845.-L’ORO ITALIANO? ALL’ESTERO

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Gianni Lannes è tornato a sfiorare questioni cruciali in materia finanziaria, mentre gli italiani vengono drogati con la tv spazzatura, il calcio nonchè il patologico gioco d’azzardo, propinati a profusione dal governo dell’ineletto Renzi telecomandato dall’estero. Altro che la carta straccia dell’euro propinata con il signoraggio della BCE, a cui l’Italia il 5 gennaio 1999, non si sa a quale titolo ha conferito ben 141 tonnellate di oro. Per la Banca ex d’Italia «Le riserve auree italiane rappresentano la terza riserva aurea al mondo, dopo quella degli Stati Uniti e della Germania, la quarta se si considera anche la dotazione del FMI».

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ADDIO ORO ITALIANO E BANCA D’ITALIA!

Dopo il trafugamento dell’”Oro di Dongo” della Banca d’Italia, altre 2.452 tonnellate di oro italiano, pari attualmente ad un valore di circa 110 miliardi di euro, che, pur con qualche oscillazione, cresce tendenzialmente di anno in anno, ovvero la quarta riserva aurea al mondo, sono state trafugate in gran segreto dal governo degli Stati Uniti d’America e non risiedono più nella Banca d’Italia, grazie ad alcuni traditori della Patria che hanno fatto fortuna e carriera. Draghi Mario in primis. Perché? Quell’oro appartiene di diritto al popolo italiano e non può esser alienato. Ma allora per quale ragione i governanti italidioti hanno consentito questo furto di cui non si parla pubblicamente? Perché i responsabili politici e tecnici nostrani non sono mai stati processati? Perché questo tema cruciale non è all’ordine del giorno? Altro che crisi economica. Siamo dinanzi ad una rapina legalizzata delle risorse italiane.

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I lingotti della riserva nazionale, infatti, non sono più custoditi nei sotterranei della Banca d’Italia a Roma, ma detenuti all’estero senza alcun titolo o diritto da Stati stranieri. In altri termini, non ne abbiamo più l’effettiva disponibilità e/o possesso. Ora, pur mantenendo la natura giuridica pubblicistica della Banca d’Italia, la sostanziale privatizzazione dell’istituto operata a partire dal decreto del presidente della Repubblica numero 350 del 27 giugno 1985, a firma di Pertini, Craxi e Goria, in ossequio alla direttiva  del  Consiglio  delle Comunita’ europee 77/780 del 12 dicembre  1977 – in palese violazione dell’articolo 47 della carta costituzionale che impone il controllo dello Stato sul credito e sul risparmio – solleva più di qualche perplessità in ordine al destino delle nostre riserve auree. In sostanza: Bankitalia è ormai proprietà di banche private.

Per la cronaca ignorata: all’epoca proprio il ministro Goria sostenne ufficialmente mentendo spudoratamente, che non c’erano fondi da stanziare per il recupero del Dc 9 Itavia nel fondo del Tirreno.

La riserva aurea appartiene senza ombra di dubbio giuridico allo Stato italiano, o meglio al popolo italiano, e questo principio va riaffermato mediante concreta chiarezza, e nel più breve tempo possibile.

Le riserve auree, inoltre, in seguito alla sospensione del regime di convertibilità dei biglietti di banca «in oro o, a scelta della banca medesima, in divise su paesi esteri nei quali sia vigente la convertibilità dei biglietti di banca in oro», prevista dal regio decreto-legge 21 dicembre 1927, numero2325, hanno svolto una funzione essenziale per il governo della bilancia dei pagamenti e, quindi, dell’esposizione dell’Italia verso l’estero e, pertanto, anche di garanzia dell’indipendenza e della sovranità del popolo italiano.

Sulla base degli studi di alcuni costituzionalisti «l’analisi della normativa sinora vigente induce a ritenere che si tratti di beni pubblici di natura quasi demaniale, destinati ad uso di utilità generale, che Bankitalia non avrebbe più titolo per detenere, essendo la sua funzione monetaria confluita in quella affidata ormai alla Banca Centrale Europea; l’oro, insomma, appartiene agli Italiani e deve pertanto essere restituito allo Stato».

Che fare? Obbligare il Governo tricolore ad adottare immediatamente un atto normativo che ribadisca, in maniera esplicita, che le riserve auree sono di proprietà dello Stato italiano e non della Banca d’Italia, a prescindere dall’assetto statutario di quest’ultima; ma soprattutto ad adottare le iniziative opportune affinché le riserve auree detenute all’estero (Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Svizzera) siano fatte rientrare nel territorio nazionale, entro il termine massimo di tre mesi. In caso contrario, il popolo sovrano può obbligare con uno sciopero generale ad oltranza ed un’obiezione fiscale motivata e su scala nazionale, l’esecutivo del non eletto Renzi a rassegnare le immediate dimissioni e a traslocare fulmineamente da Palazzo Chigi. D’altronde,  il fondo monetario europeo non dispone di riserve auree, stampano carta moneta senza riserva aurea, e poi vendono questa carta straccia alle ex nazioni europee, Italia inclusa, speculando con il classico sistema del signoraggio bancario.

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LA SVENDITA DELL’ITALIA NEL 1992: L’EURO TRUFFA!

