803.-La vittoria del No consentirà di riflettere serenamente su cosa e come cambiare nella Costituzione, senza la pressione di ambizioni politiche.

Leggo e commento qua e là Fabio Nucita da libertà e Giustizia, tentando di fare un punto della situazione su questa campagna referendaria. La vittoria del No consentirà di riflettere serenamente su cosa e come cambiare nella Costituzione, senza la pressione di ambizioni politiche e – aggiungo – senza le contraddizioni e le gravi scorrettezze delle istituzioni. Non c’è dubbio, infatti, che la Costituzione attribuisce ai rappresentanti delle istituzioni  e, sopratutto, ai garanti un eccesso di fiducia, se non, addirittura, di protezione. Per comprendere il senso di questa affermazione, cito, perché sembra emblematica, la contraddizione fra quanto dichiarato dal Presidente Mattarella nel 2005 e il suo agire di oggi. Testualmente:

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Ma c’è di peggio. Dal Brasile: “Se mi vendi la tua scheda, ti do 50 dollari”

 

Schermata 2016-11-13 alle 19.56.21.pngMano a mano che i sondaggi indicano il costante aumento e la prevalenza della propensione al NO, aumentano anche le scorrettezze del Governo e, naturalmente fra le prime, quelle del “ministro” Angelo Alfano.  Ricordate cosa disse Piero Calamandrei?

“Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria”. “Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”.

Sono queste le indicazioni che dette Calamandrei durante i lavori preparatori, affinché la Carta fosse al sicuro dalle conseguenze politiche della tensione che saliva fra i grandi partiti popolari, ex alleati nei giorni della Liberazione. Si voleva proteggere l’interesse generale dagli interessi dei singoli.

Quei banchi del governo che secondo il padre costituente avrebbero dovuto essere vuoti, oggi ce li sogniamo. Sono presidiati da ministri e sottosegretari e comunque il presidente del consiglio li controlla con una presenza soffocante e, alle volte, anzi quasi quotidianamente, con la minaccia di far saltare governo e legislatura.
Un ricatto politico ininterrotto: o così, cioè senza toccare l’articolo 2, come vogliamo io e Maria Elena, oppure … Ecco cosa c’è alla base del grande errore di Giorgio Napolitano, di Renzi e di quelli che hanno seguito le loro indicazioni. Stanno decidendo di questioni che riguardano il Parlamento e non il governo.
Banchi vuoti…Sono 57 articoli su 85 della seconda parte della Costituzione completamente stravolti, completamente sostituiti., da chi non dovrebbe avere voce in capitolo. Se dovesse passare questo obbrobrio, la prossima volta un qualunque governo che avesse solida maggioranza (e potrebbe averla se sarà in vigore l’Italicum) potrebbe cambiare a proprio piacimento anche la prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, che riguardano dignità, lavoro, la scuola, il paesaggio, la pace…La libertà.
Dicono gli interessati: di queste cose agli italiani non importa nulla…hanno altro a cui pensare. E’ vero? Qualcuno li ha forse informati sul serio della posta in gioco? Delle conseguenze per i loro figli e nipoti?
Era questo che volevano i costituenti reduci dal ventennio e preoccupati che nessun capo di governo avesse nel futuro un potere privo dei contrappesi della democrazia?
Ma perché siamo costretti a tornare col pensiero a quegli anni lontani e non è stato possibile invece affidare a esperti e disinteressati costituenti il compito di aggiornare la Costituzione là dove può e deve essere aggiornata?
Disinteressati e non il contrario, secondo indicazioni ultimative arrivate dal mondo della Finanza. Come ha felicemente detto Pierluigi Bersani a Firenze: “Il rischio non è quello di un uomo solo al comando, ma di un uomo solo al guinzaglio”. Peccato che sia così tardi.

Che dire, invece, dell’assurda, grottesca propaganda del Governo per il SI? Normalmente si dovrebbe guardare al futuro; invece, siamo ridotti a cercare nel passato le persone degne della Nazione.  L’ultima, in ordine di tempo, è la propaganda verso gli italiani all’estero: uno scandalo. Alfano ha negato gli indirizzi ai partiti e li ha dati, invece, a Renzi. La stampa “Resistente”, l’ultima Resistenza insieme all’ANPI, titola:

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E l’opposizione presenta l’esposto in Procura: “I comitati per il No al referendum costituzionale hanno dato mandato a Francesco Saverio Marini di presentare un esposto all’autorità giudiziaria in ordine alla vicenda della lettera inviata da Matteo Renzi ai cittadini italiani all’estero, con particolare riferimento alla annunciata “contemporaneità” del recapito della lettera stessa e delle schede elettorali (Così, le lettere sono state inviate a spese degli italiani), e soprattutto al mancato rilascio da parte del ministero dell’Interno al Comitato popolare per il No degli indirizzi dei nostri connazionali residenti all’estero”, mentre questi indirizzi sono stati forniti dal Viminale al Pd per inviare la lettera di Matteo Renzi. Così, Salvini: “Comprarsi gli indirizzi di milioni di italiani residenti all’estero per spedire la letterina sul referendum è un reato penale”. Inoltre, secondo Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato per il No, “stampare e inviare 4 milioni di lettere all’estero ha un costo rilevante: ci sono state entrate impreviste? O è intervenuto l’aiuto disinvolto di una qualche struttura pubblica?” Archivieranno anche questo?

