872 . – MPS. 20 miliardi per le banche approvati in poche ore con il bicameralismo perfetto.

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Babbo Natale ha la slitta coperta dalle cortine fumogene di Fedeli e Poletti, Sala e, ancora, Morani e Sannicandro, mentre Renzi svanisce nell’oblio, ma c’è un perché. Le lauree taroccate, le esternazioni fuori di luogo del Renzi bis, gli alberi dell’EXPO autosospesi e le porcate del PD  servono a distogliere l’opinione pubblica da un colpo dalle mille e una notte, senza precedenti, neppure nella Prima Repubblica; neppure con l’ ”oro di Dongo”! Babbo Natale porta 20 miliardi, presi a debito, a chi ne ha lasciati soffiare 17 di bonifici in soli undici mesi. Occorreva aumentare la presenza dello stato nell’economia, altrimenti dove avrebbe potuto trovare sostentamento la dirigenza del PD? Ma é un partito politico oppure è un’associazione a delinquere dedicata al peculato? Si vocifera che il buco di Mps sia di trecento miliardi. Da dove spunteranno i 283 miliardi mancanti? Chi restituirà il maltolto? Disse Enrico Rossi,Presidente della Regione Toscana: “Adesso la politica deve riflettere a fondo, dettare regole precise e allontanarsi dalla gestione. Niente rapporti diretti con le banche”. Invece, la politica e le sue connessioni con gli affari privati non sono state decisamente ridimensionate e riportate al servizio dello Stato, che a sua volta deve tornare saldamente in mano ai cittadini. L’economia non deve dettare le leggi. Nulla è cambiato, invece. Arrivano altri 20 miliardi e sappiamo che l’appetito vien mangiando. Ringraziamo, perciò, il PD, FI, ALA e SC per il decreto “Salvabanche” approvato in sole 24 ore! Servirà per salvare anche le due banche venete e le quattro banche regionali di cui si è tanto parlato; ma tremano le ginocchia. Piuttosto, che non sia un vanto per il Governo. Pagheranno i giovani questo aumento del debito pubblico. Ma, a prescindere dai ladri della cosa pubblica, passati e futuri, la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti delle banche, volute dall’Unione europea, sono coerenti con le politiche neoliberiste; ma non sono sostenibili.

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Un po’ di cronaca:

dal Sole24Ore. 2013-01-29. Mps, in 11 mesi bonifici per 17 miliardi.

La più grande rivalutazione della storia. Il prezzo di AntonVeneta, nel 2007, è schizzato in pochi mesi dai 6,6 miliardi pagati dal Banco Santander per comprare l’istituto ai 9,3 (più oneri vari che hanno fatto salire il prezzo definitivo a 10,3 miliardi circa) tirati fuori da Mps. Ai quali vanno aggiunti almeno altri 7,9 miliardi di debiti AntonVeneta, che l’istituto senese si è accollato. Quel che è certo, perchè documentato e agli atti della Procura, è che in soli 11 mesi – dal 30 maggio 2008 al 30 aprile 2009 – il Monte ha effettuato bonifici per oltre 17 miliardi. Soldi che sono finiti ad Amsterdam, Londra e Madrid.

L’elenco dei bonifici è agli atti dell’inchiesta e già sul primo versamento si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti: il 30 maggio partono da Siena 9 miliardi e 267 milioni a favore di Abn Amro Bank con sede ad Amsterdam, che il Banco Santander – si legge nel documento informativo relativo all’acquisizione di AntonVeneta inviato alla Consob da Mps – ha nominato «soggetto venditore titolare di diritti e obblighi derivanti dall’accordo». Si tratta infatti di una cifra maggiore, anche se di poco, dei 9 miliardi e 230 milioni pattuiti al “closing” per l’acquisizione.
Il secondo bonifico parte lo stesso giorno ed è destinato al Banco Santander di Madrid, per un importo complessivo di 2,5 miliardi. Il 31 marzo 2009 partono altri due bonifici, uno da un miliardo e mezzo e l’altro da 67 milioni, entrambi a favore del Banco Santander di Madrid. I restanti quattro bonifici vengono disposti da Mps il mese successivo, il 30 aprile. I primi due, ancora una volta, sono a favore del Banco Santander e riportano uno l’importo di un miliardo e l’altro di 49 milioni; gli ultimi due, da 2,5 miliardi e da 123,3 milioni, sono a favore di Abbey National Treasury Service Plc di Londra. Sono soprattutto questi ultimi due ad interessare gli inquirenti perchè si tratterebbe di cifre che, secondo qualcuno, sarebbero successivamente rientrate in Italia usufruendo dello scudo fiscale.

