814.-PERCHÉ LA RUSSIA SALVERÀ IL MONDO

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«Correvate intorno come scarafaggi quando avete saputo che stavo arrivando. Avete preso in ostaggio gli operai di questa fabbrica, con la vostra ambizione, incompetenza e pura avidità. Ci sono in ballo migliaia di vite, è assolutamente inaccettabile. Se voi proprietari non potete raggiungere un accordo, allora questa fabbrica sarà fatta ripartire, in un modo o nell’altro».

Giugno 2009, Pikalёvo, cittadina industriale a circa duecentocinquanta chilometri da San Pietroburgo. Migliaia di operai, che non ricevono lo stipendio da mesi, stanno per essere licenziati e la loro fabbrica sta per essere chiusa da quegli stessi dirigenti che ne avevano tratto profitti milionari.

Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, decide allora di intervenire. E lo fa alla sua maniera. Si reca personalmente nella fabbrica, convoca tutti i proprietari ed indice una conferenza stampa.

Alla fine gli imprenditori, compreso Oleg Deripaska, uno degli oligarchi più ricchi e famosi di tutta la Russia, sono costretti ad accettare l’accordo proposto da Putin. Sul documento manca solo una firma, proprio quella di Deripaska.

«Lei ha firmato?», gli chiede Putin. «Sì, ho firmato». «Non vedo la sua firma, firmi qui». Deripaska allora si alza dalla sedia, si avvicina alla scrivania dove lo aspetta Putin con il documento e la penna e firma l’accordo.

I flash delle fotocamere immortalano quanto sta accadendo e mentre l’oligarca sta per tornare al suo posto con la coda tra le gambe, Putin lo gela dicendogli: «mi ridia la penna».

Certo, è una scena volutamente teatrale, ma dietro l’esibizione in favore di telecamere e giornalisti si cela un alto significato simbolico: a nessuno, neanche all’uomo più ricco di tutta la Russia, è consentito di compiere azioni in contrasto con gli interessi dello Stato e della comunità nazionale.

Nessun oligarca era mai stato umiliato in pubblico in tale maniera. I tempi di Eltsin sono ormai un ricordo sbiadito.

Le liberalizzazioni e privatizzazioni selvagge accompagnate dallo smantellamento dello Stato sociale, l’adozione immediata di un’economia di mercato senza contrappesi efficaci nella sfera pubblica, la perdita dell’integrità territoriale e lo smantellamento di settori consistenti dell’apparato militare conseguenti al crollo dell’Unione Sovietica, insomma il percorso autodistruttivo iniziato da Gorbacёv e portato a compimento da Eltsin, aveva consegnato la neonata Federazione Russa nelle grinfie di un pugno di oligarchi, i quali, rilevando per un piatto di lenticchie la proprietà dei settori economico-finanziari strategici dell’ormai ex URSS, erano diventati di fatto i veri padroni del Paese.

La classe media si assottigliò fin quasi a sparire, mentre masse sempre più grandi di popolazione scivolavano verso la povertà.

Industria e servizi erano allo sfascio, i capitali fuggivano all’estero, mentre il prezzo di petrolio e gas, materie prime abbondanti in Russia e notevoli fonti di introiti, stava scendendo drasticamente.

I vincitori della guerra fredda, gli Stati Uniti, non potevano chiedere di meglio: una Russia fragile, umiliata, impoverita, da sfruttare unicamente come rivenditore all’ingrosso di materie prime a basso costo è sempre stato il sogno di Washington e del complesso militare-industriale americano.

Mancava solo il colpo di grazia: lo smembramento territoriale di quel Paese così vasto e così ricco di petrolio, gas, derrate alimentari e risorse idriche.

La Russia avrebbe dovuto fare la stessa fine della Jugoslavia: trascinata in una guerra civile alimentata da vecchi contrasti etnici e nazionalistici fomentati dall’esterno, bombardata e poi occupata dalla NATO, infine balcanizzata.

La ribellione cecena del ’94 avrebbe dovuto avviare questo piano di annientamento. Come se ciò non bastasse nel 1998 si abbatté sul Paese una gravissima crisi finanziaria: il governo non fu in grado di pagare diversi miliardi di dollari di debito pubblico dovuti sul mercato interno; i risparmi dei russi andarono in fumo, l’inflazione si impennò, la maggior parte degli stipendi non vennero più pagati, un terzo della popolazione fu trascinata nella povertà.

