784.-OPERAZIONE IPPOCRATE A MISURATA

L‘Operazione Ippocrate a Misurata ha un carattere umanitario o, per meglio dire, sanitario. Il governo ha infatti risposto positivamente alle richieste di Tripoli e soprattutto di Misurata (forse la città libica più strettamente legata all’Italia, oltre che agli anglo-americani), che fin dall’avvio della campagna militare contro lo Stato Islamico a Sirte chiedevano un aiuto diretto per curare i numerosi feriti in combattimento.
L’Italia ha fornito negli ultimi mesi medicinali e, tra gennaio e giugno, alcune decine di miliziani sono stati trasferiti all’ospedale militare romano del Celio grazie a tre voli dei C-130J dell’Aeronautica Militare.

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E’ stato però fin da subito evidente che la presenza di un ospedale da campo avrebbe permesso di affrontare meglio l’emergenza sanitaria determinata da un numero di feriti così elevato. “La battaglia che hanno combattuto le forze di Misurata contro i terroristi di Daesh è stata molto impegnativa, con quasi 500 morti e oltre duemila feriti.
Ora avevano bisogno che l’Italia desse loro una mano lì per poter curare questi valorosi combattenti contro il terrorismo e contro l’Isis”. Il contingente è composto da circa 300 militari così suddivisi: 65 medici e paramedici, 135 addetti alla logistica e un centinaio di fanti addetti alla force protection (difesa della base e scorta ai convogli) provenienti dal 186° reggimento paracadutisti Folgore. In supporto al contingente viene mantenuto un aereo da trasporto tattico C-27J sull’aeroporto di Misurata per eventuali evacuazioni mentre una nave del dispositivo Mare Sicuro naviga al largo di Misurata. L’ospedale ha garantito inizialmente triage, visite specialistiche, interventi, 12 posti di letto (divenuti ora 50) garantendo l’evacuazione sanitaria in Italia di feriti non curabili in Libia.
Inoltre 6 medici italiani operano presso l’ospedale civile di Misurata (150 posti letto) con cui la struttura ospedaliera italiana lavora in sinergia. L’ospedale da campo è un “Role 2”, cioè una struttura sanitaria già impiegata in Iraq e Afghanistan concepita per supportare unità militari a livello brigata con elevata capacità di interventi chirurgici su ferite di guerra.

Perplessità
La missione a Misurata, come già quella irachena alla Diga di Mosul della Task Force Presidium, non persegue compiti tattici nè strategici, non ha un impatto sulle operazioni belliche contro lo Stato Islamico ma espone comunque centinaia di militari italiani in postazioni fisse al rischio di rappresaglie terroristiche, incursioni, bombardamenti con razzi, mortai e obici o attacchi alle colonne di veicoli. Di fatto i 300 militari italiani sono l’unico bersaglio fisso pagante a disposizione di miliziani e terroristi suicidi che in Libia volessero colpire i “crociati”, come l’Isis definisce i militari occidentali.
Rischi contro i quali ben difficilmente possono offrire garanzie le milizie di Misurata, umiliate dalla tenacia e dalla combattività dimostrata dagli uomini del Califfato che, dopo quattro mesi, ancora resistono in qualche quartiere di Sirte pur se in forte inferiorità numerica e nonostante i 143 raid aerei statunitensi effettuati tra il 1° agosto e l’11 settembre nell’ambito dell’operazione Odyssey Lightning.
Inoltre, alla luce degli ultimi eventi, vi sono buone probabilità che le milizie di Misurata si trovino presto a combattere contro le truppe del generale Khalifa Haftar che ha già conquistato i terminal petroliferi del Golfo della Sirte.

Al momento non si conoscono nè quali regole d’ingaggio siano state attribuite al contingente nè quale sia il suo status giuridico nè se verrà applicato ai militari il codice militare di pace o di guerra.
L’obiettivo di fornire un supporto sanitario all’ospedale di Misurata per curare i feriti di guerra poteva essere perseguito a più basso profilo e con minore esposizione al rischio bellico e terroristico mobilitando strutture sanitarie private o appartenenti a organizzazioni non governative e assicurando i compiti di protezione a compagnie di sicurezza privata (security contractors). L’obiettivo di fornire un supporto sanitario all’ospedale di Misurata per curare i feriti di guerra poteva essere perseguito a più basso profilo e con minore esposizione al rischio bellico e terroristico mobilitando strutture sanitarie private o appartenenti a organizzazioni non governative e assicurando i compiti di protezione a compagnie di sicurezza privata (security contractors). Un contesto che trasformerebbe nuovamente la crisi libica in una guerra civile e che vedrebbe l’ospedale da campo e i paracadutisti a Misurata ricoprire giocoforza un ruolo di “belligeranti” al fianco di Tripoli e Misurata nel momento in cui il governo di Tobruk preme per stringere relazioni di spessore con Roma.