Ma le domande non finiscono qui. Anche perchè è lo stesso Monte dei Paschi, nei documenti ufficiali, ad avanzare qualche perplessità sull’operazione. Nel documento inviato alla Consob, nell’analizzare i rischi connessi ai risultati economici di AntonVeneta, la banca senese affermava che «Banca Antonveneta potrebbe continuare a non generare risultati economici positivi, con possibili effetti negativi sull’attività e sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’Emittente e del Gruppo». È possibile, ci si chiede in procura, che con una simile valutazione venga pagato un prezzo così alto?

Ma c’è un altro elemento. «Bmps – si legge sempre nel prospetto informativo – non ha effettuato una formale “due diligence” finalizzata all’aggiustamento del prezzo di acquisizione», anche se ha avuto modo di controllare i bilanci di AntonVeneta. Nè, tantomeno «sono state redatte perizie di stima ai fini della determinazione del prezzo».

e da Tgcom24. 2013-01-29. Mps, Mussari e Baldassari indagati per truffa.

Per i pm di Siena, l’ex presidente e il responsabile dell’Area Finanza all’epoca dei fatti nascosero le operazioni sui “derivati“.

Dall’inchiesta della Procura di Siena sul buco di bilancio di Montepaschi emerge che i vertici della banca, l’ex presidente Giuseppe Mussari e il responsabile dell’Area Finanza all’epoca dei fatti (2007-2012) Gianluca Baldassari, nascosero agli azionisti le operazioni sui “derivati” tentate per risanare il debito emerso con l’acquisto di Antonveneta. Mussari e Baldassari sono perciò indagati per truffa.

Al vaglio degli inquirenti anche la posizione di altri responsabili tra cui l’ex direttore generale Antonio Vigni. Come riporta il Corriere della Sera, per cercare di ripianare il grosso buco dato dall’esborso per Antonveneta Mps avrebbe sottoscritto due contratti con Jp Morgan con condizioni capestro. I contratti, siglati da Baldassari, avallati da Mussari, furono tenuti in cassaforte per tre anni da Vigni. L’operazione sarebbe dovuta servire a colmare le perdite provocate dalla plusvalenza di Antonveneta, comprata dagli spagnoli del Santander a settembre 2007 per 6,3 miliardi di euro e rivenduta a Mps due mesi dopo per 9,3 miliardi di euro, più un miliardo di euro per gli oneri.

L’accordo con Jp Morgan sarebbe stato presentato come un aumento di capitale ma, in realtà, e su questo la Procura sta indagando,sarebbe stato un vero e proprio prestito. Il contratto non solo sarebbe stato tenuto segreto agli azionisti, nonostante l’obbligo per legge di informarli, ma non sarebbe neppure stato registrato sui libri contabili.

I vertici aziendali sono accusati anche di ostacolo agli organi di Vigilanza. Nelle lettere a Bankitalia che aveva chiesto chiarimenti a a Mps il 23 settembre 2008, Vigni rispose che per garantire che “in ordine all’assorbimento delle perdite, Jp Morgan ha acquistato le proprietà delle azioni senza ricevere alcuna protezione esplicita o implicita dalla banca”. In un’altra lettera del presidente del collegio sindacale Tommaso Di Tanno e dei due sindaci Leonardo Pizzichi e Pietro Fabretti si legge che “nel suo complesso l’operazione patrimoniale con Jp Morgan realizza il pieno e definitivo trasferimento a terzi del rischio d’impresa per quanto attiene sia al capitale assorbimento delle perdite, sia alla remunerazione annuale (flessibilità dei pagamenti), replicando quindi agli effetti economici delle azioni”. Ma, secondo le verifiche dei magistrati, queste dichiarazioni “non sono corrispondenti al vero” e si configurano elementi di accusa di ostacolo agli organi di Vigilanza.

