848.- Se vogliamo essere solidali con le genti che hanno abbandonato le loro radici dobbiamo, prima, salvaguardare le nostre, poi, offrirle. Saremo meticci nel corpo, mai nell’anima. Mario Donnini

Continuiamo a parlare di Costituzione e, poi, di immigrazione e non solo. La nostra Costituzione prevede che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Ne ho parlato, pochi mesi fa, a una conferenza organizzata dalla Lega, a Dolo e abbiamo parlato di identità dei popoli, di doveri costituzionalmente sanciti e di economia. Il tema è vasto. Non basta citare la Costituzione perché la norma giuridica non è un Sein (essere), ma è un Sollen (dover essere) e il dovere, in tanto esiste, se e in quanto si abbia la possibilità di adempierlo. Diceva il brocardo romano: “Ad impossibilia nemo tenetur”.

Gli italiani si distinguono per la loro divisività. Anche nei riguardi dell’immigrazione si confrontano due opposte visioni: L’accoglienza senza limiti e la difesa dei propri diritti, ma in entrambe le visioni prevalgono l’egoismo e la superficialità e non si ricerca il dialogo e non si parla della propria identità.  Tralascio la chiusura della chiesa cattolica sulle sue posizioni dogmatiche e sui suoi interessi e tralascio anche i populisti e le cosiddette destre, che cavalcano il cavalcabile e oppongono il loro “prima gli italiani”. Tralascio, pure, il problema che queste masse di sconosciuti rappresentano per la sicurezza, perché è un problema del Governo. Vado alle ragioni della sinistra, che mi interessano di più. Anche qui la superficialità prevale e anche qui si parla di solidarietà e di integrazione, posso dire, in modo insufficiente verso gli italiani e verso i migranti, che, tradotto, significa “Oggi ti accolgo, domani non so”. Infatti, che senso ha richiamare, rectius, importare forza lavoro, se lavoro non c’è? Ci si chiede se possiamo permetterci un’indefinita accoglienza di chiunque si presenti. Si accusa di razzismo chi solleva il problema; ma nessuno si chiede se le nazioni africane possono permettersi questa emorragia dei loro figli migliori da una parte e questo secondo colonialismo, peggiore del primo: uno sfruttamento delle loro risorse fondato sulla corruzione, sul terrorismo e…sulla migrazione. È un problema innanzi tutto morale; è anche politico ed economico; ma è anche un problema di cultura, perché fa emergere l’ipocrisia e la mancanza assoluta di autocritica della nostra società.

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Viviamo in un’epoca di profonda insicurezza sociale, di relativismo culturale, cui fanno capo la crisi della nostra identità, la crisi della Morale, la crisi della Politica. E, con esse, la progressiva demolizione dei principi eretti a fondamenta della Costituzione, della Repubblica primo fra tutti, il Lavoro come strumento di crescita sociale; ma, anche, la Libertà, l’Eguaglianza, la Dignità, la Solidarietà. Il principio dell’equilibrio fra i poteri dello Stato, il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione dei problemi internazionali, il potere di dare la morte e, non ultimo, quello che è più direttamente percepito da ciascuno di noi, che è testimoniato dai suicidi, raddoppiati (439 suicidi e 249 tentati suicidi nell’ultimo triennio. Raddoppiati.), dai fallimenti e dalle pene angosciose di tanti e, cioè, la rottura di quell’equilibrio fra capitale e lavoro, conquistato con il sangue dai rivoluzionari francesi, secondo il quale “senza le mie mani, il tuo denaro non serve a niente”, “senza i tuoi soldi, le mie mani non servono a niente”. Infine, la rottura dei fondamenti della democrazia, realizzata sia passivamente con la rinuncia del Parlamento al proprio ruolo e sia attivamente dal partito di maggiore minoranza, con l’occupazione di fatto di tutte le istituzioni e con il soperchiamento del dialogo parlamentare. Una rottura iniziata con il Trattato di Maastritch e che obbedisce al Trattato di Lisbona, attuato puntualmente in Italia dai governi dei non eletti. E’ quella che io chiamo “Crisi dell’Europa”, delle sue radici, della sua identità e “crisi del diritto”, con l’economia che detta le leggi, anziché conformarvisi.

In questo quadro, realisticamente vasto, il fenomeno migratorio si pone, per molti versi, come un elemento di una più complessa situazione del nostro continente. Esso viene a costituire un’aggravante e, come tale, non può essere risolto senza andare alla radice del problema, che equivale a dire: “Dobbiamo, prima, conoscere la situazione nei loro paesi d’origine e comprendere perché questa gente abbandona la propria terra”. Di quale dimensione parliamo e di quali paesi si tratta, a titolo di esempio, lo vediamo dalla progressione delle percentuali degli arrivi nel 2016: 349.825 per l’Europa, oltre 172.444 per la sola Italia, di cui 13.470 solo nell’ultimo mese, su 15.461 sbarcati in Mediterraneo. Seguendo la scala dei numeri, giungono da: Eritrea, Somalia, Nigeria, Gambia, Siria, Senegal, Mali, Sudan, Costa d’Avorio, Pakistan e ancora altri Paesi.

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E’ chiaro, ormai, a tutti che le dimensioni di questo esodo sono tali che, a breve, non sarà possibile offrire solidarietà e che solo evitando le partenze, si potrà sperare di risolvere questa situazione.  La Germania, fautrice delle porte aperte senza limiti, sta varando un piano da 150 milioni di euro per favorire i rimpatri di quanti lo chiederanno.                         Viene da chiedersi perché le soluzioni propagandate e quelle proposte non vadano in questo senso; perché non si parla mai di Africa? Perché non ce ne parla Romano Prodi, che è commissario per l’ONU sui problemi dell’Africa? Per assistere e per fronteggiare l’immigrazione, serve cooperare con l’Africa, con i Paesi del Maghreb, perché i loro confini sono attraversati con la forza dai migranti sub-sahariani, ma non serve una politica di fermezza assoluta,come quella dell’Australia. Sopratutto, bisogna capire che un futuro di cooperazione attende Africani e Europei. Le risorse tecnologiche e industriali europee devono incontrarsi con le risorse umane e di materie prime africane e con quei mercati. Non giova all’Ue l’invasione, non giova all’Africa la migrazione. L’indipendenza dal colonialismo, affrettata e di facciata, ha creato un altro colonialismo. E’ tempo di guardare all’interesse di tutti e non di soli pochi. A chi si ammanta di buonismo, di superficialità, chiediamo come la migrazione di massa dei giovani maschi risolverà i problemi di quelle genti.