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Ed ecco la lettera:

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Siamo inchiodati a dibattere su una riforma «eversiva», sbagliata nel merito e nel metodo che non è credibile e dev’essere bocciata già solo per la disonestà con cui è stata scritta e con cui viene sostenuta. Basterebbe, per dimostrarlo, citare una sola fra le tante balle della propaganda per il SI. Per esempio, la carissima Lorenza Carlassare, dice:

“È falso che la riforma aumenti le garanzie, come si insiste a dire della modifica delle maggioranze necessarie all’elezione del presidente della Repubblica, organo di garanzia che deve essere super partes. Ad evitare che diventi, invece, espressione della maggioranza di governo la Costituzione esige un ampio consenso: per le prime tre votazioni la maggioranza dei due terzi, dal quarto scrutinio in poi, la maggioranza assoluta dei componenti, nel caso della riforma, 366. La riforma invece, a partire dal settimo scrutinio, prescrive la «maggioranza dei tre quinti dei votanti». La modifica è presentata come un vanto della riforma; sostituendo la maggioranza assoluta (metà più uno) con i tre quinti – si dice – si alza il quorum necessario all’elezione del capo dello Stato e dunque si aumenta la garanzia. Una falsità anche questa, ma il trucco è evidente: la nuova maggioranza richiesta è di tre quinti dei «votanti», non più dei «componenti»; il che fa una bella differenza! La norma svuotata di senso rende agevole al governo e ai suoi fedeli eleggere («portarsi a casa», nel linguaggio del premier e della sua ministra) un presidente su misura. Nel segno del comando, si potrebbe dire, dell’unico comando, che non deve trovare ostacoli sul suo cammino; tantomeno un capo dello Stato indipendente, garante della Costituzione!”

Cito testualmente dai volantini:

“Se vince il NO, basterà  il 50% + 1 dei delegati per eleggere il Presidente della Repubblica.”

“Se vince il SI, occorrerà il 60% dei delegati per eleggere il Presidente della Repubblica.”

Non dice che dopo la settima votazione, basteranno i 3/5 dei soli votanti e non, invece, di tutti i 730  delegati! Per esempio, votanti 35, i 3/5 fa 21, contro i 438 del 60%.

Torniamo a Fabio Nucita:

“Una riforma «eversiva», come ebbe a spiegare il professor Alessandro Pace, il 10 ottobre alla Camera dei Deputati, alla conferenza del Comitato per il No. Eversiva perché varata da un Parlamento illegittimo eletto con una legge elettorale giudicata incostituzionale. “È vero che la Consulta, in virtù del principio della continuità degli organi costituzionali, ha ribadito che gli atti di questo Parlamento erano da considerarsi legittimi, ma solo fino alla fine della legislatura che avrebbe dovuto essere sciolta al più presto, cioè in tre mesi”

Invece “la legislatura è proseguita e, incredibile, questo parlamento, drogato dal premio di maggioranza, ha persino messo in moto l’azzardo di un procedimento di revisione costituzionale che riguarda ben 47 articoli”. Per non dire, ha poi aggiunto Pace, che la riforma costituzionale viola due tra quelli che la stessa Corte Costituzionale ha giudicato i principi supremi della Carta, quelli indicati dagli articoli 1 e 3. Per questo, «se rimane il Senato, deve essere elettivo -ha aggiunto Villone- Altrimenti si può optare per il monocameralismo con legge elettorale proporzionale (cosa che spesso i sostenitori del Sì si dimenticano di dire, quando tirano in ballo il dibattito a sinistra su questo tema)».

Oltre alle ragioni di carattere giuridico e costituzionale, ci sono quelle politiche, illustrate da Massimo Villone, presidente del Comitato contro l’Italicum: la riforma si prefigge l’obiettivo, ancorché non dichiarato, di ridurre la rappresentatività e dunque indebolire il parlamento, cosa che permette di evitare il confronto sociale e approvare leggi impopolari e sgradite alla maggioranza dei cittadini. “È un’esperienza già vissuta, basta pensare a Buona scuola e trivelle. In questo senso la riforma Renzi-Boschi consolida una tendenza già in atto, mentre per cambiare e rovesciare lo schema bisogna votare No. È soprattutto in caso di vittoria del No che si apre una stagione nuova di riflessione più serena su se e come cambiare la Costituzione, senza la pressione di dover soddisfare le ambizioni politiche di qualcuno”.

