785.-ACCENTRAMENTO DEL POTERE NELL’ESECUTIVO: LE RISPOSTE DELLA “RIFORMA” (OLTRE LA LEGGE ELETTORALE)

Orizzonte48

accentramento1(L’immagine non c’entra? C’entra, c’entra: basta fare attenzione alle sue note a piè di pagina e leggersi bene il post…e i links.
E comunque mi pare irresistibile, visto che siamo nell’anno prima del divorzio tesoro-bankitalia e dell’inizio dell’ondata inarrestabile delle leggi “europeissime”).

1. Una delle cose che più dovrebbe lasciare impressionata la nostra memoria, quantomeno “a breve termine” (sperabilmente), è la notevole coerenza e unidirezionalità con cui stanno agendo le forze che sono all’opera per smontare in tutti i suoi elementi fondamentali la democrazia sociale e keynesiana che, a quanto pare improvvidamente, è stata costruita dall’Assemblea Costituente.

Guardate qua come, nonostante le già mostrate e ondivaghe obiezioni alla riforma costituzionale, il Financial Times paia mandare un “pizzino” al nostro governo:

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In soldoni: lo spread italiano “…è assurto al suo picco da Febbraio dopo che il primo ministro Matteo Renzi ha sfidato i tentativi di Bruxelles di porre un freno alla spesa pubblica del paese. Nell’ultimo bozza di bilancio per il 2017, Renzi, (di centro-sinistra), ha promesso di ridurre il deficit strutturale di bilancio al 2,3% del PIL muovendo da un impegno iniziale di portarlo all’1,8 assunto precedentemente quest’anno”.

2. Vi ho tradotto la parte essenziale del discorso riportata nell’immagine per poterci poi riallacciare al…”semestre italiano” considerato un evento storico di riaffermazione dell’autonomia presunta della posizione italiana in €uropa e, invece, autoaffondatasi fin dal primo giorno.
Sulla (il)logica degli spread, all’interno di un’eurozona in cui il problema sono gli squilibri commerciali e finanziari privati che vanno corretti “distruggendo (per via fiscale) la domanda interna” (come diceva Monti), s’è detto tante volte, fino alla nausea. Ma non c’è verso di farlo capire ai “mercati” e ai giornaloni della finanza internazionale: certamente, perché non sono “interessati” a capire.
Tutt’altro.