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Invece di informare, si fa disinformazione e, per l’importanza che l’esodo va assumendo, accade spesso in Italia, che ne venga fatto un uso strumentale. Le situazioni s’intrecciano. Non risolveremo nulla continuando a discutere dei problemi che l’immigrazione provoca qui da noi e, mai, di quelli che la originano. Il fenomeno migratorio sfrutta la crisi dell’Europa e la sua collocazione al centro di un contesto caratterizzato da forti differenze economiche e demografiche. Possiamo affrontarlo soltanto con strategie coordinate, con una visione chiara degli scenari futuri e ritrovandoci intorno alle nostre radici comuni. L’affermarsi sempre più di colossi finanziari e commerciali, da un lato, e la crescente instabilità politica, sociale ed economica ai confini del continente, dall’altro, rendono problematiche queste strategie. Il denaro è solo uno strumento. Non deve prevalere sull’uomo. Siamo chiamati a difesa dell’umanità. Cominciamo dalle identità dei popoli.

Parleremo, perciò, di immigrazione con l’obbiettivo di analizzare il fenomeno alle sue radici e nella sua tendenza espansiva che – ripeto – corre nel solco della nostra crisi, fino a lanciare lo sguardo sulle sue prevedibili conseguenze; che è, come dire, andare alla sua origine. Faremo questo, attenti all’impianto legislativo italiano ed europeo che lo disciplinano e – aggiungo – alla legge non scritta, che è la morale.

Parleremo dei costi sociali che gravano e che graverebbero sul nostro Paese – uso il condizionale nella consapevolezza che non ci saranno risorse sufficienti -, perché siamo la frontiera d’Europa rispetto al Nord Africa e perché non c’è al riguardo una sensibilità comune fra i vari governi dell’Unione. Quanto diremo, dimostrerà che sia l’Italia sia l’Unione Europea, pure avendo inquadrato correttamente il problema immigrazione nella sua opportunità, non lo hanno – sarei tentato di dire: “volutamente” o, meglio ancora, “coscientemente” – affrontato nella sua reale valenza di invasione e che, ancora oggi, non stanno operando per dargli soluzione. Perché “coscientemente”?

In primo luogo, perché negli ultimi anni, la Commissione europea ha inteso fronteggiare il proprio calo demografico e la richiesta di maggior forza lavoro e competitività, incrementando l’attrattiva dell’Unione come meta di destinazione dei fenomeni migratori (Frontex, agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne), senza, però, attivare politiche di filtro verso i flussi in entrata. Notiamo, anche, che l’immigrazione legale e le politiche per l’integrazione dei singoli stati non sono state legate da un denominatore comune.

In secondo luogo, perché non si può proprio immaginare che, le risposte di un qualsivoglia governo a una prevista invasione di milioni di uomini siano limitate al soccorso in mare, all’accoglienza o alle forzature dei prefetti sul territorio e sui sindaci. A mio parere, le dimensioni dell’esodo sono tali per cui non sarebbero adeguate a contrastarlo neppure le misure del piano strategico proposto con la nuova agenda Ue per l’immigrazione, messa a punto quest’anno e subito contestata da Gran Bretagna, Francia, Spagna, Ungheria, oltre a Repubblica Ceca, Slovacchia, Paesi Baltici e Polonia. Benché la proposizione del principio sulla distribuzione degli immigrati rappresenti un notevole passo verso la condivisione del problema accoglienza da parte di tutti gli stati membri, il piano promosso dalla Mogherini è saltato e con esso tutta l’agenda. D’altra parte, era ben noto che la Francia è apertamente e decisamente contraria all’ingresso dei clandestini e alle quote e anche Cameron, dal canto suo, si era più volte espresso contro l’incontrollato flusso di immigrati a Londra.

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Pure inquadrata così, sia pure superficialmente, la politica dell’Unione, sta di fatto che la distruzione militare, politica, economica, materiale e sociale della Libia da parte della Francia e degli USA, per vergognose ragioni commerciali, così come il veto dell’ONU e, poi anche dell’Unione, al ristabilimento manu militari dell’ordine civile in quel Paese, il suo probabile smembramento e le limitazioni poste ai migranti sbarcati in Italia dal Trattato di Shengen, confermano che la politica del continente obbedisce a interessi che non (dico non) sono dei popoli europei come nazione. Il rifiuto della proposta italiana di una missione di pace sulle coste libiche rispose a questa chiave di lettura. Come si può legittimamente sostenere che si debba agire attraverso il governo libico e senza violare quella nazione? Quale governo, quello di Tobruck o quello di Tripoli? Nessun governo, nessun interlocutore statale ha il controllo pieno del territorio libico. Per aversi nazione, occorrono tutti e tre gli elementi: popolo, ordinamento territorio. Di quale stato libico parla l’ONU? Nel contesto attuale è difficile scegliere un campo contro l’altro, anche perché ci sono varie sfumature all’interno dei vari gruppi e non si può fare una distinzione netta tra “buoni” e “cattivi” e, poi, c’è anche l’ISIS, che pretende la metà del guadagno dei trafficanti per le partenze da Misurata: Misurata, probabile città stato, dove operano i nostri chirurghi militari, fianco fianco con i valenti colleghi libici.

Mi viene da chiedere: Dov’era l’ONU quando la Libia è stata ridotta a spazio di nessuno, conteso dai clan indigeni e dai loro sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi Uniti in testa, sul fronte cirenaico, Qatar e Turchia in secondo piano, su quello tripolitano) ?

Il piano “Libia” dell’Alto Funzionario Mogherini voleva promuovere la riconciliazione nazionale, ma ignorava che le fazioni presenti in Libia non hanno proprio alcuna intenzione di sedere a un tavolo dei negoziati. Stabilizzare la Libia, costruire accordi bilaterali con gli altri paesi della regione, significava e significa rifondare, prima di tutto, la politica estera dell’Unione nei confronti del sud del Mediterraneo. Invece, l’Europa affonda nel Mar Mediterraneo, incapace di azione politica, unità, solidarietà, prospettiva di futuro. La bandiera del neoliberismo mortifero è l’ipocrisia. Non si può sbarcare in Libia, ma si può fare da traghetto nelle sue acque territoriali. Si imbarcano i migranti a poche miglia dalla costa e gli si fanno compiere 250 miglia, fino in Sicilia.