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L’ulteriore deteriorarsi della situazione libica, in prospettiva potrebbe quindi rendere necessario rafforzare il contingente a Misurata, anche con elicotteri (NH-90 e A-129D Mangusta come a Erbil ed Herat?) e mezzi pesanti o prevedere un dispositivo di pronto intervento dal mare a bordo di una unità tuttoponte (Garibaldi o Cavour sono in  quelle acque nell’ambito dell’Operazione EUNAV FOR MED) aumentando così non solo il coinvolgimento italiano in Libia ma anche i costi di una missione che, a spanne, dovrebbe assorbire una 50ina di milioni di euro all’anno tra mantenimento, supporto logistico e retribuzioni dei 300 militari a Misurata. Per l’Italia l’intervento a Misurata (che fa seguito al via libera dato all’utilizzo delle nostre basi per i raid statunitensi contro lo Stato Islamico in Libia) rappresenta un notevole rovesciamento delle posizioni rispetto al categorico rifiuto con cui il governo Renzi aveva risposto alle richieste di Washington di un maggior coinvolgimento militare in Libia.

Tripoli deve ridurre i flussi migratori illegali verso l’Italia anche se è con quelli che si arricchiscono tribù e milizie che lo sostengono
Sul piano strategico resta poi da chiedersi se l’Italia abbia davvero interesse a schierarsi con Tripoli e Misurata invece di mantenere una posizione equidistante o di sostenere Tobruk e il generale Haftar, come faceva prima della nascita del governo di conciliazione nazionale di al-Sarraj. E’ vero che in Tripolitania abbiamo gran parte dei nostri interessi energetici a partire dal terminal del gas di Melitha, ma al-Sarraj non ha neppure il controllo della capitale e non è mai venuto incontro a nessuna richiesta di Roma per fermare o quanto meno ridurre i flussi migratori illegali verso l’Italia con i quali si arricchiscono tribù e milizie che lo sostengono.
Risponde agli interessi nazionali inviare truppe a supporto di un governo che contribuisce in modo rilevante ai flussi migratori illegali diretti in Italia?
Inoltre al-Sarraj guida un esecutivo la cui legittimità, in base agli accordi di Skhirat, era legata alla fiducia del parlamento di Tobruk, fiducia che non si è mai concretizzata.
Inoltre l’esecutivo di al-Sarraj non amministra nulla, è in balia delle milizie della Tripolitania ed è tenuto a galla artificialmente da islamisti (salafiti e fratelli musulmani) sostenuti da Qatar e Turchia. Invece il governo di Tobruk è laico ed è l’unico interlocutore politico e militare in Cirenaica dove il territorio non è in balìa di decine di milizie.

