755.-A Washington, non a Mosca, si parla apertamente di guerra…IN EUROPA NATURALMENTE.

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I tg vi hanno detto che Putin ha sospeso l’accordo, stipulato con gli Usa nel 2000, per la distruzione bilaterale del plutonio d’uso militare (bruciandolo nei reattori). Così, gli ascoltatori hanno un motivo di più per aver paura del “neo-imperialismo di Putin”, come dice il nostro ministro Gentiloni: cosa vuol fare il russo, del plutonio? Gentiloni è il portavoce dell’ambasciata Usa, commenta l’Antidiplomatico.
Naturalmente non vi hanno detto (noi ve l’abbiamo riferito) che il capo del Pentagono Ashton Carter ha varato un piano per ammodernare l’intero arsenale nucleare americano, stanziando 340 miliardi: ciò che è una violazione plateale dei trattati di riduzione controllata dagli Usa firmati con Mosca fin dai tempi dell’Urss, ed ha l’intenzione strategica di rendere possibile “il primo colpo”, ossia sferrare un attacco preventivo atomico contro la Russia, tanto da rendere impossibile la ritorsione.

Non vi hanno detto come Putin ha spiegato la sospensione: “Gli Usa hanno creato una minaccia alla stabilità strategica” (è appunto ciò che Ashton Carter ha fatto, col riarmo atomico), aggiungendo, per bocca del portavoce Dmitri Peskov, che “la Russia ha applicato unilateralmente per parecchio tempo” l’accordo, mentre gli Usa “hanno mancato di assicurare l’applicazione dell’obbligo di consumare il plutonio di grado militare”.

Esercitazione anti-atomica in Russia

Il presidente ha dunque preso “misure urgenti per difendere la sicurezza della Federazione Russa”. Dal 4 ottobre è cominciata in Russia una esercitazione, che durerà fino al 7, sulla ipotesi di un attacco nucleare, che occuperà 200 mila addetti alle emergenze e coinvolgerà 40 milioni di civili in manovre di evacuazione di zone ipoteticamente contaminate. Secondo il britannico Express (è vero che è quasi un giornale-spazzatura, sensazionalistico) “La Russia costruisce grandi bunker sotterranei a Mosca preparandosi alla guerra atomica: bunkers dove possono trovar rifugio “12 milioni di persone”; inoltre “secondo voci, il mese scorso ha ordinato la costruzione di un impianto di 400 miglia quadrate (sic!) da scavare in una zona appartata degli Urali, da cui potrà dirigere il conflitto nucleare”.

cpf2o-aueaadrcqhttp://www.sundayexpress.co.uk/news/world/717295/russia-vladimir-putin-nuclear-way-america-aleppo-west-john-kerry-obama-syria-isis

Fatta la tara delle esagerazioni sensazionali, sono misure perfettamente razionali da prendere, dopo la che la Superpotenza ha minacciato il Primo Colpo atomico contro il tuo paese.

Inoltre, Putin ha reso noto quanto segue: Mosca tornerà a negoziare di disarmo nucleare solo quando gli Usa ritireranno le truppe ed armamenti che hanno accumulato nei paesi “nuovi” della NATO, ossia dall’europa orientale. Fino a ieri, Mosca aveva solo espresso a mezza bocca il suo malcontento per queste – perché tali sono – violazione delle promesse americane, di non inglobare militarmente i paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Oggi il tono è brusco: segnala che Putin, dopo la plateale (e vergognosa) violazione della tregua in Siria da parte di Washington, non crede più alla buona fede della controparte, e non farà più gesti concilianti che fino ad oggi ha fatto in modo unilaterale.

I civili bellicisti umiliano il generale

Né i giornali vi hanno detto che una settimana fa’ il Congresso Usa ha fatto violente pressioni sul generale Joseph Dunford, capo degli stati maggiori riuniti, perché esita a stabilire una no-fly zone in Siria. Hillary Clinton ha promesso dir realizzarla appena entra alla Casa Bianca. A domanda della Commissione Difesa, il generale ha risposto: “Allo stato attuale, senatore, per noi prendere il controllo dell’intero spazio aereo della Siria richiederebbe che facessimo la guerra contro Siria e Russia. Questa è una decisione fondamentale che non sarò io a prendere”.