Singolare e poco esplorata coincidenza temporale. Nel 1992, vengono notoriamente trucidati i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con rispettive scorte di Polizia. Il giudice Falcone stava indagando per suo conto, sulle lavanderie mafiose di denaro di alcuni Stati. Chi ha ideato l’eliminazione dei due magistrati? Per caso il Sisde (servizio di sicurezza civile) su input piombati dall’alto della repubblichetta delle banane? Un fatto è certo: i due manovali di cosa nostra, Riina e Provenzano non avevano il potere, la capacità e nemmeno l’interesse effettivo a farli fuori.

Ecco cosa si agitava in realtà, dietro le quinte a quel tempo. Una gigantesca speculazione bancaria (ma non solo) ai danni del popolo italiano, legittimata dai politicanti Ciampi, Carli, Andreotti, Cossiga, Martelli, Amato (attuale giudice della Corte Costituzionale che da primo ministro ha messo le mani sui conti correnti degli italiani, ed è candidato dal Pd al Quirinale), e poi da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta fino ai fantocci attualmente sulla scena.

 

Che sottolineare, se non i fatti inequivocabili? Il 29 gennaio 1992 viene emanata la legge 35 (Carli – Amato) per la privatizzazione di istituti di credito ed enti pubblici. Alcuni giorni dopo – il 7 febbraio 1992 – viene promulgata la legge 82 attraverso cui il ministro del Tesoro Guido Carli (ex governatore della Banca d’Italia), attribuisce alla Banca d’Italia il potere di variare autonomamente  il tasso ufficiale di sconto.

Mediante questi due grimaldelli la Banca d’Italia è divenuta proprietà di banche private che decidono il costo del denaro sancendo il dominio della finanza privata sullo Stato, quindi sui cittadini. Giulio Andreotti in veste di presidente del Consiglio, unitamente al ministro degli Esteri Gianni De Michelis e al ministro del Tesoro Guido Carli firmano il Trattato di Maastricht, con il quale vengono istituiti il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE). Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea; essa ha il compito di emettere la moneta unica, ossia l’euro, e di gestire la politica monetaria comune.

Il 26 settembre 2005 un giudice di Lecce, con la sentenza 2978/05, condanna la Banca d’Italia a restituire ad un cittadino  la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito monetario.

Nella sentenza viene sottolineato, inoltre, come la Banca d’Italia, solo nel periodo 1996-2003, si sia appropriata indebitamente di una somma pari a 5 miliardi di euro a danno dei cittadini. Ma ancora non basta, perché la perizia del CTU nominato dal giudice evidenzia i seguenti aspetti: la Banca d’Italia è ormai un ente privato, senza controlli da parte dello Stato; come, pur avendo il compito di vigilare sulle altre banche, Banca D’Italia sia in realtà di proprietà e controllata dagli stessi istituti che dovrebbe controllare; come, dal 1992, un gruppo di banche private decida autonomamente per lo Stato italiano il costo del denaro.

Infatti la BCE è un soggetto privato con sede a Francoforte. E proprio in virtù del Trattato di Mastricht (ex art. 107) è sottratta ad ogni controllo e governo democratico da parte degli organi dell’Unione Europea.

Inoltre, tra i sottoscrittori della BCE, figurano tre stati (Svezia, Danimarca, Inghilterra) che non hanno adottato come moneta l’euro, ma che, in virtù delle loro quote, possono influire sulla politica monetaria dei Paesi dell’euro.

 

 

La Costituzione italiana (promulgata nel 1948) consente limitazioni ma solo per assicurare pace e giustizia fra le nazioni, non già cessioni della sovranità nazionale. Il popolo sovrano ha delegato i suoi rappresentanti ad esercitare la funzione sovrana di politica monetaria, non a cederla a soggetti privati. La nostra sovranità monetaria non è stata ceduta a condizioni di parità, e non a caso   la Banca d’Inghilterra anche se non rientra nell’euro partecipa alle decisioni di politica monetaria del nostro Stato, senza che lo Stato italiano possa in alcun modo interferire nella politica monetaria interna.

A tutti i politicanti, che illegittimamente hanno concesso la sovranità monetaria prima alla Banca d’Italia e poi alla BCE dovrebbero essere contestati i reati di cui ai seguenti articoli:

Art. 241 : “Chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza dello Stato, è punito con l’ergastolo”.

Art. 283 codice penale: “Chiunque commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”.

Così per non finire sotto processo e in galera i politicanti eterodiretti varano un’altra  normativa incostituzionale nel 2006 che li protegge. Si tratta della famigerata legge 24 febbraio 2006 numero 85, intitolata “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”.

Con questo artificio fuorilegge i governanti modificano esattamente gli articoli 241 (attentati contro l’indipendenza, l’integrità e l’unità dello Stato); 283 (attentato contro la Costituzione dello Stato); 289 (attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali), ovvero le figure di attentato alle istituzioni democratiche del paese, che, diciamolo, con i reati di opinione hanno ben poco a che vedere.

Perché Sel e il movimento 5 stelle non si battono per far abrogare la legge 85 del 2006, palesemente costituzionale, che assicura l’immunità ai mafiosi di Stato in doppiopetto istituzionale?

 

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