Ma la Libia è solo un paese di transito e i trafficanti potrebbero seguire, comunque, altre rotte. Ancora una volta dobbiamo dire che il problema va risolto nei paesi d’origine. L’agenda dell’Unione sull’immigrazione ha previsto come pattugliare le acque territoriali libiche nella missione antiscafisti, con tre fasi di intervento, fin all’uso della forza nella terza fase da parte della Operazione Eunavfor. Ciò equivale ad avanzare la frontiera dell’ Unione e dal punto di vista del diritto internazionale, sarebbe un atto di guerra. Certo, sarebbe meno rischioso per l’Europa, dal punto di vista militare, ma non fermerebbe l’esodo dai paesi d’origine. Consentitemi un dubbio. Come distinguere un battello da pesca da uno dei trafficanti, quando può essere usato per entrambi gli scopi? La terza fase di Eunavfor non si attiverà mai. L’unica cosa da fare, che non viene messa in agenda, è avere un approccio geopolitico globale rispetto a quello che sta accadendo nel 10° Parallelo. Ecco perché dico che la crisi del controllo dei flussi migratori sta mostrando tutti i limiti della governance dell’Europa.

Ho citato la Libia, non soltanto perché a oggi costituisce la base di partenza della traversata mediterranea dei migranti; ma per ricordare che, prima dell’assassinio del nostro alleato Gheddafi, quasi nessun migrante proveniva da quel paese, ma, sopratutto, il popolo libico viveva nell’ordine e nel benessere. E, a questo punto, non posso non notare che Gheddafi è morto perché (o dopo che) aveva chiesto che il suo petrolio venisse pagato non più in dollari, ma in dinari oro e perché aveva accettato di finanziare la triplice rete INTERNET dell’Africa. Pace a te Muhammad. Alla base di tutte le guerre in atto nel mondo, della progressiva demolizione dei governi arabi e, anche, dell’invasione dell’Europa ci sono le difficoltà e la volontà dei mercanti del denaro tesa verso il controllo del mondo globalizzato (cito lo scontro avvenuto fra mercanti cinesi e Monsanto in Ucraina) e il pericolo di collasso planetario del dollaro. Un giorno, qualcuno dirà quanti milioni di morti è costato all’umanità il dominio del dollaro. E a chi parla di regie occulte, osservo: “Occulte di che? Qui è tutto consequenziale e evidente”.

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Abbiamo parlato della Libia, ma possiamo parlare della violenza senza fine nella Repubblica Centrafricana: un ex colonia francese, per noi sconosciuta, di 4,7 milioni di abitanti, dove, da quasi tre anni, una guerra tra bande armate ha prodotto oltre 400.000 rifugiati nei Paesi confinanti (soprattutto in Niger e Ciad), un numero ancora maggiore di sfollati e oltre tremila morti. Dove 10.000 bambini e bambine soldato combattono e uccidono senza pietà nella più grande indifferenza dei nostri governi e dei nostri media. Le bande armate accolgono mercenari e criminali normali. Quanti volete accoglierne? Questa guerra viene definita civile-religiosa dall’ONU; ma chi arma queste bande? Gli incendi dei villaggi, i massacri, gli stupri nei confronti di cristiani, ma anche di musulmani (sono il 20%), sono all’ordine del giorno. Ad oggi, sono state distrutte 417 su 436 moschee. Il caos è totale al punto che si muore intanati nelle proprie case di malaria, febbre tifoide… per fame. Perché i cristiani e i musulmani della Repubblica Centrafricana, fino a tre anni fa, cioè, fino all’apparizione delle prime bande musulmane, hanno vissuto in piena armonia? In questi due anni, gli 11.000 caschi blu dell’ONU dovevano disarmare i banditi e non hanno concluso molto; quelli dell’Unione Europea hanno terminato il loro mandato il 15 marzo scorso, ma i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno approvato il 16 marzo 2015 una nuova missione …di ben sessanta uomini. Federica Mogherini, commissario per gli affari esteri e sicurezza ha dichiarato: “L’Europa continuerà a dare il proprio supporto alla Repubblica Centrafricana per quanto concerne la stabilità e la sicurezza”. Ogni commento è superfluo.

Andiamo in Nigeria, nell’Africa Occidentale: il più popoloso paese d’Africa, ricco di petrolio, membro dell’OPEC, le cui risorse potrebbero offrire alla sua gente uno sviluppo economico senza precedenti. Qui, i maggiori giacimenti sono posizionati al sud, abitato in maggioranza da cristiani. Qui sono le maggiori città, mentre il nord, più povero e a maggioranza musulmana, è tuttora sottosviluppato. Evidentemente, ciò ha favorito la nascita di movimenti terroristici come Boko Haram. Infatti, le insurrezioni violente sono alimentate “dalla frustrazione per la corruzione dilagante e dal malessere sociale, dalla povertà e dalla disoccupazione che, a dispetto della ricchezza del paese, raggiunge il 94%. Le multinazionali e le compagnie petrolifere che operano nel paese (Nigerian National Petroleum Company, Shell Petroleum Development Company, ELF Petroleum Nigeria ltd, AGIP Nigeria PLC, Chevron Oil Nigeria PLC, Total Nigeria PLC and Exxon Mobil) sono fra i primi responsabili e producono danni incalcolabili all’ambiente in tutto il delta del Niger. La Nigeria è oggi una delle zone a più alto rischio dell’Africa, per certi versi la peggiore. Qui non è guerra, non sei mai al riparo, al sicuro»; qui è terrorismo della peggiore specie, strisciante, violenza primitiva, che usa il coltello più delle armi sofisticate, si muove al buio, quando la paura allunga le grinfie, nei vicoli delle città come nei villaggi delle campagne. 
Qui incombe l’odio fanatico di Boko Haram, la setta integralista che dal 2009 ha steso su tutto un velo di terrore soffocante, difficile da raccontare. Secondo l’agenzia vaticana, la ferocia dei fondamentalisti islamici ha causato un esodo biblico. Più di 100.000 cattolici sono fuggiti dalle aree controllate da Boko Haram (nome che significa “i costumi occidentali sono peccato”) nella Nigeria del nord-est. Quelli fuggiti nella foresta e nelle grotte hanno raccontato di terroristi che entrano nei centri abitati sparando raffiche di mitra, lanciando bombe a mano e sgozzando come agnelli donne e bambini. A Baqa, 10.000 abitanti, è stata una carneficina: 2000 morti ammazzati a uno a uno a colpi d’arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bambini inseguiti nelle strade e nella foresta, finiti dopo essere stati atrocemente mutilati. In diverse città un gran numero di nigeriani sono intrappolati e costretti a seguire la stretta interpretazione delle regole della Sharia “I terroristi hanno dichiarato che tutte le città conquistate fanno parte del Califfato islamico”. Gli sfollati, sia all’interno che nei vicini Niger, Ciad e Camerun sarebbero più di un milione e 600mila, stando ai calcoli delle organizzazioni umanitarie. L’area che sta collassando non conosce i confini, al punto che le forze armate dei paesi confinanti stanno collaborando con quelle nigeriane. Anche qui, come nella Repubblica Centrafricana, le ripercussioni sull’economia dell’intera area, crocevia commerciale e agricolo vitale saranno pesanti e, anche qui, richiederanno il sostegno internazionale. Ma non cediamo al pietismo e restiamo vigili verso questi mondi troppo diversi dal nostro. L’ultima notizia orrenda che ci viene da Lagos, la capitale, è la chiusura di un noto ristorante che aveva il listino normale e un altro speciale per la carne umana; con tanto di teste umane imbustate, ancora fresche e conservate nei frigo. Invece, l’ultima atrocità conosciuta degli attivisti islamici in Nigeria è avvenuta a marzo prima di un attacco delle truppe nigeriane. I miliziani, hanno deciso di scappare, ma, prima di ritirarsi hanno trucidato e mutilato le loro mogli-schiave per evitare che queste si risposassero con i non credenti: “Così resterete pure e ci rincontreremo in cielo”. Di quale integrazione vogliamo parlare? Chi è il migrante cha sbarca dalle nostre navi da guerra e che incontreremo per la strada? E’ un avventuriero, un fuggiasco o un macellaio? Chi era Kabobo? A quali rischi mettiamo la nostra sicurezza?