No-fly zone would ‘require war with Syria and Russia’ – top US general

E’ stato immediatamente aggredito dal senatore McCain: non spetta a lui prendere tale decisione – ed ha preteso che il generale facesse una “revisione della sua risposta”. Il generale Dunford, sudando freddo, ha chiesto di poter correggere la sua risposta – sostenendo che aveva risposto alla prima parte di una domanda che consisteva in due parti. McCain l’ha assalito: “No, la domanda era se noi dobbiamo fare una no-fly zone così che possiamo proteggere quella gente (i siriani ‘democratici’ ) dal venir massacrata (da Assad) ! Questo è ciò di cui parliamo! Questo!”. Il generale si è scusato…

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Il popolo USA è responsabile delle guerre volute da McCain

Giorni prima, il medesimo Dunford era stato messo sulla graticola dal senatore Lindsey Graham per essersi rifiutato di definire il rovesciamento di Assad come un obbiettivo militare. “Ma come! Assad ancora in carica quando il presidente Obama avrà terminato la sua funzione?”, è sbottato rabbioso Graham mostrando il vero movente di questa frenesia bellicista: le preoccupazioni elettorali. Non è tollerabile che, dopo aver ripetuto dal 2011 che “Assad must go”, sia Obama a sparire dalla scena prima.

Dietro questa incredibile pressione di civili guerrafondai contro i militari esitanti, c’è ovviamente il potentissimo War Party, che aspetta con ansia di mettere Hillary alla Casa Bianca. Come ha riportato il Washington Post, la Cia e la fazione bellicista del Pentagono stanno premendo s Obama perché, nei suoi ultimi giorni, ordini bombardamenti sugli aeroporti del governo siriano. Bombardamenti da fare con missili da crociera da lunga distanza, non per uno scopo strategico di vittoria ormai, per “far pagare un prezzo ad Assad” (come aveva promesso poche settimane fa l’ex capo della Cia Michael Morell: “ammazziamo in Siria militari russi e iraniani, di nascosto”).

Per aggirare l’ostacolo morale che tali attacchi non sarebbero autorizzati dal Consiglio di Sicurezza Onu, “essi potrebbero essere fatti di nascosto e senza dichiararlo pubblicamente, ha detto il funzionario” anonimo che ha spifferato al Washington Post di tali pressioni. Conferma della deriva gangsteristica del più armato governo della storia.

Siccome martedì ignoti “islamisti” hanno attaccato l’ambasciata di Mosca a Damasco, ovviamente Putin s’è ricordato delle minacce di Morell e della Cia: armare i tagliagole con armamento pesante e con l’istruzione di colpire direttamente il personale russo, di nascosto, per “fargli pagare un prezzo” e “ricevere in patria dei russi in sacchi mortuari”.

Non c’è da stupire se Mosca ha piazzato in Siria, per proteggere la sua base a Tartous, i sistemi d’arma missilistici S-300, antiaerei; e soprattutto i nuovissimi missili Gladiator SI-23, mai prima dispiegati fuori della Russia, specificamente progettati per abbattere missili da crociera.

…e gli Usa vanno a provocare i Balcani

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E attenzione alla nuova area di crisi che gli Usa stanno aprendo nei Balcani: vuol inglobare nella NATO persino lo staterello artificiale detto Bosnia-Erzegovina. Staterello con capitale Sarajevo (ferita sempre aperta), composto di due sotto-staterelli: la “Federazione Bosnia Erzegovina”, con un governicchio in condominio fra le due minoranze islamica e croata (figuratevi come si amano) e a Nord , la “Republika Sorpska”, quella etnia serba che aveva assediato Sarajevo ed è stata sconfitta dall’intervento occidentale. Ora, per far entrare la Bosnia nella NATO, gli Usa chiedono una modifica della costituzione locale – la quale attualmente riconosce la “autonomia” della Republika Srpska. Tale autonomia andrebbe cancellata, e i serbi della minoranza fatti entarer nella NATO. La risposta, ovviamente, è stata ilr referendum tenuto dalla Republika Srpska, dove il 99,8 per cento ha dichiarato festa nazionale “La giornata dell’indipendenza” da Sarajevo, ossia l’autonomia strappata col sangue, preludio alla richiesta di ricongiungersi alla Serbia propriamente detta.

