832.-La riforma costituzionale del Senato e del titolo V va a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato. Mario Donnini

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Referendum: Il vero scopo della riforma costituzionale è scritto nella RELAZIONE ILLUSTRATIVA AL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE, atto 1429, presentato dal Governo al Senato l’8 aprile 2014. Non si razionalizza la Costituzione, togliendo voce ai cittadini, non tutelando i nostri diritti contro le leggi europee; facendo venir meno l’equilibrio fra i poteri dello Stato. Altro che risparmio, altro che maggiore velocità ed efficienza! 

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La riforma costituzionale del Senato e del titolo V, spacciata per una semplificazione efficientistica e benefica, va, invece, a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato.

Un Senato delle autonomie va a sostituire il senato delle garanzie, fatte di pesi e contrappesi, in un assetto istituzionale dove, invece, le autonomie regionali appaiono molto ridotte. Infine, ma non ultimo, anche il procedimento di revisione costituzionale dell’art. 138 – ricordate? -, reso più “grave” dal ruolo del Senato, con le sue maggioranze, risulterà indebolito dalla composizione della nuova Assemblea, composta da membri di diritto, eletti di secondo grado a variabilità continua e, chi sa perché, da nominati dal Capo dello Stato. Questi e altri importanti aspetti, taciuti dal governo dei non eletti, devono essere conosciuti dai cittadini.

Il contributo positivo di questa riforma è stato di avvicinare i cittadini alla Costituzione. Voglio tentare, perciò, di seguire, insieme, un percorso di conoscenza delle vere ragioni e dei veri obbiettivi di questa riforma, al di là della propaganda del governo e dei sostenitori del pro e del contro.

SIAMO TUTTI “PARTIGIANI DELLA COSTITUZIONE”!


 

Vogliamo affermare che non di stagione di riforme si tratta; ma di un processo in atto da tempo, di costante deformazione dell’assetto costituzionale, che ha visto un suo momento apicale nel tentativo, fallito, ma ora aggirato, di demolire con la modifica dell’art. 138, la rigidità della Costituzione, quella che da valore giuridico ai suoi principi fondanti, primo fra tutti quello lavoristico.

Confesso che, addentrandomi nel merito di questa riforma, mi sono posto il quesito sulla opportunità che un Parlamento eletto con legge parzialmente illegittima, un Presidente del Consiglio nominato e mai eletto e, quale promotore, un Presidente della Repubblica per 14 anni, possano por mano, nel pieno rispetto delle garanzie democratiche, a una riforma che va a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato.

Ho citato Napolitano, perché fu un esempio dell’autoritarismo dilagante e, infatti, un mandato per quattordici anni è fuori della logica della democrazia e ciò che non è democrazia, può solo chiamarsi dittatura. In fondo, Mussolini, l’odiato simbolo della dittatura, tenne il governo per venti anni.

Potrebbe essere un problema sul quale dibattere, ma esso, in realtà, sottende e deriva da un più grande problema e, cioè, dalla volontà manifesta di armonizzazione del sistema politico italiano al Trattato di Lisbona del 2007, la così detta de-costituzione europea.

Armonizzazione richiesta, perciò, espressamente da questo Trattato e portata avanti, in questi ultimi anni, superando la volontà popolare e in modo pervicace e mai trasparente, da un regime che sta sovvertendo, snaturandole, le fondamenta della nostra democrazia.

Ho detto regime perché questo termine ben può descrivere l’occupazione – passatemi la forzatura terminologica – delle istituzioni avvenuta con procedure democratiche viziate nella sostanza, che hanno prodotto ben tre Presidenti del Consiglio non eletti.

Questo processo di adeguamento si manifesta attraverso l’indebolimento costante del sistema parlamentare, in una progressiva deformazione dell’assetto costituzionale, deviato verso una forma di democrazia plebiscitaria basata sull’onnipotenza della maggioranza e sulla delegittimazione, prima e la neutralizzazione, poi, di quel sistema di limiti, vincoli e controlli che forma la sostanza della democrazia costituzionale.

Un sistema paritario nel quale il Senato elettivo costituisce una garanzia, un contrappeso della Camera.

L’idea elementare che è alla base di questo processo è la dissoluzione della dimensione politica e rappresentativa della democrazia. E’ stato detto, con felice intuizione, che è nata la “democrazia di appropriazione”. (Es.)