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Spostiamoci in Somalia e in Eritrea. Due terre cui fummo legati. Mio zio Eugenio comandava una compagnia del VI° Arabo-Somali, quando furono distrutti dal Ras Mangascià. Si batterono in retroguardia come leoni, fino all’arma bianca e il loro sacrificio salvò un’intera brigata. E’ giusto ricordare chi si è battuto per l’Italia. Due Medaglie d’Oro al Valor Militare hanno fregiato il petto di due abissini. Cos’è l’integrazione?

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Qui decenni di conflitto interno, debolezza delle istituzioni, sottosviluppo e povertà diffusa hanno creato un ambiente instabile, dove l’estremismo religioso ha facile presa. Per i giovani somali di oggi TAHRIB è l’avventura del grande viaggio verso l’Europa. Un’organizzazione criminale li adesca con il miraggio del viaggio attraverso il Sudan, martoriato dalla guerra civile e la Libia; per molti il viaggio termina in un campo profughi nel deserto del Sinai, dove giovani ragazzi e ragazze somale ed eritree vanno ad alimentare il traffico di organi delle bande criminali. Spariscono nel nulla, oppure, per i fortunati, dal deserto, li fanno mettere in contatto con la famiglia e inizia il ricatto, se c’e n’è, oppure, Amen. Questi giovani sono consapevoli del rischio, ma tant’è che ne vale la pena. Immaginiamo un ragazzo eritreo già diciottenne. L’Eritrea di Isaias Afewerki ha sospeso i diritti costituzionali e lo obbliga ad arruolarsi “a vita” nelle forze armate come forza lavoro. Non sa quanti anni durerà. Così il regime evita le ribellioni. Credete che davvero qualche anno di carcere da noi, come prevede la Bossi-Fini, siano un freno? Abbiamo fatto pochi esempi, tralasciando di illustrare situazioni, non meno drammatiche, di instabilità nel Mali, nel Sud del Sudan, nel Corno d’Africa, nella zona Pakistana; ma capite con quanta ignoranza si parla del fenomeno migratorio?

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Chi agita il dramma di 250 milioni di persone, dal Medio Oriente, al Nord Africa, al Pakistan? E’ qui che le guerre muovono il grande esodo. E’ qui che l’economia ristagna da quarant’anni, mentre la popolazione cresce a un ritmo doppio. Chi può vantare sì tale potenza da poter agire, destabilizzandoli, su i popoli di continenti diversi? Riformulo la domanda: Cui prodest? E chi li arma? Come si può pensare di fermare i trafficanti d’armi che riforniscono miliziani, banditi, terroristi quando le più grandi potenze mondiali sono le prime ad alimentare questo traffico? Quando proprio Washington – per fare un esempio – ha perso le tracce di armi e attrezzature militari per 500 milioni di dollari consegnate allo Yemen attraverso programmi di antiterrorismo e parliamo di fucili M-16, 160 humvees a quattro ruote motrici, 200 pistole Beretta 9mm e altrettanti fucili d’assalto M4, visori notturni, 1.250.000 munizioni. Ricordate? Quando parlammo di ISIS, avevamo di fronte un quadro più o meno simile. Nei paesi da cui ha origine il fenomeno migratorio e i quelli di transito il cibo scarseggia, ma proliferano le armi e i trafficanti d’armi. Vi hanno contribuito la dispersione di tutto il patrimonio bellico delle ex Repubbliche sovietiche, la diffusione di tecnologia militare low cost da parte della Cina, oltre alla dispersione del patrimonio bellico della Libia nel 2011.

A questo va aggiunto come la situazione di quei Paesi fornisce un ulteriore incentivo nelle attività illecite: molte tribù tuareg ad esempio hanno solo i traffici di armi, droga e persone come fonte di ricavi. Del resto aree economicamente poco sviluppate come Mali, Niger e sud della Libia, tanto per citarne alcune, non favoriscono alternative valide e, al tempo stesso, la ricchezza di tali traffici (e la corruzione derivante) pone forti incentivi ai locali perché le cose continuino così. Eppure i flussi iniziano e vanno fermati lì, altrimenti, non si ferma l’intero processo: al massimo lo si devia. E, in un ambiente dove le rotte migratorie sono queste, trovare una strada alternativa non è così difficile.

