854.- DA ROMA2, L’ALTRA CAPITALE

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La competizione tra Chiesa e Stato, sempre presente ad ogni boa della politica italiana, ci porta a occuparci del papa e dell’influenza del papato nella politica italiana, ma non è di oggi e ci riporta a quella tra papato e impero. Risale, infatti, alla notte di Natale dell’800, il dissidio fra Chiesa e Stato, tra papato e impe­ro. Car­lo Magno era stato consacrato imperato­re dallo stesso pontefice Leone III, dando vita al Sacro romano impero. La consacrazione volle essere una manifestazione pubblica della preminenza del pontefice sull’imperatore, subordinando di fatto la nomina imperiale al papa. gli imperatori, come protettori della Chiesa, cominciarono a pretendere di nominare i vescovi e di inter­venire nelle elezioni dei papi, mentre que­sti ultimi, in quanto destinati a incoro­nare l’imperatore, rivendicarono la supe­riorità del potere ecclesiastico su quello imperiale. Insomma, la Chiesa Cattolica ha sempre voluto affermare il suo potere e la sua partecipazione alla politica e ha influito, non poco, sulla storia della nazione. Oggi, il Sommo Pontefice è il sovrano dello Stato della Città del Vaticano, in virtù dei Patti Lateranensi.  Si chiamano così gli accordi di mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede sottoscritti l’11 febbraio 1929, grazie ai quali per la prima volta dall’Unità d’Italia furono stabilite regolari relazioni bilaterali tra Italia e Santa Sede. Nel 1948 i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7, con la conseguenza che lo Stato non può denunciarli unilateralmente come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Costituzione. Qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede, in tal caso la revisione dei Patti non richiede un procedimento di revisione costituzionale. Apro una parentesi:

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L’articolo 7 non ha comunque inteso parificare il contenuto dei Patti alle norme costituzionali, ma soltanto costituzionalizzare il principio concordatario, con la conseguenza che essi, per il tramite della legge di esecuzione, avrebbero dovuto ritenersi soggetti al giudizio di compatibilità con i principi supremi dell’ordinamento da parte della Corte costituzionale. Con le sentenze n. 30 e 31 depositate il primo marzo 1971[5][6], i Patti lateranensi vennero posti tra le fonti atipiche dell’ordinamento italiano, vale a dire che le disposizioni dell’atto non hanno la stessa natura delle norme costituzionali, ma hanno un grado di resistenza maggiore rispetto alle fonti ordinarie. Pertanto, i Patti Lateranensi devono essere modificati col procedimento ordinario nel caso ci sia mutuo consenso fra Stato e Chiesa, con il procedimento aggravato proprio delle leggi costituzionali nel caso sia lo Stato unilateralmente a modificare il testo dell’atto. Inoltre, le disposizioni dei Patti possono essere dichiarate costituzionalmente illegittime solo se contrastano con i principi supremi dell’ordinamento costituzionale (Corte cost. 16/1982, 18/1982).

Tornando all’influenza del papato nella politica italiana, papa Francesco (ma i papi sono due) esterna spesso, molto spesso, il suo favore alla migrazione in atto, che, numeri alla mano, sta invadendo l’Italia. Lo fa, a gamba tesa, senza rispetto per le regole della formazione della volontà del popolo sovrano, a prescindere dai sentimenti favorevoli o sfavorevoli che siano nei riguardi del fenomeno e per le capacità dell’economia italiana, che deve sostenere bene e abbastanza da sola, questa politica di solidarietà. Scrive oggi Roberto de Mattei su “Il Tempo”:

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Papa Francesco varca la soglia degli ottant’anni: Ingravescentem aetatem (età avanzata), come la definisce il motu proprio del 21 novembre 1970 di Paolo VI, che alla scadenza di questa data impone a tutti i cardinali di abbandonare i loro incarichi, espropriandoli anche del diritto di entrare in conclave. Paolo VI stabilì la regola per creare una nuova curia “montiniana”, ma introdusse così una profonda contraddizione all’interno della prassi più che millenaria della Chiesa. Se infatti l’età avanzata è di ostacolo alla guida di una diocesi o di un dicastero, e addirittura impedisce a un cardinale di eleggere un Papa, come si può immaginare che, compiuti gli ottant’anni, un cardinale divenuto Papa possa sostenere il peso di guidare la Chiesa universale (E – noi ci aggiungiamo – il peso di influenzare la politica dello Stato italiano)?

Non sono queste tuttavia le considerazioni che hanno spinto papa Francesco a dichiarare, il 12 dicembre: “Io ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve, 4, 5 anni”. “Magari non è così, ma ho come la sensazione che il Signore mi ha messo qui per poco tempo. Però è una sensazione, per questo lascio sempre le possibilità aperte”. Il vero motivo di una possibile abdicazione sembra essere non un indebolimento delle forze, ma la consapevolezza di papa Bergoglio di essersi inoltrato, a meno di tre anni dalla sua elezione, in quello che Antonio Socci ha definito su “Libero”, l’inesorabile “tramonto di un pontificato” (20 novembre 2016). Il progetto di papa Francesco di “riformare” la Chiesa, con l’aiuto del Sinodo dei vescovi e di docili collaboratori è in panne e il bilancio del Giubileo più che deludente. “Papa Francesco ha chiuso la porta santa, ma il suo messaggio è accompagnato dal brontolio di una crisi sotterranea. Una guerra civile è in corso nella Chiesa” ha scritto Marco Politi su “Il Fatto quotidiano” (21 novembre 2016). Il conflitto è stato aperto, consapevolmente o no, dallo stesso papa Francesco, soprattutto dopo l’esortazione Amoris Laetitia, e oggi la Chiesa non avanza, ma sprofonda, in un terreno solcato dalle crepe di profonde divisioni.