Mosca ha annunciato che addestrerà le ‘forze di sicurezza” della Republika Srpska (il mini-esercito). Gli Usa continuano a insistere che la Bosnia, compresi i “Srpski”, entrino nella Nato.

(qui, in Appendice, il documento ufficiale della NATO.)

Nessunosi sorprenda se i Balcani esplodano di nuovo, con nuovi spargimenti di sangue (Meno che mai il sottoscritto, che da Tirana assistette a tutti i preparativi per la guerra in Kosovo, condotti dai sedicenti esperti di agricoltura degli USA). Come non bastassero le provocazioni in Ucraina, in Romania, in Polonia….

(Su Gentiloni e le sue menzogne servili):

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La decisione statunitense di sospendere i contatti con la Russia per la gestione della cessazione delle ostilità in Siria è stata una «decisione inevitabile», rispetto alla quale «non c’è da rallegrarsi», ma che «ha preso atto di un contesto degenerato».

Non è il portavoce della Casa Bianca a parlare.

Non è il Segretario di Stato nord-americano che si giustifica per la distruzione della Siria e per le centinaia di migliaia di persone morte sulla coscienza.

Non è l’ambasciatore statunitense in Italia che deve spiegare al nostro paese il fallimento di una strategia folle.

Non ci crederete (o forse si ormai) ma a parlare in questo modo alle Commissioni riunite Esteri di Camera e Senato sulla situazione in Siria oggi è Paolo Gentiloni, il Conte Gentiloni, nonché ministro degli esteri italiano.

(http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gentiloni_oggi_in_aula_sulla_siria_perche_per_ministro_degli_esteri_dobbiamo_avere_un_portavoce_dellambasciata_usa/6_17332/)
“Dopo aver gridato “Forza Hillary” nella recente scampagnata a New York, il ministro Gentiloni si trasforma nell’ultimo dei funzionari del Dipartimento Usa e getta la maschera per giustificare tutti i castelli di carta costruiti in anni di menzogne. La propaganda del Ministro è un fiume in piena: Aleppo rasa a zero, bombardamenti indiscriminati con barrel bombs, non contro i 15.000 ribelli ma contro una popolazione di 200.000 persone. E ancora: ci voleva il negoziato con le varie componenti dei ribelli e “invece la Russia non ha voluto e allora capisco che gli Usa hanno rotto l’accordo con Mosca”. Infine, il Conte Gentiloni ha anche insinuato che il bombardamento del convoglio sia stato fatto da Russia o Siria. Mentre Mosca, tanto per non dimenticare, ha mostrato le immagini satellitari il giorno successivo all’attacco al Convoglio delle Nazioni Unite che mostra la presenza di un pick up dei terroristi accanto, attendiamo con ansia sempre quelle degli Usa. Parole contro prove satellitari. Perché Gentiloni non chiede all’amico alleato di mostrare le immagini dei droni in suo possesso al mondo?”

APPENDICE

Reforming Bosnia and Herzegovina’s defence institutions
James R. Locher III and Michael Donley analyse the progress that Bosnia and Herzegovina has made in the field of defence reform.

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Marching to the same beat: Bosnia and Herzegovina now has a state-level Defence Ministry, Joint Staff and Operational Command (© Bosnian MOD )

Given that Bosnia and Herzegovina was at war less than a decade ago, it is remarkable how far the country has progressed in the intervening period in many areas and, especially in the recent past, in the security field. Despite ending the war with three rival ethnic armies, today Bosnia and Herzegovina is well on its way to meeting the defence-reform benchmarks identified by NATO as pre-requisites for entry into the Alliance’s Partnership for Peace programme. Indeed, the only obstacle standing between Bosnia and Herzegovina and PfP membership is cooperation with the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia in the Hague (ICTY).