Come si può ragionevolmente pensare di fermare l’invasione bombardando con i droni i battelli (vuoti? E quali?) o rispedendo i migranti al mittente o bloccando qualche porto di partenza o – addirittura – con il blocco navale di 1700 km di costa? Ma Voi, dico Voi, perché Vi fate raccontare queste cose? Se, d’incanto, facessimo tabula rasa di ciò che i media instillano nelle nostre coscienze, la Vostra soluzione sarebbe una sola, per logica e non per egoismo: “Andiamo ad aiutarli a casa loro”. Vigiliamo sulle “nostre” multinazionali, sulle speculazioni finanziarie che alzano i prezzi delle derrate alimentari: grano, frumento, riso e via dicendo. Questo è un altro elemento cruciale. Creiamo un circuito d’informazione per i potenziali migranti che sia propedeutico all’attrazione di potenziale manodopera, che favorisca la cooperazione e la crescita sociale dei paesi in via di sviluppo, ma che, a un tempo, scoraggi flussi migratori non desiderati, perché questa che sbarca in Italia non è più gente che viene a cercare un lavoro in un Paese già in crisi, ma migranti forzati da condizioni invivibili, tali da fargli preferire il rischio della morte. Con un tale approccio, combatteremo l’invasione e, soprattutto, manterremo questa gente legata alle sue radici e difenderemo le nostre. In due parole, si tratta di rispettare e onorare l’uomo con la sua spiritualità e non la finanza senz’anima.

Si sa che, nelle economie evolute, i figli costituiscono un costo e, in quelle retrograde, una forza lavoro. Nei prossimi 10 anni assisteremo all’aumento continuo della popolazione nelle aree del cosiddetto “10° Parallelo“. Anche solo limitandoci all’Africa, nel Sahel e nell’Africa Sub-Sahariana, i conflitti e i cambi climatici ingenereranno scarsità di cibo e d’acqua e incentiveranno i flussi migratori. Ma non c’è solo il problema del 10° Parallelo. Alziamo il sipario sulla vasta destabilizzazione nel Mediterraneo – dalla Siria alla Palestina, dall’Egitto al Marocco – di cui l’Occidente è responsabile da anni.

Quanti sono i migranti che si prevede invaderanno l’Europa? 21 milioni?

L’Ue ha dato protezione a oltre 185mila richiedenti asilo nel 2014, il 50% in più rispetto al 2013; nel 2016, a 349.825, il 20% in più che nel 2015, secondo i dati di Eurostat.

Ho i dati completi del 2014. Servono per esemplificare. Circa due terzi degli status di protezione sono stati concessi da quattro Paesi: Germania (47.600, +82% su 2013); Svezia (33.000, +25%); Francia (20.600, +27%) e Italia (20.600, +42%). Sempre secondo l’Eurostat, infatti, dal 2008 sono più di 750 mila i rifugiati che hanno ricevuto protezione dall’Europa. Nel 2014 i principali beneficiari dello status di rifugiati sono stati i siriani (1/3 del totale). Seguiti dalle popolazioni provenienti da Eritrea, Afghanistan e Iraq. Mentre le principali nazionalità che hanno avuto rifugio in Italia sono stati pakistani (2.420), afghani (2.400) e nigeriani (2.145). Delle 20.630 decisioni positive italiane alle domande dei richiedenti asilo, 3.650 sono per status di rifugiato, 7.660 per permesso di soggiorno per protezione sussidiaria e 9.320 per ragioni umanitarie.

Vediamo, ora, qual è la situazione nei Paesi di transito. Ci indigniamo ad ogni naufragio, ma già prima, nella traversata del deserto, verso la costa libica, i migranti muoiono a decine e sono sottoposti a sevizie, ricatti e a sofferenze indicibili. Questo significa che la comunità internazionale deve intervenire per stabilizzare la situazione anche nei Paesi di transito. Prendiamo in esame il Sudan. Come in Nigeria, il petrolio gioca un ruolo importante anche in Sudan, dove il sud del paese è sia ricco di idrocarburi sia meno arido del nord. Il Presidente Bashir ha sempre retto il suo controllo sull’appoggio dei mussulmani del nord e ha autorizzato per anni campagne di attacchi contro la parte cristiana del suo stesso paese. La recente divisione dello stato in due, con la nascita del Sud Sudan, ha di fatto separato le due fedi, ma ha mostrato come le questioni economiche siano sempre le più rilevanti: i due stati hanno litigato per mesi sui diritti di estrazione (che avviene al sud) e trasporto (che avviene al nord) del petrolio. Nonostante un accordo pacifico rimangono dispute su alcuni confini chiave: chiave non per la religione, ma, di nuovo, per le risorse naturali.

Urge togliere alle mafie e ai trafficanti il monopolio sulle vite e le morti dei fuggitivi, e di conseguenza predisporre vie legali di fuga presidiate dall’Unione europea e dall’Onu.

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  • Come e da quali organizzazioni sono gestiti questi viaggi e quanto costa? Il Servizio centrale operativo (Sco) della Direzione centrale della Polizia di Stato da tempo lavora per neutralizzare le mafie etniche che organizzano i viaggi della morte, che hanno in Italia i referenti che fanno scappare i profughi dai Centri di accoglienza e li accompagnano alla frontiera per poi raggiungere i paesi del Nord Europa. Secondo la Procura di Palermo, la banda che gestisce il traffico pretende quattro tipi diversi di pagamento: «uno per la traversata del deserto, parliamo di 5.000 dollari». Dalla Libia, poi, per il viaggio in mare, «ciascun migrante deve pagare circa 1.500 dollari e, una volta giunto in Italia, e lasciati i centri di accoglienza dopo le operazioni di identificazione, gli extracomunitari sborsano tra i 200 e i 400 euro per il soggiorno clandestino. Infine, per raggiungere il Nord Europa e ricongiungersi ai familiari servono altri 1.500 euro». Si ha notizia di offerte per traversate di lusso al prezzo di 000 euro per ogni immigrato.

