855.-L’EFFETTO TRUMP SU TAIWAN E CINA

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Gli USA possono permettersi la deglobalizzazione, e possono anche risultare vincitori in uno scenario di dissolvimento del commercio internazionale.  La Germania no. Per questo, solo l’Unione europea non vuole comprendere che non può esserci mercato globale finché ci sarà la concorrenza sleale della Cina. Non vuole comprenderlo perché la sua governance è l’espressione della finanza mondiale e non dell’Europa. Era così anche per la Clinton, portatrice della politica della finanza mondiale, ma non è così per il nuovo presidente degli Stati Uniti. 

In una intervista con Fox News, Trump ha criticato la Cina per non voler andare incontro alle richieste degli Stati Uniti, in particolare in materia di commercio, sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, nonché per la risoluzione della questione nucleare nordcoreana. Inoltre, Trump ha sottolineato la legittimità della sua recente conversazione telefonica con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, il primo contatto tra un rappresentante della leadership statunitense e il leader di Taiwan dopo il 1979, quando gli Stati Uniti rinunciarono al riconoscimento diplomatico di Taipei. Le affermazioni di Trump possono essere interpretate come la volontà di rendere la questione di Taiwan una sorta di merce di scambio con Pechino e di rendere il consenso degli Stati Uniti al principio di “una sola Cina” non incondizionato, come presupposto nell’instaurazione delle relazioni diplomatiche, ma condizionale. 

L’ambasciatore cinese negli Stati Uniti Cui Tiankai ha risposto, ribadendo: “La base politica delle relazioni sino-americane non deve essere compromessa, deve essere mantenuta.” E’ chiaro che dietro l’espressione “base politica” ci si riferisce in primo luogo all’accordo sino-statunitense su Taiwan, sancito in 3 dichiarazioni sottoscritte dalle parti. Prima dell’insediamento di Trump Pechino cercherà di far luce sulla situazione, se davvero il nuovo presidente è pronto a riconsiderare il principio alla base delle relazioni sino-americane.”

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Intanto la Cina fa sentire la sua voce in campo finanziario e in campo militare.

In campo finanziario, i Treasuries (cioè i titoli di Stato emessi da Washington) nel portafoglio di Pechino sono diminuiti di 41,3 miliardi di dollari, scendendo a quota 1.120 miliardi, in calo per il sesto mese di fila, secondo i dati diffusi ieri dal Tesoro americano. La Cina ha ceduto, così, al Giappone il primato di detentrice del debito pubblico americano. Infatti circa 6.000 miliardi di dollari di obbligazione del Tesoro Usa sono in mani straniere. La Cina, da sola, ne aveva 1250 miliardi ed il Giappone ben 1.133 miliardi. La Fed ha in bilancio T-bond fino a 2.500 miliardi. Pechino e la People’s Bank of China – la banca centrale cinese – devono affrontare la spesa sostenuta con le sue riserve valutarie per difendere lo yuan, che ha perso più del 15% contro il biglietto verde nello stesso periodo. Comunque, le politiche cinesi colgono il segno. Solo finché gli Usa riusciranno a scaricare il proprio debito sul resto del mondo e sui propri cittadini avranno mano libera per creare la liquidità necessaria per continuare a comprare a debito e finanziare spese di ogni tipo prescindendo, purtroppo, dalla loro effettiva capacità economica e finanziaria. Ciò che avviene negli Usa non riguarda solo gli americani perché esso riverbera i suoi effetti nel resto del mondo e, su questo scenario, la governance europea non sembra all’altezza del suo compito. E’ giunto, invece, il momento di riformare tutte le istituzioni economiche e finanziarie internazionali, eurozona compresa, coinvolgendo anche la Cina.

