906.- La Consulta boccia il referendum sull’articolo 18, ma ammette i quesiti su voucher e appalti

Rassegna dalla stampa, ma, prima, ecco il vero pensiero della Cgil di Camusso sul referendum contro i voucher secondo Giuliano Cazzola.

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Formiche: ‘’La Cgil voleva davvero farli questi referendum? – si chiede Nunzia Penelope in un articolo su Il Diario del lavoro (dal titolo, Referendumm Cgil. Quel lapsus freudiano che potrebbe costare il ‘’niet’’ della Consulta’’). Secondo Penelope ‘’La risposta è ’’no’’, come confermano chiaramente sia una nota della stessa confederazione, sia una dichiarazione di Susanna Camusso, entrambe risalenti alla primavera scorsa. La nota afferma: “La scelta referendaria, a carattere eccezionale e straordinario, è unicamente finalizzata al sostegno della Proposta di Legge di iniziativa popolare che la Cgil avanza con la ‘Carta’, che è e rimane il cuore e la finalità dell’iniziativa decisa dalla Cgil”. Concetto ribadito da Camusso: “la nostra speranza è che il parlamento faccia una legge, per noi il referendum è solo un pungolo al parlamento, non l’obbiettivo finale. Quindi speriamo che con tante firme si arrivi a legiferare e quindi a far cadere i quesiti referendari”. Perché non accontentarla?

Quindi, è NO:

 

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Il referendum sull’art. 18 non si farà: la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito. Il referendum proposto dalla Cgil puntava ad abrogare le modifiche apportate dal Jobs Act allo Statuto dei lavoratori e a reintrodurre la reintegra per i licenziamenti illegittimi nelle imprese sopra i cinque dipendenti. Via libera invece ai quesiti sull’abolizione dei voucher e sulla reintroduzione la responsabilità in solido “piena” tra appaltante e appaltatore. L’attesissimo esame di ammissibilità della Corte costituzionale sui tre referendum sul Jobs act promossi dalla Cgil con la raccolta di oltre 3 milioni di firme, come da calendario, era iniziato questa mattina alle 9.30 nella “Sala gialla” del palazzo della Consulta a Roma.

Camusso: su art. 18 valutiamo ricorso a Corte Ue

La Cgil intende «continuare la battaglia» per modificare le norme del Jobs Act sui licenziamenti e valuta il ricorso alla Corte Europea. Lo ha detto il segretario generale della Cgil Susanna Camusso in una conferenza stampa dopo la decisione della Consulta che ha dichiarato inammissibile il ricorso al referendum su questa norma (Lo ha detto, ma non ci conto e mi sembra un panno caldo. ndr). Quanto ai voucher ora «è necessario che il governo appronti modifiche sostanziali». È quanto sottolinea il professor Vittorio Angiolini, legale che ha rappresentato le istanze della Cgil di fronte alla Corte Costituzionale sui referendum sul Jobs Act. «Prima del referendum, con la tracciabilità dei voucher – spiega l’avvocato – c’era già stato un intervento correttivo che però non è stato sufficiente. Anche una nuova normativa che venisse predisposta ora, deve soddisfare il quesito referendario. Lo strumento dei voucher, che è stato introdotto per le prestazioni occasionali e per rendere trasparente il lavoro nero, è stato usato in maniera scorretta e impropria. Serve una modifica che riformi la sostanza dell’istituto».

Salvini: sentenza politica

Tra i primi a commentare la decisione della Consulta, nella parte in cui ha dichiarato inammissibile il referendum sull’articolo 18, il leader della Lega Matteo Salvini, che ha parlato di «sentenza politica, gradita ai poteri forti e al governo come quando bocciò il referendum sulla legge Fornero».

L’ANALISI. 

Consulta e Jobs Act, ora serve una motivazione che non lasci spazi di ambiguità.

La decisione più temuta politicamente, dunque, non c’è stata. La Consulta non ha dato via libera al primo dei 3 quesiti proposti dalla Cgil e sottoscritti da 3,3 milioni di italiani, quello sull’articolo 18, con cui si chiedeva di ripristinare il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro dei dipendenti ingiustamente licenziati, estendendolo alle aziende con più di 5 addetti. Era un quesito obiettivamente borderline e la Corte non lo ha ritenuto «chiaro, omogeneo ed univoco» né sorretto da «una ratio unitaria».

