818.-L’Europa democratica di Altiero Spinelli

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Da Il Manifesto del Movimento Federalista Europeo [seconda stesura del manifesto di Ventotene, perduto] di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann e, poi, Eugenio Colorni, all’Unione europea delle banche, concretizzata dai Trattati di Maastritch e di Lisbona, c’è il trapasso dell’ideale di un’Europa unita e democratica. Altiero Spinelli seppe anticipare un mondo di stati-continenti in cui l’Europa si sarebbe dovuta misurare con potenze sovrane di dimensioni superiori a quelle degli stati nazionali. “Senza federazione, nessuna indipendenza. Senza indipendenza, niente libertà”… ma la competitività su cui fonda l’Unione europea va contro la trama dei principi costituzionali: Libertà. Eguaglianza, Dignità, Solidarietà e, diciamo: “ Senza lavoro, non c’è dignità e senza dignità, non c’è libertà”. E allora? Allora a noi, dare voce e coscienza democratica ai giovani europei, per creare una forza politica esterna ai partiti tradizionali, inevitabilmente legati alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide del prevalere dell’economia sul diritto, in questa crescente internazionalizzazione. Buona lettura.

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Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann.

Ursula Hirschmann, politica e antifascista tedesca socialdemocratica, fu moglie di Eugenio Colorni e, dopo la sua morte, di Altiero Spinelli. Il suo impegno per la diffusione del Manifesto di Ventotene a Roma e Milano, mentre i suoi autori erano confinati a Ventotene, fu molto importante. Si impegnò per la formazione del Movimento Federalista Europeo e fondò a Bruxelles l’associazione “Femmes pour l’Europe”.

Co-autore, insieme a Ernesto Rossi, del Manifesto per un’Europa libera e unita (1941), fondatore con Rossi, Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann e altri antifascisti del Movimento Federalista Europeo (1943), ispiratore, a partire dal 1951, del progetto di Comunità politica europea, autore nel 1957 del Manifesto dei federalisti europei, che definiva l’azione del Congresso del popolo europeo (1956-1962), commissario europeo (1970-1976) e promotore nel Parlamento europeo (1980-1984) di un progetto di Trattato che istituiva l’Unione europea, Altiero Spinelli è morto a Roma il 23 maggio 1986, esattamente trent’anni fa.

Quello che colpisce oggi il lettore di Spinelli è che egli aveva dell’Europa una visione fedele all’etimologia greca del nome (una delle molte possibili): lo sguardo (òps) che spazia in lungo e in largo (eurùs). Chiuso nel carcere fascista, seppe anticipare un mondo di stati-continenti in cui l’Europa si sarebbe dovuta misurare con potenze sovrane di dimensioni superiori a quelle degli stati nazionali. Senza federazione, nessuna indipendenza. Senza indipendenza, niente libertà… Già negli anni Cinquanta sosteneva che la sovranità dei piccoli stati europei era fittizia. Trent’anni dopo la sua morte ciò appare ancora più vero, a dispetto delle illusioni in cui gli stati vorrebbero cullarci: essi hanno addirittura abdicato, nelle mani delle grandi industrie del CO2 e di una finanza ormai fuori controllo.
Il popolo europeo

Pur servendosi senza distinzioni delle espressioni “Stati Uniti d’Europa”, Federazione europea”, “Europa federale” o “federata”, Spinelli ne serbava un’idea radicalmente democratica: la sua Europa non si limita a federare degli stati, stabilendo la pace, ma unisce un “popolo”. Gli Stati Uniti di Spinelli non sono solo una potenza continentale, ma prima ancora una cosa pubblica, res publica. Questa “cosa”, questa realtà, appartiene a un popolo, che si dichiara nel momento stesso in cui la costituisce. E nella federazione il popolo non è la finzione di un tutto indifferenziato, come si pretende nello stato-nazione, ma un insieme complesso, formato dai cittadini della federazione e dai popoli degli stati federati. In questo modo il potere costituente appartiene ai cittadini due volte: in quanto cittadini europei e in quanto cittadini degli stati membri.

Questa figura di cittadino europeo, che Spinelli aveva introdotto nel suo progetto e che il Trattato di Maastricht ha imitato, fa tutta la differenza. È più che possibile che essa sia in Europa l’ultima risorsa della democrazia di fronte al paradigma intergovernativo post-democratico, che non tollera più deviazioni dalle norme neoliberiste, benché queste stesse norme “siano quelle che generano i fattori di crisi e aggravano la situazione sociale”, come scrivono Pierre Dardot e Christian Laval in Ce cauchemar qui n’en finit pas (2016).

Spinelli – che si batteva contro le porte chiuse e il veto, preferendo la deliberazione pubblica e il voto, e voleva un sistema di perequazione finanziaria “per attenuare gli squilibri eccessivi” (dal suo Progetto di Trattato) – avrebbe gettato sulla situazione attuale uno sguardo ironico, lo stesso che fece in tempo a gettare sull’Europa dell’Atto Unico.

Contro gli europeisti che si pavoneggiano con un simulacro di democrazia europea, Spinelli avrebbe denunciato una “democrazia senza il popolo” (Joseph H. H. Weiler, 2014), in cui si vota senza il potere di scegliere, e destra e sinistra fanno la stessa politica, decisa per consensus nei conciliaboli degli esecutivi (quello pseudo-federalismo che Jürgen Habermas ha denunciato dopo il 2011), secondo leggi arbitrarie che subordinano la sfera pubblica a quella privata. È a partire dalle fondamenta, a partire dalla cittadinanza europea, che si deve ricostruire l’Europa.