The pace of military reform has been particularly rapid during the past 18 months since the creation of a Defence Reform Commission to oversee the process. Under Commission auspices, Bosnian officials have established new state-level defence institutions to support their country’s strategic objective of integration into Euro-Atlantic political and security structures. Moreover, as NATO hands responsibility for day-to-day security provision in Bosnia and Herzegovina to the European Union, the Alliance will refocus its efforts and take on a leadership role in the Defence Reform Commission to promote an ambitious defence-reform agenda.

High Representative Lord Ashdown established the Defence Reform Commission in May 2003 in the wake of revelations about illegal arms sales to Iraq, tasking it with drafting the legal and constitutional changes necessary to make Bosnia and Herzegovina a credible PfP candidate. The Commission’s 12 members and four observers brought together for the first time under a single mandate the full range of local officials and international organisations involved in security and focused their work on a specific set of institutional reforms. NATO has been represented by Ambassador Robert Serry, Deputy Assistant Secretary General for Crisis Management, and by the commander of the Alliance’s Stabilisation Force (SFOR).

Working with the High Representative and Bosnian officials, the NATO Secretary General set out NATO’s expectations for a credible PfP candidature. These included introduction of a state-level, civilian-led command and control structure including a state-level Defence Ministry; democratic parliamentary control and oversight of the armed forces; transparency in defence plans and budgets; development of a Bosnian security policy; and common doctrine, training and equipment standards. These expectations provided the basis for the High Representative’s guidance to the Defence Reform Commission and the Commission’s work plan for 2003. In addition to these defence reforms, the Secretary General made clear that Bosnia and Herzegovina needed to cooperate fully with the ICTY by detaining and surrendering individuals indicted for war crimes.

Defence reform has proved a complex process in almost all post-communist countries that have joined the Partnership for Peace. In Bosnia and Herzegovina, however, the challenge has been that much greater since, in addition to having to reform defence structures inherited from its communist past, the country has had to come to terms with and address the legacy of three-and-a-half years of war.

The communist inheritance included highly politicised command elements, weak civilian control below the head of state, almost no connectivity or communication between the Defence Ministries and general staffs, lack of transparency in budgeting and administration, and weak parliamentary oversight. The post-war environment was characterised by fragmented political authority and lack of trust.

Under the terms of the 1995 Dayton Peace Agreement, defence matters were largely left in the hands of the entities – Republika Srpska and the Federation of Bosnia and Herzegovina – rather than with the new state of Bosnia and Herzegovina. Unique among its post-communist counterparts, therefore, Bosnia and Herzegovina embarked upon its defence-reform process with two Defence Ministries and divergent military establishments with competing political and ethnic loyalties. Bosnia and Herzegovina also had a third defence establishment: a weak Standing Committee on Military Matters at the state level.

Political breakthrough
Despite these challenges, Bosnia and Herzegovina has managed to meet nearly all of NATO’s expectations. Following an intense period of consensus building and negotiation between May and September 2003, the Defence Reform Commission reached unanimous agreement on a 293-page report setting out the way forward. This report included draft changes to the two entity constitutions, three entity-level laws and two state-level laws, as well as proposals for two new laws, including a state-level defence law.

Bosnia and Herzegovina embarked upon defence reform with two Defence Ministries and divergent military establishments with competing political and ethnic loyalties
Constitutional and other legal changes approved by the state and entity governments made the state of Bosnia and Herzegovina supreme in defence, established civilian control over the military and created a new state-level Defence Ministry, Joint Staff and Operational Command. New laws set out the roles and functions of key officials, establish operational and administrative chains of command, and create new procedures for planning and coordinating defence budgets. Entity armies were made part of a single military establishment – the Armed Forces of Bosnia and Herzegovina – commanded by a single operational chain of command. The Bosnian Parliament created a Joint Commission on Security and Defence to oversee these new state-level institutions, officials, and procedures. Entity Defence Ministries retained responsibility for administrative matters, such as manning, training and equipping the entity armies.

In addition to legal changes, Bosnian officials agreed to reduce active forces by a further 40 per cent to a total of 12,000 personnel; to shrink reserves by 75 per cent to 60,000; and to slash the annual intake of conscripts and the length of their service.

In the wake of this breakthrough, the High Representative extended and refocused the mandate of the Defence Reform Commission to assist Bosnian officials in the implementation of legislated reforms. The Commission’s primary focus in 2004 has been to assist in building up the state-level Defence Ministry, Joint Staff, and Operational Command. Three major initiatives supported this work. 