I motivi del “no” li spiegherà con il deposito della decisione anche se probabilmente vanno ricercati nella natura propositiva del quesito, frutto di una manipolatività «non sostenibile», cioè di un’operazione di ritaglio di singole parole (delle quali si chiedeva l’abrogazione) che avrebbe finito per introdurre nel tessuto normativo una norma del tutto nuova. Era la tesi dell’Avvocatura generale dello Stato. 

È un “no” importante, e pesante, sul quale non c’è stata unanimità. Ma proprio per questo la motivazione avrà un particolare rilievo, perché destinata a segnare un prima e un poi nella giurisprudenza costituzionale sulla manipolatività sostenibile dei quesiti referendari; ben più, evidentemente, di quanto non abbiano fatto altri precedenti costituzionali in materia.

Infatti, se è vero che la sentenza n. 36 del 1997 aveva stabilito già la differenza tra referendum abrogativo (ammissibile) e propositivo (inammissibile), è anche vero che i criteri in essa affermati, calati nei casi concreti di volta in volti esaminati, non avevano sbarrato la strada a quesiti manipolativi (anche in tema di lavoro) che producevano “un’estensione” dell’ambito di applicazione di norme vigenti (come, in questo caso, quella che prevede la tutela reale nelle aziende agricole con più di 5 dipendenti). Valga per tutte, e più di tutte, la sentenza n. 41 del 2003 sul quesito che estendeva la tutela reale addirittura a tutte le aziende, anche con un solo dipendente, dichiarato ammissibile. Ora quel precedente sembra cancellato.

Da questo punto di vista, la decisione della Corte potrebbe avere quindi un valore storico nella giurisprudenza sui referendum, limitando fortemente, in futuro, richieste manipolativo-estensive. 

D’altra parte, una motivazione tecnica forte servirà anche a dimostrare che sulla decisione non hanno pesato le ricadute politiche di un eventuale via libera alla consultazione popolare, ovvero il rischio di una fine prematura della legislatura per far saltare il referendum su una delle riforme più qualificanti del governo Renzi, il Jobs act.

Ecco perché, in mancanza nel nostro ordinamento della dissenting opinion (che darebbe voce alle opinioni contrarie dei giudici ma al tempo stesso rafforzerebbe le opinioni prevalenti), è indispensabile che questa pronuncia consenta di dare certezza e prevedibilità alla propria giurisprudenza, nell’interesse di uno strumento vitale di democrazia diretta, di cui vanno evitati gli abusi ma garantito l’esercizio . È quindi indispensabile che la pronuncia della Corte non lasci spazio ad ambiguità ma sia «chiara, omogenea, univoca» ed abbia una «ratio unitaria». Proprio come debbono essere i quesiti referendari ammissibili.

Consulta: Jobs Act, perché è giusto il no su licenziamenti.
inammissibile referendum su art.18

Vent’anni fa il nostro Paese è arrivato, ultimo in Europa, con due leggi del ’97 varate da un governo di centrosinistra, a liberarsi dal totem del monopolio statale dei servizi di collocamento e dal tabù che vietava drasticamente il servizio di fornitura di lavoro regolare tramite agenzia.

Le forze politiche e sindacali che si proponevano di impedire a ogni costo quella riforma gridarono alla «liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro» e al «caporalato legalizzato»; ma oggi, a due decenni di distanza, non c’è uno solo dei feroci oppositori di allora che si azzardi a proporre il ritorno al monopolio statale del collocamento; e sono gli stessi oppositori di allora, nella loro battaglia odierna contro i buoni-lavoro, a indicare come alternativa virtuosa proprio il lavoro temporaneo tramite agenzia che allora demonizzarono.

Sei anni dopo, nel 2003, la nostra legislazione ha fatto un ulteriore passo in perfetta continuità sostanziale rispetto a quello compiuto nel ’97, con una legge – varata questa volta da un governo di centrodestra – che mirava, tra l’altro, a combattere il lavoro nero introducendo nel nostro ordinamento per le prestazioni di lavoro accessorio i buoni-lavoro, già ampiamente sperimentati con successo nel decennio precedente in Francia, in Belgio e in Olanda; e a conciliare la tutela dei lavoratori con l’interesse alla massima occupazione nel settore dell’appalto di servizi, attribuendo alla contrattazione collettiva maggiori poteri in questo campo. Contro quella legge, demonizzata allora anch’essa come «liberalizzazione selvaggia» del mercato del lavoro, venne scatenata una campagna furibonda; ma i suoi contenuti sono passati sostanzialmente indenni attraverso tre lustri nei quali ai governi di centrodestra si sono alternati diversi governi di centrosinistra.