L’offensiva di Haftar

“Le forze armate libiche hanno preso il controllo dei porti petroliferi di Zueitina, Sidra e Ras Lanuf”. Il comunicato dell’esercito della Cirenaica guidato dal generale Khalifa Haftar, che risponde al governo e al parlamento di Tobruk, conferma il successo dell’offensiva lanciata all’alba dell’11 settembre nella cosiddetta “Mezzaluna petrolifera” del Golfo della Sirte che ha permesso di sottrarre i terminal del greggio alle Guardie delle Installazioni Petrolifere (PFG) di Ibrahim Jadhran che in giugno avevano dichiarato fedeltà al governo di conciliazione nazionale di Fayez al-Sarraj con sede a Tripoli, varato e sostenuto dall’Onu e da gran parte della comunità internazionale. Fonti libiche hanno rivelato che buona parte degli uomini di Jadhran hanno risposto all’appello del generale Haftar a cedere le armi e a consegnare le infrastrutture petrolifere: a Sidra e Ras Lanuf le forze di Tobruk sono entrate quasi senza combattere catturando diversi blindati 3 carri armati (tipo T-55), 2 trasporto truppe e molte armi e munizioni mentre ad al-Zawitina (Zueitina) le Petroleum Facilities Guard avrebbero opposto per alcune ore una qualche resistenza.
A guidare l’offensiva sarebbero state le brigate 153 e 302 e i militari di quest’ultima unità hanno postato sui social network alcune foto della loro presenza negli uffici del porto di Zueitina. Le Guardie petrolifere sono invece arretrate nella zona di Brega dove si troverebbe anche lo stesso Jadhran dopo che i militari di Tobruk hanno occupato il quartiere della sua famiglia a Ras Lanuf.
I militari di Tobruk sostengono che anche Brega sia caduta completamente nelle loro mani. “I porti sono ora sotto il controllo totale dell’esercito libico che li hanno messi in sicurezza” ha reso noto il comando dell’Esercito Nazionale Libico.
“Per proteggere le persone e la loro ricchezza contro la corruzione, il vostro esercito ha condotto un’operazione grandiosa e ha imposto il suo controllo totale ai porti petroliferi di Zueitina, Ras Lanuf, Sidra e Brega. Il funzionamento e la gestione di questi porti tornerà alla compagnia nazionale del petrolio, e non ci sarà alcun intervento sulle esportazioni o la conclusione di accordi commerciali da parte dell’esercito che si occuperà solamente della protezione” dei porti. Il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico, Ahmed al-Mismari, ha chiesto alla compagnia petrolifera nazionale National Oil Company (Noc) di prendere il controllo dei terminal per riprendere le operazioni di esportazione del greggio, assicurando che le forze armate non interferiranno con le operazioni di vendita del petrolio.
Il portavoce delle Guardie petrolifere libiche, Ali al-Hasi, ha denunciato che “a combattere al fianco delle truppe di Khalifa Haftar ci sono miliziani sudanesi e ciadiani”, altre voci riferiscono di un ruolo consistente di forze egiziane e degli Emirati Arabi Uniti al fianco delle truppe di Haftar mentre l’emittente al-Jazira (qatariota e vicina al governo di Tripoli) sostiene che a guidare l’offensiva vi siano quattro ufficiali che fecero parte dell’esercito di Muammar Gheddafi.

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Il successo dell’offensiva lampo di Haftar sembra puntare a sfruttare il momento di debolezza delle milizie legate al governo di Tripoli (soprattutto quelle di Misurata), impegnate da quattro mesi nell’estenuante assedio di Sirte dove ancora combattono i miliziani dello Stato Islamico, per mettere le mani sui terminal e gestire per conto del governo di Tobruk l’export di greggio.
Un colpo durissimo per il debole esecutivo di Tripoli, varato e sostenuto dall’Onu ma osteggiato da molte milizie islamiste nella stessa capitale.
Il controllo dei terminal della “Mezzaluna petrolifera” rappresenta infatti l’unica speranza per al-Sarraj di recuperare risorse finanziarie tramite l’export di greggio, forse l’unica chanche di tenere in piedi il suo governo.

La produzione petrolifera libica è crollata negli ultimi anni e oggi arriva a stento ai 200mila barili al giorno, un decimo di quella registrata prima della guerra del 2011.
La debolezza di Tripoli sembra emergere anche dalla reazione di al-Sarraj (nella f0to a lato) che non chiude i ponti con Haftar ma gli chiede di controllare questi ultimi per conto del governo di Tripoli.
Ambiguamente al-Sarraj ha dichiarato che “qualsiasi fazione voglia proteggere i terminal di petrolio e le istituzioni dello Stato deve farlo basandosi sulla legittimità del governo di riconciliazione che è l’unico legittimo nel paese” invitando tutti i libici “a restare uniti per combattere contro il terrorismo e le forze straniere” perchè “una guerra civile non gioverebbe a nessuno”. Del resto sl-Sarraj non dispone di un esercito e può solo chiedere la mobilitazione delle milizie di Misurata e delle fazioni islamiste che riconoscono il suo governo.
Il Consiglio di presidenza del governo di Tripoli ha affermato in una nota che “l’attacco ai terminal di petrolio contrasta con il processo di riconciliazione nazionale e fa cadere le speranze dei libici nella realizzazione della stabilità”.
Al termine di una riunione d’urgenza convocata domenica sera, l’organismo esecutivo libico ha riferito che la questione deve essere “esaminata con saggezza cercando di salvare vite umane e l’unità nazionale”.