Questo, per accennare al processo in atto, nel quale la riforma deve necessariamente essere inquadrata e che ci allontana, in tutta evidenza, dalla forma di Stato edificata sui principi della nostra Costituzione affidati al pluralismo e all’equilibrio fra i poteri. Questa riforma, come l’ha presentata al Senato il Presidente de Consiglio nella sua relazione, serve, soprattutto, ad avvicinarci al modello dell’Unione europea.… i Trattati europei vanno esattamente nella direzione opposta a quella della Costituzione; infatti, all’art. 3 del TUE, tra gli obiettivi dell’Unione Europea si legge chiaramente che la piena occupazione e il progresso sociale sono subordinati alla rigida cornice della stabilità dei prezzi e di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Va da sé che, in queste condizioni il “lavoro” diventa un mero surrogato delle primarie esigenze del capitale internazionale..

.. “la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato”

il mutamento terminologico apportato all’art. 117 Cost. (da “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario” a “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea”), sbandierato dai “riformatori” quale – appunto – mero e ininfluente cambio di terminologia, non rappresenta affatto il precetto che vincola il Paese all’UE a livello costituzionale, essendo il 117 inquadrabile nella cornice più generale di cui all’art. 10 della Costituzione (riassumibile nel principio di diritto internazionale “pacta sunt servanda”). Va da sé che, denunciando i Trattati europei attraverso la leva rappresentata dall’art. 50 TUE, l’art. 117 della Costituzione (attuale o nuova versione) verrebbe esautorato della sua efficacia. Le disposizioni che invece vincolano definitivamente il Paese – PER VIA COSTITUZIONALE – alla sovrastruttura Europea (quindi alla sua normativa e alle sue politiche) sono quelle di cui alla nuova formulazione degli artt. 55 e 70 Cost.

L’attuale riforma costituzionale non è che una tappa, e neppure la più traumatica, del percorso di mutamenti costituzionali che ci verranno inesorabilmente imposti in nome della governance €uropea”. In pratica, ci predispongono a cedere sovranità ulteriormente, fino ai così detti “stati uniti d’europa”, senza necessità di future modifiche della costituzione né referendum.

Voglio significare due concetti: Anzitutto, ai doveri e ai bisogni di ieri, lo Stato italiano poteva adottare nel tempo le sue politiche e opporre i suoi investimenti; oggi, non più.

Siamo stati gettati in una competizione mondiale, aperta, senza più il sostegno delle banche e il coraggio e l’ingegno non bastano più.

In questa Europa, tutto si paga subito e gli investimenti, anche, perché noi, con la moneta unica che non è di proprietà dell’Italia, ma è della Banca europea, che la stampa e ce la presta con un interesse; noi la produzione e gli investimenti li dobbiamo finanziare subito, prendendo gli euro dalle nostre tasche con le tasse o prendendoli a prestito pagando gli interessi. Non c’è più la banca che anticipa il postdatato, peggio e anche grottesco, non c’è più la banca cui affidare il risparmio.

Questa Europa è una presa per i fondelli. Il Bail In significa che quando la banca guadagna, sono soldi suoi, quando perde e fallisce paga con i soldi nostri. La pressione fiscale è oltre il limite. Possiamo solo andare a prestito, creando ulteriore debito pubblico per i nostri figli.

Con la lira, creavamo, invece, il cosiddetto debito sovrano, che non è un vero debito perché si stipula con se stessi, naturalmente, entro certi limiti.

Gli investimenti per favorire la piena occupazione voluta dalla Costituzione erano finanziati così e funzionava, direi, bene, adempiendo, appunto, al dovere costituzionale, perché questo significa l’art. 1 “La Repubblica è fondata sul lavoro.” Questo è il compito della politica e non il pareggio di bilancio!

Oggi stiamo vivendo un ribaltamento di valori epocale che rischia di travolgerci: L’economia detta le regole e non più il diritto. I governi di ieri cercavano di adottare politiche e leggi che indirizzassero l’economia; oggi è l’economia che impone le leggi dei mercati e del profitto ai governi.

Perché questa apparente divagazione? Perché la riforma è stata voluta dalle banche J.P. Morgan o chi che sia, non importa; essa è funzionale alla governance europea, che noi non votiamo!

Accennavo allo scopo della riforma.

Per ammissione del presidente del Consiglio, non è quello di rendere più efficiente la macchina dello Stato, bensì di attuare l’armonizzazione dell’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea.

E’ scritto nella RELAZIONE ILLUSTRATIVA AL DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE presentato dal Governo al Senato l’8 aprile 2014. Lo ha detto bene Giuseppe Palma. Altro che risparmio, che maggiore velocità ed efficienza. Ve lo leggo e giudicate voi:

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“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione (la loro!) della governance economica europea” e, poi, “il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno, da ultimo, interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e autonomie territoriali.