In campo militare, un generale cinese a riposo non ha escluso l’opzione militare per risolvere il problema Taiwan e la marina cinese ha catturato un drone spia o di ricerca   sottomarino rilasciato da una nave oceanografica dell’US Navy nel mare Cinese Meridionale, al largo di Subic Bayc nelle Filippine, in acque internazionali ad oltre 50 miglia nautiche (90 km) dalle coste filippine (dove il limite delle acque territoriali è di 12 miglia) e se lo starà copiando. Si tratta di un dispositivo privo di motori ma in grado di spostarsi per grandi distanze e per un tempo di oltre 4 mesi seguendo le correnti marine e attivamente sfruttandole, come fa un aliante nel cielo. Un avvertimento, per non dire una minaccia, nei confronti delle unità militari americane che operano ed opereranno nel Mar Cinese Meridionale. Qui, Pechino rafforza la propria presenza nello scacchiere con una rete di basi, nota come la “collana di perle”, la nuova Muraglia Cinese, che deve estendersi fino al Golfo Persico e hanno installato armi su alcuni degli atolli contesi alle Spratly: un arcipelago nel Mar Cinese Meridionale, giacente sul 10º parallelo, tra le coste del Vietnam, delle Filippine e del Brunei.

Obama, dalla Casa Bianca, ha avvallato l’ipotesi che la responsabilità di questo incidente sia dovuta all’atteggiamento del presidente eletto Donald Trump e alla sua telefonata con la Presidente di Taiwan. Il presidente Americano non ha considerato che la spocchia manifestata dai cinesi nei confronti degli Stati Uniti sia in gran parte responsabilità, anzi colpa, dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Obama è sempre arretrato quando era il momento di difendere amici ed alleati nei confronti di Pechino e dei suoi alleati. Obama è indietreggiato davanti agli atti di guerra della Corea del Nord, è rimasto pietrificato mentre unità cinesi violavano le acque territoriali delle isole Senkaku, non ha battuto ciglio mentre i pescatori e le unità militari filippine venivano estromessi da ricchi tratti di mare ad ovest di Manila.
Obama ha assistito senza fare alcunché mentre la Cina costruiva isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale, e non ha reagito in alcun modo nemmeno quando queste isole si sono trasformate in basi aeree e navali avanzate che in questi giorni vengono armate con sistemi missilistici sia offensivi che difensivi.
E’palese che la Cina si prepara a sostenere con la forza le sue richieste di sovranità territoriale sulla totalità del Mar Cinese Meridionale utilizzando senza alcuna remora la Corea del Nord e militarizzando la Nine Dash Line.
La Cina però deve avere presente una cosa, in maniera molto chiara. Pechino ha ancora un paio di mesi per fare il buono e il cattivo tempo nel Mar Cinese Meridionale perché il primo atto di pirateria, che dovesse essere compiuto dopo il 20 Gennaio 2017 vedrà una risposta, per non dire una rappresaglia, immediata e simmetrica, senza nemmeno che il presidente debba autorizzare nulla personalmente. Ci penserà il nuovo Segretario alla Difesa Americano ad autorizzare in pochi minuti i militari americani a difendere il diritto di navigazione in acque internazionali. Non serve l’autorizzazione presidenziale per l’autodifesa delle unità militari americane, è, e sarà, sufficiente la luce verde di James “Mad Dog” Mattis, e non come oggi l’autorizzazione della First Lady Americana, prima ancora di quella di Mr. Obama.

 

Schermata-2016-12-17-alle-11.19.47.png”Proprietà della Marina Americana. NON RIMUOVERE DALL’ACQUA”

Il drone americano è stato sequestrato da una nave militare cinese per garantire “una navigazione sicura alle navi in transito”. E’ la dichiarazione fatta oggi dal ministero della Difesa cinese in merito alla vicenda. Nel comunicato di Pechino si spiega che una scialuppa di salvataggio cinese ha trovato giovedì il dispositivo sconosciuto nel Mar della Cina meridionale. “Per evitare che il dispositivo mettesse in pericolo la navigazione delle navi in transito e del personale, il natante cinese ha adottato un comportamento professionale e responsabile per indagare e controllare il dispositivo”. Accertato che non era armato – afferma sempre il comunicato – “la Cina ha deciso di riconsegnarlo agli Usa attraverso appropriate modalità”. Secondo il Pentagono “L’aliante sottomarino” era usato da una società civile per saggiare la salinità e la temperatura dell’acqua per contribuire a mappare canali sottomarini. Il drone si trovava a meno di un chilometro dalla nave oceanografica americana USNS Bowditch, con a bordo quasi tutti civili. La Bowditch ha quindi contattato la nave militare cinese chiedendo la restituzione del drone, assicurando che il mezzo non conteneva dati top secret. Ma non vi sarebbe stata risposta.