First, the North Atlantic Council, NATO’s highest decision-making body, endorsed 14 implementation benchmarks to measure Bosnia and Herzegovina’s readiness for PfP membership. Although it had been hoped that Bosnia and Herzegovina might be ready to join the Partnership for Peace by the December 2003 NATO Ministerial Meetings, the legislative process continued through the end of the year leaving no time for Bosnia and Herzegovina to demonstrate that reforms were being implemented. The 14 benchmarks outlined the progress in implementation – such as appointment and installation of key officials, Defence Ministry staffing, and reductions in force levels – expected to be accomplished by the Alliance’s June 2004 Istanbul Summit. These benchmarks assisted the Defence Reform Commission in developing specific goals and timetables for implementation of agreed reforms.

Second, anticipating that Bosnia and Herzegovina would accomplish NATO’s benchmarks by the middle of 2004, the Defence Reform Commission established a broader strategic agenda for 2004-5. In addition to completing the benchmarks, this agenda outlined other priority tasks and initiatives consistent with building up state competencies in defence. These include the renovation of buildings and infrastructure to support new institutions, establishment of a state-level command and control system, implementation of force restructuring leading to common equipment and training, development of a common military personnel system and reforming military intelligence.

Third, the Defence Reform Commission created nine teams – covering such areas as personnel, education and training, budget, finance and audit – to help Bosnian officials meet the NATO benchmarks and plan the actions necessary to implement the strategic agenda. The teams, co-chaired by local and international experts, often deliver products in the form of recommended policies, procedures or instructions for the Defence Ministry to consider issuing to the broader Bosnian defence establishment. The Defence Reform Commission also provides a neutral political environment in which the state and entity Defence Ministers can debate the relative merits of various policy options.

These three Commission initiatives have enabled the new Defence Ministry, which is headed by new Bosnian Defence Minister Nikola Radovanovic, to focus on its most important tasks and have given it the political support and technical means necessary to continue and extend the successful implementation of defence reforms. In recognition of the role he has played in this process, Minister Radovanovic was appointed a DRC co-chairman in May 2004.

NATO’s reform role
At their Istanbul Summit, NATO leaders confirmed that they would bring SFOR’s mission to an end in Bosnia and Herzegovina and hand responsibility for day-to-day security to the European Union. In the course of this transition, a new NATO military headquarters has been established in Sarajevo with the principal task of providing advice on defence reform, along with supporting tasks related to counter-terrorism, ICTY support, and intelligence sharing. A senior NATO civilian will co-chair the Defence Reform Commission under a new mandate from the High Representative.

NATO will take on new responsibilities within the Defence Reform Commission. In addition to coordinating and administering the Alliance’s own security cooperation – and eventually PfP – programme with Bosnia and Herzegovina, the NATO co-chair will be responsible for leading the broader international involvement and assisting local officials in reaching the political compromises and consensus necessary to take defence reform forward. These new responsibilities will require insightful leadership and close collaboration with the High Representative.

The Defence Reform Commission that NATO will be working through is overseeing a politically successful process with an ongoing reform agenda and team infrastructure to support it. However, the scale of the task has been so great that significant challenges remain. Bosnia and Herzegovina now has three Defence Ministries; its armed forces remain divided into two armies; and the entities rather than the state still fund the defence establishment. In addition, the Defence Reform Commission in partnership with Bosnian officials has had difficulty coordinating bilateral and multilateral offers of training and assistance. Aligning these offers with actual Bosnian priorities and attracting international funding remain challenges. For example, substantial international financing – perhaps through the UN Development Programme and/or NATO trust funds – will be required to dispose of surplus arms and ammunition safely. Finally, ongoing failure to cooperate with the ICTY has continued to deny Bosnia and Herzegovina the benefits of participation in NATO’s PfP programme.

Initially conceived as a temporary, technical effort to draft new or amended defence laws, the Defence Reform Commission has evolved into an engine of continuous change addressing all the ongoing strategic, operational, and technical issues relating to Bosnian defence reform. This process has not only assisted Bosnia and Herzegovina in identifying, planning, and implementing necessary reforms; it has also significantly improved coordination within the international community.