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Per il Consiglio presidenziale “ci sono forze straniere che stanno approfittando dell’occasione in alcune zone strategiche e vitali”, con un evidente riferimento a egiziani ed emiratini.
Più bellicose invece le reazioni postate su Facebook dal governo di Tripoli in cui si legge che “abbiamo chiamato a raccolta tutte le unità militari in particolare della zona di Agedabia e di Sirte, che combattono il terrorismo rappresentato dall’Isis, affinché riprendano i terminal petroliferi”.
La nota del governo di al-Sarraj definisce l’attacco del generale “un’aggressione alla sovranità nazionale e un atto di ostilità aperta agli interessi del popolo libico” e chiede alle truppe di Haftar “di ritirarsi subito da tutte le postazioni che hanno attaccato”. In questo contesto l’inviato dell’Onu in Libia, Martin Kobler, si è detto molto preoccupato per quanto sta avvenendo e in un messaggio su Twitter ha scritto che “questa vicenda non farà altro che aumentare la divisione e fermare le esportazioni di petrolio, il petrolio di tutti i libici”.
Per Kobler “le divergenze vanno risolte solo tramite il dialogo e non i combattimenti. Invito tutte le parti a sedersi insieme. La Libia ha bisogno di un esercito unitario”.
Più duri ed espliciti i governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito che hanno condannato l’offensiva di Haftar chiedendo l’immediato ritiro delle sue truppe.

“Facciamo appello a tutte le forze militari che sono entrate nella Mezzaluna petrolifera a ritirarsi immediatamente, senza precondizioni” si legge in una dichiarazione congiunta che ribadisce la volontà di “applicare la Risoluzione 2259 del Consiglio di Sicurezza.
Incluse misure contro l’illecita esportazione di greggio” la cui “produzione ed esportazione devono rimanere sotto l’esclusivo controllo della National Oil Corporation (NOC) che agisce sotto l’autorità del Governo di accordo nazionale”.
Prospettive
Difficile però ritenere che Haftar abbia scatenato l’offensiva lampo “al buio” senza tenere conto dell’inevitabile condanna di gran parte della comunità internazionale.

 

Il braccio di ferro

Mattia Toaldo, analista dell’ European Council on Foreign Relations (Ecfr), in una intervista all’ANSA ha sottolineato che “se è cruciale per le forze di al-Sarraj riconquistare i terminal petroliferi in Cirenaica, dove viene stoccata la gran parte dell’oro nero destinata all’export, altrettanto importante per Haftar sarebbe mettere i piedi a Sirte che è “la porta della Tripolitania”.
Il generale oltretutto appartiene alla tribù Ferjani, la seconda più importante di Sirte e tra le sue truppe ci sono molti ex-gheddafiani: per loro prendere Sirte significherebbe “tornare a casa”.
Il rischio di un conflitto allargato è condiviso dagli analisti britannici del Jane’s che a valutazioni militari uniscono però riflessioni più ampie che investono gli equilibri relativi al mercato del greggio e alle sue quotazioni. Il generale Haftar ha preso il controllo di tre porti petroliferi per “poterli utilizzare come strumento per trattare con il governo di unità nazionale di Tripoli” ma “il controllo del settore petrolifero libico orientale riduce l’incentivo delle fazioni che si combattono in Libia a raggiungere un accordo.
Anzi, la conquista dei terminali e l’eliminazione dello Stato islamico da Sirte, se da una parte riducono la minaccia immediata alle risorse petrolifere, dall’altra aumentano la probabilità di nuovi combattimenti fra le fazioni dell’Est e dell’Ovest”. Le strutture conquistate, soprattutto i porti di Ras Lanuf e Sidra, hanno un potenziale enorme nella distribuzione del greggio libico, con una capacità di traffico pari a 700 mila barili al giorno.
Secondo il Jane’s l’incognita libica sul fronte produttivo appare sempre più cruciale nelle strategia dell’Opec poichè un eventuale ritorno della produzione ai livelli precedenti la guerra del 2011 non farebbe che rendere più difficile l’adozione di quei tagli invocati da alcuni membri per riportare in alto i prezzi del greggio. 

Al di là dei complessi interessi in gioco il dilagare di una guerra aperta tra i due governi libici nell’area tra Sirte e i terminal petroliferi riaprirebbe anche il fronte di Tripoli dove le milizie di Zintan (alleate di Haftar nell’ovest della Tripolitania) potrebbero puntare a conquistare la capitale.
Opzioni che farebbero inevitabilmente sprofondare tutta la Libia in un lungo conflitto mandando a monte ogni speranza di stabilizzare, almeno parzialmente, l’ex colonia italiana.
Gianandrea Gaiani

 

Gentiloni, 28 ottobre, da Marsiglia: “I principali paesi Ue e del Maghreb convergono sul sostegno al governo Serraj e non riconoscono il tentativo in atto a Tripoli di mettere in discussione gli accordi di Skhirat, ripristinando organismi che gli accordi non riconoscono più”: lo ha detto, uscendo dalla riunione dei ministri degli Esteri dei 5+5 a Marsiglia, il ministro italiano Paolo Gentiloni.