….la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

Costituire la federazione

Nel 1956, dopo lo scacco della CED (la Comunità europea di difesa), il progetto spinelliano del CPE (il Congresso del popolo europeo) muoveva da un’intuizione premonitrice: non si sarebbe fatta l’Europa senza fare gli europei. Come constata oggi Michel Aglietta a proposito dell’incompiutezza dell’euro (La monnaie entre dettes et souverainetés, 2016), un senso di appartenenza non si istituisce per decreto: “Una suggestione che emerge dai dibattiti politici è che serve un contratto sociale per l’Europa. È il riconoscimento di un bene comune che occorre preservare e far crescere”. Il contratto sociale deve venire prima (o almeno con) la costituzione politica.

Fare gli europei, stringere un patto civico riguardo ai “beni comuni continentali” (un’Unione economica e monetaria completa, un reddito minimo di cittadinanza, una Carbon Tax) precederà (o accompagnerà) un patto repubblicano (o united pact). Ma è meglio non contare troppo, per arrivarci, sui governi, le diplomazie, i professionisti della politica, quelli che Spinelli chiamava “i profittatori della sovranità nazionale”.

Spinelli era corso ai ripari invitando il Parlamento europeo a ricoprire un ruolo costituente: se saranno i governi a riformare i Trattati, “allora avremo un’Europa delle frontiere, un’Europa à la carte, vale a dire la fine delle nostre speranze, ma anche la distruzione di ciò che è stato compiuto finora” (dal discorso al Parlamento europeo del 21 maggio 1980). È il punto in cui siamo oggi.

Allora, forse gli europei decideranno di farsi da soli, federando le loro iniziative, orizzontalmente. Perché non riprendere l’idea del Congresso del popolo europeo adattandola ai tempi nuovi, quelli dell’iniziativa dei cittadini, del sorteggio, del digitale, della collaborazione?… Questa è, almeno, la convinzione che anima i promotori del “Manifesto continentale”

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2 pensieri su “818.-L’Europa democratica di Altiero Spinelli

  1. Oggi il confronto sull’Europa è generazionale, perché è fra due mentalità – due mondi – che si incarnano in generazioni diverse e ormai in completo disaccordo sulla strada da seguire: da un lato l’europeismo, che è il cosmopolitismo applicato alla questione europea, la volontà di costruire un mondo integrato e inclusivo nel quale la linfa della democrazia possa tornare a scorrere con un vigore nuovo, e a cui la maggioranza dei giovani non intende rinunciare; dall’altro il nazionalismo, il sogno nostalgico di una chiusura al mondo, di un ritorno a un passato che non tornerà mai, e che tuttavia sta stregando le vecchie generazioni di europei come una specie di torbido incantesimo, un cupio dissolvi indotto da un confronto troppo repentino con un mondo che non si riesce più a comprendere, e che spaventa.

    Così, a un’Europa vitale e proiettata verso il futuro, capace di credere fino in fondo in se stessa, e pronta a scommettere su un passato millenario come su un capitale da investire per aprire una nuova epoca, si contrappone un’Europa sonnambula che cammina sul cornicione della storia ascoltando sirene inesistenti, abbagliata da un sogno confuso che è, in realtà, solo una vaga reminiscenza. La nuova Europa senza frontiere interne contro la vecchia Europa delle dogane. L’Europa di Jo Cox contro l’Europa del suo assassino. A noi la scelta. Ma, per fortuna, i giovani europei hanno già scelto.

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  2. Può darsi che la distanza dei giovani dalla politica sia un mito da sfatare, come altri. Ci sono pochi dubbi sul fatto che la politica stia vivendo una crisi di partecipazione e di consenso, e che siano soprattutto le generazioni più giovani a disertarla. Però la spiegazione potrebbe essere meno scontata di quelle in cui solitamente ci imbattiamo sfogliando il web e i giornali. Forse i giovani hanno le loro buone ragioni.

    La politica non è in crisi per causa loro. È in crisi perché è in crisi lo stato nazionale, cioè la forma dentro la quale è stata concepita e vissuta fino ad oggi. Una delle sviste in cui gli opinionisti incorrono più volentieri nelle loro analisi è la pretesa che il sistema degli stati nazionali sia il contenitore naturale, la forma di organizzazione sempiterna e indiscussa della società europea. C’è chi ritiene addirittura che sia l’unico contesto in cui la democrazia in Europa è concepibile.

    Un’idea a cui è difficile trovare un fondamento. Lo stato-nazione è un prodotto – abbastanza recente – della storia europea: ha avuto un principio e un culmine, e vive oggi la fase discendente della propria parabola, sempre più compresso, impedito e bypassato dal progressivo globalizzarsi delle dinamiche economiche e sociali. Non solo non c’è ragione di supporre che sia l’unico ordinamento possibile per la democrazia, ma sembra vero il contrario: ogni anno che passa rende più urgente pensare a forme nuove e meglio dimensionate, contesti istituzionali più articolati in cui rideclinare i vari modi del vivere civile, e tra questi i modi della rappresentanza.

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