Molti governatorati locali iniziarono a ribellarsi al Cremlino, decisero di non pagare più le tasse al governo federale e di agire unicamente in base ai propri interessi. Alla fine del 1998 il governo federale non aveva più il minimo controllo sui governi locali: di questi, due su tre avevano approvato misure, procedure o leggi anticostituzionali.

La Russia era un Paese fallito. La sua stessa esistenza come Stato unitario, dopo mille anni di storia, era in pericolo.

È in questo clima di anarchia e disperazione che fa il suo ingresso Vladimir Putin.

Nel luglio del ’98 Eltsin lo nomina capo dei Servizi di Sicurezza Federali, il FSB erede del KGB, poi gli affida l’incarico di riportare l’ordine tra i territori ribelli. Il piano di Putin è semplice: epurare chi aveva violato la legge, usando anche il pugno di ferro, nella fattispecie l’esercito.

In breve tempo i governatori locali firmano i nuovi accordi di centralizzazione con Mosca, chi non lo fa è invitato a dimettersi, mentre i più recalcitranti vengono arrestati.

Un anno dopo Boris Eltsin lo nomina capo del governo. La prima emergenza da affrontare è la guerra in Cecenia, entrata in una fase più grave e sanguinosa, con tanto di attentati a Mosca.

«Scoveremo i terroristi ovunque, se saranno negli aeroporti li prenderemo negli aeroporti, se saranno al cesso li affogheremo lì, ecco come moriranno, scusate l’espressione». Alle parole seguono presto i fatti: Putin assume personalmente il comando delle operazioni, nel settembre 1999 le Forze Armate entrano in Cecenia, cinque mesi dopo fanno il loro ingresso nella capitale, Groznij.

La ribellione è stata domata, la guerra è vinta. L’enorme popolarità derivante da questo trionfo gli spiana la strada per l’elezione a presidente della Federazione Russa, il mese successivo.

Con Putin al Cremlino i rapporti di forza tra politica ed economia, tra Stato ed oligarchi, mutano radicalmente: «avete accumulato enormi ricchezze in questi anni, a volte anche con metodi poco chiari, ma non importa, potete tenervi quello che avete conquistato ma pagate le tasse e smettete di interferire con la politica».

È questo il senso del messaggio che Putin lancia agli oligarchi, tutti legati a doppio filo a Wall Street ed alla City di Londra. Chi non accetta di ridimensionarsi e vuole continuare a nominare ministri e ad esercitare attività di lobbying sulla Duma, viene colpito duramente, anche con il carcere. Una soluzione autoritaria ma necessaria per salvare il Paese.

I comparti strategici vengono nazionalizzati, gas e petrolio adesso vengono venduti all’estero a prezzi equi, non più a condizioni umilianti, da Paese del terzo mondo.

Al terzo mandato presidenziale e dopo uno da primo ministro, Putin ha riportato la Russia alla ribalta sullo scenario mondiale: ha ereditato un Paese distrutto e lo ha trasformato in una grande potenza, secondo il posto che gli spetta nello scacchiere internazionale.

Negli ultimi quindici anni il Pil russo si è più che decuplicato, il Pil procapite oggi è quasi venti volte il livello del 1999, le finanze dello Stato, complice anche l’aumento del prezzo delle materie prime degli anni 2000, sono finalmente in ordine.

Va da sé che una Russia di nuovo forte ed autorevole, guidata da un presidente che gode di un ampio consenso da parte del suo popolo, costituisce un problema per l’Occidente. È naturale che i network occidentali abbiano demonizzato, e continuino a farlo con esiti sempre più controproducenti, la figura di Putin, dipingendolo talora come un dittatore, talaltra come un omofobo o ancora come un pazzo guerrafondaio, una sorta di nuovo Hitler.

E questo proprio mentre la NATO si espandeva sempre più ad est, dopo aver promesso, negli anni di Eltsin, che non si sarebbe avvicinata di un centimetro ai confini russi: al ritiro unilaterale delle basi militari russe dai Paesi ex sovietici, la NATO ha risposto con il dispiegamento delle sue basi proprio in quegli Stati fino a pochi anni prima sotto l’influenza sovietica.

Eppure i media occidentali continuano a ripetere ossessivamente che l’aggressore è la Russia. «Gli Stati Uniti non desiderano avere alleati, ma solo vassalli. Con la Russia questo non può funzionare», ebbe a dire una volta Putin.