Due anni fa, con la riforma del 2015, è stato compiuto un terzo passo, sempre in sostanziale continuità con quelli del ’97 e del 2003, nella direzione dell’allineamento del nostro ordinamento ai migliori modelli del centro e nord-Europa; un passo che ha contribuito in modo decisivo a ridare al nostro Paese attrattività per gli investitori e credibilità agli occhi dei nostri partner europei. Senonché, prima ancora che di questa riforma possano osservarsi e misurarsi gli effetti si assiste allo stesso copione di quindici e di venti anni fa. L’iniziativa referendaria di cui la Corte costituzionale è stata chiamata a decidere l’ammissibilità, in perfetta sintonia con un progetto di riforma del nostro diritto del lavoro di iniziativa popolare promosso anch’esso dalla Cgil, mira non soltanto a riportare il nostro ordinamento del lavoro indietro di un quarto di secolo, ma addirittura a introdurre elementi di ingessatura dei rapporti di lavoro sconosciuti anche negli anni 70: in particolare, il “sì” al quesito in materia di licenziamenti, oltre a ripristinare il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella sua versione più hard, ne abbasserebbe la soglia di applicazione da 15 a 5 dipendenti.

La speranza era che la Corte costituzionale disinnescasse, dove possibile, la bomba di cui l’iniziativa referendaria aveva acceso la miccia. Il quesito sui licenziamenti era vistosamente inammissibile, per la pluralità dei suoi contenuti e soprattutto per la parte di esso che mirava non ad abrogare, ma sostanzialmente a introdurre nell’ordinamento la nuova norma circa l’estensione del campo di applicazione dell’articolo 18. Il quesito sui buoni-lavoro, per parte sua, presenta un aspetto di irragionevolezza altrettanto evidente: tutti, compresi i sindacati di settore della Cgil, sanno che c’è una infinità di prestazioni occasionali per le quali non è ragionevole esigere dal datore di lavoro di aprire una posizione Inps e dotarsi di un libro-paga e matricola; eliminare i buoni-lavoro equivale a condannare tutte queste forme di lavoro a tornare nel sommerso. I 121 milioni di voucher utilizzati nel 2016 equivarrebbero, se si fosse trattato di rapporti a tempo pieno, a circa 60mila posti di lavoro, in un Paese in cui le ore di lavoro si misurano in miliardi e la forza-lavoro è costituita da 23 milioni di persone: chi può ragionevolmente sostenere che quei 121 milioni di voucher offrono di per sé l’evidenza dell’abuso? Abusi, certo, ce ne sono stati; ma tutto sommato marginali rispetto al fenomeno nel suo complesso; individuiamoli e correggiamo la legge in modo da prevenirli.

Eliminare i voucher, invece, significherebbe privare di ogni tutela il lavoro occasionale, in spregio all’articolo 35 della Costituzione, che protegge il lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni».

Quanto al quesito sulla disciplina degli appalti, esso mira alla soppressione di una norma contenuta nella legge Biagi del 2003 che attribuisce al sindacato la facoltà – la facoltà, si badi bene, non l’obbligo! – di contrattare «metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti», sostituendo una disciplina negoziata a una rigida norma legislativa che regola la materia. Un sindacato che propone questo è un sindacato che nega la propria funzione. Stupisce che a farlo sia la confederazione sindacale guidata in passato da Giuseppe Di Vittorio, da Luciano Lama e da Bruno Trentin. E ancor più che in essa non si levi neppure una voce di dissenso.

Scarno il comunicato della Consulta, nel quale si legge che nell’odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti» (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)» ( n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi» (n. 169 Reg. Referendum).

Ok Consulta a referendum sui voucher

Il via libera arrivato dalla Consulta apre la strada a due referendum e il più importante è certamente quello sui voucher, i «buoni lavoro» da 10 euro lordi che il Jobs Act ha ampliato e modificato e che l’ultimo quesito della Cgil tende ad abrogare, cancellando, così, nei fatti, tutte le regole in vigore sul lavoro accessorio. Il governo ha già reso noto di voler intervenire su questa materia. «L’obiettivo – ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti – è ricondurre i voucher alla funzione per i quali erano stati disegnati, ovvero dare copertura previdenziale e assicurativa alle attività occasionali, portandole fuori dal lavoro nero». Se il governo lo farà con una nuova norma, il referendum cadrà. Ma prima la nuova norma dovrà passare al vaglio dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, che verificherà se sia aderente all’istanza del quesito referendario. Pure a livello politico il clima è rovente da settimane: nel mirino continuano a esserci soprattutto i «vuocher».