3. Ma la coerenza e unidirezionalità dell’azione destrutturante della democrazia in nome dell’€uropa, sono dimostrati proprio dall’inadeguatezza della posizione italiana anche quando possa apparire di “ribellione”, peraltro da punire prontamente.
A seguito del noto discorso di “Telemaco”, e della magnifica “eredità”, in esso reclamata, dell’irenica costruzione €uropea, (discorso tenuto appunto all’apertura del semestre italiano del 2014), all’indomani di un’affermazione elettorale che si era presunto conferisse al governo italiano una posizione di forza, avevamo infatti osservato:
“La vulgata pop della crisi, recentemente evolutasi in modo “generico” – o meglio atecnico, in quanto riferita a spesa pubblica, sostenibilità del debito pubblico e spread-, non va confusa con la “consapevolezza” effettiva della stessa, nei suoi integrali ed univoci legami con l’Europa della moneta unica.
Quest’ultima, a rigor di logica, costituisce null’altro che una eredità in pesante passivo, che qualsiasi Telemaco cum grano salis accetterebbe “con beneficio d’inventario”; cioè prendendone decisamente le distanze e non facendosi carico di debiti contratti da altri (“padri della Patria”) e con un’imprudenza che ha fatto il gioco di creditori in ampia male fede (se non altro nel prestare, e nel non cooperare rispetto all’assolvimento delle obbligazioni che il trattato poneva, anche e specialmente, a loro stesso carico).
Non pare affatto conoscere “benissimo” i nodi del problema. O almeno non tiene comportamenti che rivelino tale conoscenza.
Altrimenti, tanto per cominciare, non avrebbe fatto cenno alla patrimonializzazione dell’Italia, in replica al tedesco…che nel frattempo aveva abbandonato l’aula con una scortesia che Scultz, Scultz! (l’amico del giaguaro), in altri casi avrebbe stigmatizzato; ma non in questo (“strano” no?).
L’argomento in replica usato da Renzi è quello tipico del debitore “scaduto” (dai termini di pagamento), di fronte al creditore che avanza pretese eccessive ma, che si riconoscono comunque fondate. Cioè è una ricognizione di debito, avanzandosi semplicemente una rivendicazione di solvenza di fronte alla pretesa stessa.
Il tedesco, usando un trito argomento di economia ordoliberista pop, ha fatto riferimento all’aumento del debito a seguito di aumento del deficit e all’influenza di ciò sulla crescita (in soldoni).
Se Renzi avesse “capito i nodi”, avrebbe potuto replicare:
– che la sostenibilità del debito italiano è, secondo la commissione UE (!), la migliore tra i grandi paesi UEM,
– che tuttavia le misure che hanno portato a questo risultato (che il crucco dovrebbe stamparsi bene nel capoccione semivuoto), stanno conducendo alla morte industriale italiana;
– che la crescita stimolata dal deficit è l’unica via possibile di fronte al molto più reale problema della pluriennale caduta della domanda italiana causata dalle politiche imposte dall’UEM;
– che il problema, in caso di aumento del deficit pubblico, è semmai la domanda estera, cioè gli squilibri commerciali (debito privato) che proprio le violazioni tedesche citate dallo stesso Renzi avevano contribuito ad aggravare in tutta UEM con atteggiamento doppiamente violativo dei trattati;
– che il problema, dunque, era essenzialmente l’assetto della moneta unica e che, se non lo si affrontava, questa era a rischio e, perciò, al tedesco conveniva essere più conciliante e meno ignorante, perchè la sua Germania è quella che rischia di più in caso di euro-break.
Devo continuare?
Anche solo accennare ad una parte di queste argomentazioni avrebbe avuto un effetto NEGOZIALE effettivo ed incisivo, per la stessa ottica di rilancio dell’UE che Renzi invoca, non solo per l’Italia.
Ma per farlo occorreva avere una effettiva conoscenza dei “nodi”…”

4. Invece, come noi dovremmo ormai ben sapere, questi argomenti non sono tutt’ora tirati seriamente in gioco, dato che ci si fa un vanto che il deficit ottenuto, con la manovra “spendacciona”, (e mal vista dai mercatoni parlanti tramite il FT), il più basso valore mai registrato in Italia dai tempi di Maastricht (almeno): e dunque, stiamo parlando della logica per cui riducendo il deficit, e l’intervento pubblico, si promuova la “crescita”; solo che questa logica viene comunque “validata” attenuandola “un pochino”.
Accettata tale premessa (pseudo-scientifica), si finisce inevitabilmente per accettare il contraddittorio sul fatto che “il problema italiano è il debito causato dall’eccesso di spesa pubblica”.
Come pure sappiamo che a questa “attenuazione” italica della logica €uropea dell’austerità espansiva, – al netto dell’inserimento nei trattati del fiscal compact, che, abbiamo altrettanto visto, costituisce questione di lana caprina per un paese come l’Italia, con l’attuale art.81 Cost., nonché questa attuale giurisprudenza della Corte costituzionale- si propone un pronto ed efficiente rimedio: l’approvazione della riforma costituzionale per adeguarsi alla nuova governance €uropea e alle politiche €uropee, adeguamento esplicitamente indicato come “ragione” della riforma dal nostro governo proponente.