Qualcuno ha paragonato il fallimento del pontificato di papa Francesco a quello di Barack Hussein Obama. In tre anni si è consumato a Roma ciò che a Washington si è svolto in otto anni: il passaggio dall’euforia della prima ora alla depressione finale, per aver totalmente mancato gli obiettivi che ci si era prefissi. Ma sarebbe sbagliato leggere il pontificato di papa Francesco in termini puramente politici. Papa Francesco non avrebbe mai potuto pronunciare lo “Yes, we can” di Obama. Per un Papa, a differenza che per un uomo politico, non tutto è possibile. Il Sommo Pontefice ha una potestà suprema, piena e immediata su tutta la Chiesa, ma non può cambiare la legge divina che Gesù Cristo ha dato alla Chiesa, né la legge naturale che Dio ha impresso nel cuore di ogni uomo. E’ il Vicario di Cristo, ma non il suo successore. Il Papa non può cambiare le Sacre Scritture, né la Tradizione, che sono la regola remota della fede della Chiesa, ma deve sottomettersi ad esse. E’ questa l’impasse di fronte a cui si trova oggi papa Bergoglio. I “dubia” presentati da quattro cardinali (Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner) alla Congregazione per la Dottrina della Fede lo hanno posto in un vicolo cieco. Di fronte alla Esortazione Apostolica Amoris laetitia, i porporati chiedono al Papa di rispondere chiaramente, con un sì o con un no, alla seguente questione: i divorziati che si sono risposati civilmente e non vogliono abbandonare l’oggettiva situazione di peccato in cui si trovano, possono legittimamente ricevere il Sacramento della Eucarestia? E, più in generale: la legge divina e naturale è ancora assoluta, o, in alcuni casi, tollera eccezioni? La risposta riguarda i fondamenti della morale e della fede cattolica. Se ciò che era valido ieri non lo è oggi, ciò che è valido oggi potrebbe non esserlo domani. Ma se si ammette che la morale possa mutare, a seconda dei tempi e delle circostanze, la Chiesa è destinata a inabissarsi nel relativismo della società liquida dei nostri giorni. Se così non è, bisogna rimuovere il cardinale Vallini, che nella relazione svolta al convegno pastorale della diocesi di Roma del 19 settembre, ha affermato che i divorziati risposati possono essere ammessi alla comunione, secondo un “discernimento che distingua adeguatamente caso per caso”. La sua posizione è stata fatta propria il 2 dicembre dal quotidiano “Avvenire”, organo della Conferenza Episcopale Italiana, secondo cui quelle della Amoris laetitia sono state “parole chiarissime su cui il Papa ha messo il suo imprimatur”. Ma può il Papa attribuire al “discernimento” dei pastori la facoltà di infrangere la legge divina e naturale di cui la Chiesa è custode? Se un Papa tenta di cambiare la fede della Chiesa, rinuncia in maniera esplicita o implicita al suo mandato di Vicario di Cristo e, prima o poi, sarà obbligato a rinunciare al pontificato. L’ipotesi di un colpo di scena di questo genere nel corso del 2017 non è da escludere. L’abdicazione volontariamente scelta permetterebbe a Papa Francesco di abbandonare il campo come un riformatore incompreso, addossando alla rigidità della Curia la responsabilità del suo fallimento. Se ciò dovesse accadere è più probabile che avvenga dopo un prossimo Concistoro, che consenta a papa Bergoglio di immettere nel Sacro Collegio un nuovo gruppo di cardinali a lui vicini, per condizionare la scelta del suo successore. L’altra ipotesi è quella della correzione fraterna da parte dei cardinali che, una volta resa pubblica, equivarrebbe ad una constatazione di errori o di eresie.

Nulla di più errato, in ogni caso, della frase del cardinale Hummes: “Quei cardinali sono quattro. Noi siamo duecento”. A parte il fatto che la fedeltà al Vangelo non si misura secondo criteri numerici, i duecento cardinali a cui Hummes si riferisce non hanno mai preso le distanze dai loro quattro confratelli, ma con il loro silenzio le hanno prese semmai da papa Francesco. Le prime dichiarazioni in appoggio ai dubia del cardinale Paul Josef Cordes, già presidente emerito del Pontificio consiglio Cor Unum, e del cardinale George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, sono significative. Qualcuno il silenzio comincia a romperlo. Non sono in duecento, ma sono certamente più di quattro.

Così Roberto de Mattei, ma è un fatto che anche ROMA2, l’altra capitale, non vive momenti facili.

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