“E’ stato espresso un forte invito a diverse istituzioni libiche, a cominciare dalla Banca centrale, a collaborare con il governo, perchè una delle motivazioni delle tensioni a Tripoli è la mancanza di risorse finanziarie”.

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Un pensiero su “784.-OPERAZIONE IPPOCRATE A MISURATA

  1. scrive Manuel Godano
    La comunità internazionale punta su Riad per venire a capo della disputa tra il governo di accordo nazionale, gli islamisti e il generale Haftar. Intanto Serraj cerca un avvicinamento con Mosca. Dopo il sostanziale fallimento della conferenza internazionale di Parigi sulla Libia e il ritorno a Tripoli dell’ex premier Khalifa Ghwell, la comunità internazionale prova a cambiare strategia coinvolgendo l’unico attore internazionale che potrebbe risolvere questa crisi: l’Arabia Saudita.
    Il regno di Casa Saud è stato interpellato dagli Stati Uniti con la richiesta di intervenire in Libia e di negoziare un accordo tra tutte le parti politiche coinvolte nell’impasse del Paese che si protrae ormai da mesi. I sauditi, d’altronde, sono gli unici ad avere canali diretti aperti con le parti in conflitto e il loro coinvolgimento potrebbe bloccare le interferenze degli altri due grandi attori del Golfo coinvolti nella questione libica: da un lato il Qatar, che insieme alla Turchia sostiene gli islamisti di Ghwell; dall’altro gli Emirati Arabi Uniti, che insieme all’Egitto e alla Francia appoggiano il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk guidato dal premier Abdullah al-Thinni. Un eventuale passo indietro da parte di Qatar ed Emirati potrebbe favorire la distensione. Riad starebbe già pensando a un luogo in cui indire una conferenza di solidarietà nazionale, che dovrebbe riunire tutti i principali interlocutori coinvolti a vario titolo nel labirinto libico. Il dubbio è se tenere il summit in Libia o in Arabia Saudita.

    La memoria, in questo caso, non può non andare allo storico accordo negoziato a Ta’if, in Arabia Saudita, nel 1989, che pose fine ai quindici anni di guerra civile libanese. Anche se, al netto del peso politico che Riad può avere sulle trattative, le speranza di ottenere un risultato simile in tempi relativamente brevi al momento sono davvero poche.

    Serraj chiede aiuto a Mosca
    In parallelo, negli ultimi giorni si sono registrate anche manovre di avvicinamento tra la Russia e il Governo di Accordo Nazionale del premier designato dalle Nazioni Unite Faiez Serraj dopo i colloqui intercorsi tra questi e l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov. Nell’incontro Serraj ha dato il benvenuto all’avvio di una rafforzata cooperazione militare e sul piano della sicurezza tra i due Paesi. Il premier ha anche espresso il proprio nulla osta al ritorno delle aziende russe, esortando però a Mosca affinché usi tutte le leve in suo possesso per sospendere l’embargo sulle armi imposto alla Libia e rilasciare i fondi sovrani libici. Molotkov, da parte sua, ha manifestato il suo supporto al governo di Serraj e all’accordo di unità nazionale firmato nel dicembre del 2015, esprimendo la volontà del Cremlino di riaprire l’ambasciata a Tripoli non appena la situazione in città e nel Paese si sarà normalizzata. A seguito del faccia a faccia, un primo risultato Mosca lo ha già ottenuto. Poco tempo dopo i colloqui, i media libici hanno reso noto che quattro marinai russi accusati di traffico illegale di petrolio in acque libiche, e arrestati nel settembre dello scorso anno, sono stati liberati e hanno potuto fare ritorno alle loro famiglie a Grozny, in Cecenia. Altri tre russi, due militari e un ingegnere, rimangono invece ancora nelle mani delle forze di sicurezza libiche. Erano stati arrestati nel giugno di quest’anno sempre con l’accusa di traffico di petrolio. Ma è probabile che questa prima intesa raggiunta tra Serraj e la Russia sarà sufficiente per far rientrare presto in patria anche loro.

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