Il Messaggero. 2013-01-29. Mps, ora si indaga anche per truffa Bonifici per 17 miliardi in 11 mesi.

Accuse per Mussari e Baldassarri. scoperti venti milioni di euro che l’ex direttore finanza avrebbe riportato in Italia utilizzando lo scudo fiscale.

Adesso la teoria della truffa ai danni degli azionisti Mps non è più un sospetto. E’ una contestazione precisa allaquale lavorano i pm di Siena Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso. Ed è con questa ipotesi di reato che sono finiti sul registro indagati i nomi di Gianluca Baldassarri, fino a marzo direttore centrale e responsabile dell’area Finanza del gruppo, e Giuseppe Mussari, ex presidente di Mps. Anche per Baldassarri la posizione potrebbe aggravarsi, perché gli investigatori hanno scoperto che negli ultimi anni avrebbe riportato in Italia 20 milioni di euro grazie allo scudo fiscale. Cioè una somma che non era compatibile con la sua retribuzione mensile. In questo modo, il reato di truffa si aggiunge a quelli di ostacolo all’attività di vigilanza e manipolazione di mercato, contestati ad Antonio Vigni, ex direttore generale, Tommaso Di Tanno, presidente del collegio dei revisori Mps, Leonardo Pizzichi e Pietro Fabretti, entrambi del collegio. Sono loro ad aver firmato la lettera indirizzata a Bankitalia che consentì di strappare il consenso all’acquisizione di Antonveneta, in cui si afferma che «nel suo complesso l’operazione patrimoniale con Jp Morgan realizza il pieno e definitivo trasferimento a terzi del rischio d’impresa per quanto attiene sia al capitale assorbimento delle perdite, sia alla remunerazione annuale (flessibilità dei pagamenti), replicando quindi agli effetti economici delle azioni». Intanto la procura con una rogatoria internazionale ha acquisito i bilanci della Banca Santander.

LA TRUFFA

E’ il 2008, la crisi dei fondi subprime e il disastro finanziario dei derivati sta per esplodere quando i vertici Mps acquisiscono Antonveneta chiudendo l’affare con gli spagnoli di Santander. E i mercati non sono ancora stravolti dall’esplosione della bolla quando, per avviare una ricapitalizzazione, Mps conclude con Jp Morgan un accordo rischio. Ma è nel 2009 che il Monte dei Paschi sottoscrive i contratti derivati. E anche in questo caso i rischi sono tutti chiari: il reato di truffa riguarda proprio questa fare successiva all’acquisizione di Antonveneta, quando Mussari e Baldassarri, secondo la la procura, disegnano l’architettura di una serie di operazioni che avrebbero spalmato i debiti di Mps nei bilanci futuri. Le operazioni si chiamano Alexandra, Santorini e NotaItalia; e avrebbero messo a rischio gli azionisti ignari del Monte, che in questo modo sarebbero stati truffati. L’utilità per i manager sarebbe stata molteplice: mantenere gli incarichi e incassare una parte di quel sovrapprezzo di due miliardi depositato a Londra e non nelle casse del Santander. A progettare la cosiddetta finanza creativa e spericolata sarebbe stato Baldassarri, a dare il via libera, certamente Mussari. Anche se alla telefonata del 7 luglio 2009, in conference call con i giapponesi di Nomura, era presente anche l’ex dg Antonio Vigni. Da quella conversazione emerge con chiarezza che l’operazione, ad altissimo rischio, era accettata dai vertici di Mps. Anche se fino a ieri lo stesso Fabrizio Viola, dg di Mps, ha ribadito che il documento sui derivati non era agli atti della banca.