Razionalizzare eliminando il fastidio del confronto con i cittadini. Questa è la verità. Il resto sono storie.

L’Unione europea vuole cancellare i nostri diritti perché non è l’espressione dei popoli europei, ma della finanza mondiale. Vuole sempre più potere perché la legge del profitto è contraria allo Stato sociale. Per essa, il welfare, la tutela della salute, le pensioni sono costi che diminuiscono i profitti.

Ebbene, l’Unione europea non ha scelto lo Stato sociale, ma la competitività sui mercati mondiali e più ci avvolge nella sua trama e più vediamo che lo Stato sociale, le conquiste dei lavoratori, prima e, poi, quelle dei cittadini si sgretolano.

Invece, la Costituzione della Repubblica è intessuta su una trama di principi: Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà. Non c’è Libertà senza Dignità e non c’è Dignità senza Lavoro. Della Solidarietà parleremo a parte leggendo l’art.38 della Costituzione: 38. Questi principi sintetizzano, perciò, un unicum che rappresenta la nostra identità, fatta di storia, tradizione, cultura e diritto.

Di fronte all’espansione del diritto comunitario ed all’invasione e da parte sua dell’ordinamento nazionale, le Corti costituzionali italiane e tedesca hannno elaborato la teoria dei “controlimiti”.

In sintesi, vi si afferma che le norme comunitarie non possono violare  i principi fondamentali ed i diritti inviolabili sanciti dalle costituzioni nazionali. La Corte costituzionale italiana ha affermato che le limitazioni della sovranità nazionale consentite dall’art. 11 Cost. e le limitazioni di sovranità, conseguenti alla partecipazione italiana al processo di integrazione europea, non possono comportare un ” inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o i diritti inalienabili della persona umana”.

Perché non vi si fa cenno nella riforma?

Perché diciamo NO? Perché non ci piace questo sistema? Ve lo dico subito: Perché non c’era bisogno di fare una guerra civile per farci comandare da un’oligarchia e scoprire che la democrazia non fa per noi.

E, allora, la Resistenza di oggi si farà con il voto, il 4 dicembre.

Abbiamo compreso che gli obbiettivi della riforma sono principalmente due:

Primo. Ridurre la rappresentatività, la vostra! Si vuole indebolire il Parlamento per evitare il confronto sociale e perché il Governo possa far approvare leggi impopolari non volute dalla maggioranza dei cittadini. Con il controllo della maggioranza della Camera e la riduzione del Senato a né carne né pesce, potrà farlo.

Secondo. La riforma vuole creare le condizioni perché si possa affermare il primato del diritto comunitario sulla Costituzione dei lavoratori. Questo fa capo alla impossibilità di legiferare dando voce a 28 parlamenti in 24 lingue diverse.

Per questo motivo riforma e Italicum devono essere visti insieme.

Con il nuovo Senato la funzione legislativa sarà esercitata da una Camera filogovernativa e da un corpo ristretto in rappresentanza dei consiglieri regionali.

Con tutti i problemi che abbiamo, certamente, nessuno di noi sentiva l’urgenza di revisionare il ruolo e la composizione del Senato e la cd navetta.

Non è certo la minore o maggiore velocità che decide della qualità di un legislatore, ma è la Qualità. Questo corpo normativo è caratterizzato da una così fitta congerie di leggi mal scritte, spesso non articolate in modo organico, che anche l’opera degli addetti ai lavori ne soffre.

La velocità dipende esclusivamente dalla buona volontà dei partiti e dai loro interessi. Lo abbiamo visto e rivisto: sette giorni per la legge Fornero e anni e chissà se mai, per il reato di tortura.

Se non si riformano i partiti, i problemi del legislatore resteranno, sia con il bicameralismo paritario sia con quello imperfetto, sia con il monocameralismo, a meno di non dare al sistema una svolta autoritaria, allontanandoci dalla democrazia.

Affermo, quindi, che non abbiamo bisogno di velocizzare le leggi, che sono fin troppe, ma di rappresentare realmente la volontà del popolo sovrano e di legiferare bene per dare concreta attuazione alla trama dei Principi Costituzionali, in parte disattesa e, in parte e, perciò, molto peggio, contraddetta.

