860. – Trump e il contenimento cinese

trump

Torniamo al confronto Cina – USA con tre analisi imbarazzanti del Geopolitica Center: la via iraniana, il contenimento cinese nei Mari della Cina e il contenimento nei Dazi Commerciali.

  1. La via iraniana

Secondo il nostro gruppo una delle priorità strategiche dell’amministrazione Trump sarà il contenimento proattivo della crescente potenza economica, politica, diplomatica e militare della Repubblica Popolare Cinese.
Le vie ed i modi per contenere l’espansionismo Cinese sono, secondo il nostro punto di vista tre: agire sui fornitori di energia (Russia e Iran), limitare l’accesso all’energia da parte di Pechino (regioni ricche di idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale), utilizzare dazi (anche solo legati alla differenza di welfare tra occidente e Cina), per limitare la concorrenza non lineare della Cina nei confronti di Europa e Stati Uniti.
Oggi ci occupiamo del capitolo riguardante l’Iran che rappresenta uno dei maggiori fornitori di energia a basso costo della Repubblica Popolare Cinese.
Partiamo dall’Iran non a caso, ma perché insieme alla Cina sembra rappresentare l’avversario, per non dire il nemico, della prossima amministrazione americana. Iniziamo dall’Iran perché agendo contro la Repubblica Islamica gli Stati Uniti otterrebbero un triplice “risultato”, limitare gli introiti dell’Iran, ridurre la disponibilità energetica della Cina, aumentare i costi generali dell’energia utilizzata a Pechino.
Come può essere quindi messa in atto da parte americana una azione capace di intaccare la produzione petrolifera iraniana? Ad un primo sguardo l’ipotesi più probabile è un ripristino delle sanzioni contro la Repubblica Islamica Iraniana. Tuttavia oggi ripristinare efficaci sanzioni multilaterali contro Teheran è semplicemente impossibile. Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato il JPOA, normalizzando legalmente i commerci tra l’Iran ed il resto del mondo, scambi che già prima dell’adozione formale del JPOA, erano intensi tra Iran e Cina, Iran e Sudamerica, Iran e parte dell’Europa.
Gli Stati Uniti avranno la capacità di imporre sanzioni unilaterali, ma non avranno più il potere di imporre sanzioni multilaterali, globali, supportate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (proprio a causa del veto cinese e russo).
Rimane quindi a disposizione degli Stati Uniti di Donald Trump esclusivamente una opzione di tipo militare per raggiungere questo obiettivo.
Ma quale opzione militare? L’unica opzione militare in grado di ottenere una riduzione della capacità produttiva di greggio iraniano non deve colpire le zone di produzione, ma le zone di stoccaggio e i terminal marittimi di esportazione. Infatti, senza aree di stoccaggio e terminal di esportazione, la produzione di greggio deve necessariamente essere sospesa (e non senza grandi difficoltà tecniche), e non senza problematiche sarà poi possibile riprendere la produzione di greggio, considerando il fatto che a quel punto le imprese straniere, desiderose di investire in Iran, saranno coscienti che esse si troveranno ad investire in una paese ad altissimo rischio, dove la totalità del loro investimento potrebbe essere compromesso da una nuova fase attiva dello sconto tra Stati Uniti ed Iran.
Un attacco contro i terminal iraniani genererebbe inoltre una reazione di Teheran atta bloccare il transito di qualunque unità navale (incluse le petroliere Saudite, Kuwaitiane, e degli Emirati) dallo Stretto di Hormuz, determinando una vera e propria crisi petrolifera in Estremo Oriente. Tale crisi non avrebbe grande impatto sugli Stati Uniti , oggi in grado di produrre autonomamente la totalità del greggio necessario agli USA, mentre la chiusura di Hormuz sarebbe devastante proprio per la Cina, particolarmente se tale blocco proseguisse per oltre le due settimane.
Le ripercussioni di un tale scenario sarebbero pensati anche per il sud Europa ed in particolare per l’Italia che si trova costretta, anche a causa dell’assenza di un piano energetico strategico nazionale, ad importare il 70% dell’energia necessaria al sostegno della nostra economia e delle nostre città. Di questo 70% una parte rilevante di petrolio che poi viene raffinato in Italia arriva dalla regione del Golfo, e se il tentativo del governo di fare dell’Iran un partner commerciale di rilievo avrà successo, la nostra dipendenza dal Golfo diventerà ancora più marcata.
E’ certo che un attacco alle istallazioni petrolifere iraniane dovrà essere inquadrato in un piano più ampio e che abbia come scopo primario limitare le capacità di militari, presenti e future dell’Iran. Come abbiamo già scritto in un precedente post la motivazione l’attacco potrebbe essere data da un deterioramento dei rapporti tra Usa e Iran in relazione al programma missilistico di Teheran, il cui sviluppo è bloccato da due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite che l’Iran non ha mai applicato.