SCUDO FISCALE

Sono 20 milioni di euro i soldi che Gianluca Baldassarri avrebbe riportato in Italia dall’estero, utilizzando lo scudo fiscale. E adesso i magistrati si aspettano che l’ex manager Mps possa spiegare come li aveva messi da parte, altrimenti gli investigatori potrebbero sospettare che si tratti di una fetta del sovrapprezzo di Antonveneta.

LA ROGATORIA

I pm senesi vogliono chiarire come siano stati iscritti nel bilancio dell’istituto spagnolo Santander i quasi diciotto miliardi pagati da Mps per l’acquisizione di Antonveneta. Perché oltre ai 10 miliardi e 300 milioni, per l’acquisto, Mps si è accollata i debiti che Antonveneta aveva nei confronti dell’olandese Abn Amro, oltre 7 miliardi. Dalle casse del Monte dei Paschi sono così usciti, in undici mesi, otto bonifici con destinazione Amsterdam, Madrid e Londra. L’elenco è agli atti dell’inchiesta. Intanto, Marco Cardia, figlio dell’ex numero uno della Consob, ha fatto sapere di non aver mai svolto alcuna attività professionale per Mps.

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Ormai è legge. La ricapitalizzazione privata di Mps, ricercata con accanimento e con molto dispiego di forze da politici e «tecnici», nazionali ed internazionali, è fallita e lo Stato interverrà sino a 20 miliardi di euro per salvare anche le due banche venete e le quattro banche regionali di cui si è tanto parlato. Il tutto richiederà al massimo una quindicina di miliardi di debito e quindi c’è anche lo spazio per affrontare eventuali altri casi.

Restava da superare l’ostacolo di Bruxelles (e, non tanto dietro le quinte, di Berlino); si immagina che Schauble e il suo fido scudiero Dijsselbloem faranno la faccia feroce, come è il loro solito (hanno già cominciato), in particolare quando si tratta di paesi «mediterranei», prima di dare il via libera.

In Germania il Tesoro è dovuto intervenire in due riprese, per un totale di circa 18 miliardi di euro, per salvare la seconda banca del Paese, Commerzbank, la cui situazione era stata appesantita anche dall’impulso governativo per rilevare Dresdner Bank, il terzo istituto, che si trovava sull’orlo del collasso.

Si pensi solamente con quanta brutalità la coppia citata ha nei giorni scorsi trattato la Grecia e la sua crisi, bloccando gli aiuti promessi dall’Europa, solo perché il paese ellenico aveva osato distribuire pochi spiccioli ai più diseredati (i pensionati).

E gli italiani, in quella occasione, si sono ben guardati dal muovere un solo dito.

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La vicenda di questi giorni ci ricorda ancora una volta, come ha sottolineato Andrea Baranes su sbilanciamoci.info, che per salvare le banche si trovano facilmente e subito anche venti miliardi – e, se necessario, noi pensiamo che se ne troveranno anche molti di più -, scavalcando tutti i piani di austerità e le regole di Maastricht; non si trova invece, contemporaneamente, qualche centinaio di milioni di euro per migliorare la sorte di qualche derelitto, né il denaro per restituire all’Università qualcuno dei molti miliardi che sono stati tagliati ormai qualche anno fa.

Essa mostra inoltre che la storia che ci raccontavano sul fatto che l’esistenza del Senato rallentava il processo decisionale di produzione delle leggi era una frottola; la norma salva-banche è stata approvata dal Parlamento in una sola giornata, come a suo tempo il cosiddetto job act era stato varato in meno di tre settimane.

Le vicende delle banche ci ricordano anche che, come sottolineava già a suo tempo Leonardo Sciascia, la linea della palma è da molto tempo salita nel nostro paese sino a latitudini elevate e così, per molti anni, il malaffare e l’omertà hanno regnato quasi sovrane senza che nessuno, proprio nessuno, nel Veneto, regno degli ex-democristiani, ma anche a Siena e dintorni, dominio degli ex-Pci, nonché a Roma, dove ci sono tutti, si accorgesse apparentemente di niente.