Additional reforms are necessary, such as further movement towards a single army (perhaps modelled along the lines of those NATO countries with regional units) and elimination of overlap between the new state-level Defence Ministry and each entity’s Defence Ministry. These changes will be difficult, requiring further internal political commitment and compromise. But the experience of the past 18 months suggests they can eventually be accomplished as long as all sides in the Bosnian political leadership see change as necessary to gain the strategic benefit of closer integration into the Euro-Atlantic community.

Di Maurizio Blondet , il 5 ottobre 2016

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3 pensieri su “755.-A Washington, non a Mosca, si parla apertamente di guerra…IN EUROPA NATURALMENTE.

  1. Alexander Mercouris, The Duran 7/10/2016

    A seguito dell’avvertimento russo che gli aerei statunitensi sarebbero stati abbattuti, il portavoce della Casa Bianca conferma che il piano degli attacchi aerei degli USA contro la Siria è stato respinto.
    A seguito dell’avvertimento che la Russia era pronta ad abbattere aerei e missili degli Stati Uniti che attaccassero la Siria, gli Stati Uniti confermano di aver scartato i piani per un’azione militare contro la Siria. Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest l’ha confermato ai giornalisti il 6 ottobre 2016. “Il presidente ha discusso alcuni dettagli per cui l’azione militare contro il regime di Assad per cercare di affrontare la situazione in Aleppo probabilmente non avrebbe raggiunto gli obiettivi che molti immaginavano per ridurre le violenze. E’ molto più probabile che avrebbero comportato conseguenze non intenzionali chiaramente non nel nostro interesse nazionale”.
    Gli Stati Uniti non ammettono che è stato l’avvertimento russo che li ha dissuasi dagli attacchi aerei e missilistici, e ancora fingono che la possibilità di attacchi militari sia sul tavolo. Secondo Josh Earnest, “Non ho intenzione di rigettare alcuna opzione. Non ho intenzione di essere nella posizione di escludere le opzioni del comandante in capo“. Tuttavia tali parole non gli salvano la faccia.
    Gli attacchi alla Siria sarebbero accaduti tempo fa se non fosse stato per la forte opposizione della Russia. Il fatto che l’esercito russo sia ora fisicamente presente in Siria con avanzati missili superficie-aria avvertendo di esser pronto ad abbattere gli aerei statunitensi se la vita del personale russo fosse in pericolo, ha fatto escludere agli USA ogni idea di attacchi militari. Va aggiunto che gli avvertimenti sarebbero stati fatti dai russi agli Stati Uniti in privato, prima di essere resi pubblici. Poiché l’opzione militare non c’è più, gli Stati Uniti sono obbligati a tornare alla diplomazia. Non mi aspetto che ciò cambi, chiunque sia eletto presidente a novembre.

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  2. Aveva detto Putin: “Noi sappiamo anno per anno cosa succederà e loro sanno che noi lo sappiamo! Solo a voi raccontano frottole alle quali credete e poi le spargete ai cittadini dei vostri Paesi, i quali dunque sono privi di ogni senso del pericolo. Questo è quello che mi preoccupa. Come fate a non capire che il mondo sta per essere deviato in una direzione irreversibile? Questo è il problema. Nel frattempo pretendono che non accada nulla. Io non so più come comunicare con voi”.

    Si tratta di un avvertimento che risale a prima dell’estate ma che praticamente è stato preso sotto gamba o non considerato proprio. In un altro intervento, Putin aveva chiesto: “Un’altra minaccia che ha menzionato il presidente Obama è quella dell’Isis. Chi gli ha dato le armi? Chi ha armato i siriani quando combattevano contro Assad? Chi ha creato il clima politico adatto per facilitare questa situazione? Chi ha voluto che venissero riconsegnate le armi? Davvero non capite chi sta combattendo in Siria?”. Quello della guerra civile in Siria è il fronte principale in cui ha intensificato la propria azione la Russia. La situazione internazionale, insomma, non può fare altro che lanciare un campanello d’allarme, perché la tensione è aperta su più fronti e anche l’Europa sembra stia giocando un ruolo fondamentale in tutto questo.

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