Mi riferisco a due esempi, in particolare, che trovo calzanti: l’art. 38 e l’art. 81 della Costituzione. Per concludere questa nostra chiaccherata, voglio leggerveli:

L’art. 38 che ha rappresentato un ulteriore, effettivo progresso dello Stato sociale, perché (superando le concezioni mutualistiche, espressione nel passato di un rapporto limitato alla cerchia dei soli lavoratori) ha introdotto nell’ordinamento costituzionale una concezione più ampia della sicurezza sociale. In buona sostanza dice che è compito della collettività provvedere alla liberazione dal bisogno di tutti i cittadini. A chi afferma che la Costituzione sia vecchia, oppongo questo articolo, Esso dimostra, invece, che è così moderna da non riuscire ad essere applicata da uno Stato ancora arcaico, in particolare, per quanto riguarda i suoi Enti Territoriali (*). Lo leggo:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera.

Qui si parla di esigenze di vita e non del profitto.

In pratica, lo Stato si fa carico in prima persona dell’assistenza sociale, cioè di adottare quelle misure che servono a garantire un adeguato tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una certa soglia e non può procurarsi altre entrate. Fa capo a questo articolo anche la disciplina pensionistica previdenziale e, cosa che credo vi riguardi, la Corte ha ritenuto che, nel quadro di esigenze generali di equilibrio socio-economico, sia costituzionalmente legittima l’esclusione del lavoratore, che abbia raggiunto il massimo dell’età pensionabile, dell’opzione diretta alla prosecuzione del rapporto, a causa della tutela di un interesse prevalente, quale quello dei giovani a trovare un’occupazione che ne favorisca lo sviluppo della personalità e la partecipazione all’organizzazione economica e sociale del paese. Ecco, dunque, che spostare in avanti l’assicella dell’età pensionabile, rappresenta uno dei tanti esempi in cui le esigenze di far quadrare il bilancio con i vincoli europei contrastano con la Costituzione.

Passiamo all’art. 81, che, con la novella del 2012, ha introdotto in Costituzione la regola del Pareggio in Bilancio, cioè il principio per cui l’ordinamento, ad ogni livello (centrale ma anche locale, deve garantire il pareggio tra spesa ed entrate. Il bilancio rappresenta lo strumento necessario per il funzionamento della finanza pubblica: è attraverso il bilancio che si attuano le scelte operate dal governo circa gli obiettivi di politica economica. La riforma è stata imposta a livello costituzionale dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

Con la sottoscrizione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria (c.d. Fiscal compact), a marzo 2012, gli Stati membri dell’Unione europea si sono impegnati a introdurre nei propri ordinamenti il principio del pareggio di bilancio.

L’Italia si è allineata alle disposizioni normative comunitarie con l’approvazione della legge costituzionale n. 1/2012, che introduce nell’ordinamento un principio di carattere generale, secondo il quale tutte le amministrazioni pubbliche devono assicurare l’equilibrio tra entrate e spese del bilancio e la sostenibilità del debito, nell’osservanza delle regole dell’Unione europea in materia economico-finanziaria.

1) Cosa significa il pareggio di bilancio in costituzione?

Significa diverse cose. In primo luogo, che da oggi il nostro ordinamento costituzionale si ispira ad una precisa concezione economica, quella neoliberista in salsa tedesca, secondo cui la ricetta per la crescita consiste di 3 elementi: libertà dei mercati, politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia.

Di fatto, viene illegalizzato il keynesismo

Il ricorso all’indebitamento è dunque ammesso solo entro i limiti, ma non solo.

Questa modifica alla Costituzione rende tra l’altro inattivabili i diritti previsti da altri articoli della Costituzione, qualora per dare attuazione ad essi lo Stato debba chiudere in deficit il proprio bilancio. Questo può riguardare, ad esempio, la tutela della salute quale fondamentale diritto dell’individuo, e le garanzie di cure gratuite agli indigenti, previste dall’art. 32 della Costituzione. Oppure il diritto alla gratuità dell’istruzione per gli otto anni della scuola dell’obbligo, o il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (art. 34). O ancora quanto previsto dall’art. 38: “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. In tutti questi casi i tagli necessari al bilancio dello Stato per raggiungere il pareggio possono pregiudicare, ancora di più di quanto già accada oggi, l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti.

Infine, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio impedisce allo Stato di effettuare gli investimenti necessari a migliorare le condizioni generali di produzione (si pensi alle infrastrutture fisiche, a quelle immateriali che consistono nella promozione della ricerca e della conoscenza, e a quelle giuridiche, ossia a un sistema giudiziario ben funzionante), la produttività e la crescita economica. Questo è molto grave, perché introduce un ulteriore vincolo in un periodo delicatissimo della vita economica di questo Paese.