Ora, come al solito, pagheremo noi; il rapporto del debito sul Pil crescerà ancora una volta, cancellando una delle tante promesse del governo di Matteo Renzi, mentre anche il peso degli interessi passivi lieviterà.

Quali spese sociali verranno per conseguenza tagliate questa volta? Si aumenteranno i ticket sanitari? Si bloccherà il contratto degli statali? Si toglierà la carta igienica alle scuole che ce l’hanno ancora?

Dunque il Governo entra nel capitale di un bel numero di istituti, ma si può affermare che dalle parti di Roma certamente le coeur n’y est pas, come dicono i nostri cugini transalpini.

Ai tempi dell’imperatore d’Oriente Giustiniano era stata coniata l’espressione «nomina sunt consequentia rerum» (si usava anche la variante nomina sunt substantia rerum), i nomi delle cose fanno riferimento alla loro sostanza. Va a questo proposito sottolineato che nel caso dei 20 miliardi quasi nessuno usa la parola nazionalizzazione, mentre tutti si rifugiano in termini più umili, quali ingresso dei soldi pubblici nel capitale, salvataggio delle banche in difficoltà, aumento di capitale precauzionale.

Non si tratta di una scelta casuale di parole. Nella sostanza, si vuole sottolineare che l’intervento pubblico è un semplice accidente della storia, che nessuno voleva.

E poi in giro ci sono orecchie sensibili, certi professori della Bocconi, poi gente come Verdini, il ministro del lavoro Giuliano Poletti, il ministro dello Sviluppo economico Calenda, che non bisogna far piangere usando appunto la parola nazionalizzazioni, che fa subito pensare ai gulag sovietici e alla Stasi; siamo in un libero mercato. Libero di fottere.

E, in effetti, nessuno di quelli al governo in questo momento sta pensando di usare l’occasione per un intervento di fondo nel mondo del credito, con una strategia attiva volta a cambiare musica e ad utilizzare le banche in cui si entra per aiutare a varare una nuova politica economica.

Si pensi soltanto al tema della trasformazione in senso ecologico del nostro sistema industriale. Le banche, in Italia come in tutto l’Occidente, esitano a finanziare questo grande progetto.

E così è la Cina che da sola interviene con circa la metà del totale degli investimenti mondiali nel settore.

Si tratterà alla fine dell’ennesima occasione persa e il governo, presumibilmente, cercherà di evitare al massimo un intervento attivo nel sistema, salvo che, ovviamente, al momento delle nomine dei vertici degli istituti; esse dovrebbero essere forse gestite, come al solito, dal fido Lotti. Nel frattempo coinvolto in un procedimento.

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L’analisi.

E’ stato avviato l’iter della nazionalizzazione con la richiesta di un sostegno finanziario straordinario e temporaneo per la ricapitalizzazione precauzionale prevista dalla direttiva europea Brrd. La banca aggiunge che in coerenza con le misure del Governo presenterà una proposta agli investitori retail detentori dell’obbligazione subordinata da 2 miliardi emessa nel 2008 «per porre fine o prevenire liti» legate alla vendita di quel titolo.
Consob proroga stop a titolo Mps, tempi lunghi per il ritorno in Borsa
In considerazioni delle fibrillazioni borsistiche in cui potrebbe incorrere Mps nei prossimi giorni la Consob ha deciso oggi di prorogare la sospensione del titolo della banca senese dalle negoziazioni sui mercati finanziari, disposta nella giornata di ieri. L’Authority ha deciso la «sospensione temporanea delle negoziazioni nei mercati regolamentati, nei sistemi multilaterali di negoziazione e nei sistemi di internalizzazione sistematica italiani relativamente ai titoli emessi o garantiti da Banca Mps e agli strumenti finanziari aventi come sottostante titoli emessi da Banca Mps». Lo stop, informa una nota, continuerà «fino a quando, anche in esito alla definizione ed approvazione del programma di rafforzamento patrimoniale di Banca Mps da parte delle competenti autorità, non sarà ripristinato un corretto quadro informativo sui titoli». Si attenderà quindi la messa a punto del piano di Commissione Ue, Mef e Bce che richiede tempi lunghi, presumibilmente settimane.
Come sarà usato il fondo da 20 mld
Il fondo da 20 miliardi di indebitamento aggiuntivo autorizzato mercoledì dal Parlamento sarà utilizzato per le ricapitalizzazioni precauzionali e per le garanzie sulla liquidità per le banche che lo chiederanno, dunque non solo per Mps. Il via libera al provvedimento è arrivato mentre il Consiglio di amministrazione della banca senese era ancora riunito a Milano dopo aver certificato, nel pomeriggio, il fallimento dell’aumento di capitale privato. Una concomitanza che ha permesso allo stesso Cda di attivare immediatamente la procedura per richiedere l’intervento pubblico, così come previsto dal decreto.