US Navy ship aground in Philippine waters

Un ciclone si abbatte sulle relazioni internazionali, il suo nome è Donald Trump. 

I detrattori lo definiscono eccessivo, arrogante, sicuro di se: ieri , 17 dicembre, è stato nuovamente un giorno di fuoco per il presidente Trump, che ha duellato verbalmente con i vertici politici della Cina su Taiwan. Ma dietro lo scontro su Taiwan c’è la volontà di bloccare la concorrenza sleale made in China. Ieri il presidente eletto ha parlato al telefono con la presidentessa di Taiwan, Tsai Ying-wen, «che ha presentato le sue congratulazioni». Lo ha confermato il transition team di Trump. Si tratta della prima conversazione tra un presidente o un presidente eletto Usa e il leader dell’isola a Est della Cina con cui Washington ha interrotto formalmente le relazioni diplomatiche dal 1979. Le due parti tuttavia vivono una «relazione non ufficiale» che il dipartimento di Stato sul suo sito definisce «robusta». «Durante la loro discussione, (i due leader) hanno sottolineato i legami economici, politici e sulla sicurezza tra gli Usa e Taiwan”, recita la nota diffusa dal team di Trump, che a sua volta «si è contratulato con Tsai» per essere stata eletta a inizio 2016 presidente di Taiwan (prima donna a rivestire un tale incarico). Ancora è presto per capire se la mossa segnali un cambiamento di rotta da parte degli Stati Uniti nei confronti di Taipei. Certo è che Pechino rischia di interpretarla come una provocazione visto che considera Taiwan come una sua provincia rinnegata. E sebbene Cina e Taiwan abbiano saputo convivere fino ad ora, le tensioni sono aumentate tra le due nazioni dall’elezione di Tsai, secondo cui Pechino deve rispettare la democrazia di Taipei.

Alla sua inaugurazione la donna non ha riaffermato il cosiddetto «1992 Consensus» in base al quale l’isola non avrebbe cercato l’indipendenza (sul testo ci sono varie interpretazioni). Dal 1972, successivamente all’incontro tra l’allora presidente Usa Richard Nixon e il leader cinese Mao Zedong, Washington ha adottato la politica cosiddetta «One China», una Cina sola. Si tratta esattamente dell’approccio cinese. Sei anni dopo il Commander in chief Jimmy Carter ha riconosciuto Pechino come il solo governo cinese chiudendo nel 1979 la sua ambasciata a Taipei e facendo riferimento soltanto a quella nella capitale cinese. Un comunicato di allora recitava: «Gli Stati Uniti d’America riconoscono la posizione cinese secondo cui c’è solo una Cina e Taiwan è parte della Cina». Il testo diceva anche che «il popolo americano manterrà relazioni culturali, commerciali e di altro tipo non ufficali con il popolo di Taiwan». Washington non sostiene l’indipendenza dell’isola ma ritiene che il mantenimento di relazioni forti non ufficiali «sia in linea con il desiderio di ulteriore stabilità e pace in Asia». Si ricorda che nel 1979 il Congresso Usa approvò il Taiwan Relations Act, la legge che di fatto fornisce le basi legali per mantenere i rapporti con Taiwan. Quella legge ha sostituito un accordo bilaterale sulla difesa con un impegno nei confronti della sicurezza del territorio e garantendo rifornimenti necessari di «articoli della difesa e dei servizi». Oltre al leader di Taiwan, Trump ha parlato anche con quelli di Singapore, Afghanistan e Filippine.Trump ha risposto alle critiche dicendo: “Mi hanno chiamato loro. Vendiamo a Taiwan miliardi di dollari di armi e non possiamo telefonargli?