2. Il contenimento cinese nei Mari della Cina.

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Un’altra delle priorità strategiche dell’amministrazione Trump sarà il contenimento proattivo della crescente potenza economica, politica, diplomatica e militare della Repubblica Popolare Cinese.
Le vie ed i modi per contenere l’espansionismo Cinese sono, secondo il nostro punto di vista tre: agire sui fornitori di energia (Russia e Iran), limitare l’accesso all’energia da parte di Pechino (regioni ricche di idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale), utilizzare dazi (anche solo legati alla differenza di welfare tra occidente e Cina), per limitare la concorrenza non lineare della Cina nei confronti di Europa e Stati Uniti.
Oggi ci occupiamo del capitolo riguardante i mari che circondano la Cina e dei paesi che si affacciano su tali specchi d’acqua.
La Cina oggi non conosce rivali locali in grado di ostacolare la sua crescita militare, solo gli Stati Uniti hanno oggi, e avranno domani, le capacità di poter impensierire, da un punto di vista bellico, Pechino.
Va però osservato che la Cina vede nei mari che la circondano, e che potenzialmente possono contenerla, la presenza di numerosi paesi, la maggior parte dei quali rappresentano in potenza avversari politici e militari. Primi tra tutti il Giappone e la Cina Nazionalista, meglio nota al mondo come Taiwan. Non a caso, nei primi giorni da presidente eletto, Trump ha incontrato il Premier Cinese, Abe Shinzo, e sentito al telefono (rompendo una convenzione quasi quarantennale) il presidente di Taiwan, la sig.ra Tsai Ing-wen. Con l’appoggio di questi due paesi la Cina verrebbe automaticamente contenuta all’interno del Mar Cinese Orientale. Il contenimento Cinese si attuerebbe affermando la sovranità Giapponese sulle isole Senkaku, e affermando la sovranità Sud Coreana sulla cosiddetta Soccorra Rock, un reef dove Seoul ha costruito una stazione di ricerca. Tali acquisizioni territoriali sono in grado di dare forza alle rivendicazioni Giapponesi e sud coreane che cercano di impedire alla Cina di imporre una zona economica esclusiva talmente vasta da occupare 200 delle 360 miglia di mare che separano Cina e Giappone.
Affermare che la Cina non può reclamare, a sua scelta, alcune aree del Mar Cinese Orientale dimostrerebbe alle nazioni che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale (molto meno unite agli Stati Unti di quanto non lo siano Corea del Sud, Giappone e Taiwan) che è possibile, attraverso uno sforzo comune e con l’appoggio militare americano, impedire che la Cina Prenda il possesso della cosiddetta “Nine Dash Line”, che consentirebbe a Pechino di costringere le Filippine, il Vietnam, Malesia, Indonesia e la stessa Cina Nazionalista (Taiwan). Anche nel Mar Cinese Meridionale, Pechino cerca di avere a disposizione un’area economica esclusiva che si possa estendere in molti punti fino a 12 miglia dalle coste dei paesi rivieraschi (non cinesi) della Nine Dash Line, impedendo alle Filippine, al Vietnam, alla Malesia, all’Indonesia e alla Cina Nazionalista di accendere alle riserve ittiche e di idrocarburi del Mar Cinese Meridionale, che sarebbe così nella sua interezza, sotto il controllo cinese.
Se la nostra visione della strategia di Trump nei confronti della Cina, i primi attriti tra Washington e Pechino si osserveranno nel Mar Cinese Orientale, ma saranno solo propedeutici ad una battaglia moto più articolata nel Mar Cinese Meridionale che i cinesi continuano a “fortificare” negli ultimi anni costruendo isole artificiali, basi militari e aeroporti per i caccia dell’Aeronautica Cinese.

3. Il contenimento cinese nei Dazi Commerciali.

Terza delle priorità strategiche dell’amministrazione Trump sarà il contenimento proattivo della crescente potenza economica, politica, diplomatica e militare della Repubblica Popolare Cinese.
Le vie ed i modi per contenere l’espansionismo Cinese sono, secondo il nostro punto di vista tre: agire sui fornitori di energia (Russia e Iran), limitare l’accesso all’energia da parte di Pechino (regioni ricche di idrocarburi nel Mar Cinese Meridionale), utilizzare dazi, per limitare la concorrenza non lineare della Cina nei confronti di Europa e Stati Uniti.
Oggi ci occupiamo del capitolo riguardante i Dazi Commerciali e dello possibili modalità con le quali Trump possa convincere anche l’Europa (badate bene, l’Europa, non l’Unione Europea) ad una azione coordinata per limitare la concorrenza globale cinese.
La nostra idea riguardante i dazi è semplice e potrebbe essere estremamente efficace e parte da un dato di fatto: la grande differenza in tema di welfare che il datore di lavoro garantisce ai dipendenti in occidente e in Cina. Ecco è questa grande differenza di tutele tra i nostri lavoratori e i lavoratori cinesi che permette a Pechino di produrre a prezzi stracciati, distruggere tutta la nostra industria e la nostra manifattura e far si che la Cina sia diventata “la fabbrica del mondo”, limitando lo sviluppo delle nostre nazioni.
Agire con i dazi potrebbe innescare accuse di protezionismo e far si che la Cina si appello all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma se i dazi verrano motivati non da un generico protezionismo, bensì da una motivazione di equità, allora le opinioni pubbliche occidentali e anche la WTO si troverebbero dinanzi ad un fatto del tutto nuovo, senza precedente alcuno.
I dazi quindi, nella nostra visione, dovrebbero agire per parificare il voto del Welfare e spingere così la Cina a migliorare le condizioni di lavoro degli operai cinesi. Sfruttare il lavoro dei cittadini cinesi, sebbene essi spesso non percepiscano come sfruttamento, farà si che la Cina possa avviarsi verso un cammino di sviluppo più sostenibile, soprattuto per gli uomini e le donne che sacrificano la loro vita per far arrivare in occidente beni commerciali a bassissimo costo. I Dazi sul Welfare elimineranno la concorrenza sleale della Cina e proteggeranno i più deboli della Cina, permettendo alle nostre industrie (di ogni dimensione) di recuperare quote di mercato e quindi ridare slancio elle nostre economie, all’occupazione, e anche al nostro stato sociale, americano, italiano o Europeo che sia.

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