5. Sul punto, registriamo una voce del “no” che dice cose in buona parte condivisibili, e peraltro assodate, ma dimentica la questione €uropea, indebolendo il suo costrutto critico. Ve ne riporto la parte essenziale:
“…la riforma è mal pensata e mal scritta di per sé, a prescindere dalla legge elettorale: le modalità di composizione del Senato restano segnate da irresolubile contraddittorietà e le sue possibilità di effettivo funzionamento assai incerte; il procedimento legislativo si complica al di là di ogni ragionevolezza;
; gli strumenti di garanzia (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale, membri laici del Csm, Statuto delle opposizioni) cadono nella disponibilità della maggioranza; la ripartizione dei giudici della consulta tra Camera e Senato è del tutto irrazionale; i rapporti Stato-regioni restano contraddittori e comunque sempre nella disponibilità del governo qualora decida di attivare la clausola di supremazia; il concreto esercizio della democrazia diretta è reso più difficile, mentre il potenziamento dei relativi strumenti rimane (l’ennesima) promessa”.
…Facile dire che non si verificano pericolose concentrazioni di potere quando non ci sono i presupposti per concentrare il potere; difficile è dire lo stesso quando quei presupposti si verificano. L’Italicum è esattamente questo: uno strumento di concentrazione del potere che la nuova Costituzione non riuscirebbe a contenere.

dopoguerra-e-fascismo-in-italia-61-728Negli anni passati, la Costituzione è riuscita, sia pure con difficoltà, a impedire che forze politiche venate di autoritarismo avessero mano libera nel governare il Paese. Se oggi la stessa Costituzione non è riuscita a impedire il suo stravolgimento, è solo perché la sentenza che ne sanciva la violazione da parte del Porcellum è stata ignorata. Se la maggioranza non avesse potuto godere a tempo illimitato dell’illegittimo raddoppio dei seggi, oggi non si discuterebbe di riforma costituzionale”.

6. Nel dibattito televisivo con De Mita, il premier ha chiesto di indicare quali fossero le norme della riforma che portassero a un rafforzamento del potere del premier e del governo rispetto al parlamento.
In realtà, anche avendo elementari conoscenze storiche, la risposta non era difficile da dare, tanto che il citato articolo del prof.Pallante le cita, (peraltro in modo avulso dall’€uropa e quindi indebolendone la denunzia). Si tratta de:
a) “il voto a data certa (che) consegna il calendario dei lavori parlamentari nelle mani del governo, così completando (con fiducia, decreti-legge, maxi-emendamenti, ecc.) il dominio dell’esecutivo sul legislativo”;
b) “i rapporti Stato-regioni restano contraddittori e comunque sempre nella disponibilità del governo qualora decida di attivare la clausola di supremazia”.

7. Le relative previsioni sono, la prima, l’approvazione delle leggi nei tempi prefissati unilateralmente dal governo, nell’art.72, comma 4, della “nuova” Costituzione riformata:
“Esclusi i casi di cui all’articolo 70, primo comma, e, in ogni caso, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali e le leggi di cui agli articoli 79 e 81, sesto comma, il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di Governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà. Il termine può essere differito di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alla complessità del disegno di legge. Il regolamento della Camera dei deputati stabilisce le modalità e i limiti del procedimento, anche con riferimento all’omogeneità del disegno di legge”.
La seconda, la “clausola di supremazia” (che meriterebbe un ampio discorso a sè), è contenuta nel “nuovo” art.117, comma 4:
“Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

8. Il primo articolo non avrebbe bisogno di ulteriori commenti, se non quello di rammentare come vi sia un precedente equivalente sul piano del precetto sostanziale che viene introdotto.
Il precedente (v. qui) è la c.d. “legge fascistissima” (secondo la definizione datale dal regime del tempo) di cui ci aveva parlato Lorenzo Carnimeo con questo puntuale commento storico-interpretativo:
“Mi riallaccio quindi al post precedente dove si parlava di involuzione anti-parlamentare. Chiara, ormai, come il sole (l’unico dubbio è se assimilare l’attuale momento ai tempi di Di Rudinì e Pelloux ovvero a quelli di Mussolini). Si vuole una forma di governo esecutivo-centrica e basta, con un parlamento ratificatore.
Ora: la legge n. 2263 del 1925 recitava (art. 6):
“Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due camere, senza l’adesione del capo del governo.”
(La legge di nonno Benito, proprio lei).