Liquidità e ricapitalizzazione, entra lo StatoL’impatto sui risparmiatori
L’intervento dello Stato per il salvataggio di Mps è molto più soft rispetto alle perdite che avrebbe portato una procedura di salvataggio interno, cioè un bail-in; ma non è priva di effetti come lo sarebbe stata, se non fosse fallita, una operazione di aumento di capitale sul mercato. Vediamo le conseguenze per categoria di risparmiatori:

Obbligazioni subordinate
Viene azzerata l’operazione volontaria avviata la scorsa settimana di conversione dei bond in azione. Scatta invece un diverso meccanismo che, con l’intervento pubblico, comporta comunque inizialmente la conversione di tutte le obbligazioni subordinate in azioni della banca. È però prevista, come spiega Palazzo Chigi, una compensazione a tutela dei risparmiatori che viene così descritto in sintesi: il Tesoro può acquistare tali azioni. Al termine della procedura di compensazione orientata a tutelare i risparmiatori, coloro che inizialmente detengono obbligazioni subordinate si troverebbero quindi a possedere obbligazioni ordinarie, non soggette dunque a perdite. Così in sintesi lo schema di compensazione:
1) La banca propone di scambiare le azioni frutto della conversione delle obbligazioni subordinate con obbligazioni non subordinate di nuova emissione.
2) Il Tesoro acquista le azioni scambiate con le obbligazioni non subordinate di nuova emissione.

Il risultato pratico, “al termine della procedura di compensazione orientata a tutelare i risparmiatori”, è “che coloro che inizialmente detengono obbligazioni subordinate si troverebbero quindi a possedere obbligazioni non subordinate”.

La conversione delle obbligazioni Tier 1 – sottoscritte per lo più da clientela istituzionale – avverrà a un valore corrispondente al 75 percento del valore nominale; La conversione delle obbligazioni Tier 2 – sottoscritte per lo più da clientela retail – avverrà a un valore corrispondente al 100 percento del valore nominale.
Obbligazioni non subordinate.

