4 punti di PIL in meno (in tre anni…), a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale (!?), si limita a prendere atto, sulla questione bancaria, del “fallimento del mercato”, senza darsene una spiegazione nè scientifico-strutturale nè politico-morale:
E questo dopo aver, a giugno 2016, quantificato il costo della Brexit propendendo per spiegazioni della “debole crescita” italiana, tutte esogene e mai imperniate sulle condizioni socio-economiche, del mercato del lavoro, di propensione agli investimenti, di fiducia creditizia, connesse alla domanda e all’occupazione nazionali, stressate ogni oltre limite dalle politiche imposte dall’UEM.

10. Ogni risposta, pur di fronte al precipitare degli eventi, è articolata continuando ad ignorare le cause strutturali degli squilibri interni all’area euro, della cui esistenza pure si accorge, ma senza porre mai in discussione la reale convenienza e la sostenibilità della moneta unica.
Su questo punto, Confindustria è ferma allo studio del CSC del 2014 in cui dichiara che uscire dall’euro sarebbe un “disastro”. Ma non ha risposte, se non indicare, appunto, non persuasive cause esogene, sempre individuate nell’andamento dell’economia internazionale, per il disastro, molto reale e sempre più tangibile, che si sta verificando a causa della permanenza nella moneta unica.

Dunque, allo stato attuale delle prese di posizione, il Quarto Partito, nel senso storico-funzionale indicato da De Gasperi e Carli, non trova risposte e non pare essere in grado di fronteggiare la perdita della convenienza a sostenere la propria identità internazional-globalista e la conseguente deriva (in accelerazione) della perdita del controllo istituzionale, che si profila sul piano socio-politico.

11. Questa deriva la chiameranno, sicuramente, una “minaccia” alla democrazia “liberale” e daranno tutta la colpa ai “populismi”.
Senza però pensare che, se anche questi populismi non ci fossero, ovvero fosse più opportuno trovare delle definizioni meno rudimentali del profondo malcontento del popolo italiano, (e non solo), e quindi, se anche tutto andasse, sul piano del consenso e del controllo istituzionale, nella direzione da loro auspicata e la più €uropeista possibile, la situazione di deterioramento degli attivi bancari, di dilagante insolvenza di famiglie e imprese, di destrutturazione industriale, di precarizzazione e disoccupazione diffusive di un livello un tempo inconcepibile di povertà, rimarrebbe persistente e irrisolvibile.
Irrisolvibile perché si persevera nell’errore di calcolo ignorando ogni evidenza che arriva prepotentemente dalla realtà:

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