Mi si dica se, nei fatti, un ddl costituzionale presentato dall’esecutivo che ne pretende un’approvazione (quasi) integrale, dove si detta uno specifico contingentamento dei tempi di esame dei disegni di legge non si uniformi alla medesima ratio.
Ma a sciogliere i dubbi, ci pensa la lettera b) dell’articolo 10, del citato ddl Renzi-Boschi, che recita [ndr; si tratta della versione originaria del testo della riforma, poi modificata, ma non nella sostanza, nei passaggi parlamentari, fino alla forma sopra riprodotta]: “Il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta ovvero entro un termine inferiore determinato in base al regolamento tenuto conto della complessità della materia. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal Governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà”…

9. Alla facile obiezione che esistano in altri ordinamenti in cui sia inserita una previsione acceleratoria ex parte principis, fino alla predeterminazione di quel fondamentale momento di scelta che è la priorità dell’ordine dei lavori, propria dell’organo deliberante, e non di un organo “richiedente” che corrisponde a un diverso potere sul piano costituzionale, si può replicare che sì, esistono previsioni del genere.
Ma simili previsioni o non sono poste a livello costituzionale “formale”, lasciando libero il Parlamento di riappropriarsi della propria autonomia di indirizzo politico.
Oppure sono in Costituzioni, come quella tedesca, che risultano improntate al concetto di indirizzo prevalente fissato dall’Esecutivo in quanto, in ossequio alla teoria ordoliberista della predeterminazione del più essenziale indirizzo politico da parte della fissazione “automatica” dell’equilibrio autonomo dei mercati, questo stesso indirizzo non possa realmente considerarsi la conseguenza delle indicazioni del processo elettorale.
Da notare, in ogni modo, che le esigenze acceleratorie e predeterminative dell’ordine e dei tempi delle deliberazioni parlamentari sollecitate dal governo, in Germania, sono regolate in modo meno perentorio e draconiano di quanto non risulti dalla norma di riforma attuale italiana (cfr; art.76 della Legge Fondamentale tedesca).

Al processo elettorale (e a quello di elaborazione programmatica dei partiti che si rivolgono agli elettori), in questa visione, non compete, oltre il limite della discussione sulle libertà negative (nonché sui “diritti cosmetici”), di mettere in discussione la connaturata tecnocrazia interprete delle esigenze dell’ordine superiore del mercato e della formazione dei prezzi: anzi, la formazione spontanea dei prezzi è considerata il “voto permanente” (dei consumatori) cui è affidata ogni democraticità concepita nel campo economico e fiscale.

10. In questo schema di riduzione dell’autonomia dell’indirizzo politico proveniente dal circuito “elezioni-rappresentatività parlamentare della volontà del corpo elettorale”, è evidente come si inscriva il modello della governance €uropea, quale espressamente enunciato nella interpretazione “autentica” fornita dal famoso “discorso di Barroso” nonché dagli auspici riformatori della Venice Commission.

Ed è questo aspetto di imposizione e orientamento €uropeista delle “ragioni della riforma costituzionale che – in raccordo con una legge elettorale che, per altro verso e con autonoma incisività, riduce la rappresentatività del parlamento in funzione, ossessivamente dichiarata, della governabilità (v.p.2.1.) -, risultano carenti le ragioni del “no” provenienti da più parti.
E non solo: ignorandosi questi aspetti, pure così eclatanti, si rende oggettivamente inattendibile ogni resistenza e opposizione alla “attuazione delle politiche europee” che si reclama solo a parole.

Questa esigenza di “disciplinata” attuazione, infatti, rimane il clou innovativo, – di più profonda modificazione del “luogo” (cioè Bruxelles) e dei modi (non elettorali) di formazione dell’indirizzo politico fondamentale nonché della conseguente attività legislativa-, apportato dalla stessa riforma costituzionale.

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2 pensieri su “785.-ACCENTRAMENTO DEL POTERE NELL’ESECUTIVO: LE RISPOSTE DELLA “RIFORMA” (OLTRE LA LEGGE ELETTORALE)

  1. Orizzonte 48
    Arturo1 novembre 2016 19:38
    Quello della “governabilità” è uno degli slogan, inaugurato, o, meglio, ripreso, dalla Trilaterale, e poi destinato a perseguitarci per decenni.