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L’ANALISI
Voucher, Governo pronto a stoppare il referendum

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Il pronunciamento della Corte costituzionale apre ora la strada a due dei tre quesiti referendari promossi dalla Cgil: la richiesta di abrogazione tout-court della disciplina sul lavoro accessorio (i cosiddetti “voucher”), e, attraverso l’ennesima modifica al decreto Biagi del 2003 (il Dlgs n. 276), l’eventuale ripristino della responsabilità solidale “piena” tra committente e appaltatore (negli appalti e subappalti privati).

Il tema politicamente più sensibile, dopo le polemiche politiche di questi giorni, sono i “buoni lavoro” da 10 euro lordi, liberalizzati praticamente in tutti i settori dalla legge Fornero del 2012, e subito dopo registrati in costante crescita dai monitoraggi sul mercato del lavoro.

Il Jobs act ha innalzato il tetto massimo di reddito dei voucher, da 5mila a 7mila euro, confermando il secondo tetto dei 2mila euro di compensi a lavoratore, e introdotto, da ottobre, la tracciabilità piena dello strumento. In esito al monitoraggio sulla nuova tracciabilità, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha dichiarato l’intenzione di un nuovo intervento: per ora sono allo studio diverse ipotesi, da una riduzione dei 7mila euro di soglia reddituale, a un accorciamento dei tempi di rimborso (oggi 12 mesi), sempre in chiave anti-abusi. Servirà comunque un confronto con le parti sociali. E proprio la Cgil, dopo l’ammissibilità del quesito referendario appena decisa dalla Consulta, ha subito alzato il tiro, aspettandosi dall’esecutivo, non semplici limature, ma interventi sostanziali sullo strumento.

Più delicato il tema degli appalti, qui il governo sta ragionando se fare una modifica normativa, o lasciar cadere la questione, su cui saranno chiamati a esprimersi i cittadini. Il punto è che le norme incriminate risalgono al 2003 e negli anni sono state oggetto di una serie infinita di correttivi (a partire dal decreto Bersani del 2006) per restringere questa sorta di “responsabilità oggettiva” in capo all’impresa-madre. Le modifiche succedutesi nel tempo hanno raggiunto un certo equilibrio. Che ora è complicato scardinare.

Va detto, però, che eventuali modifiche normative sui due temi dei quesiti referendari non avranno l’effetto immediato di stoppare la consultazione referendaria: nuove regole infatti dovranno prima passare al vaglio dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, chiamato a verificare se gli eventuali interventi proposti siano aderenti alle istanze dei quesiti referendari. Solo in questo caso, si stopperà il referendum.

Riuniti 13 giudici sui 15 del plenum

All’apertura dei lavori i giudici hanno ascoltato gli interventi degli avvocati della Cgil seguiti da quello dell’Avvocatura dello Stato. A partire dalle 11.30 i giudici si sono quindi chiusi in Camera di consiglio per decidere la sorte dei tre quesiti. A riunirsi oggi sono stati 13 giudici sui 15 che costituiscono il plenum della Corte. È infatti assente per ragioni di salute il giudice Alessandro Criscuolo, mentre il Parlamento in seduta comune (oggi pomeriggio la prima convocazione presso palazzo Montecitorio, quasi certa la fumata nera) deve ancora deliberare il nuovo componente della Corte in sostituzione di Giuseppe Frigo, che ha lasciato la Consulta a novembre per motivi di salute in aticipo di un anno sulla scadenza del suo mandato.

Corte divisa sul primo quesito
Nessun rischio quindi di una situazione di parità, che avrebbe fatto “pesare” il voto del presidente Paolo Grossi, che in questi casi vale doppio. Mentre sul secondo (responsabilità solidale appalti, relatore il giudice Mario Morelli) e terzo quesito (abolizione voucher, relatore Giulio Prosperetti) non si prospettavano diversità di opinioni sull’ammissibilità, ed era quindi considerato probabile un via libera, la Corte sarebbe stata invece divisa sul primo quesito Cgil, quello sul ripristino dell’articolo 18, di cui è relatice la giudice Silvana Sciarra. È lei che ha guidato il partito dei favorevoli, contrapposto a quello dei contari capitanati dall’ex premier ed esponente di spicco del Psi Giuliano Amato, che ha sostenuto invece l’inammissibilità del quesito.

Intanto Poletti resta ministro e si ricompone insieme al su’ figliolo, altrimenti s’andrebbe a votare!

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