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Sappiamo degli sbarchi. Sappiamo dell’emergenza. E degli sforzi diplomatici per trovare una soluzione. Ma, attualmente, dove vengono accolti  coloro che sbarcano sulle nostre coste? Il ministero dell’Interno sul proprio sito fornisce mensilmente il quadro sulle presenze dei migranti nei centri di accoglienza (Cpsa, Cda, Cara), nei centri di identificazione ed espulsione (Cie), nelle strutture temporanee, nell’ambito del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e sull’andamento degli sbarchi. Un terzo dei migranti accolti in Italia, minori esclusi, è distribuito in due regioni: Sicilia e Lazio, che ospitano rispettivamente il 22% e il 12% dei 73.883 totali. Il Veneto, invece, è tra le grandi regioni del Nord quella che ospita meno persone, con il 4%, mentre chi ha meno migranti è la Valle d’Aosta, che ne ospita solo 62, lo 0%. Nella seconda Info abbiamo voluto misurare la presenza dei migranti ogni 10mila abitanti per avere un indicatore più accurato della generosità delle regioni. Il Molise con 36 migranti ospitati ogni 10mila abitanti è la regione più aperta, seguita da Sicilia, Calabria e Basilicata. Per il calcolo delle province abbiamo usato dati relativi al 2014: Trapani, Vibo Valentia e Isernia sono le città che ospitano più migranti. Negli ultimi posti, se ci concentriamo sulle grandi città, troviamo Milano, Venezia e Firenze.

A quali livelli va affrontata l’emergenza? – Innanzitutto l’emergenza dovrebbe essere affrontata a livello internazionale, perché per avere una soluzione definitiva è necessario affrontare il problema alla radice e la radice del problema sono proprio quelle gravi crisi internazionali che generano profughi e rifugiati. Questo significa

Torniamo in Europa.

Abbiamo citato Shengen. Uno dei risultati più ragguardevoli del progetto politico e di civiltà sul quale si basano la creazione e l’approfondimento dell’Unione europea è stato la costituzione di un vasto spazio di libera circolazione che comprende, oggi, la maggior parte del territorio europeo. Questo sviluppo ha permesso un ampliamento senza precedenti delle libertà sia per i cittadini europei che per i cittadini dei paesi terzi che circolano liberamente in questo territorio comune. Ebbene, gli accordi di Dublino, con i quali si è voluto armonizzare le normative degli Stati membri in tema di diritto di asilo, prevedono che:

“Se il richiedente l’asilo ha varcato irregolarmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da uno Stato non membro delle Comunità europee, la frontiera di uno Stato membro, e se il suo ingresso attraverso detta frontiera può essere provato, l’esame della domanda di asilo è di competenza di quest’ultimo Stato membro.”

Chiaro che l’aver sottoscritto come Italia un tale accordo rappresenta un suicidio.

Recentemente, l’esecutivo comunitario, fra le misure scaturite dall’ennesima tragedia in mare, ha proposto di considerare una distribuzione più equa delle domande d’asilo con opzioni per un meccanismo di ricollocamento d’emergenza degli immigrati arrivati in Europa. Questo progetto-pilota di ricollocamento di immigrati, cui i Ventotto membri parteciperebbero su base puramente volontaria, costituisce una prima eccezione al Principio di Dublino, il quale prevede che il paese di accoglienza dell’immigrato è quello di primo arrivo. Le misure prevedono anche una collaborazione tra le principali agenzie europee di sicurezza nelle indagini contro i trafficanti; l’invio in Italia e in Grecia di funzionari dell’EASO, l’ufficio europeo responsabile del coordinamento tra i Ventotto nel campo delle domande d’asilo; e l’introduzione dell’obbligo dei paesi dell’Unione di prendere le impronte digitali di tutti gli immigrati. Nel contempo, Bruxelles vorrebbe che fosse adottato un programma di ritorno rapido di migranti clandestini nel loro paese, coordinato da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere esterne dell’Unione. Che dire?

Porto la convinzione che le questioni migratorie costituiscono parte integrante delle relazioni esterne dell’Unione e che una gestione armoniosa ed efficace delle migrazioni debba essere globale e pertanto riguardare nel contempo l’organizzazione della migrazione legale e la lotta contro l’immigrazione clandestina come mezzi per favorire le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo. E sono convinto che l’approccio globale in materia di migrazione abbia senso solo nel quadro di uno stretto partenariato tra i paesi di origine, transito e destinazione. Ciò è stato ampiamente condiviso dall’Unione Europea, nel presupposto che le migrazioni internazionali sono una realtà che persisterà in particolare finché resteranno i divari di ricchezza e di sviluppo tra le diverse regioni del mondo. Ma bisogna passare dai progetti ai fatti. Negli ultimi due secoli, la crescita economica ha accompagnato l’apertura agli scambi. Dal 1950 al 2000 il valore medio del PIL pro-capite mondiale è cresciuto del 185%. Nel 2011 aveva registrato un’ulteriore crescita dell’80%. Questa crescita straordinaria, mai verificatasi, ha operato a favore di chi già possedeva e ha aumentato le diseguaglianze in modo insostenibile, introducendo un fattore regressivo della globalizzazione. Il cittadino statunitense ha goduto di una crescita 30 volte maggiore del cittadino dell’Africa Sub-Sahariana. In questo differenziale c’è già una causa del fenomeno migratorio.

L’Unione Europea è consapevole di non disporre dei mezzi per accogliere degnamente tutti i migranti che sperano di trovarvi una vita migliore e che vi giungono portati dai trafficanti. E’ consapevole anche che un’immigrazione mal controllata pregiudicherà la coesione sociale dei paesi di destinazione. Di fatto, mette la testa sotto la sabbia e ci lascia più o meno soli in prima linea. Occorre reagire con “fatti e non parole”, oppure il sistema collasserà. Il fenomeno migratorio riguarda le istituzioni europee quelle italiane e quelle statali dei paesi d’origine, come quelle mondiali: quelle finanziarie in primis. Il miglioramento delle condizioni di vita, non solo economiche, dei cittadini dei paesi in via di sviluppo deve costituire l’obbiettivo primario del FMI e del World Bank Group, ma la filosofia neoliberale dei suoi principali azionisti (USA, Gran Bretagna, Germania) ha subordinato la concessione di prestiti a misure di stabilizzazione: privatizzazione, apertura commerciale e finanziaria, rigore macroeconomico interno (ne sappiamo qualcosa). Essa ha favorito l’imprenditoria privata, quindi, le multinazionali, a scapito del pubblico. Come pensare a finanziare lo sviluppo dei paesi più poveri, senza calcolare gli effetti di interazione tra le loro istituzioni politiche interne e la loro qualità e l’efficacia dei finanziamenti?

A complicare il quadro, aggiungo che sono apparsi nuovi “finanziatori” sulla scena mondiale, che si propongono obbiettivi esclusivamente economici, senza imporre politiche riformiste o guardare al sociale. Nessun know how degli investimenti cinesi viene trasferito al personale locale. Anche qui necessita coordinamento.