Le iniziative si moltiplicano, ma è forte la sensazione che la validità delle argomentazioni sostanziali contrarie alla riforma, abbiano alimentato inconsciamente nel fronte del No un senso di sicurezza che ha avuto come effetto quello di impostare, sotto il profilo comunicativo, una campagna referendaria basata su schemi desueti, che non sono in grado di contrastare l’aggressività verbale e gli slogan governativi che diverranno, in un crescendo, sempre più invasivi.

Come risulta francamente improduttivo soffermarsi ancora nella valutazione e censura della strategia avversaria ed evidenziare la violazione sistematica delle regole del confronto e la costante disinformazione messa in atto dal Governo. Non resta che prenderne atto e sarà così fino al giorno del silenzio elettorale.

A questa situazione e contro chi ha come disegno quello di comprimere gli spazi democratici, bisognerà resistere con ancora più forza e determinazione. Rispetto a questo passaggio referendario si percepisce un rilevante interesse dei cittadini, che si sostanzia sia nel capire affondo quali saranno i cambiamenti della Carta Costituzionale, sia nel non assumere una posizione sostanzialmente di indifferenza rispetto ad un momento politico-istituzionale di fondamentale importanza. Ma, al contempo, è altrettanto immediata e netta la percezione dell’esistenza di un consistente nucleo di elettori assolutamente disorientato, che dovrà essere intercettato, prima che lo stesso venga adulato e convinto dalle promesse provenienti dagli abili comunicatori arruolati dal comitato per il Sì.

Ed è proprio a tal fine che sarà necessario ricalibrare le modalità di comunicazione e sfruttare sia quei pochi spazi che verranno concessi dai media, sia competenze e professionalità, individuando e selezionando all’interno dei vari comitati contrari alla riforma, autorevoli figure, siano essi accademici, giornalisti, professionisti, che non solo siano in grado di rappresentare o, meglio, sintetizzare in termini chiari le ragioni di merito per le quali la revisione costituzionale è destinata a non portare quei miglioramenti al sistema tanto sbandierati, ma che, soprattutto, siano dotati di grandi capacità comunicative, affinché nelle occasioni di confronto ad elevata visibilità mediatica (saranno numerosi nelle prossime settimane i dibattiti televisivi), si possa riuscire a contrastare in maniera efficace la facile demagogia, le menzogne e le camuffate e impercettibili inesattezze cui fanno continuamente ricorso gli agguerriti e ben indottrinati esponenti del Sì.

Infine, un buon auspicio, citando Grandi: “Bocciare la riforma vuol dire affondare automaticamente anche l’Italicum”.

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Un pensiero su “803.-La vittoria del No consentirà di riflettere serenamente su cosa e come cambiare nella Costituzione, senza la pressione di ambizioni politiche.

  1. GIOVANNI DE STEFANIS

    Ci siamo detti più volte, in questi mesi di impegno prereferendario, che la smania di cambiare la seconda parte della Costituzione nasconde -nella migliore delle ipotesi- l’ incapacità di attuarne i principi contenuti nella prima e -nella peggiore- la chiara, seppur non dichiarata volontà di sabotarli, quei principi. E senza neanche il bisogno di scomodare la JP Morgan, le Banche centrali, i Fondi monetari e le Commissioni europee.
    .
    Perché un Paese che -tra le tante nefandezze dell’ultimo ventennio- assiste passivamente alla indegna sceneggiata della rielezione di Napolitano, al siluramento di Prodi da parte del suo stesso partito, alla perdita di autorevolezza del Parlamento (da tempo, ormai, ridotto ad assemblea ratificante della produzione legislativa di un governo non rappresentativo della volontà popolare) e della Corte Costituzionale (basti pensare a come è stata bellamente disattesa la sentenza n.1 del 2014 e alle umilianti ragioni di opportunità politica, che hanno impedito che si tenesse l’udienza sulla costituzionalità dell’Italicum nella data fissata) non è evidentemente degno di avere una Costituzione -illuminata e progressista ma, anche, terribilmente impegnativa- come quella del 1948.
    .
    Il Sì al prossimo referendum, allora, è un segno inequivocabile di rassegnata accettazione del declino morale, culturale, politico e sociale in atto. E’ la posizione, comoda e anonima, di chi è votato esistenzialmente alla sudditanza e si priva di qualsiasi possibilità di esercitare il proprio spirito critico. Delega e, tutt’al più, si indigna se il delegato traligna.
    .
    Il No testimonia la volontà di resistere all’imbarbarimento e di recuperare -non da soli, individualmente, ma associandosi liberamente nelle organizzazioni sindacali e nei partiti, nei movimenti e nelle associazioni- i valori rivoluzionari della Carta del ’48, quando -in nome dell’ interesse generale- si pensava che ci fossero davvero dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Quando, in altre parole, si pensava che lo status di cittadino italiano con diritto di voto non poteva certamente bastare per fare di noi un popolo sovrano.
    .

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