Non ci sono conseguenze. Gli effetti diretti del meccanismo di intervento dello Stato si limitano alle sole obbligazioni subordinate.
Azioni. Nessuna conseguenza diretta per i possessori di azioni. Gli eventuali effetti per chi ha in portafoglio titoli «Banca Mps» sono legati esclusivamente agli andamenti di Borsa del titolo a Piazza Affari. Un aumento di capitale, come accadrà
con l’intervento dello Stato, ha come effetto caratteristico un calo del valore a causa di un effetto diluitivo (aumenta il numero delle azioni che nel complesso “rappresentano” lo stesso valore, quello che il mercato riconosce alla società quotata); in questo caso, tuttavia, è un effetto che appare già scontato dal mercato perché è noto da tempo l’ammontare dell’iniezione di capitale necessaria (lo stesso dell’operazione fallita sul mercato.
Conti correnti. Il meccanismo di intervento dello Stato non avrà alcun effetto sui conti correnti. I rischi erano legati solo all’eventuale procedura di Bail-in, un caso in cui sarebbero stati tutelati i depositi dei clienti solo fino alla soglia di centomila euro. Ma nè sopra nè sotto questa soglia accadrà nulla.
Depositi e altri titoli: Nessuna delle ipotesi di intervento possibili avrebbe avuto alcun effetto su cassette di sicurezza, dossier titoli, fondi e gestioni patrimoniali.
I nodi da sciogliere dopo il salva-banche. Il via libera del Parlamento
Il varo del provvedimento segue al via libera del Parlamento, a maggioranza assoluta, all’aumento del debito pubblico fino a 20 miliardi di euro (in maniera non strutturale perchè la misura salva banche è da considerarsi una tantum) sollecitato mercoledì dal Governo proprio per finanziare il salvataggio degli istituti in difficoltà. In sintesi, il decreto predisposto da via XX settembre disciplina la creazione di un fondo ad hoc (da finanziare con l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico) che opera su due fronti, la liquidità con le garanzie e il patrimonio con la ricapitalizzazione, ed è destinato a sostenere le banche a rischio. Il nuovo strumento è finalizzato in particolare a permettere la statalizzazione di Mps – la terza banca d’Italia, considerata il più antico istituto di credito del mondo – con il Tesoro destinato a diventare l’azionista di riferimento, per poi rimettere le quote sul mercato una volta risanato l’istituto. Il puntello pubblico prenderà la forma di una ricapitalizzazione, «precauzionale» e «temporaneo», per rafforzare il patrimonio del Monte dei Paschi nella cornice della Direttiva europea Brrd, operativa dall’inizio del 2016, che introduce il principio del cosiddetto bail-in.

 

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2 pensieri su “872 . – MPS. 20 miliardi per le banche approvati in poche ore con il bicameralismo perfetto.

  1. C’è di più: Approvato anche l’ammortamento in cinque anni delle risorse versate da Unicredit, Intesa San Paolo e Ubi al Fondo di risoluzione: 1,6 miliardi per coprire i crack di Etruria & c..

    Con la firma di Sergio Mattarella, il decreto salvabanche entra in Gazzetta Ufficiale a tempo di record. Soprattutto c’è la benedizione dell’Unione europea al meccanismo adottato dal Mef per non far pagare il costo dell’operazione ai clienti Mps di sportello. Lo schema è quello del doppio “swap” (scambio), grazie al quale gli obbligazionisti subordinati retail, cioè i clienti normali della banca, dovrebbero ottenere in cambio dei propri titoli delle obbligazioni senior, quelle sicure. A loro favore la presunzione di innocenza, l’inconsapevolezza di aver acquistato titoli a rischio. Non per caso, sul punto la Ue avverte: le autorità italiane “devono intraprendere azioni concrete per rimuovere le cause prime del misselling (la vendita impropria di titoli ai risparmiatori), in modo da prevenire nuovi casi di condotte simili”.
    Il peso del burden sharing, cioè della condivisione degli oneri provocata dalla ricapitalizzazione preventiva statale, ricadrà sugli investitori istituzionali – oltre che sulla collettività visti i 20 miliardi in più di debito pubblico – per i quali la presunzione di innocenza non può esistere. Le loro sub-obbligazioni saranno convertite in azioni, con un robusto abbattimento del loro valore.
    “Il meccanismo attivato dal governo utile a Monte dei Paschi – ricordava poi la notte scorsa Pier Carlo Padoan in conferenza stampa – è pensato anche per altre banche, vedremo se ci saranno altri istituti che lo richiederanno”. Succederà con il nuovo anno. Ma tanto è già bastato perché l’agenzia di rating Moody’s tirasse positivamente le somme, guardando all’intero comparto bancario italiano. L’agenzia ha segnalato che il decreto può avere un effetto positivo “per i detentori delle obbligazioni senior e i correntisti delle banche coinvolte”. Inoltre “dovrebbe ridurre anche la probabilità di un contagio alle banche più forti in scia alla risoluzione di una banca debole”.
    A differenza di quanto accaduto per Banca Etruria, Banca Marche &c., finite in fallimento, il Monte dei Paschi è ancora solvente, e l’intervento statale si è reso necessario perché la banca non aveva la possibilità di rispondere positivamente entro il 31 dicembre alle richieste di liquidità (i 5 miliardi della fallita ricapitalizzazione di mercato) fatte dalla Bce dopo gli stress test estivi.
    Non sono state invece inserite nel decreto le altre misure attese per il settore bancario. A partire dalla proroga di sei mesi del termine entro il quale le banche popolari più grandi hanno l’obbligo di trasformarsi in spa, termine peraltro congelato fino al 12 gennaio dal Consiglio di Stato. Ancora da definire inoltre le misure che non erano passate con la manovra di bilancio, come la possibilità anche per le Bcc di utilizzare le imposte differite (Dta). Via libera invece all’ammortamento in cinque anni delle risorse versate da Unicredit, Intesa San Paolo e Ubi al Fondo di risoluzione, che ha utilizzato 1,6 miliardi per coprire i crack di Etruria & c..