  • Per quanto riguarda l’Unione Europea, il problema è più in alto. L’anomalia Unione europea non è una creatura politica e non ha una sua politica estera, della difesa e della sicurezza. Come dimostrano i negoziati in corso per il TTIP, gli interessi delle multinazionali prevalgono su quelli dei cittadini e dei governi europei. Chi, se non le multinazionali, sono fra i principali responsabili della corruzione, della destabilizzazione, della disoccupazione dei paesi africani? Chi nel 2007-2011 ha causato l’impennata dei prezzi delle derrate nei grandi importatori di cibo, per esempio in Egitto, ma un po’ in tutto il Medio Oriente, popoloso e arido? Il problema immigrazione deve essere affrontato a 360°. L’organizzazione dell’immigrazione dell’Unione deve farsi parte dirigente, sottraendo i migranti dal rischio di sfruttamento da parte di reti criminali e tenendo conto delle capacità d’accoglienza dell’Europa: sul piano del mercato del lavoro, degli alloggi, dei servizi sanitari, scolastici e sociali, badando a non favorire la creazione di gruppi allogeni inammissibili. Bisogna allestire in Tunisia, Marocco, Egitto, in Libia dove possibile punti di accoglienza e smistamento per tutti quelli che intendono partire. Bisogna che questa accoglienza non venga percepita come una sottrazione di diritti dai cittadini. Valga il precetto di Cristo: “Ama il prossimo tuo, come te stesso”. Appunto, “come te stesso” significa “ama te stesso”, il tuo popolo. La Costituzione torna con il suo art. 38.  “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. …” Attuiamolo!
  • Il piano presentato dalla Commissione europea ha segnato, comunque, una data importante nell’assunzione di responsabilità dell’Europa rispetto al problema dell’immigrazione ed è stato, inoltre, un segnale di solidarietà concreta nei confronti dell’Italia.
 Bene la proposta di equa ripartizione dei migranti su base obbligatoria: è questo, per noi, un punto imprescindibile che, di fatto, conduce al superamento del sistema di Dublino, ormai insostenibile. 
Altri punti qualificanti: il potenziamento di Triton; 
l’impegno a proseguire il lavoro per un’operazione di Polizia internazionale finalizzata alla distruzione dei barconi e per la lotta senza tregua alle associazioni a delinquere finalizzate al favoreggiamento e allo sfruttamento del traffico di esseri umani, responsabili delle stragi in mare; 
il rafforzamento della collaborazione con i Paesi di origine e di transito dei migranti per gestire alla radice il problema migratorio, aiutando chi ha veramente diritto alla protezione internazionale e contrastando l’immigrazione irregolare anche attraverso procedure di rimpatrio più efficaci. 
Era compito dei Governi fare in modo che questo piano si realizzasse rapidamente. Questa strategia viene riportata in auge ogni volta che l’emergenza non è più tale, ma normalità e rappresenta bene il fallimento delle politiche e dell’unione europea. A ottobre, ad esempio, è stato sgomberato con la grancassa dei media il campo profughi di Calais: “La giungla”; ma gli uomini non sono oggetti, non sono merce da movimentare e si sono riversati su Parigi. In Grecia e in Turchia i profughi: quelli veri, i siriani, vengono sfruttati e vivono come prigionieri. In Italia è il solito tira e molla. L’attenzione è, ora, sull’esclusione dal patrocinio a spese dello Stato, in caso di respingimento. Della serie, siamo tutti uguali, ma uguali non si può. E allora? Allora, parliamo della necessità di affrontare il problema, ridestando l’amore per la nostra identità, non per volerla imporre o per affermarne la sua superiorità; ma per riscoprirne il valore, il che – per converso – significa saper rispettare, poi, le identità di altri popoli, in quanto culture, principi di vita e radici spirituali. Il buonismo in sé non significa assolutamente rispetto dei clandestini, ma serve a emarginare il problema. Lo degrada senza conoscerlo, con soccorso, vitto e alloggio e chi s’è visto, s’è visto. Un modo per sentirsi al di sopra, in franchigia; ma da che?Cosa intendo per identità? L’identità è la somma di ciò che siamo quanto a radici, indole, mentalità, cultura, come sono state tramandate e vissute nel tempo. Quanta ignoranza, quanta demagogia e quanta poca coscienza della propria identità si contengono nel c.d. jus soli ? A chi nasce e cresce in Italia da genitori stranieri (sono circa il 15% dei nati) devono essere assicurati i suoi diritti nella comunità locale; ma, da qui, a parlare di cittadinanza, la domanda è: quanto vale la nostra identità? C’è uno Stargate che fa attraversare secoli di tradizione soltanto sbarcando sul suolo italiano?

Questo passaggio è fondamentale perché chi è consapevole e forte della propria identità non ha bisogno di sminuire quelle altrui. Chi, invece, non ne è consapevole tende a sottomettere quelle altrui per ricavarne una propria e, qui, da questo degrado, nasce quello che, nell’uso comune, chiamiamo razzismo: una parola abusata, arbitrariamente, a significare fenomeni di intolleranza, che sarebbe corretto chiamare xenofobia. Arbitrariamente, perché non esistono razze umane biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguenza che sia possibile determinare fra loro una qualsivoglia gerarchia.

Naturalmente, questa impostazione complessa non può svolgersi in una serata e richiederà un percorso analitico. Essa, però, ci porta subito a sgombrare il campo da ipotesi di soluzione tanto facili a dirsi, quanto impraticabili. Certamente, respingere gli immigrati irregolari che riescono a giungere nella nostra Terra è difficilmente praticabile; invocare questa misura come risolutoria ha il sapore di una menzogna o di una facile propaganda. Nondimeno, chi pretende di integrare qualche milione di “marcantoni irregolari” parla senza cognizione di causa, anche se vagheggia di indottrinamento, percorsi formativi e di sistemi di controllo non vessatori, magari, sostituendo le associazioni di volontariato alle Forze dell’Ordine o vaneggia di utilizzare caserme dismesse per concentrarvi vere bombe sociali.

Purtroppo, chi tenta di ricondurre il fenomeno immigratorio alla sua reale dimensione geopolitica e sociale viene accusato facilmente di demagogia, quand’anche di razzismo. Razzismo, sia pure, inteso come appellativo che vuole semplicemente caratterizzare e distinguere culture e società diverse dalle nostre. Sono accuse che non portano a nessuna soluzione, salvo suscitare, là per là, qualche plauso senza senso. Le sue grida, lasciano il tempo che trovano, non risolvono nulla e, perciò stesso, si traducono in un non-fare, cioè, in un danno.