Dal paese del Sol levante, per voce della stampa popolare, in particolare, del quotidiano di Hong Kong “South China Morning Post”, sono giunte parole molto pensanti, anche se sarebbe meglio definirli insulti personali: “Immaturo e superficiale” è il giudizio più diffuso, il tutto condito da commenti da parte del governo cinese che esprimono forte preoccupazione. L’origine dello scontro riguarda Taiwan e la contestazione di Trump al cardine politico cinese relativo alla cosiddetta «Unica Cina». Ma si tratta ovviamente di un falso obbiettivo. Il fine di Trump, con ogni probabilità, è giungere all’estromissione della Cina dal Wto (World Trade Organization), dove scelleratamente fu accettata quindici anni fa. In questi giorni grandi festeggiamenti hanno attraversato il paese dei Ming: ricorre infatti l’anniversario che ha cambiato le sorti dell’economia globale, ovvero l’accettazione della Cina nel mercato globale. Da allora una violenta crisi economica ha imperversato nell’economia occidentale, divorata dalla concorrenzialità cinese a basso prezzo. Europa e Stati Uniti, le rispettive working class e classe media, hanno sperimentato sulla propria pelle il significato dell’effetto dumping, ovvero la concorrenza sleale operata da produttori che operano in regimi di semi schiavitù, senza regole sindacali, fiscali ed ambientali. La produzione occidentale si è trasferita ad est, attratta da queste condizioni, lasciando a casa solo scheletri di capannoni e disoccupati. E, paradossalmente, ad oggi non è nemmeno certo se la Cina possa far parte delle economia di mercato: condizione di cui molti analisti dubitano, date le condizioni eccezionali del paese, connotate dall’assenza di democrazia e diritti sociali. Indubbiamente la capacità d’attrazione cinese di investimenti ha generato la crescita di una nuova classe media che, però, non consuma i prodotti che provengono dall’occidente. Per il semplice fatto che se una bicicletta made in China la può comprare uno statunitense, allora può farlo anche un cittadino di Shanghai. Certo rimangono i prodotti di eccellenza, ma gli italiani si sono accorti che l’economia del paese non può essere salvata dall’esportazione delle Ferrari o del tartufo.

Questo senza tenere conto del fatto che il governo cinese ha un piano preciso: portare la produzione manifatturiera al livello qualitativo giapponese o tedesco, mantenendo i costi di produzione attuali. E’ facile comprendere che un simile scenario porterebbe alla distruzione completa dell’industria occidentale e alla fine del lavoro per come è stato inteso negli ultimi millenni. Men che meno funziona lo schema secondo cui le economie occidentali, una volta abbandonato il settore primario, possano prosperare solo attraverso la creazione del denaro dal denaro, ovvero la finanziarizzazione economica. Come dimostrato dalle recenti crisi, in assenza di domanda aggregata tale modello crolla, perché la speculazione tende a divorare se stessa e quindi a generare una costante contrazione monetaria. Mitigata dalle politiche monetarie di Fed e Bce, che però appaiono inefficienti.

Per non parlare della possibilità cinese di svalutare a piacimento la propria moneta sul dollaro e sull’euro. La Cina ha in mano il debito pubblico statunitense e sta comprando forsennatamente nel settore bancario europeo: la sua è un’avanzata inesorabile, condotta grazie alla produzione interna e alla politica monetaria. A tutto questo il presidente eletto Donald Trump dice «basta». Lo fa con i modi che lo caratterizzano ma con risolutezza. Perché, differentemente dalle élites, progressiste globali, è consapevole che se il processo di globalizzazione-cinesizzazione in corso non viene fermato, presto l’occidente verrà conquistato dal gigante del Sol levante.

«La Cina ha distrutto l’America»
«La Cina ha distrutto l’America», questo è stato lo slogan che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump: è possibile dargli torto? “Da qui a dieci anni” disse “ci guarderemo indietro e saremo fieri di quello che abbiamo fatto», queste invece sono le parole di Bill Clinton, pronunciate quando il suo avallo fece entrare la Cina nel Wto. E mentre negli Stati Uniti il presidente eletto tenta di riprendersi dalla sbornia globalizzatrice, in Europa si procede alla massima velocità, incuranti della realtà. “Non riconosceremo alla Cina lo status di economia di mercato” dice il commissario al commercio Cecilia Malmstrom “ma riformeremo il sistema in modo da definirla paese neutrale». Questo significa far cadere le ultime barriere all’invasione dei prodotti cinesi, venduti a prezzi stracciati grazie al dumping sopra citato.

Può apparire, quindi, sconcertante vedere un presidente repubblicano, miliardario, che tenta di fare gli interessi della classe operaia statunitense. A tutto questo la Cina reagisce con la solita rabbia e con la solita calma: protesta senza alzare la voce, consapevole che seppur sia la seconda economia globale, rimane molto distante dalla potenza politica, e non solo, degli Stati Uniti.

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