Tutto questo è coerente con la riforma, ma perché, se si vuole l’integrazione dei 28 stati europei, l’Italia deve essere indebolita svendendo i suoi assetti strategici , quelli pregiati e i servizi essenziali? Questo per ridurre il debito pubblico che vola senza controllo? A quali interessi fa capo questo Governo? Per vendere i servizi essenziali è necessario prima riformare il Titolo V. Provarono, perciò, a demolire la procedura aggravata dell’ art. 138, quella che da anche valore giuridico ai principi. Sembrava cosa fatta e, allora, come oggi, misero in vetrina i servizi pubblici da vendere, ma alcuni benemeriti deputati lo salvarono. La Costituzione fu scritta da onest’uomini e attribuisce ai rappresentanti delle istituzioni troppa fiducia e protezione. Penso all’immunità degli eletti dal popolo verso il sovrano; ma che senso ha, oggi che il sovrano non è più il re, ma lo stesso popolo?

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2 pensieri su “832.-La riforma costituzionale del Senato e del titolo V va a incidere sulla forma di governo e sulla forma di Stato. Mario Donnini

  1. Claudio Martino

    Altro dato a mio avviso assai preoccupante, non vengono rafforzati i contrappesi costituzionali. Al contrario, la riduzione del Senato ad una rappresentanza non più eletta direttamente dai cittadini indebolirà il ruolo del Parlamento, con dirette ricadute sull’elezione del Presidente della Repubblica e dei membri della Corte Costituzionale. Inoltre, tutto ciò che la riforma prevede in termini di garanzie (statuto delle opposizioni, leggi di iniziativa popolare, referendum propositivi) è enunciato in modo vago e rimanda a leggi e regolamenti parlamentari successivi, legati alle contingenze politiche del momento.
    Infine, la riforma è scritta in modo confuso, a tratti contraddittorio (art. 57), con una pletora di perifrasi e rimandi interni (art. 70) che, oltre a rendere difficile la comprensione del testo perfino a esperti giuristi, ingenererà conflitti di interpretazione. Anche questo è un sintomo della tendenza a considerare la Costituzione come una carta nel gioco della politica quotidiana, a ritenere che ogni governo sia legittimato a fare la “propria” riforma costituzionale. Se così fosse, sarebbe messo a repentaglio il patrimonio del costituzionalismo contemporaneo, nel quale le costituzioni sono sovraordinate alla legislazione ordinaria e pertanto costituiscono la garanzia dei principi fondamentali dell’ordinamento, dei diritti dei cittadini e delle cittadine.
    Per queste ragioni, di metodo e di merito, e ne glisso altre voterò No al referendum del 4 dicembre . Così va bene ?

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  2. LA COSTITUZIONE E’ FONDATA SU LAVORO E DIGNITA’, PERCIO’, DA OGGI, MI CHIAMO “PARTIGIANO DELLA COSTITUZIONE”!
    L’Italia del Lavoro era la 5a, la 4a potenza industriale, ma è entrata nell’Unione europea, come una vacca entra nel macello. Il grande successo dell’‪€uro ce lo dice il Censis: figli più poveri dei nonni! redditi del 15% sotto la media! 11,6% di disoccupati e più del 36% fra i giovani. Gli ultimi dati sono in leggero calo perché diminuisce la propensione a cercare il lavoro che non c’è! Il traffico di esseri umani ci ha portato, solo quest’anno, altri 171.000 avventurieri, cui dovremmo dare un lavoro che non c’è! Che senso ha? In Italia una persona su tredici vive in povertà assoluta. Nascono sempre meno italiani! Non biasimatemi, non è terrorismo. Lo dice l’ISTAT. E’ la morte economica della Nazione. L’Euro ci ha tolto 15 anni di vita e non è finita. Stiamo sprofondando nel mondo e nell’Unione europea e siamo tornati indietro al 1999. Non si vedrà più luce. Dov’è la crescita dell’1% all’anno? Questi governi ci divorano con le tasse, ma non sono in grado di rilanciare l’economia…o non vogliono? Siamo passati da un sistema di banche solido a una crisi delle banche; ma i principali azionisti di queste banche sono privati, non “investitori istituzionali” come in Francia. Per questo hanno fatto una legge per cui i guadagni delle banche sono loro e le perdite e i fallimenti sono nostri. Vogliono azzerarci per rapinare i nostri patrimoni. Presto cominceranno con quello artistico e non dicano che vogliono integrarci perché non si integrano i morti. E poi: Non si integrano popoli diversi, socialmente evoluti, solo con una moneta unica. L’Euro perde terreno perché non regge al confronto democratico. Ritorniamo alla Comunità degli Stati sovrani e allo Stato sociale. Lo Stato esiste per proteggerci e deve essere protetto. Gli Stati sono come le case. Le case hanno le mura e le porte che si aprono e chiudono e la mia casa è l’Italia.

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