Altrettanto dannoso reputo, all’opposto, il buonismo.

il buonismo E’ la soluzione più semplice per chi non ha scienza e coscienza. Chi vuol essere accogliente, benevolo, annullando la propria identità in nome di una universalità inesistente, sfoggia, appunto, una falsa superiorità. Si propone al confronto con precise identità diverse con il nulla. Le culture progressiste propongono di curare lo sradicamento altrui rinunciando alle proprie radici. Parlano di integrazione, di società multirazziale e producono ghettizzazione.
La politica manca di qualunque strategia perché il fenomeno è il prodotto di un potere politico-finanziario superiore. Spaccia per gestione dell’immigrazione l’Operazione Mare Nostrum e i soggiorni negli hotel a tre stelle, le mance di 45€ al giorno e quant’altro. Il buonismo, l’accoglienza a tutti i costi possono essere una panacea del momento, per episodi circoscritti e, allora, nel nostro caso, chiamerà all’accoglienza virtuosa, ma, protraendosi sistematicamente, produrrà ostilità, rifiuto e, alla lunga si tradurrà in razzismo; ma da entrambe le parti. Ne abbiamo già gli esempi tragici. Questo, nella migliore delle ipotesi, perché c’è, poi, il buonismo di facciata, che spesso maschera loschi interessi sulla pelle dei disgraziati e sulla nostra.

schiavitù

Ho detto disgraziati, anche se non tutti i clandestini che sbarcano insieme ai veri profughi, sulle nostre coste, sono spinti da fame e miseria. Quanti cercano semplicemente di andare incontro alla fortuna o quanti sono delinquenti, rifiutati dal loro paese? Ma – mi chiedo – a quale cultura di rispetto della vita e della persona umana appartengono queste genti? L’esperienza diretta e le immagini parlano di livelli molto bassi; ma ciò che non viene messo quasi mai in conto è la perdita da parte di questa gente delle loro radici, così come sono, sradicati da un continente, dal loro mondo e proiettati in un altro.

Avendo riguardo, invece, alla nostra identità e alle nostre radici cristiane, stiamo vivendo una catastrofe. Penso sia chiaro a tutti che la radice comune ai popoli europei sia da ricercare nella rivoluzione cristiana dell’amore per il prossimo. Nessun altro continente ha vissuto questa rivoluzione ed è qui, a mio parere, l’argomento centrale del problema che stiamo per affrontare. Questa immigrazione fuori controllo ci dà l’opportunità di riflettere e di riavvicinarci intorno alle nostre radici. Dobbiamo essere cittadini consapevoli, paladini dei nostri diritti e delle nostre radici. Oserei dire che non tutti i mali vengono per nuocere.

Ma voglio trarre uno spunto importante per tale riflessione dalla figura del grande statista italiano Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell´Europa.
 È straordinario come De Gasperi riconoscesse, nell’implicazione civile e culturale di altri popoli, il nostro essere europei quasi coinvolgendoli nel nostro futuro. Con una certa meraviglia, infatti, possiamo leggere nella relazione da lui svolta alla Conferenza della Tavola Rotonda di Roma il 13 ottobre 1953 queste parole: «Per quanto riguarda Roma io personalmente vi vedo il vertice, forse il più elevato, di quanto ha offerto la storia civile e politica degli uomini. Ma in Europa non vi è soltanto Roma. Come trascurare l’elemento del vicino Oriente, l’elemento greco, l’elemento delle coste africane del Mediterraneo, l’elemento germanico, l’elemento slavo?… Le voci di tutte le epoche si armonizzano nel concerto europeo. Essi si fondano in una tradizione le cui radici sono classiche, ma che si estendono in ramificazioni lussureggianti e folte, una tradizione che ci ispira unendoci».
Questa nostra epoca, invece, è caratterizzata – vorrei dire offuscata – dall’appartenenza ad un Unione Europea che ha ben poco a che fare con l’Europa delle Patrie di De Gasperi e della mia gioventù. Al di là delle apparenze, l’Unione è divenuta un’anomalia perché è una creatura della finanza e non della politica. Essa è fedele alle regole (per favore, non chiamiamole leggi) del profitto della finanza mondiale e non è fedele a quelle dell’economia, quella vera e, nemmeno, a quelle della politica. La politica intesa nel senso aristotelico, diversa da quella del re o dell’amministratore perché le sfere d’azione di questi ultimi non sono caratterizzate da quella libertà e da quell’uguaglianza che sono il presupposto dell’agire degli esseri umani in politica.

Dunque, se vogliamo affrontare il problema immigrazione come membri dell’Unione Europea, per garantire il rispetto delle radici nostre e di quelle altrui, dovremo tristemente ammettere che l’Unione non è stata costruita intorno a una sua radice. Essa è essenzialmente una zona di libero mercato, detto Mercato Unico, con un sistema di cambi fissi: l’euro, creata subdolamente, seguendo un’intuizione geniale e malvagia a un tempo.

L’Europa per gli antichi greci e per i romani era una mera espressione geografica e per ricercarne le radici, dobbiamo risalire al medio-evo.

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Abbiamo citato Aristotele e lo richiamiamo ancora perché, a partire almeno dal XII sec., quando prese voga lo studio della natura, i filosofi teologico-naturali che dissertavano sul funzionamento del mondo, ebbero modo di conoscere e di condividere il pensiero aristotelico, per tramite delle traduzioni dall’arabo della sua “Filosofia Naturale”. La rivoluzione scientifica Galileiana del XVII sec. prende le mosse da quei filosofi, da quegli studi e dalle università medioevali. L’impulso dato dalla Chiesa Cattolica a quegli studi e a quelle università fu determinante per la nascita della scienza moderna in Occidente, piuttosto che nel mondo islamico, molto più avanti negli studi scientifici. Questo atteggiamento non teocratico della Chiesa trasse dalla famosa frase della pagina evangelica del tributo a Cesare: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Da qui, le radici cristiane dell’Europa.

Volenti o nolenti noi siamo gli eredi di una rivoluzione: termine che non a caso usa Croce volendo significare il carattere dirompente, e costruttivo assieme della rivoluzione cristiana, che storicamente ha operato come tutte le altre rivoluzioni che, però “… non sostengono il suo confronto, apparendo rispetto a lei particolari e limitate”.

Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione culturale che l’umanità abbia mai compiuta.

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