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  2. Costantino Rover
    Il decreto dovrebbe prevedere due misure separate:

    a) Misure per il ristoro della liquidità operativa della banche. Le banche in difficoltà o con problemi nel reperimento dei fondi liquidi a causa di incertezze possono chiedere l’intervento dello stato che , dietro pagamento di una fee, porrebbe la propria garanzia sulle emissioni obbligazionarie degli istituti di credito. Quindi queste obbligazioni non avrebbero la rischiosità dell’istituto di credito, ma quelle dello Stato. Lo stesso tipo di garanzia potrebbe essere rilasciato per i finanziamenti ELA concessi dalla banca d’Italia. La concessione è subordinata al superamento degli stress test di capitalizzazione ed all’approvazione della Commissione Europea. Rimane il dubbio legato all’onerosità della fee richiesta. I Tremonti Bond ad esempio erano estremamente costosi per la banca. Sicuramente la UE vorrà mettere il becco sulla questione, e del resto il parere della commissione è richiesto.

    b) Intervento di rafforzamento patrimoniale delle banche. Gli istituti che non superassero gli stress test e che quindi avessero necessità di nuovo capitale . In questo caso è previsto un rafforzamento del capitale che non è un Bail In, ma che prevede la conversione degli obbligazionisti Junior in capitale, anche con delle tutele da parte dello stato. In futuro gli interventi saranno proposti dalla Banca d’Italia e definiti con Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per Monte Paschi Siena si prevede :

    la conversione delle obbligazioni junior in capitale, con un tasso del 75% per le Tier 1 (era 80% nella conversione volontaria) e 100% per le Tier 2.
    Gli obbligazionisti retail delle emissioni subordinate tier 2 potranno o veder riacquistate dallo Stato le proprie azioni al prezzo di conversione, o vedere le stesse convertite con altre obbligazioni Senior emesse dall’istituto.
    L’azione risulta molto favorevole agli obbligazionisti retail, che vedevano le obbligazioni quotate a prezzi molto inferiori. Non si è voluti punire risparmiatori di un’istituto già penalizzati in passato. Finalmente!.Comunque abbiamo dei dubbi, che speriamo siano presto cancellati :

    l’operazione ha già avuto il via della commissione europea ? Non è che ci saranno sorprese da Bruxelles? O non sarà un modo per scaricare la patata bollente ?
    Se un operatore ha comprato le obbligazioni sul mercato secondoario a 66, si vedrà rimborsato 100 come un risparmiatore che le ha comprate con misselling (cioè con un MiFid inadatto)? Non rischia la misura di aiutare gli speculatori ?
    la partecipazione deve essere temporanea , almeno così vuole il BRRD. Sono previste modalità di dismissione ?
    Quali sono le modalità di gestione e di esecuzione della partecipazione. qual’è il prezzo di aumento di capitale (ricordiamo l’assurda forbice 24,9 – 1 dell’aumento volontario). Quale sarà la diluizione dei vecchi soci ? Il CdA sarà a questo punto espressione del Ministero del Tesoro, della Banca d’Italia o di chi ?

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