    In quel saggio sul ventennale della Costituzione che ho citato, Mortati, che qualcuno ha avuto la faccia di bronzo di tirare in ballo fra i presunti padri nobili della riforma, afferma, pensate un po’, che non c’è bisogno di alcun rafforzamento dei poteri del governo, perché i poteri necessari allo svolgimento delle sue funzioni in Costituzione ci sono già tutti. Non solo negli artt. 76 e 87, ma anche e soprattutto nell’art. 41: “Efficacia culminante, nel senso espansivo dei poteri di Governo, assumono poi i programmi ed i controlli, non già solo autorizzati ma imposti, secondo la logica del sistema, dall’ ultimo comma dell’ art. 41, che non possono, per la loro stessa natura, se non incentrarsi, entro le linee fissate dalla legge, nel potere esecutivo.” (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali in in Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 478).

    Il che però presuppone una corretta lettura del rapporto Costituzione-parlamento-governo. Quello che viene infatti spesso definito, sprezzantemente, come “eccessivo garantismo” della parte organizzativa, per esempio le molte riserve di legge, è solo il frutto della scelta di attribuire anche al parlamento, cioè alla rappresentanza popolare, un fondamentale ruolo attivo nella determinazione/attuazione dell’indirizzo politico-costituzionale, anziché farne prerogativa esclusiva del governo, come appunto in epoca fascista, esasperando una linea che era peraltro già propria del liberalismo. E non solo del liberalismo “statualista” continentale, come lo chiamano gli storici del diritto e come di solito si tende a pensare (anche a causa di una discutibile lettura compiuta da Orlando), ma anche inglese: “il segreto che rende efficace la costituzione inglese può essere individuato nella stretta unione, nella fusione pressoché completa del potere esecutivo con quello legislativo……………o il gabinetto riesce a legiferare, o scioglie l’assemblea. E’ una creatura che ha il potere di distruggere il proprio artefice………..esso è stato fatto ma può disfare; pur dipendendo da un altro per la sua creazione, quando è all’opera può distruggere il creatore”. Questo è Bagehot, tanto per la cronaca (che era pure un banchiere: sarà un caso?).

    Chiaro che una volta disattivato l’art. 41 e insieme tutto l’indirizzo programmatico costituzionale, soppiantato dall’esigenza di una pronta attuazione dell'”ordine pubblico economico” richiesto dai “mercati”, la rappresentanza diventa un impiccio da neutralizzare il più possibile. E allora via con la partitocrazia, il consociativismo, l’instabilità, l’assemblearismo, il “dobbiamo sapere chi vince la sera stessa” e ovviamente, ciliegina sulla torta, la corruzzzzzzione. Meno male che ci sono i media a vigilare che, dopo un paio di decenni di alternanza senza alternative (bluff peraltro caduto con Monti), il dubbio che si trattati di slogan truffaldini non si diffonda.

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  2. Quarantotto1 novembre 2016 19:55
    Chiaro 🙂
    Com’è chiaro che, approfondendo la GrundGesetz, ormai siamo a un ridicolo redde rationem, senza né capo né coda.
    Ci hanno imposto, con una paziente (e in ciò ammirevole) strategia, di rifare la costituzione in termini ordoliberisti e de-sovranizzati.

    Ma quando si deve andare al “dunque”, ecco che i fautori de “l’ordine pubblico economico” in salsa €uropea, senza averci capito veramente nulla, si tirano indietro fiutando, con l’istintaccio del politico italiano – che fa “l’appello allo straniero” ma perché l’impulso di breve termine alla conservazione del potere è più forte dell’autopreservazione “olistica”-, che stavolta “è diverso”: non sa perché, ma appunto “fiuta che potrebbe essere un suicidio politico.

    E vagamente, come nella fase del risveglio da un’ubriacatura ancora non smaltita, inizia a intravedere che s’è tirata troppo la corda.
    I terremoti, da sempre, vengono assunti come un potente “omen”…

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