La verità è che è la Russia ad essere minacciata: è oramai interamente circondata dalle basi militari del Patto Atlantico, ha subito i colpi di Stato filo-occidentali in Georgia ed Ucraina, oltre ai terribili attentati al teatro Dubrovka di Mosca e nella scuola di Beslan, entrambi opera di terroristi ceceni.

Quel terrorismo internazionale, domato sul piano interno, che la Russia continua a combattere strenuamente in Siria contro l’Isis, responsabile dell’esplosione di un suo aereo di linea l’anno scorso sul Sinai.

Eppure il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha recentemente affermato che la Russia rappresenta una minaccia alla sicurezza mondiale maggiore dell’Isis, combattuto dall’Occidente più con le parole che con i fatti, allo stesso livello del virus ebola.

Tralasciando i rapporti quantomeno ambigui degli Stati Uniti e dei suoi alleati, monarchie del Golfo Persico e Turchia su tutti, con le organizzazioni terroristiche islamiste, è grottesco che lo Stato che più di ogni altro stia combattendo il terrorismo internazionale nel mondo, e stia pagando per questo un prezzo altissimo, venga al contrario considerato una minaccia per la pace e la sicurezza globale.

La verità è che la Russia, cuore del cristianesimo ortodosso, ha saputo costruire un modello vincente di integrazione, fatto di amore per la Patria, rispetto delle leggi, difesa dei confini, vera laicità e senso di appartenenza ad un destino comune, grazie al quale le numerose minoranze etniche e religiose presenti sul suo vasto territorio si sentono parte integrante di un unico popolo.

Un esempio su tutti: qualche mese fa Putin in persona ha presenziato all’inaugurazione, a Mosca, della più grande moschea d’Europa, poiché in Russia tutti, compresi i venti milioni di musulmani, sono liberi di esercitare la propria fede, a patto di rispettare le leggi dello Stato.

«Senza i valori presenti nel Cristianesimo e nelle altre religioni del mondo, senza gli standard morali che si sono formati nei millenni i popoli perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Se tutto è messo sullo stesso piano anche la fede in Dio viene a equivalere alla fede in Satana».

Gli applausi ricevuti in quel contesto da Putin, probabilmente non sarebbero arrivati qui, in Occidente, dove di tutto conosciamo il prezzo e di nulla il valore, dove ogni forma di tradizione e di etica ha lasciato il posto alla logica del profitto ad ogni costo, dove l’unico orizzonte possibile è quello del produci-consuma-crepa, dove l’essere umano è degradato al rango di mero consumatore atomizzato senza identità, dove tutto è concesso, basta avere i soldi per poterselo permettere.

I valori dell’Occidente sono rimasti quelli bollati, mentre la spiritualità della Russia è ancora viva. Un episodio è emblematico in tal senso.

Novembre 2013, Putin si reca in visita ufficiale in Vaticano da Papa Francesco. Gli porta in dono una copia dell’Icona della Tenerezza, raffigurante la Madonna con il Bambino, protettrice della Russia.

I russi attribuiscono a quest’icona la salvezza dalle orde mongole di Tamerlano tra XIV e XV secolo e dalla Germania nazista nell’ultima guerra mondiale. Per tutto il popolo russo è un simbolo sacro.

Putin la porge al Pontefice, il quale la degna appena di uno sguardo e la appoggia sul tavolo come se fosse una scatola di cioccolatini. Ed è divertente osservare quel colonnello sovietico, addestrato a rimanere sempre freddo e a dissimulare le proprie emozioni, vacillare per un attimo, consapevole dell’affronto che si sta consumando sotto i suoi occhi.

«Santità, le piace l’icona?» chiede Putin avvicinandosi ad essa, «Sì, mi piace» risponde Papa Bergoglio. Allora il presidente russo si inchina, si fa il segno della croce e la bacia, costringendo il Papa, a quel punto, a fare altrettanto.

La bellezza salverà il mondo, scriveva Dostoevskij. E mentre l’Occidente, come preconizzato da Spengler, sta tramontando inesorabilmente, da Mosca, la Terza Roma, e da tutta Santa Madre Russia una nuova luce si leva ad indicare al mondo intero la via da seguire.

E, ironia della sorte, è molto più probabile che a salvare il mondo da se stesso non sarà un presidente Premio Nobel per la Pace, ma nientemeno che un ex funzionario del KGB.

Daniele De Quarto

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